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Rotwang

Si uccide anche nel nome di Buddha

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Rotwang

The Vision

In Occidente si guarda da tempo al buddismo come alla chiave di volta per essere i partecipanti ideali a una società che tende sempre più spesso a portare a nevrosi e isterismi generici. L’antidoto definitivo a una realtà in cui l’individualismo e la frenetica ricerca del successo e della soddisfazione personale regnano sovrani. Con il passare degli anni, gli scaffali delle librerie dedicati alla “filosofia orientale” sono diventati sempre più affollati di volumi e sempre più perlustrati da un pubblico ormai disilluso dall’utilità delle religioni abramitiche come palliativo alla vita. In un’epoca in cui bisogna non solo essere perfetti a livello fisico e operativo, ma possibilmente anche serafici, forse la soluzione definitiva va cercata un po’ più a Oriente.
Questa idea di perfetta complementarietà allo stile di vita occidentale non è immotivata, del resto. Chi aderisce ai dettami di Buddha trova in essi una motivazione a rallentare il proprio ritmo, ascoltarsi di più e mitigare il proprio individualismo, questo grazie a una visione del mondo più olistica, in cui l’ego trova scarso spazio.

Fin dalla sua diffusione nell’Occidente moderno, il buddismo ha goduto di un posto speciale nella gerarchia delle religioni, proprio per questo suo intrinseco richiamo alla non-violenza. Il suo primo precetto, del resto, è “non uccidere”. Questo in realtà viene intimato nel caso di tutte tre le religioni monoteiste, salvo poi essere contraddetto con grande disinvoltura nelle pagine successive dei rispettivi testi sacri (e l’Antico Testamento in questo è arrivato molto prima del Corano). Così come la stessa logica del karma può essere accostata, con le dovute differenze, a quella del peccato cristiano. Sempre tenendo a mente che il buddismo non rimanda il riscontro delle proprie azioni a un non ben precisato Aldilà, ma nel qui e nell’ora. Altra differenza notevole: per chi segue la via del Buddha non ci sono distinzioni tra fedeli e infedeli, tra puri e impuri. E in questo si distacca in modo positivo e netto da altre credenze più “esclusive”.
Ma tutto questo è valido a livello teorico. Perché poi, nella pratica, anche la filosofia buddista è stata travisata e adottata come vessillo di lotte politiche totalmente incompatibili con il suo messaggio originale.

L’esempio più attuale lo troviamo in Myanmar, nello Stato di Rakhine, dove i Rohingya – minoranza musulmana apolide – sono di nuovo vittima di violenze e scontri con l’esercito birmano. Più di 430mila persone sono scappate a seguito di questa ennesima offensiva – descritta dall’ONU come “un esempio da manuale di pulizia etnica” – per rifugiarsi in Bangladesh e affollarne i campi rifugiati. La popolazione birmana, a maggioranza buddista, da tempo considera l’Islam una minaccia. Ciò ha fatto da terreno fertile per la maturazione e la radicalizzazione di istanze politiche come il movimento 969, tra i cui membri troviamo il monaco U Wirathu, definito da Time nel 2013 “il volto del terrorismo buddista” e autoproclamatosi “il Bin Laden buddista”. U Wirathu diffonde da tempo video di sermoni e pamphlet in cui mette in guardia la popolazione birmana dall’”islamificazione dell’Asia”. Lui e altri monaci sono arrivati a consigliare ai frequentatori dei propri templi di evitare di sposare o fare affari con i musulmani. Un Rohingya del villaggio di Ah Nauk Pyin ha raccontato a Reuters di come dei buddisti avrebbero urlato a lui e ad altri abitanti del villaggio della stessa di etnia “andatevene o vi uccidiamo tutti”. Da molto tempo i musulmani di Rakhine sarebbero oggetto di discriminazioni da parte della maggioranza buddista, che li considera immigrati illegali, non concedendogli né la cittadinanza né i pieni diritti che ne conseguono. Aung San Suu Kyi, Primo Ministro, premio Nobel per la pace e a sua volta buddista, ha deciso di visitare lo Stato solo lo scorso 2 novembre, nonostante non fossero mancate le sollecitazioni ad agire da parte di svariati rappresentanti di Stato.

C’è poi il caso dello Sri Lanka, scenario dal 1983 al 2009 di una sanguinosa guerra civile in cui si sono scontrati da una parte le Tigri Tamil, che volevano uno Stato indipendente, dall’altra il governo cingalese, che per impedirgli di ottenerlo, tra le altre cose, ha strumentalizzato proprio il messaggio del buddismo. La popolazione locale è composta per il 70% da buddisti, il restante 30 da Tamil e musulmani. Anche in questo caso, la netta preponderanza demografica dei primi non ha impedito loro di sviluppare organizzazioni politiche estremiste, come nel caso dei BBS, acronimo cingalese di “Forza di potere buddista”. Questo movimento e altre compagini affini hanno incitato le folle a distruggere moschee e a incendiare case e negozi appartenenti a musulmani. Nel giugno 2014, un discorso incendiario pronunciato dal leader dei BBS, Galagodaththe Gnanasara, ha portato alla morte di quattro persone e al ferimento di oltre 80, dopo scontri violenti nel sud del Paese. Gli episodi di ostilità più recenti hanno visto come evento scatenante un incidente stradale tra una donna musulmana e un uomo buddista nella provincia meridionale di Galle. In quell’occasione sono stati distrutti dieci veicoli (perlopiù di musulmani) e 62 edifici. Diciannove persone sono state arrestate ed è stato imposto un coprifuoco dalle 6 di mattina alle 6 di sera. Tra i leader della “Forza di potere buddista” ci sono numerosi monaci, tra cui lo stesso Gnanasara, ma il tipo di buddismo praticato in Sri Lanka – Theravada – non ammetterebbe alcun tipo di violenza. Quantomeno non nei propri testi canonici.

Episodi molto simili avvengono regolarmente anche in Thailandia, che ha una composizione demografica molto simile a Sri Lanka e Myanmar: stando ai dati rilevati dal Pew Research Centre, i buddisti ammonterebbero al 93.2% della popolazione, con un restante 5.6% di musulmani, concentrato soprattutto nelle province meridionali. Anche lì numerosi monaci si sono resi protagonisti di violenze finalizzate – secondo loro – a difendere la propria religione e cultura da una presunta minaccia musulmana.

Molti studiosi della religione buddista hanno fatto notare come questo credo, in sé e per sé, non sarebbe compatibile con alcun tipo di violenza. Le varie istanze di nazionalismo portate avanti in nome di Buddha sarebbero un totale travisamento del dharma – i suoi insegnamenti – e dei suoi precetti. Cosa che non dovrebbe sbalordire, se si pensa a quanto è avvenuto nel caso di altre religioni, ma lascia comunque sorpresi se si considera che la religione in questione è vista come una delle più pure e pacifiche che ancora sopravvivono. Una cosa, però, è sicura: nessuna guerra è compatibile con il buddismo, e lo stesso concetto di “guerra buddista” promosso dai vari gruppi nazionalisti del Sud-est asiatico è una contraddizione in termini.
Nella filosofia buddista, la prima delle Quattro Nobili Verità – ovvero il primo apparato dottrinale di questa religione – riconosce la sofferenza come elemento imprescindibile dell’esistenza. La seconda lega questa sofferenza all’attaccamento a desideri, persone o luoghi. E forse è proprio per un’ostinata devozione alla propria identità culturale e alla propria religione – una sorta di ego collettivo – che si possono spiegare tutti questi casi di violenza avvenuti nel nome di Buddha, ma che col buddismo non hanno nulla a che vedere.

Tenendo a mente le fondamenta concettuali che reggono il dharma di Buddha, diventa molto difficile giustificare ideologie come quella del nazionalismo buddista, specialmente quando questo comporta la sofferenza di individui che rimangono esclusi da un concetto arbitrario e del tutto artificioso di “nazione”. Ci si chiede spesso se esista una “religione di pace”, e se sì, quale sia. Ma ci dimentichiamo che la fede, sia essa cristiana, ebraica o buddista, rimane un precipitato culturale dell’uomo. E che, in ultima battuta, dipende da quest’ultimo il modo in cui i dogmi dell’una o dell’altra si applicheranno alla realtà. Diventa così piuttosto naïf pensare di poter determinare la natura di una religione senza aver valutato prima il tipo di uomo che la praticherà. Esisterà mai una religione di pace? Probabilmente no, finché saranno più vantaggiosi conflitto e autoesclusione.

Vi piace il buddhismo?

Edited by Rotwang

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Fabius81

Trovami una religione che non viene utilizzata come scusa per la violenza... forse l'induismo ma non ci metto la mano sul fuoco...

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MarcoRainbow83

Purtroppo anche l'Induismo non è esente da violenze in specie il sistema delle caste diventa fonte di ingiustizie, sorattutto verso i Paria o intoccabili, cioè i fuori casta. Imho non è solo la religione affetta da queste deviazioni violente visto che anche l'ideologia di Marx che contempla l'ateismo e non è per nulla paragonabile ad esempio all'ideologia intrinsecamente violenta e intollerante del nazifascismo, è stata traviata fin dalla nascita dell'Unione Sovietica: penso che questa tendenza alla violenza e all'ipocrisia del "predicar bene e razzolar male" sia indipendente dalla stragrande maggioranza delle ideologie, poiché è parte della natura umana  e dei sistemi di potere.

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coccinella84

Io penso che ogni cosa portata all'eccesso diventi dannosa. L'acqua di suo fa bene ma se ne bevi molta puoi morirne, lo sport è sano ma se esageri danneggi il tuo corpo e ottieni l'effetto opposto.

Per le religioni secondo me accade qualcosa di simile, nel senso che in mezzo a tutte le persone che credono in qualcosa c'è sempre quello che esagera, estremizza tutto e cerca di imporre la sua prospettiva con la forza, da lì la violenza, Nessuna religione o idiologia è esente da questo effetto collaterale.

Una piega violenta può capitare anche quando ci sono dissensi su altri temi ma con la religione è più frequente perché chi crede pretende di avere la risposta giusta per ogni problema e difficoltà. Una risposta universale però non esiste e quello che è il rimedio a tutti i mali per uno può diventare una tragedia per un altro.

Nel telefilm sense8 si racconta una storia (capitata realmente ad una delle due registe): un ragazzino viene forzato dal padre a fare nuoto, per il padre quella è stata un'esperienza basilare e formativa ma per il bambino che si sente a disagio col suo corpo (percepisce il suo corpo da ragazzo estraneo al suo sentirsi donna) spogliarsi davanti agli altri è un incubo. Subisce bullismo e un giorno viene ustionato con l'acqua bollente. Quello che per il padre è stata un'esperienza magica e istruttiva per il figlio è diventata una punizione. Ancora una volta ciò che per uno è la chiave per un altro è inutile. Ognuno è diverso.

Detto questo.

Il cristianesimo definisce in modo rigido cosa è giusto e cosa non lo è (10 comandamenti) in questo modo è molto facile sentirsi buoni perché si seguono le regole e giudicare cattivi tutti gli altri sentendosi superiori a loro. La maggior parte dei volontari cattolici che ho conosciuto aveva questo disprezzo per gli altri, unito a un senso di superiorità che li faceva sentire come se, dare aiuto, significasse abbassarsi verso l'altro. 

I cristiani giudicano chiunque: il bambino di 8 anni che sniffa colla in sud america, il piccolo di sei anni che si prostituisce, il drogato, il senzatetto, gli omosessuali, giudicano chiunque non  rientri nei loro parametri. Ma questo non è qualcosa di innato, è la religione stessa che gli insegna a farlo dividendo il mondo in buoni e cattivi e in bianco e nero.

Le religioni orientali d'altra parte tendono a spingerti a lavorare su te stesso. Dall'esterno la meditazione può sembrare un cosa tranquilla ma nella pratica è come una pinza che scoperchia un filo elettrico e ti mette di fronte a chi sei davvero sotto le maschere e le croste sotto cui ti nascondi. Ci vuole coraggio. Non è da tutti.

In generale però il lavoro di autoconsapevolezza, autoascolto e ricerca dell'equilibrio delle religioni orientali aiutano le persone a porsi con più tranquillità e calma agli imprevisti e alle altre persone. Sono persone più equilibrate e stabili. Ma naturalmente l'orgoglio, la presunzione e l'assolutismo possono coinvolgere chiunque e neanche il buddista ne è escluso. Può succedere, come con tutte le religioni.

Personalmente  sono contraria ai sistemi di fede prestabiliti; ascolto e seguo ciò di cui sento di avere bisogno in un dato momento  prendendo e seguendo un insegnamento di uno e una pratica di un altro. Sentendomi libera di esplorare e abbondare ciò che non mi convince e senza lasciarmi imbrigliare in un sistema perstabilito che può non adattarsi a me. Penso che solo io posso trovare le risposte giuste per me stessa.

Credo che valga per ognuno. Qualcuno le trove nella religione e per lui vanno bene, altri no ma alla fine siamo tutti in cammino. Credo.

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MarcoRainbow83

Sono sostanzialmente d'accordo con te Coccinella mentre riguardo il Cristianesimo tuttavia ti do ragione per quanto riguarda la spocchia di tanti cristiani e questo vale soprattutto nel cattolicesimo nei confronti di chi non lo è e di quanti lo sono ma sono "dissidenti"; eppure il Vangelo non è per nulla a favore di una visione manichea e intollerante del mondo e quindi della propria fede. Putroppo il lato oscuro del Cristianesimo ha iniziato a prendere piede dacchè l'imperatore Teodosio l'ha reso religione di stato e poi dal momento in cui il ruolo di interprete della intera Bibbia è stato assunto soltanto dal Magistero: da questi 2 momenti è sempre stato peggio poiché l'istituzione ecclesiastica, e le stesse gerarchie cattoliche ancora oggi nonostante le riforme del Concilio Vaticano II perpetuano questa prassi antievangelica, non ha fatto altro che difendere il proprio ruolo di unico garante della dottrina, divenuta assolutamente insostenibile e fonte di ingiustizie soprattutto riguardo la sessualità. 
E in fondo in fondo tutte le ritrosie ad una riforma totale del Cristianesimo affinché ritorni al Vangelo, cosiccome le atrocità compiute nei secoli sono sostanzialmente causate dalla difesa del potere e della ricchezza da parte delle gerarchie ecclesiastiche, e nel Vangelo proprio il potere e la ricchezza sono condannate.
Sul fatto che siamo tutti in cammino è verissimo e la libertà di ricerca è sacrosanta perché ogni persona è diversa dalle altre e un unico sistema di idee per tutti non esiste.

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Almadel

Il problema non è l'estremismo, ma la mancanza di laicità.

Quando uno Stato prende chiaramente le parti di una religione

allora gli estremisti - e il conformismo dei moderati - possono colpire indisturbati.

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schopy
On 6/12/2017 at 1:04 PM, Rotwang said:

Vi piace il buddhismo?

Ne condivido alcune istanze; nell'articolo che posti comunque si fa un po' di confusione...

il concetto di karma poi appartiene alle tradizioni vediche, ed è comune a molte forme di spiritualità orientali.

Il Dalai Lama è intervenuto per richiamare Aung San Suu Kyi perché si adoperi per la pace.

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coccinella84

Marco, considera che è nel Vangelo che si parla di "lacrime e stridore di denti", gli ebrei non hanno l'inferno, quest ultimo è stato "inventato" con la  venuta di Cristo, è dal vangelo in poi che iniziano le storielle sulle punizioni eterne, sul dio sadico che ti ama ma ti fa bruciare vivo e tutto il castello di paure e sensi di colpa che tengono vive le religioni cristiane.

Detto questo.. Il Vangelo predica l'amore, dopo che lo leggono alcuni decidono di fare volontariato, non lo fanno perchè sono sensibili o empatici verso l'altro ma solo perché dio glielo comanda; il volontariato però non è per tutti: hai a che fare con persone ferite, puzzolenti, a volte sgarbate e devi essere molto  positivo, paziente e non giudicante per comportarti bene con gli assistiti. Molti non sono adatti  a questa attività, non è nella loro natura ma lo fanno lo stesso convinti che dio lo voglia. Ci si trova così con gente davvero meschina, che tratta gli altri male e senza rispetto e  che avrebbe dovuto fare altro.

Il problema è ancora una volta la pretesa  della religione di fornire risposte universali per tutti, ognuno di noi ha un suo carattere e una sua forma, cose in cui è bravo e cose in cui non lo è. Non esiste un percorso valido per tutti. purtroppo le religioni non lo  capiscono. ne fanno le spese le persone in difficoltà.

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Silverselfer

Si mettono sul tavolo di questo thread delle questioni molto complesse e soprattutto sono l'effetto di questioni storiche ognuna differente dall'altra. Io premetto che non ho i mezzi culturali per esporle e sintetizzarle in poche righe. 

Il punto che mi sembra si voglia cogliere nel fondamentalismo buddista però va un po' corretto per onestà intellettuale. Buddha come Gesù Cristo con l'ebraismo, ha riformato l'induismo e fin quando ha camminato su questa terra, parimenti al Messia dei Cristiani, non ha fondato alcuna chiesa, nessun credo o istituzione sacerdotale atta a perpetuare il culto delle loro gesta. Il buddismo, esattamente come successe al Cristianesimo che si discostò dai precetti del culto ebraico, anch'esso  incontrò altre filosofie da cui nacquero varie correnti di pensiero. Tuttavia, la radice comune rimane quella induista che, ricordiamolo, è una religione che nel corso della sua lunghissima storia, si e articolata nel culto di tanti dei ... i quali non sempre vivono in armonia tra loro. 

Il monachesimo buddista non è assimilabile a una religione unica come potrebbe essere inteso quello cristiano che seppure ispirandosi a delle regole particolari, si riconduce nei canoni generali di una sola chiesa (Del resto li mettevano su una pira ardente quando non li riconoscevano). Quindi bisogna sempre far riferimento a un'interpretazione, una regola che si dice più giusta delle altre. In Birmania c'è una dittatura comunista laica che cambiò il nome allo Stato proprio per distinguersi dalle tradizioni buddiste che la caratterizzavano. La casta monacale fu perseguitata e ci ricordiamo tutti i bonzi che si davano fuoco per protesta. Ora io non so bene come si è evoluta la situazione in Myanmar, ma non mi sorprenderei  nello scoprire che il regime ha favorito l'ascesa nella casta monacale di personaggi graditi ad una certa nomenclatura ... del resto capita lo stesso nel cristianesimo ortodosso e anche gli anglicani hanno istituzionalizzato questa pratica.

Per il resto, la religione serve sempre a darsi una distinzione identitaria come sta accadendo anche qui da noi. Cos'altro sarebbe la questione del sovranismo che si accampa per far prevalere le priorità di un popolo su un altro o quando si vuole impedire proprio agli islamici d'invadere l'Italia cattolica ed apostolica? La differenza sta solo nel fatto che in Italia non esiste una minoranza etnica che cresce minacciosamente accampando gli stessi diritti della maggioranza italocristiana ... ma possiamo farci un'idea di come sarebbe pensando alla questione degli zingari che somigliano molto a degli intoccabili fuori casta e che chiamiamo ancora nomadi di origine indiana, anche se vivono qui  in Europa e in Italia ormai da un millennio o forse più. 

E' facile farsi intenerire il cuore o declamare principi di civiltà quando si guardano le  questioni da lontano eppure sta succedendo in questi giorni anche negli Stati Uniti di Trump, in cui si dà la caccia a dei clandestini di seconda e persino di terza generazione per sbatterli fuori con un marchio d'infamia. Lo stesso riconoscimento di Gerusalemme capitale d'Israele è una promessa elettorale fatta agli evangelici millenaristi, quelli che vedono l'apocalisse all'alba di ogni  nuovo giorno ed auspicano un ritorno in Terra Santa liberata dagli infedeli ... e il pragmatismo israelita dovrebbe tener conto che quelle sante persone considerano gli ebrei dei deicidi infedeli pari e forse anche peggio degli islamici. 

Ecco, quello dell'evangelismo millenarista statunitense somiglia alla situazione del monachesimo buddista. Sono delle vere e proprie sette che si riuniscono attorno a un predicatore che invoca Gesù Cristo allo stesso modo di come ci salverà dall'apocalisse, anche per questioni banali come un mal di denti o un fido bancario andato male. Son quelli che vedono messia ovunque e Trump sarebbe uno di questi ... o invocano la collera di Dio per ogni disgrazia, tipo quella che i soldati americani morti al fronte sarebbero un effetto della legalizzazione dei matrimoni gay. Sono le stesse sette che vanno a salvare dalle fiamme degli inferi i poveri africani, portando loro la parola d'amore di Gesù come in Uganda, dove invocano la pena di morte per lesbiche e gay per purificare la nazione dalla perdizione del peccato contro natura. Questi dettagli ci appaiano meno violenti perché usano termini e riferimenti morali in cui siamo cresciuti e non ci fanno saltare sulla sedia quando sentiamo Salvini nei comizi contro lo Ius Oli, declamarli  come simboli culturali insieme ai complimenti a Trump che secondo lui mantiene solo delle promesse elettorali. 

E' da troppo tempo che il mondo sta sterzando verso una radicalizzazione segregazionista, tanto che oggi si chiama questione identitaria da contrapporre al multiculturalismo, secondo cui è fallito per ragioni storiche, come se a determinarle non sia stata proprio l'intolleranza tra quelle stesse identità culturali che, invece, potrebbero coesistere se mantenute distinte ... dimenticando di spiegare che questa distinzione andrebbe mantenuta per legge come per esempio impedire stili di vita difformi dalle proprie radici culturali, quindi nel nostro caso con famiglie  benedette da Santa Romana Chiesa e di riflesso impedendo i matrimoni tra etnie culturali diverse ... basti guardare proprio Israele che ha scelto questa via e le coppie miste devono andare a sposarsi a Cipro, ma i cui figli sono una questione civile aperta. 

Insomma ... è facile dire i buddisti sono cattivi ...  in quel luogo si sta solo verificando un effetto limite di una politica mondiale che va nella stessa direzione. 

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Bloodstar
10 hours ago, coccinella84 said:

gli ebrei non hanno l'inferno

non mi lancerei in arditissime dissertazioni sull'apocalittica ebraica e sull'evoluzione del concetto di Geenna.

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Hinzelmann
8 hours ago, Silverselfer said:

In Birmania c'è una dittatura comunista laica che cambiò il nome allo Stato proprio per distinguersi dalle tradizioni buddiste che la caratterizzavano.

In primo luogo le tensioni etniche risalgono ai tempi del colonialismo, quando non esistendo frontiere fra Bengala e Birmania, la necessità di mandodopera nella risicoltura portò ad una emigrazione ( all'epoca interna ) di popolazioni indiane nel paese. La separazione della Birmania dall'India avvenne solo nel 1937

Aung San, padre di Suu Kyi fondò il Partito comunista della Birmania, ma è altresì vero che fini per collaborare con gli occupanti giapponesi, che lo avevano posto a capo di una armata birmana in funzione anticolonialista, quando la guerra volse al peggio per i Giapponesi il 27 Marzo 1945 egli dichiarò una sollevazione nazionale contro l'occupazione straniera ( a volte il confine tra "eroe" e "collaborazionista" è sottile quanto gli equilibrismi della realpolitik e rispetto al capo dell'ala politica del governo birmano, come militare lui era meno compromesso )

Dopo una serie di vicissitudini che riassumerei come lotta per il potere si instaurò nel 1962 la dittatura del partito del programma socialista della birmania che in realtà era un partito marxista e buddista, che fondava sull'elemento buddista il non allineamento della Birmania rispetto a Cina ed URSS

Poi dal 1989 di fatto si passò da una formale abrogazione del monopartitismo ( crisi della dittatura socialista-birmana ) ad una dittatura militare e cominciarono subito le lotte contro le minoranze etniche, è presumibile immaginare che questi conflitti fossero funzionali a mantenere la presa militare del paese, proprio in ragione della caduta ideologica del riferimento marxista, che portò a far leva sull'elemento nazional-buddista del binomio precedente

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