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Elezioni presidenziali negli USA del 2016


Rotwang

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Sky Tg24

 

Manca poco all’Election day americano, accompagnato da una delle campagne elettorali più dure e senza esclusione di colpi che si ricordino. Un livello di scontro rappresentato dalla copertina del settimanale tedesco Der Spiegel attraverso un fotomontaggio del candidato repubblicano Donald Trump e della rivale democratica Hillary Clinton coperti da fango incrostato e la scritta in inglese "The Next President".

 

Sondaggi  - Con i sondaggi che, seppur con percentuali differenti, vedono Trump indietro seppure di poco a Clinton. Gli ultimi dati sull'affluenza indicano come nel weekend si sia verificata una vera e propria ondata di elettori ispanici alle urne per il voto anticipato. E, secondo il New York Times, Hillary Clinton ha l'85% delle possibilità di vincere le elezioni.

 

Paura per Trump -  Intanto si sono vissuti attimi di panico per il candidato repubblicano. A un comizio a Reno, in Nevada, è stato precipitosamente portato via dagli uomini da agenti della sicurezza perché tra il pubblico qualcuno aveva urlato che c'era una pistola. La persona è stata fermata ma non è stata trovata nessuna arma e dopo qualche minuto il tycoon è tornato sulla scena e ha terminato il discorso senza incidenti.

 

Obiettivo: 270 grandi elettori – Nervi tesi, dunque, mentre entrambi i candidati inseguono l'ultimo voto utile. Impressionante il programma di Clinton, forte anche di una squadra senza pari: la candidata democratica è in Ohio, uno degli Stato chiave. Qui, dove si assegnano 18 grandi elettori sui 270 necessari per vincere, è in leggero vantaggio Trump e nelle ultime 13 elezioni presidenziali chi lo ha conquistato si è ritrovato sempre alla Casa Bianca. Clinton passa poi in New Hampshire. In Wisconsin interviene il candidato vicepresidente Tim Kaine.

Nella decisiva Florida (29 grandi elettori) dove Hillary è stata co-protagonista con Trump nel fine settimana, sbarca Barack Obama. In Pennsylvanya (20 voti) gioca le sue carte il vicepresidente Joe Biden e poi la ex First Daughter, Chelsea Clinton.

 

Trump, che conta solo su se stesso, ha annullato un appuntamento in Wisconsin, per fare uno sgarbo al presidente (uscente) della Camera e leader del Grand Old Party (GOP) Paul Ryan – sostenitore riluttante se non recalcitrante del suo candidato - e si presenta nel democraticissimo Minnesota. Prima è in Iowa, poi in Michigan e Pennsylvanya. Curiosità: entrambi i candidati attenderanno l'esito del voto l'8 novembre sera nella loro città (d'adozione per Clinton): New York.

 

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Riguardo alle nuove email di cui si era parlato nei giorni scorsi (che poi non erano della Clinton), l' FBI ha raccomandato di nuovo di non procedere contro la Cliton. Un altro cambio insomma a due giorni dal voto.

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Ma sì era tutta forma, così come quello oscena mossa di riesumare un video vecchio di dieci anni contro Trump.

 

Non sarebbe male se invece di parlare male dell'avversario adessero i media dessero anche informazioni utili, tipo sui programmi elettorali.

 

New york times is the new Unità insomma.

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Non c'è mai da fidarsi molto dei sondaggi americani. Nel 1988 davano in vantaggio Dukakis rispetto a Bush Sr. e vinse il secondo con quasi otto punti di distacco. Viceversa nel 1992 era dato in vantaggio Bush Sr. rispetto a Clinton e vinse Clinton con quasi sei punti di distacco (uno dei pochissimi casi di presidente non rieletto).

 

Conta molto l'appeal mediatico del candidato presidente, nel 2008 Obama aveva un immagine fortissima rispetto a McCain. Quest'anno la Clinton è debole dal punto di vista mediatico, e ha lo svantaggio di una campagna poco incisiva (proprio come quella di Dukakis del 1988).

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Beh Dukakis fu soprannominato con un perfido

gioco di parole rispetto alle origini greche "Zorba the Clerk"

 

Era in effetti grigio

 

La Clinton, invece, proprio la odiano

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La Stampa

 

Martedì 8 novembre negli Stati Uniti si concluderanno le operazioni di voto, già cominciate in 37 Stati su 50. Il presidente americano infatti non si elegge direttamente, ma con un sistema chiamato «electoral college». Ogni Stato elegge con un sistema maggioritario - chi ha un voto in più li prende tutti - un gruppo di cosiddetti «grandi elettori». Il collegio elettorale è composto da 538 grandi elettori. Per diventare presidente, un candidato deve ottenere i voti di almeno 270 grandi elettori.  

 

A ciascuno Stato è attribuito un numero di grandi elettori equivalente al numero dei suoi rappresentanti al congresso: ossia due senatori – a prescindere dal suo peso demografico – e il numero dei rappresentanti che ha diritto di mandare alla camera, in base alla sua popolazione. Quest’anno la California, lo stato più popoloso del paese, ne ha 55, seguita dai 38 del Texas, dalla Florida e dallo stato di New York, con 29 grandi elettori a testa. Per esempio, se Hillary Clinton otterrà la maggioranza in California, i 55 grandi elettori dello Stato saranno quelli in precedenza selezionati dal Partito democratico.  

 

Quando avviene l’elezione “definitiva” del presidente?  

«Il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre»: il 12 dicembre. I grandi elettori si riuniranno nella capitale del loro stato per il voto, e lo spoglio avverrà quindici giorni dopo in Senato a Washington. Il candidato a quel punto verrà dichiarato ufficialmente vincitore. L’investitura del nuovo presidente avverrà il 20 gennaio 2017. 

 

Ma chi sono i “grandi elettori”?  

Ogni Stato ha un suo metodo per nominare i grandi elettori. Secondo la consuetudine, sono selezionati come ringraziamento per il lavoro svolto durante la campagna elettorale per il partito o il candidatoCome riporta il sito d’informazione Politico, durante questa campagna elettorale i partiti hanno scelto persone molto diverse. Il Partito repubblicano in Missouri ha nominato Tim Dreste, un militante antiabortista già condannato per istigazione alla violenza negli anni Novanta. Ci sono poi dei personaggi celebri, come Donald Trump Jr per lo stato di New York e Wilbur Christie, il padre del governatore del New Jersey Chris Christie. C’è Leonard Hubert, avvocato afro-americano originario dell’Alabama e a capo della Commissione per i Diritti civili dell’Ohio e Jim Rhoades, un rappresentante della lobby dei motociclisti, nel partito dagli anni Ottanta.  

 

Per il Partito democratico invece potranno essere chiamati a votare Roy Cockrum, che nel 2014 vinse 260mlioni di dollari al Powerball; Paul Catha, uno studente di 21 anni sostenitore di Bernie Sanders. In Pennsylvania tra gli altri c’è Sybrina Fulton, la madre di Trayvon Martin, giovane afroamericano ucciso nel 2012, e il suo ’avvocato Benjamin Crump.  

 

E se i grandi elettori cambiano idea? 

Solo ventiquattro stati hanno una legge che obbliga i i grandi elettori a seguire il voto popolare e a votare per il candidato per cui sono stati scelti Nella maggioranza dei casi sono leali al candidato e al partito, e i casi di tradimento sono molto rari: in occasione delle elezioni del 2000, per protestare contro la debole rappresentanza del District of Columbia nel collegio elettorale, Barbara Lett-Simmons scelse di non votare piuttosto che votare per Al Gore. Il suo rifiuto non ha modificato il risultato elettorale, poiché George W. Bush è stato eletto con 271 voti. Nel 2004, un grande elettore del Minnesota che avrebbe dovuto votare per John Kerry votò per errore per John Edwards, il candidato alla vicepresidenza scelto da… John Kerry.  

Edited by Rotwang
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Beh Dukakis fu soprannominato con un perfido

gioco di parole rispetto alle origini greche "Zorba the Clerk"

 

Povero Dukakis, che con il senno di poi non è stato un pessimo politico. Carter e Bush persero malamente da presidenti in carica, fatto abbastanza insolito. 

 

Non ricordo invece casi di candidati partiti favoriti e che poi fecero una campagna elettorale pessima ad eccezione proprio di Dukakis, ci fu Dewey nel 1948 ma si scontrò comunque con un presidente in carica.

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Beh in alcuni casi parti in vantaggio solo perchè ti conoscono

di più rispetto al tuo avversario, è il caso tipico dei presidenti

in carica o dei loro vice-presidenti, che poi si candidano alle

presidenziali per la notorietà acquisita

 

Quindi Nixon era più conosciuto di Kennedy  Ford era più

conosciuto di Carter e Bush era più conosciuto di Clinton

 

Uno degli epic fail più citati in realtà è il dibattito presidenziale

in cui Ford causò la reazione di sconcerto del giornalista

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E ford dopo quelle dichiarazioni sublimi vinse o perse le elezioni ?

 

Le ha perse con carter (a vedere la,data del filmato si direbbe) ?

 

Si potrebbe paragonare quelle dichiarazioni alle cose assurde che racconta trump del tipo che il cambiamento climatico non c'e' quando gli usa coi vari uragani sempre piu' potenti che ci sono lo vedono regolarmente.

 

Se gli elettori sono meno fessi dei candidati questi candidati perdono le elezioni.

Edited by marco7
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Internazionale

 

I sondaggi prevedono una vittoria di Hillary Clinton contro Donald Trump alle presidenziali dell’8 novembre, ma sul lungo periodo il clintonismo non è adatto a battere il trumpismo. Per incanalare positivamente la rabbia popolare cavalcata da Trump serve una linea molto più radicale. È vero, il programma democratico è il più progressista da anni. Facendo proprie le proposte di Bernie Sanders sul salario minimo di 15 dollari l’ora, la riduzione delle tasse universitarie, la regolamentazione finanziaria e la modifica del trattato di libero scambio nel Pacifico (TPP), Hillary Clinton è riuscita a placare il senatore del Vermont e molti dei suoi sostenitori.

 

Ma il Partito democratico resta fermamente orientato verso il libero mercato e segnato da decenni in cui ha approvato il NAFTA, distrutto lo stato sociale, favorito Wall Street e sostenuto progetti come l’oleodotto Keystone. Dunque è perfettamente normale che le persone di sinistra più disilluse temano che Clinton non manterrà le promesse dopo le elezioni.

 

I democratici devono riflettere su importanti interrogativi sollevati da questa campagna elettorale: fino a che punto l’astensionismo o il sostegno a Trump da parte della classe operaia bianca possono essere imputati alla propaganda repubblicana e non alla rabbia per l’ipocrisia dei democratici sulle questioni economiche? Se gli ultimi otto anni di ripresa gestita da Obama non hanno favorito questi lavoratori, perché mai oggi dovrebbero sostenere Hillary, sua erede designata? Trump può permettersi di annunciare che farà il duro con la Cina, che farà pagare ai vari governi l’appartenenza alla NATO e che distruggerà il mercato globale, ma questo tipo di populismo non si addice ai democratici, neanche dopo la “rivoluzione” di Sanders.

 

Questo stile è fondamentalmente estraneo all’identità di un partito che da trent’anni si distingue per il sostegno alla globalizzazione, al libero mercato e alle politiche di tagli alla spesa pubblica. Senza prestare attenzione alle sofferenze della loro base elettorale, i leader democratici hanno continuato a seguire la stessa rotta, ignorando le richieste di una maggiore giustizia economica. I risultati di questa svolta a destra sono evidenti. Lavoratori sottopagati e precari, anziani più poveri, immigrati terrorizzati dalla retorica xenofoba e giovani disillusi sepolti dai debiti.

 

Eppure l’ultimo anno ci ha mostrato che milioni di cittadini sono pronti a scegliere la via alternativa indicata da Bernie Sanders e dal leader del Partito laburista britannico Jeremy Corbyn. Questi due leader hanno cercato di articolare una visione più umana e socialdemocratica e il loro programma, se applicato, migliorerebbe la vita dei poveri, restituirebbe dignità ai lavoratori e garantirebbe ai giovani che i loro sforzi non saranno vani.

 

Hillary Clinton e il Partito democratico farebbero bene a prendere sul serio la richiesta popolare di un’alternativa. La maggioranza dei giovani statunitensi – tra cui anche i laureati, sommersi dai debiti e costretti ad accettare lavori mal pagati o a restare disoccupati – fa parte della classe operaia. Sono il 60 per cento, più di qualsiasi altro gruppo di statunitensi, e questo lascia pensare che le politiche di classe saranno sempre più pesanti. Anche prima della candidatura di Sanders alle primarie, il 66 per cento degli statunitensi notava conflitti “forti” o “molto forti” tra ricchi e poveri, e dati recenti mostrano che la disuguaglianza nella ricchezza tra la classe media e le élite ha raggiunto livelli senza precedenti.

 

La maggioranza degli statunitensi non è contenta della situazione in cui si trova ed è disposta a pagare più tasse o a tassare i ricchi per migliorare l’istruzione pubblica e finanziare l’assistenza sociale. In questo clima, favorito dalla crisi del 2008, saturo di rabbia verso il potere politico ed economico, l’atteggiamento clintoniano basato sulla conquista dei moderati e dei riluttanti di sinistra presuppone l’esistenza di un centro ideologico che però regge sempre meno. Magari questo stato di cose non è evidente alla vigilia del voto dell’8 novembre, ma presto lo sarà.

 

Come per la socialdemocrazia in Europa, la scelta migliore per i democratici statunitensi è spostarsi a sinistra e adottare un programma che faccia i conti con le reali necessità, paure e aspirazioni delle persone che lavorano. Prima di tutto devono sostenere un’assistenza sanitaria pubblica e un’istruzione pubblica di qualità, e devono combattere per garantire sostanziosi sussidi di maternità e paternità e asili nido accessibili a tutti, in modo da aiutare le giovani famiglie. Queste politiche non solo sarebbero un sollievo per le persone in difficoltà, ma contribuirebbero a ricompattare un elettorato diviso. Politiche a favore di tutti gli statunitensi stimolerebbero la solidarietà e l’impegno politico necessari per costruire una coalizione progressista duratura.

 

L’alternativa è più ansia, più disuguaglianza e un ulteriore deterioramento della base elettorale del Partito democratico. L’estrema destra in stile Trump è pronta ad approfittarne. Per i democratici statunitensi e per i loro colleghi europei la scelta, a questo punto, è tra il socialismo e l’irrilevanza.

 
Edited by Rotwang
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Le ha perse con carter (a vedere la,data del filmato si direbbe) ?

 

Sì perse le elezioni contro Carter

 

Però non sono sicuro che si possa mettere sullo stesso

piano la dichiarazione seria di Ford nel dibattito ufficiale

per le presidenziali, con uno dei migliaia di tweet provocatori

di Trump, in cui la spara grossa

 

Può essere - diciamo pure che è probabile - che Trump perda

le elezioni anche a causa di una strategia comunicativa sui social

particolarmente aggressiva e fatta di continue provocazioni

 

D'altronde è anche la strategia comunicativa che gli ha fatto ottenere

la nomination

 

Si tratta di intendersi : quando la gente legge uno dei tanti interventi

provocatori che si possono leggere anche su questo forum, li giudica

male o si fa una risata?

 

Io non so la risposta, lo chiedo a voi

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Dipendera' dall'intervento provocatore (non sono tutti uguali) e da chi lo ascolta, non tutti reagiscono allo stesso modo.

 

Certo pero' che quando le donne sentono che lui le prende per la figa non si faranno una gran opinione di lui in maggioranza.

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Certo pero' che quando le donne sentono che lui le prende per la figa non si faranno una gran opinione di lui in maggioranza.

 

Certo, ma nessun media ha fatto i conti di quanti maschi

americani non votino per Hillary, perchè donna e come la

misoginia di Trump possa aver influito nel rafforzare questo

convincimento

 

Può essere che il saldo per Trump sia negativo, nel complesso

e su singoli argomenti, ma dovrà essere pure positivo su qualcosa

altrimenti non si spiegherebbe come sia arrivato fin qui

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Può essere che il saldo per Trump sia negativo, nel complesso

e su singoli argomenti, ma dovrà essere pure positivo su qualcosa

altrimenti non si spiegherebbe come sia arrivato fin qui

 

Internazionale

 

Oliver Burkeman

 

Chiunque s’interessi un po’ di psicologia avrà sentito parlare dell’effetto Dunning-Kruger: la distorsione cognitiva a causa della quale una persona incompetente lo è a tal punto da non accorgersi di esserlo (un esempio classico è quello del rapinatore di una banca che si meraviglia di essere stato preso perché pensava che passarsi del succo di limone sulla faccia l’avrebbe reso invisibile alle telecamere di sicurezza). È un tipo di eccessiva fiducia in se stessi che spaventa particolarmente perché non riguarda solo le persone di talento che si sopravvalutano, ma anche persone che pur non avendo nessun talento pensano di averne a dismisura.

 

Il fenomeno probabilmente è vecchio quanto l’umanità, ma leggendo o guardando le notizie più recenti in arrivo da entrambe le sponde dell’Atlantico è difficile non pensare che stiamo superando una qualche soglia. Gli storici del futuro potrebbero riferirsi alla nostra epoca come a quella di Dunning-Kruger.

 

Il caso più ovvio, neanche a dirlo, è quello di un certo misogino protofascista che (almeno nel momento in cui scrivo) vorrebbe diventare presidente degli Stati Uniti. Il problema non è solo che non saprebbe governare, ma che non se ne rende conto. Anche i politici britannici tanto sicuri di poter gestire il risultato del referendum sulla Brexit – da Cameron a Gove e da Johnson a May – sembrano corrispondere a questa descrizione. Ma il pericolo più grosso è pensare che l’effetto Dunning-Kruger non si possa applicare a noi (in fondo, il punto della questione è proprio questo).

 

Chiusi nella bolla

Perciò tutti quelli di noi che ritenevano impossibili la Brexit o la nomination di Donald Trump dovrebbero cominciare a chiedersi: non è che per caso eravamo così male informati sul mondo al di fuori della nostra bolla da essere troppo sicuri che il nostro giudizio fosse condiviso da tutti?

 

Uno dei motivi per cui di questi tempi l’effetto Dunning-Kruger sembra onnipresente, ha commentato qualche tempo fa il suo coideatore David Dunning, è l’effetto eco dei mezzi d’informazione: le persone non sono solo disinformate, “la loro testa è continuamente riempita di dati, fatti e teorie falsi che possono portare a conclusioni sbagliate che poi sosterranno con tenace sicurezza ed estrema partigianeria”. Per quanto poi riguarda l’ottimismo dei nostri politici, viene in mente un pensiero ancora più allarmante: E se il mondo moderno fosse così complesso, così imprevedibile, che gli unici politici capaci di proiettare la necessaria sicurezza si stessero, quasi per definizione, illudendo?

 

Lo scrittore Sam Harris qualche tempo fa ha detto che preferirebbe vedere una persona scelta a caso alla presidenza degli Stati Uniti invece di Trump. È difficile dargli torto. Almeno l’americano scelto a caso sarebbe terrorizzato all’idea di essere assolutamente impreparato al compito e quindi si affiderebbe agli esperti.

 

Come ho già detto, può essere liberatorio pensare che tutti sanno di essere impreparati. Altrimenti dovremmo presumere di essere gli unici ad avere dei dubbi su noi stessi. Ma c’è una bella differenza tra chi si rende conto di non essere all’altezza di una situazione e chi non lo capisce proprio. I politici sono spesso accusati di comportarsi come bambini. Ma cerchiamo di essere più precisi. I politici della nostra epoca Dunning-Kruger si comportano come adolescenti da stereotipo (che probabilmente è ingiusto nei confronti di molti adolescenti): sono assolutamente sicuri di sapere tutto proprio perché non sanno tutto.

Edited by Rotwang
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Clinton passa avanti con 68 voti grazie alla vittoria in Illinois, Massachusetts, Rhode Island, New Jersey, Delaware, Maryland e Washington D.C.

 

Trump invece vince in Oklahoma, Mississippi e Tennessee passando così a 57 voti.


Un'occhiata alla Florida, da sempre Stato chiave:

 

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Edited by Rotwang
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Sinceramente, penso che chi dice che Trump è molto pegglio della Clinton pensa pure che Reagan sia stato un grande presidente.

 

Il problema è che si sono rivotati un altro Reagan. Comunque penso che dopo questa i repubblicani si sono assicurati vent'anni di governo tranquillo, se i democratici non sono riusciti a vincere con un pezzo da novanta come la Clinton non so quando e con chi potranno riuscire a rivincere...

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Ha vinto Trump conquistando stati tradizionalmente democratici come la Pennsylvania, il Wisconsin e il Michigan (il Wisconsin fu vinto l'ultima volta da Reagan nel 1984, gli altri due nel 1988 da Bush) facendo breccia nell'elettorato della classe media bianca.

Il GOP ha anche mantenuto il controllo di Camera e Senato.

Clinton asfaltata.

Sono curioso di vedere come lavorerà la nuova presidenza Trump.

Personalmente, come già detto qualche pagina addietro, non avrei votato nessuno dei due (mi piaceva invece Kasich), quindi, sebbene sia sorpreso della vittoria di Trump contro ogni pronostico, non mi sto certamente strappando le vesti e non considero la sua vittoria l'apocalisse come pare sia per molti. x)

Edited by Uncanny
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Sono curioso di vedere come lavorerà la nuova presidenza Trump.

 

Una fotocopia di quella di Bush Jr., credo che su questo non ci siano molti dubbi in merito. 

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Donald Trump ha vinto le elezioni americane e a partire dal prossimo gennaio sarà per quattro anni il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, che era candidato con il Partito Repubblicano, ha battuto la candidata del Partito Democratico, Hillary Clinton: non è ancora chiaro il vantaggio esatto di Trump in termini di “grandi elettori”, e Trump potrebbe anche aver preso complessivamente meno voti di Clinton su base nazionale, ma è ormai sicuro di arrivare ai 270 “grandi elettori” richiesti dalla legge elettorale americana per diventare presidente. Donald Trump, che ha 70 anni, diventerà la persona più anziana e la prima senza nessuna esperienza politica o militare a essere eletta alla presidenza degli Stati Uniti.

 

La vittoria di Trump a queste elezioni era stata considerata a lungo improbabile, se non addirittura impossibile: ma mentre quella delle primarie del Partito Repubblicano era stata prevista in parte, quella alle presidenziali è consistita nella più grande rimonta che si ricordi nella storia delle elezioni statunitensi. Il successo della candidatura di Trump era considerato improbabile sulla base di dati concreti che fin qui avevano spiegato efficacemente i meccanismi della politica americana: l’importanza dell’organizzazione sul territorio, degli spot televisivi, di andare bene ai dibattiti, di costruire delle convention ben funzionanti – e naturalmente anche l’efficacia dei sondaggi, che però nella politica americana avevano una tradizione di affidabilità. Tutte cose di cui si discuterà a lungo, compresa a questo punto l’evidente debolezza della candidatura di Hillary Clinton.

 

Un’altra ragione per cui la vittoria di Trump era considerata improbabile aveva a che fare con la vaghezza manifesta dei suoi programmi elettorali e il suo linguaggio volgare e aggressivo, nonché i moltissimi scandali in cui era stato coinvolto durante la campagna elettorale: dalle tasse federali non pagate per vent’anni al video in cui diceva di poter molestare le donne, dalle donazioni benefiche promesse e mai effettuate alle accuse di eccessiva vicinanza con Vladimir Putin, dalle molte cose razziste e sessiste che ha detto fino alle teorie del complotto sostenute sui vaccini o sul riscaldamento globale.

 

Oltre alla Casa Bianca, il Partito Repubblicano ha mantenuto la sua maggioranza alla Camera e l’ha recuperata al Senato: il presidente Trump potrà governare con un Congresso a maggioranza Repubblicano per almeno due anni, fino alle elezioni di metà mandato del 2018.

 

 

I risultati sono ancora non definitivi:

 

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Donald Trump - Partito Repubblicano: 48% - 276

 

Hillary Clinton - Partito Democratico: 47% - 218

 

Gary Johnson - Partito Libertariano: 3%

 

Jill Stein - Partito Verde: 1%

 

Altri candidati: 0,7%

 

 

Camera dei Rappresentanti: 236 Repubblicani - 191 Democratici

 

Senato: 51 Repubblicani - 47 Democratici

Edited by Rotwang
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la Clinton non ha mai scaldato il cuore di nessuno, neanche dell'elettorato liberal, e il mini-dibattito in questo thread lo ha dimostrato

senza contare che è un errore ricandidare qualcuno che ha già perso una tornata di elezioni primarie: la realtà si è premurata di dimostrare che ha perso anche le elezioni presidenziali 8 anni dopo

la Clinton è il candidato più perdente della storia degli Stati Uniti, e ha avuto tutti quelli che contano a favore

Sanders avrebbe avuto maggiori chance di vittoria contro Trump, perché recepiva in pieno gli umori della base ma li interpretava in un'ottica inclusiva, al contrario di quella di Trump, che invece ha prevalso con una campagna tutta giocata sul sogno (pur sempre appartenente alla tradizione americana) dell'isolazionismo, condito con una rivisitazione della dottrina Monroe adattata al ventunesimo secolo

Trump ora è fortissimo: ha vinto contro tutti i giornali, l'establishment e i pronunciamenti dei capi di stato di mezzo mondo, perfino la Boschi si è incautamente espressa contro di lui proprio ieri

ma Trump ha vinto anche contro i Bush sostenitori dei Clinton: i repubblicani hanno la maggioranza nelle due camere, e paradossalmente Trump deve temere soltanto la fronda del suo stesso partito, che non lo ha mai amato

 

Una fotocopia di quella di Bush Jr., credo che su questo non ci siano molti dubbi in merito.

 

non sono d'accordo: Trump è una rottura totale anche rispetto alle politiche dei precedenti presidenti repubblicani, e lo vedremo ben preso su tutti gli scacchieri mondiali, a partire dal Medio Oriente

 

l'Europa ha un'occasione unica per tentare di darsi un esercito e una politica estera, tornando a giocare un ruolo geopolitico, visto che gli Stati Uniti tireranno probabilmente i remi in barca e il Regno Unito si è già isolato per conto suo

ma c'è un grande rischio: lo scenario più probabile è la definitiva vittoria della Germania in Europa e la sua egemonia incontrastata sul continente, come se Hitler avesse vinto la guerra 70 anni dopo

Edited by conrad65
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