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    • Silverselfer
                    Introduzione     Le Selvagge Terre Cablatee       (Dal breviaro: Li mondi prima dello grande esodo; del verecondo monaco teoita Sulcide da Genesta) Si sole favellar dello ceppo cablateo come lo sangue più ardimentoso delli giganti. Leggenda vole che lo lammide soleva mandare lo puteo incontro alla cuspide di Peresside in groppa allo sauro che avea schiuso lo sguardo sulla medesima alba. Lo dardo stesso dello titano Apos cacciava così lo foco nelle vene sue. Ivi rimaneva a infocolare le orgogliose faide tra clan, codeste ragioni facevano dello filo della spada lo vomero che ingrassava la terra dello sangue delli eroi, ove piantare lo seme di nuove stagioni d’impavido coraggio.  Da mille e più stagioni, i clan lammidi piantavano li accampamenti nomadi appresso le migrazioni delli imponenti mastodonti muschiati, ove lo verbum venti carezzava le antiche steppe fino all’origine delli tempi. Le lande cablatee si raggiungevano dopo quattro giorni e cinque notti di marcia ininterrotta dalli ardui approdi delle coste falesie, ove lo piede roccioso dello altopiano strapiomba punto nello Mare Nostrum. Le stirpi giganti dette Falesie abitavano queste coste mille stagioni orsono, prima della chiamata nella terra promessa dai fratelli Zenosti. Prospicene detta Regina delle Lamie era lo nome dello approdo più interno alla regione selvaggia delli Cablatei. Vi si giungeva dopo un giorno di navigazione tra le rocce a strapiombo dello fiordo dalle dolci acque, donde confluivano le lamie di ogni rivolo cablateo, respingendo così l’insidia salamastra di Amis.  La leggenda narra che esso fu squarciato all’origine delli tempi, collo fendente di Peresside lanciata dallo titano Apos, dentro la roccia ancora viva di Teos. Prospicene sorgeva nello fondo dello fiordo ed era abitata da mille e più mille stagioni dalla stirpe Parsa dell’Attachi Gaddei Falesi. Ivi commerciavano colli fratelli loro Quatari che si spingevano fin nelli scorci più remoti delle terre cablatee.  All’epoca dello grande esodo, si contavano ben cinque volte cento venerande madri attache e delli sparuti cerchi magici rimasero ad abitare codesto fiordo, ove giunsero li gloriosi clan lammidi delli Pallacordi, imbarcati per dar man forte alli cugini Morri Falesi, impegnati nello feroce contenimento delle orde ittake dall’antica Mogul.  Fu allora che si dettero i natali allo più giovine tra li casati lammidi, detto delli Riveraschi, pe’ abitare quelli stessi approdi rimasti orfani dello primigenio sangue. Codesto casato fu originato sotto lo consiglio dello Jeda che scelse la Principessa Eufrasia delli pallacordi lammidi per accogliere nello suo nobile cratere una stilla dello fulgido sangue attaco gaddeo faresio. Lo sangue migliore filtrato dentro lo novo cerchio magico, trasfuse in codesti lammidi delle mitezze dolci come lo miele d’ambrosia, colle mirabili fattezze dell’oro e lo ferro. Tale nobile genìa governò Prospicene durante tutto lo Regno Antico, ove continuarono ad imbarcarsi i cavalieri pallacordi e da qui si doveva passare per addentrarsi entro le selvagge e misteriose terre cablatee. Dopo diversi giorni di marcia tra li passi delli monti falesi, si sopraggiungeva nello paesaggio ondulato delle steppe pallacorde, donde lo sguardo incontrava l’orizzonte senza ostacolo alcuno. Seppure nelle canzoni pallacorde si soleva raccontare come non c’erano occhi che avean veduto il confine della steppa, li versi delli poeti dandali cantano le lodi della terra loro posta oltre codesto orizzonte, alle pendici delli monti le cui alte vette erano chiamate Criniera di Vesta. Li novi cartografi hanno allo vero accertato che li calanchi abitati dalli clan squitteri scavano lo costone orientale dello Desh ittako.  Si potesse edificare mille ponti a superare l’asprezza di codeste rocce, solo qualche giorno di cavalcata separerebbe le lande pallacordi dalle alte mura di Mogul. Lo ceppo cablateo radicava nelle due stirpi Lammide e Falledo che seppure avean bevuto lo stesso latte della terra all’origine delli tempi, mai lo stesso albero dette frutti così diversi. Lo sangue lavico delli clan lammidi si spegne entro le vene delli fratelli falledi. Essi tengono lo carattere sottomesso e incapace d’impugnare altra picca che non sia quella delli bastoni sciamanici, colli quali si governano malamente alla pari delle pecore. I cinque casati falledi campavano nelle medesime lande delli fratelli lammidi senza scorno alcuno, cavando dalla terra quanto avevano in bocca. Nello cratere spento ti talune venerande cablatee, zampilla ancora tenue la sorgiva della prolifica lamia a gonfiare lo ventre loro, donde trabocca nello core a divenir linfa di pianta. Solo le venerande più longeve radicano in alberi detti Verecondi, intorno allo cui ceppo si ramificano i clan. E’ buono costume nell’arco dell’esistenza di ogni cablateo recarsi presso lo proprio Albero Verecondo a contemplare la voce delli avi dentro lo fruscio delli rami.  I clan dandali abitavano le regioni a sud est della grande steppa, ove lo soffio gelido sceso dalla Crine di Vesta faceva rabbrividire ogni carezza di Hat. Lo manto bianco dell’inverno teneva lontane le  mandrie dei mastodonti che giungevano solo per brucare la fugace stagione primaverile. L’asprezza della terra loro spingeva li dandali a mettersi a servizio presso li pallacordi come mandriani. L’ardore dell’Inn dandalo faceva loro cattivo ufficio e non era visto di buon occhio trattenerne nel proprio clan più dello necessario. Sovente provenivano dai clan dandali coloro che si davano alle scorribande dedite alla caccia di frodo o finanche all’assassinio. Tanto che li drappelli di cavalieri pallacordi ricacciavano indietro le carovane che si spingevano fuori dalle loro terre. Li fieri pallacordi erano per lo più di tradizione armigera, seppure amassero parimenti la caccia e le loro tende circolari seguivano le migrazioni dei mastodonti. Li clan contavano in grande numero li nobili cavalieri, custodendo la ricchezza che ivi affluiva dalle spade messe a servizio dei cugini parsi. L’arte della guerra cui erano dediti, rendeva utile assoldare delli mandriani dandali e presso le tende loro servivano molti falledi. Li casati nobili pallacordi usavano prendere casa nelli approdi Riveraschi, ivi soggiornavano per necessità, preferendo alli confortevoli modi cittadini, la vita delli avi nelle steppe selvagge. Nicumeni e Catacumeni abitavano le lande poste oltre le costiere falesi, donde la terra arsa dallo sguardo rovente di Hat inaridiva nelle stagioni calde. Li clan nicumeni si distinguevano pe’ lo particolare pigmento scuro della pelle. Cavalieri arditi, erano nomadi armigeri nonché allevatori di cavalli di rinomata possanza. Poco si sa delli loro cerchi magici che raramente piantavano le tende presso altri clan, preferendo starsene tra le lande più remote delle proprie terre, ove rimasero sordi anche alla chiamata zenosta nella terra promessa. I clan Catacumeni vivevano presso le oasi sparse pe’ lo deserto Melindo, ove alcuno poteva spingersi senza la loro guida. Allo pari delli fratelli nicomeni, nulla si sapeva delli loro cerchi magici, salvo dell’abbondanza che traevano dalle floride oasi, facendone città di mattoni dalle ardite architetture. Commercianti di sale e spezie pregiate, le loro carovane affluivano nelli mercati di Semiramide, detta la turrita del deserto. Sorgeva sulle rive dello fiume Meli che sinuosamente attraversava lo deserto da est a ovest fino a gettarsi entro lo Mare Nostrum. Lo delta suo era sorvegliato dalli loro cavalieri onde impedire quanti volessero risalirne le acque. Li squitteri abitavano i calanchi orientali dello Desh e pe’ le mille e mille stagioni che precedettero l’avvento nello Bush, li cavalieri loro contennero le orde ittake, preservando le steppe pallacordi dallo nefasto nemico. Idolatri e spergiuri, essi rinnegarono il nuovo corso della fede in verbo lapis e mai ebbero a cuore li precetti delle tradizioni. Li clan squitteri non usavano tenere una tenda circolare ove preservare lo sangue loro e le venerande madri cavalcavano allo fianco dell’armigero. Codesta sciagurata usanza faceva sovente orfani li infanti squitteri, abbandonati poi seco alle carovane che tanto parevano all’occhio delle disordinate orde ittake. I cinque clan Falledi abitavano le terre delli fratelli lammidi senza colpo ferire. Essi avevano care le tradizioni sciamaniche delle lamie, le quali risalivano a mille e mille stagioni ancor prima della saggia usanza della tenda circolare. I culti delle lamie onoravano la vita e rifuggivano l’ardore distruttivo dell’Inn. Lo sangue loro era cheto come la linfa che scorre nell’albero. La tradizione sciamanica serviva la terra cui si faceva devota, così li falledi la abitavano da ospiti e non riconoscevano lo diritto di chi se ne faceva padrone. Essi vivevano in sparuti gruppi o spesso vagavano raminghi tra li altri clan, rincontrandosi all’ombra dello loro albero verecondo pe’ li riti sciamanici durante li solstizi e li equinozi. Ogni albero verecondo falledo affondava le radici nello particolare mistero sciamanico delle lamie che lo nutrivano. Mai alcuno riuscì a testimoniare tali segreti conservati in verbum venti, fatto salvo lo ricordo dello stupore nello occhio di chi assisteva a siffatte stregonerie. I benastri erano li falledi che più facilmente si soleva incontrare poiché iniziati delle lamie boschive, conoscevano i misteri delle erbe curatrici e non c’era lammide che non usasse tenerne a servizio nella propria tenda. Lo sciamanesimo benastro era riconosciuto in onori e tributi, tanto che lo loro clan si conformava come una potente casta intrigante e ostile che al momento dello esodo, fu scomunicata e interdetta dalla terra promessa zenosta. Li falledi Lafrodi erano creature misteriose e schive. Si narra vivessero nelli tronchi cavi delli alberi e alcune leggende raccontano che erano partoriti direttamente dalli alberi verecondi. Dediti per lo più alla raccolta delli frutti selvatici, altro non si conosce delle usanze loro, salvo avvistarli seco qualche sparuto gregge di capre. Osservanti dei misteri delle lamie sorgive, ne conoscevano li segreti più ammaliatori e alla pari delli serpenti dallo bacio avvelenato, sapevano incantare strisciando sopra la panza. Dalle fattezze dolci come lo miele, si soleva favellar tra li cavalieri quanto facile fosse cadere in fallo allo comparire tra le steppe di codeste creature conturbanti. Seppure non ci fosse purezza nello sangue loro che imbastardivano financo colle capre allo pascolo, nello ventre delle madri lafrode si tramandavano tutti li floridi doni che si soleva custodire entro lo cerchio magico di un clan. Minuti quanto delli passeri, fuggivano lo sguardo straniero allo fine di non cadere preda dello medesimo fascino con cui incantavano li passanti. Incrociarne lo cammino, era considerato tra li fratelli cablatei uno presagio di buono auspicio, tanto che li rapivano per trattenere la buona sorte entro la propria tenda.   Lo clan falledo delli Gollodi, seppure avesse radicato in molti verecondi ceppi, originò dallo imbastardimento dello sangue parso gaddeo quataro colla genia lafrode. Li quatari erano abili carovanieri e si spingevano fin nelli più remoti scampoli della steppa lammide per acquistare merci da rivendere nelli approdi delli fratelli attachi. Per lo più stanziali come tutti li gaddei, tenevano fondachi a far testa di ponte allo continuo girovagare. Vi abitavano per intere stagioni e lontano dallo sguardo materno delli cerchi magici, usavano pascersi nelle lascive alcove colli lafrodi. Ne acquistavano a peso d’oro poiché era merce pregiata da rivendere come vestali alle terme delle grandi città parse, ma ciò che non carpisce la spada lo po’ fare lo core e in breve nelli più grossi fondachi di René, Poirot e Lameé, s’incepparono le nuove stirpi gollode. Colla medesima benedizione delli quatari, ne divennero li podestà. Tuttavia, la nobiltà dello sangue quataro prevalse su quello stregonesco lafrode e lo governo gollode, mite e accondiscendente, ne fece stelle di concordia, ove ogni viandante poté trovare ristoro nella equa giustizia e la fraterna ospitalità. Li onofri falledi quando non vagavano raminghi, facevano da guida alle carovane quatare giacché le genti loro conoscevano le lande cablatee meglio delle proprie saccocce. Seppure fosse contro lo loro costume, questi falledi erano ben capaci d’impugnar l’elsa contro chi insidiava la loro persona. Originari delle valli tra le Criniere di Vesta, conoscevano lo nome di ogni sasso e pianta delli boschi e avevano tratto ogni astuzia dall’arte delli loro fratelli falledi. Seguaci di Huria, la lamia delle nuvole, sapevano ascoltare lo vento collo quale soffiavano li ordini nelle orecchie delle bestie. Ognuno usava portare seco una delle strane creature silvane che popolavano le terre loro, pare gliene venisse fatto dono alla nascita e codeste creature li servivano meglio dello più fedele delli famigli. Onorati e rispettati per le arti che dominavano, erano salutati con favore nelli accampamenti, ove prestavano i loro servigi in cambio della poca ricchezza di cui abbisognavano per girovagare. I tarocchi falledi servivano i misteri delle lamie della pioggia, dette lo latte della terra pe’ lo nutrimento cui ogni anima dello mondo ne trae. Agrimensori e dediti allo allevare bovidi, usavano piantare le tende sempre nelli stessi luoghi, ivi le carovane delli altri nomadi tornavano anch’essi pe’ trovare ristoro e quant’altro abbisognavano. Lo tarocco non avea a lamentarsi se nelle mani era custode di ogni arte che prova lo braccio e fiacca lo rene. Alto nello spirito, era parco dello poco cui traeva dalla terra e dallo commercio delli manufatti, specie quelli tratti dallo mestiere dello maniscalco. Seppure non avesse l’astuzia di trarne la dovuta ricchezza, l’arte dello fabbro era lo mestiere che lo impegnava maggiormente e sovente se ne trovavano a servizio presso li fratelli pallacordi. L’innata maestria nello adoperare le mani, li faceva divenire maestri d’armi e usavano legare la spada allo fianco, nonostante questo giammai se ne vide uno nelle vesti di armigero poiché i misteri delle lamie della pioggia avevano in uggia quanti affondavano lo fendente nella carne viva. Li tarocchi condividevano taluni alberi verecondi colli onofri e questi imparavano da essi a maneggiare la spada che legavano alla spalla e ancora da loro apprendevano lo precetto di adoperarla per difesa.
    • Uncanny
      No che non hai risposto, ancora non mi hai spiegato come un sistema di traghettamento dalla Libia aperto a tutti i migranti in modo indiscriminato dovrebbe essere sostenibile.  Le problematiche connesse le ho ripetute fin troppe volte, l'ultima volta nell'ultimo post. Ho già scritto: "Che parallelamente a ciò si debbano creare condizioni economiche vantaggiose nei paesi africani in modo da evitare che la popolazione emigri è ovvio, ma nel frattempo ci sono dei flussi a cui bisogna far fronte, evidentemente con uno dei tre modi sopra esplicati."  Continui a eludere questo punto, il modo in cui bisognerebbe far fronte ai flussi (in modo sostenibile). E ho proprio l'impressione che continuerai a eluderlo. Quando si esagera in idealismo si finisce per perdere di vista la realtà con i suoi limiti. Un po' come Miss Italia che vuole la pace e l'amore nel mondo. 
    • andy94
      Io le risposte te le ho date... ma non le vuoi capire! Pace..
    • Uncanny
      È preferibile la seconda soluzione delle tre prima elencate, cioè un sistema controllato con hotspot in Libia dove identificare e vagliare i migranti, in modo da garantire asilo ai profughi e respingere chi non ne ha i requisiti. Parallelamente a ciò bisogna intraprendere azioni in collaborazione coi governi locali per combattere i traffici, per disincentivare i flussi interni anche smontando il mito dell'Europa come Eden, e poi ovviamente - cosa più difficile - per migliorare le condizioni economiche nei paesi d'origine. Su questo i governi locali convengono (ho riportato a proposito un articolo de La Stampa nella scorsa pagina), considerando che non vogliono perdere giovani in piena età lavorativa e non vogliono mandare gente a morire nel deserto.  Sono stato impreciso nell'uso dei termini, quella esistente era ed è connivenza più che collusione. La sostanza non cambia comunque. Se tu organizzeresti trasporti direttamente dalle coste libiche allora sei favorevole alla terza alternativa, cioè: "Aprire canali di immigrazione legale dalla Libia tramite traghettamento accogliendo in Italia chiunque in modo indiscriminato." A questo punto ti chiedo, come ho fatto da diversi post con andy94 senza ricevere risposta, come un simile sistema possa essere sostenibile.  Cito il post con tutte le problematiche da me sollevate: Se sei in grado di convincermi che quest'alternativa sia sostenibile, sarò il primo a sostenerla.  Già con qualche centinaia di migliaia di migranti i problemi sono stati e sono notevoli, chissà mai cosa potrà accadere importando in pochissimo tempo decine di milioni di migranti in un paese di 60 milioni di abitanti. Sono sicuro filerebbe tutto perfettamente liscio.  
    • bradipo
      Ecco sull'uni, forse, non sono del tutto convinto. Sto facendo fatica e non so se perché non sono all'altezza o se perché non mi piace fino in fondo quello che faccio ora.  Per quanto riguarda il resto, invece, le cose vanno nella norma, mi sono creato un gruppetto di amici (compagni di corso e lo più) coi quali mi trovo bene. 
    • davydenkovic90
      Non ho capito di che parli né a cosa ti riferisci Cosa che accade nell'80% dei tuoi interventi, peraltro.
    • Mario1944
      Non ho mai frequentati locali notturni o diurni gay o no, ma so per relata altrui che intendi;   tuttavia, per l'esemplificazione de quo in ambito eteroclito, basti pensare  alla diffusione della prostituzione: suppongo infatti che tu non mi dirai che i numerosi eterosessuali che frequentano prostitute ne siano per lo più perdutamente innamorati ;-)
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