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I neofascisti e neonazisti italiani fanno i mercenari di Putin


Rotwang

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L'Espresso

Un plotone di fascisti e di neonazisti italiani che combattono in Ucraina, schierati in prima linea contro il governo di Kiev sostenuto dalla Nato. Ideologi “rossobruni”, stranieri e nostrani, che teorizzano e sostengono la guerra anti-europea dei miliziani filorussi. Un istruttore di arti marziali che arruola mercenari nelle nostre città, per spedirli al fronte. Ex poliziotti congedati e militari reduci da altre guerre sporche. Una misteriosa imprenditrice della sicurezza con base tra Londra e Milano. Anonimi finanziatori russi che pagano i movimenti europei di estrema destra. E due reclutatori di casa nostra con radici politiche opposte: un neofascista e un comunista. Tutti uniti nel nome di Putin.

Sembra la trama di un film, ma i personaggi sono veri: sono i protagonisti di una serie di indagini dei carabinieri dell’antiterrorismo, che puntano a smascherare le reti di reclutatori e combattenti usciti dal nostro paese per arruolarsi nelle milizie dei separatisti filorussi nel Donbass, contrastati e condannati dall’Unione europea. Sono italiani partiti per la guerra nell’Est dell’Ucraina, l’area ad altissima tensione dove pochi giorni fa si sono riaccese le ostilità, con un attentato terroristico contro Aleksandr Timofeiev, ministro delle Finanze dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, rimasto gravemente ferito nell’esplosione della sua auto.

Piccoli naziskin crescono
Queste indagini finora inedite, ricostruite dall’Espresso raccogliendo i primi atti diventati pubblici (perquisizioni, sequestri e numerosi messaggi su Internet degli stessi indagati), partono per caso, quattro anni fa, in Liguria. Dove, sui muri di chiese che accolgono immigrati e di scuole superiori, una notte compaiono scritte che inneggiano al nazismo, già viste in Lazio e in Toscana: «Anna non l’ha fatta Frank». «Priebke eroe». «Hitler per 100 anni».

I carabinieri mettono sotto inchiesta due ragazzini, che vengono perquisiti. Uno dei due minorenni nasconde in casa bombe militari, anticarro e antiaereo, più di un chilo di sostanze chimiche utilizzabili per fabbricare esplosivi e un detonatore. I due ragazzini non sono una cellula isolata: hanno militato in CasaPound, poi sono passati con gli skinhead e da lì sono approdati in Forza Nuova. L’indagine ricostruisce gli stretti legami tra i due minori, i loro capetti e un gruppone di un’ottantina di naziskin sparsi in almeno cinque città italiane. Tutti con precedenti per atti di razzismo e violenti pestaggi contro immigrati e giovani di sinistra.

La novità, mai emersa in precedenza, è la gerarchia. I naziskin vivono in città diverse ma sono collegati: fanno parte di un’organizzazione che distribuisce gradi. Acquisiti sul campo, con atti violenti: più pesti, più sali di grado. In pratica ottieni una promozione, come a scuola. Molti di loro ogni domenica vanno allo stadio, tra gli ultras. Perché la curva è un palestra di violenza, dove ci si fa le ossa. I gradi vanno conquistati e ostentati: invece delle mostrine militari, ci sono le toppe sui bomber. E vengono assegnati a livello nazionale.

Le indagini documentano incontri e accordi tra un plotone di skin liguri e una decina di rappresentanti del gruppo dei Dodici Raggi di Varese, quelli che celebrano ogni anno la festa di compleanno di Hitler, a cui presenziano 400-500 neonazisti provenienti da tutta Europa. Altra sorpresa: c’è una sezione finanziaria, chiamata “Skins 4 skins”, che raccoglie soldi per pagare le spese legali agli affiliati con grane giudiziarie. Liguri e toscani hanno rapporti di ferro anche con gli hammerskin milanesi di “Lealtà Azione”, la cui popolarità ha raggiunto ormai livelli preoccupanti tanto da avere propri uomini nelle istituzioni locali. Da questa marea nera sempre in movimento, ecco spuntare una realtà imprevista: un movimento che si fa chiamare Partito comunitarista europeo (Pce). E sostiene apertamente i combattenti filorussi nel Donbass.

L’ex poliziotto in mimetica
Un’altra pista che porta alla guerra in Ucraina nasce negli stessi mesi da una verifica di routine. Ore 22.30, aeroporto di Malpensa. La polizia di frontiera ferma per un controllo quattro cittadini italiani. Tre di loro sono quasi colleghi: c’è un carabiniere congedato, un ex poliziotto e un vigilante privato ancora in servizio. Sono scesi da un volo Mosca-Milano, ma si scopre che hanno trascorso un periodo di ben quattro mesi nel Donbass, la regione ucraina dove dal 2014 si combatte una guerra civile tra l’esercito di Kiev e i separatisti sostenuti da Putin. Interrogati separatamente, i quattro si contraddicono in più punti, ma concordano di aver compiuto quel viaggio per cercare un loro amico, forse ricoverato in un ospedale di Lugansk, altra capitale filorussa dell’Ucraina. L’amico in questione è Andrea Palmeri , un neofascista di Lucca, già capo degli ultras della sua città, con precedenti di non poco conto, che si è arruolato in una milizia filorussa. Il primo a lanciarsi mediaticamente rilasciando interviste ad alcuni giornalisti italiani.

Quando i poliziotti di Malpensa sentono il nome di Palmeri si insospettiscono. Decidono, così, di controllare le valigie. In quella del loro ex collega, trovano dei pantaloni mimetici, con un dettaglio rivelatore: all’altezza del ginocchio destro la stoffa è molto più consumata rispetto alla parte sinistra. Sembra il segno evidente di un indumento usurato nella posizione tipica del cecchino. Messo alle strette, l’ex poliziotto fa una mezza ammissione: «Può darsi che possa essere stato fotografato mentre impugnavo delle armi. Ma giuro di non averle mai utilizzate e di non aver mai partecipato a combattimenti». Pochi giorni dopo, gli inquirenti lo smentiscono. Confrontano il passaporto dell’ex poliziotto, originario della Sardegna, con una foto pubblicata da un sito dei filorussi: è proprio lui, ritratto in zona di guerra con la mimetica e un berretto militare di lana verde. Altre indagini poi documentano che i quattro finti turisti erano entrati in contatto proprio con il combattente italiano ormai dichiarato: l’ex capo dei naziskin di Lucca.

Arti marziali e agenzie private
Una pedina centrale nella rete italiana di reclutamento è un esperto di arti marziali che si presenta come un ex parà russo, anche se è di origine albanese. Ha un lavoro ufficiale come impiegato in un grande studio legale di Milano, ma gestisce anche una palestra, dove insegna le tecniche di combattimento militare russo. Giura di aver combattuto in Cecenia e si vanta di aver ucciso decine di terroristi. Di certo, almeno secondo l’accusa, la sua palestra è una copertura per arruolare in Italia giovani estremisti di destra, da inviare in una brigata filorussa apertamente neonazista, che combatte nel Donbass sotto bandiere con la svastica.

La rete di ipotetici fiancheggiatori comprende anche strane aziende di sicurezza privata. Una donna italiana, ufficialmente imprenditrice, è titolare di un’agenzia costituita a Londra ma che di fatto opera in Lombardia. La sua società «promuove il raggiungimento dei livelli più elevati di sicurezza in contesti criminale e terroristico internazionale», promettendo anche agganci «a livello istituzionale». Il suo profilo su Facebook si apre con l’immagine di un militare armato fino ai denti, in tenuta mimetica, con il volto coperto da segni neri. A seguire c’è un’infinità di “mi piace” ai messaggi di Matteo Salvini contro i migranti. All’agenzia della signora è legato un investigatore privato che ha lavorato nel mondo dello spettacolo. E che è finito sotto processo per un’accusa singolare: un sequestro di persona che avrebbe gestito presentandosi falsamente come uno 007.

Dalla Libia al Donbass
Combattere a pagamento all’estero è reato: un divieto imposto da una convenzione dell’Onu del 1989, ratificata dall’Italia nel 1995. La legge li chiama mercenari. Gli interessati negano di essere soldati privati e si presentano con un termine inglese più sfumato: contractor. Guardie, vigilantes, che fanno un lavoro legale, anche se in zone di guerra. Su questo sottile confine giuridico si muove anche l’indagine dei carabinieri, che ha identificato almeno sei italiani andati a combattere nelle milizie filorusse in Ucraina. Secondo le autorità di Kiev, però, la cifra sarebbe più alta: almeno 25. Un gruppone tricolore prezioso per i separatisti. Con mansioni non marginali. Secondo l’intelligence di Kiev, infatti, gli italiani al fronte ricoprono ruoli importanti nei battaglioni filorussi. Anche perché molti di loro hanno già un addestramento militare. Per esempio, c’è anche un ex soldato italiano arruolato con i filorussi: ha 33 anni, è originario di Nola, si chiama Antonio Cataldo. Nel suo caso, la motivazione non sembra politica ma economica. Il militare campano vanta esperienze di guerra in Libia, dice di essersi addestrato nel 2009 in Russia, poi in Kazakistan, prima di tenere corsi d’addestramento a Panama, stando al suo profilo su Facebook, finanziati da una società offshore di quel paradiso fiscale.

La procura di Napoli, da quanto risulta all’Espresso, l’aveva addirittura inquisito per terrorismo, ma poi ha archiviato l’accusa con una motivazione che esclude finalità eversive, e quindi quel reato, ma conferma un curriculum inquietante: «Cataldo già dal 2011 si era trasferito in Libia per combattere dietro pagamento di danaro insieme alla truppe fedeli al colonnello Gheddafi. Più di recente si sarebbe spostato nel sud-est dell’Ucraina per unirsi alle truppe separatiste filorusse». Per i pm napoletani, dunque, non è un terrorista, ma «sembrerebbe aver svolto attività militare da mercenario». La sua presenza in Libia era stata scoperta quando fu sequestrato da ignoti rapitori, con altri due ostaggi. Liberato e rimpatriato dopo l’intervento della diplomazia italiana, aveva spiegato di essere andato in Libia per un servizio di scorta. Ora la nuova indagine lo inserisce in un altro teatro di guerra civile. A pagamento.

Un amico di Cataldo, partito con lui per il Donbass ma tornato subito in Italia, precisa che ogni straniero arruolato dai filorussi riceverebbe uno stipendio netto di 400 euro al mese: può sembrare una piccola cifra, ma in Ucraina basta per affittare dieci appartamenti. Della stessa somma, guarda caso, parlava il camerata lucchese Palmeri, intervistato da “Le Iene”, che la presentava però come un rimborso spese. Nei circuiti nazifascisti italiani, che oggi sono il principale bacino di reclutamento per la guerra in Ucraina, si parla però di cifre più pesanti: «Cinquantamila euro» per andare in prima linea e rischiare di tornare «con una pallottola nella pancia». Tuttavia nessuno ha mai chiarito da dove arrivino i soldi per i combattenti stranieri.

Un mix ideologico “rossobruno”
L’indagine dei Carabinieri riconferma anche una mutazione ideologica che interessa pure l’Italia. Di fronte alla guerra in Ucraina, lo schema politico di partenza vedeva i camerati europei, neofascisti italiani compresi, schierarsi con il governo e con l’esercito di Kiev, sostenuto apertamente da partiti e movimenti ucraini di estrema destra, provenienti soprattutto dal sottobosco ultras delle curve. Ma oggi anche i filorussi sono «nazional-comunisti», odiano gli immigrati, danno la caccia ai gay e vietano l’aborto. Il loro ideologo di riferimento è Aleksandr Dugin, il teorico della creazione di un «blocco euroasiatico», di una grande Russia nazionalista, tradizionalista, ortodossa, anti-capitalista e anti-occidentale. Ora anche i presunti reclutatori italiani dei combattenti filorussi si professano allievi di questo pensatore “rosso-bruno”, che ha riconosciuto apertamente la sua influenza sul presidente Vladimir Putin. In alcune università italiane, da mesi, i suoi allievi predicano che «destra e sinistra sono etichette superate, roba del secolo scorso». E in questo nuovo scenario maturano alleanze fino a ieri impensabili tra opposti estremismi. Come un patto segreto, nel nome di Dugin, tra due italiani accusati di reclutare insieme mercenari filorussi, nonostante le opposte radici politiche: un tradizionalista cattolico entrato in Forza Nuova, che tiene i contatti con gli skinhead, e il capo di un movimento studentesco di estrema sinistra, che si preoccupa di nascondere ai compagni il suo lavoro con i neonazisti.

La nuova ideologia divide dall’interno anche l’estrema destra. I vertici di Casapound, ad esempio, si sono schierati con il governo di Kiev. Ma in visita nel Donbass spuntano anche esponenti romani del movimento, come Alberto Palladino, detto Zippo. Militante che nel 2008 balzò agli onori delle cronache per aver partecipato all’aggressione degli studenti di sinistra a piazza Navona. E ora si occupa di esteri nella redazione del “Primato nazionale”, giornale online di riferimento del movimento di estrema destra.

Quel vertice a San Pietroburgo
A livelli più alti, l’indagine sui reclutatori italiani permette di documentare una serie di contatti internazionali tra il regime di Putin, i neonazisti europei e i neofascisti italiani. Nel marzo 2015, ad esempio, dieci movimenti europei di estrema destra vengono invitati a San Pietroburgo al “Forum internazionale conservatore russo”, patrocinato dal Cremlino.
Il vertice è organizzato dal fondatore del partito Rodina, che riunisce l’ala nera dei sostenitori di Putin. Tra gli ospiti ci sono tutti i capi dei movimenti neonazisti inglesi, tedeschi, svedesi, bulgari, accanto ai comandanti militari di due brigate rossobrune, quelle con la svastica, dei filorussi che stanno facendo la guerra in Ucraina. Come per esempio il leader del famigerato battaglione Rusich, un giovanissimo comandante ritratto sul web come uno spietato guerrigliero.

Per l’Italia sono presenti Roberto Fiore, leader di Forza Nuova; Luca Bertoni, un fedelissimo di Salvini che rappresenta l’associazione leghista Lombardia-Russia; e Irina Osipova, un’italo-russa già candidata alle comunali a Roma con Fratelli d’Italia. Ai tavoli ufficiali si discute di un memorandum per la formazione di un coordinamento delle «forze conservatrici». Ma a ricevere gli ospiti è l’ex governatore del Donbass, che fu il primo ad annunciare la creazione di brigate internazionali di combattenti filorussi, che comprende «anche italiani». Al ritorno a Roma, poi, alcuni indagati raccontano su Internet di aver incontrato «un oligarca amico di Putin», che «paga i movimenti nazionalisti e antiglobalisti» in tutta Europa. Un sospetto sollevato anche dalla nostra intelligence.

A svelare il ruolo dei combattenti italiani nel Donbass, stando agli atti giudiziari, ora c’è una prima fonte interna. Un soggetto che conosce da anni il soldato campano Cataldo. E nel 2015 segue il suo consiglio: parte per Rostov e poi sconfina nel territorio ucraino controllato dai miliziani filorussi. All’arrivo era convinto di trovare lavoro nella sicurezza privata, poi scopre che deve combattere. Acquista una tuta mimetica, giubbotto militare, guanti, scarponi, ma non vuole andare in guerra: decide di passare qualche settimana al fronte per poi vendere le informazioni a personale della Nato, in guerra contro i filorussi. Tornato in Italia, inizia a rivelare i segreti della nuova guerra tra blocchi dell’est e dell’ovest.

Spie, infiltrati, doppiogiochisti. E militari, il lato più oscuro di questo intrigo. Nella brigata neonazista dei filorussi risulta inquadrato un certo Vladimir Verbitchii, nato in Moldavia, ma residente a Parma. Lui stesso racconta a un camerata italiano, che lo ha intervistato in Ucraina, un retroscena inquietante. Prima di partire per il Donbass, dove ha scelto come nome di battaglia “Parma”, spiega infatti di essersi addestrato come paracadutista già in Emilia, con l’aiuto di alcuni militari italiani. Chi sono questi uomini in divisa disponibili a trasformare un ragazzo in macchina da guerra? Fedeli servitori della Repubblica? Vladimir è appassionato anche di politica. Considera il Pd servo degli Stati Uniti. E adora solo un leader, non comunista, né fascista: Matteo Salvini.

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