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Maschilista e femminista non sono parole equivalenti


SerialHenry

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dal ilpost.it

 

Alcuni recenti articoli del Post che riguardavano il femminismo hanno ricevuto da diversi lettori commenti e reazioni che mostravano un’errata comprensione dei termini “femminista” e “maschilista”, ponendoli sullo stesso piano e dando loro significati speculari e analoghi, alternativi: come faremmo con “europeo” e “americano”, o “conservatore” e “progressista”, e come se il maschilismo chiedesse per gli uomini ciò che il femminismo chiede per le donne. È forse opportuno quindi spiegare meglio che – linguisticamente e storicamente – non è così.

 

Che cos’è il maschilismo
Il vocabolario Treccani definisce così il “maschilismo”: «Termine, coniato sul modello di femminismo, usato per indicare polemicamente l’adesione a quei comportamenti e atteggiamenti (personali, sociali, culturali) con cui i maschi in genere, o alcuni di essi, esprimerebbero la convinzione di una propria superiorità nei confronti delle donne sul piano intellettuale, psicologico, biologico, ecc. e intenderebbero così giustificare la posizione di privilegio da loro occupata nella società e nella storia». Il dizionario Garzanti: «Atteggiamento psicologico e culturale fondato sulla presunta superiorità dell’uomo sulla donna; comportamento sociale determinato da questo atteggiamento».

 

Il maschilismo è dunque un atteggiamento che si manifesta in contesti sociali e privati e che si traduce in pratiche quotidiane che possono essere violente, repressive, offensive o anche semplicemente paternalistiche, basate sulla convinzione che gli uomini siano superiori alle donne: partendo da una innata differenza biologica, la minore forza fisica femminile, e dalle sue conseguenze storiche, il maschilismo stabilisce una gerarchia tra uomini e donne, in cui le donne sono considerate “naturalmente” inferiori anche sul piano intellettuale, sociale e politico. Il maschilismo è dunque una forma di sessismo, cioè una discriminazione nei confronti delle persone basata sul genere sessuale. Come ogni discriminazione, trasforma le differenze in pretese di superiorità, confondendo le due cose.

 

Che cosa non è il femminismo
Per quanto riguarda il femminismo e la sua distinzione dal maschilismo è più immediato dire che cosa non sia: non è, innanzitutto, un atteggiamento psicologico basato su alcune convinzioni. Non è cioè un comportamento basato sul pensiero di una presunta superiorità della donna sull’uomo, né su un’idea di ruoli basata sul sesso, quanto invece su un’analisi storica. Il femminismo è un movimento che ha una nascita (la cui data è oggetto di discussione), più di due secoli di storia e dei soggetti che lo hanno inaugurato e portato avanti. Essendo un movimento storico non ha sinonimi, come non hanno sinonimi l’Illuminismo o il nazionalsocialismo: “egualitarismo”, “umanismo” o “diritti umani” sono concezioni politico-sociali che in qualche caso hanno o hanno avuto con il movimento femminista delle convergenze di contenuti o di finalità, ma che non sono né sostituibili né sovrapponibili a quello specifico processo storico. I contenuti del femminismo sono molto vari e complessi, ma l’obiettivo del femminismo nelle sue varie declinazioni teoriche e pratiche non è quello di affermare una “supremazia delle donne”.

 

La parola
Non ci sono notizie certe sulla nascita della parola e anzi, quando il femminismo era già praticato la parola non esisteva: si è detto che l’inventore del termine “femminismo” sia stato all’inizio dell’Ottocento il filosofo socialista Charles Fourier, favorevole all’uguaglianza tra uomini e donne, ma sembra che non sia vero. Il termine era secondo alcuni già utilizzato in medicina e indicava un disturbo dello sviluppo negli uomini che aveva a che fare con la loro “virilità” e li faceva sembrare femminili (“femminismo” era dunque inteso come “effeminatezza”).

 

La parola si ritrova poi in quello stesso periodo nel libro L’Homme-femme del 1872 dello scrittore francese Alexandre Dumas (figlio) in cui dice: «Le femministe, chiedo perdono per il neologismo, dicono: tutto il male viene dal fatto che non si voglia riconoscere che la donna sia uguale all’uomo, che devono avere la stessa istruzione e gli stessi diritti degli uomini». Pur descrivendo le loro ragioni, Dumas usò comunque la parola per sminuire le donne che lottavano per i loro diritti e per essere pari agli uomini. Sembra, infine, che sia stata la suffragetta francese Hubertine Auclert, nel 1882, ad appropriarsi della parola “femminismo” nella sua accezione moderna, rivendicata.

 

Che cos’è il femminismo
Va detto, semplificando, che a differenza di altri movimenti storici il femminismo è assolutamente originale, per forma, contenuti e modalità, e che (almeno in parte) proprio da questa sua originalità possono nascere le difficoltà di inquadrarlo o i molti equivoci che lo circondano.

 

Il femminismo non è monolitico, non ha un gesto eclatante che lo abbia inaugurato (paragonabile ad esempio alla presa della Bastiglia), non ha una precisa data di inizio né una data finale. Spesso si scrive che è un movimento carsico, che appare, scompare e poi appare di nuovo e all’improvviso. In realtà secondo alcune pensatrici è più corretto dire che il femminismo è un processo che in alcuni momenti storici si decompone: le protagoniste della sua storia non sono un soggetto politico permanente inserite in un contesto sempre uguale e la peculiarità di quello stesso soggetto viene prima delle altre, è cioè una differenza sessuale, originaria. Nel femminismo ci sono stati momenti di lotta organizzata, identificabili e molto riconoscibili, ma altri no, e senza che questo significasse mai la dispersione dell’eredità politica e teorica precedente.

 

La terza specificità del femminismo rispetto ad altri movimenti storici è che nel corso del tempo e dei luoghi geografici in cui si è sviluppato ha avuto modi, pratiche, parole e itinerari sempre differenti tra loro, persino conflittuali, molto articolati e complessi tanto che si preferisce parlare di femminismi al plurale, per darne conto in modo più corretto. Infine, nei movimenti femministi teoria e pratica sono sempre andate insieme alimentandosi a vicenda: accostandosi, traendo forza e occasioni anche da saperi diversi e da altri movimenti storici, ma senza mai confondersi con questi. Si potrebbe dire che il femminismo è un movimento che si è sovrapposto alla storia politica dell’Occidente stesso e a tutte le discipline.

 

Quello che si può affermare con certezza è che il femminismo è nato da una semplice e concreta constatazione: che appartenere al sesso femminile, nascere donne invece che uomini, significa trovarsi al mondo in una posizione di svantaggio, di difficoltà (nei migliori dei casi) e di inferiorità. I femminismi si sono infatti prodotti nel corso della storia a partire dai processi di esclusione a cui le donne sono state sottoposte. Come a dire che uno è il punto di partenza, le donne, che a un certo punto prendono parola e mettono in discussione, per modificarla, una certa relazione di potere.
Semplificando, è perché è sempre esistito il maschilismo, che è cresciuto il femminismo.

 

La differenza col maschilismo è dunque il suo nascere da una condizione storica di non libertà e di non parità, non dall’auto-attribuzione di una presunta superiorità basata sul genere. Qualche giorno fa sul New York Times, la modella e attrice ceca Paulina Porizkova ha scritto una lettera in cui dice di essere femminista e spiega quando e perché lo è diventata. Racconta che inizialmente pensava che la parola “femminista” fosse superflua: «Lo pensavo perché in quel momento ero una donna svedese». Arrivata in Svezia dalla Cecoslovacchia quando aveva nove anni si accorse da subito che in Svezia il suo «potere era uguale a quello di un maschio», che i compiti domestici erano divisi equamente, che le relazioni sessuali tra uomini e donne erano equilibrate, che la libertà sessuale di una donna non era considerata disdicevole o motivo di giudizio da parte degli altri, che a scuola durante l’ora di educazione sessuale le avevano spiegato la masturbazione e le avevano insegnato che la maternità è una scelta che le donne potevano fare o non fare. In questo contesto la parola “femminista” le sembrava antiquata, le sembrava cioè che non avesse alcun senso. Porizkova racconta poi che in Francia aveva trovato le cose molto diverse così come in America dove, dice, «il corpo di una donna sembrava appartenere a tutti tranne che a lei stessa»: «La sessualità apparteneva al marito, la sua opinione su di sé apparteneva ai suoi ambienti sociali e il suo utero apparteneva al governo. Doveva essere madre, amante e donna di carriera (ma con una retribuzione inferiore) pur rimanendo eternamente giovanile e magra. In America, gli uomini importanti erano desiderabili. Le donne importanti dovevano esserlo». La sua conclusione: «Mi sono unita a quelle donne che intorno a me si stavano sforzando ad avere tutto, fallendo miseramente. Ora non ho altra scelta se non quella di tirare fuori la parola “femminista” dal cassetto polveroso e darle una lucidata».

 

“A nessuno piace una femminista”

I contenuti del femminismo sono molto vari e complessi, ma l’obiettivo del femminismo nelle sue varie declinazioni teoriche e pratiche non è mai stato quello di affermare una “supremazia delle donne”. Il cosiddetto “conflitto tra i sessi” è stato in certi momenti molto aspro – ci sono state ribellioni e rotture – ma combattuto almeno da una parte senza volontà di prevalere sull’altro. Eppure da molti è così che il femminismo viene considerato, in modo analogo al maschilismo, e definito in modo sprezzante “veterofemminismo”. Parte del problema riguarda l’originalità e l’articolazione stessa dei movimenti femministi che sfuggono a logiche identitarie e monolitiche chiaramente definibili. C’è poi la questione se il femminismo stesso non abbia qualche responsabilità nel fatto di essere così malamente interpretato e il dibattito interno è molto vivace su questo punto. Come fare i conti con una cultura – il maschilismo – che pensandosi superiore si sente diminuita dal femminismo, è un tema.

 

Parte del problema, secondo alcune, sta però altrove. Oggi è certamente sempre più raro sentire o leggere che “le donne sono inferiori rispetto agli uomini”, ma è molto diffuso, invece, un anti-femminismo che secondo alcune pensatrici non è altro che una forma mascherata di maschilismo: si chiede dunque o di superare la parola “femminista” o le si attribuiscono significati che quella parola non ha mai avuto. Lo ha spiegato bene la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie nel suo libro “Dovremmo essere tutti femministi” secondo cui negare la parola è negare la sostanza:

 

«Non è facile parlare di genere. È un argomento che crea disagio, a volte persino irritazione. Tanto gli uomini quanto le donne sono restii a discuterne, o si affrettano a liquidare il problema, perché pensare di cambiare lo status quo è sempre una scocciatura. C’è chi chiede: “Perché la parola “femminista”? Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani, o giù di lì?”. Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente è legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un’espressione vaga come “diritti umani” vuol dire negare la specificità del problema del genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema del genere riguarda le donne, la condizione dell’essere umano donna, e non dell’essere umano in generale. Per centinaia di anni il mondo ha diviso gli esseri umani in due categorie, per poi escludere o opprimere uno dei due gruppi. È giusto che la soluzione al problema riconosca questo fatto».

 

Laurie Penny, giornalista britannica che collabora tra l’altro con il Guardian e che è molto attenta alle questioni di genere, si è spinta oltre provando a spiegare la questione della resistenza al femminismo e delle numerose critiche anti-femministe come una deviazione dal reale problema, una nuova forma di negazione:

 

«A nessuno piace una femminista. Almeno non secondo i ricercatori dell’Università di Toronto; da uno studio è emerso che le persone ancora sono aggrappate ai tipici stereotipi sulle attiviste femministe, stereotipi come “odiatrici-di-uomini” e “poco igieniche”. Questi stereotipi sembra stiano seriamente limitando la possibilità, per le donne, di abbracciare l’impegno per la liberazione della donna come una scelta di vita. Il femminismo è un casino e c’è bisogno di venirne fuori. Per diventare “importante per le giovani donne di oggi” ha bisogno di radersi le gambe e di un nuovo taglio di capelli.

 

(…) Innanzi tutto c’è la questione della parola femminismo, con la quale alcune persone sembrano avere un problema. Queste persone sentono il bisogno di tenere da conto innanzi tutto i sentimenti degli uomini, quando si parla di lavoro, retribuzione o violenza sessuale, per risultare meno minacciose, più eleganti; meglio parlare di “uguaglianza di genere” se dobbiamo parlare a tutti. Quelli cui interessa mantenere lo status quo preferirebbero vedere le giovani donne che agiscono, come dire, nel modo più grazioso e piacevole possibile; anche quando protestano.

 

(…) Purtroppo non c’è modo di creare una “nuova immagine” del femminismo senza privarlo della sua energia essenziale, perché il femminismo è duro, impegnativo e pieno di rabbia (giusta). Puoi ammorbidirlo, sessualizzarlo, ma il vero motivo per cui molte persone trovano la parola femminismo spaventosa è che il femminismo è una cosa spaventosa per chiunque goda del privilegio di essere maschio. Il femminismo chiede agli uomini di accettare un mondo in cui non ottengono ossequi speciali semplicemente perché sono nati maschi. Rendere il femminismo più “carino” non lo renderà più facile da digerire.

Lo stereotipo della brutta femminista che nessuno “si farebbe mai” esiste per una ragione: esiste perché è ancora l’ultima, migliore linea di difesa contro qualsiasi donna che è un po’ troppo forte, un po’ troppo interessata alla politica. Allora le si fa notare che se va avanti così, nessuno la amerà mai».

 

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La differenza tra una persona femminista, una persona maschilista e una persona antisessista è piuttosto semplice.

 

Le persone femministe credono che tutti i gravi problemi che hanno i maschi e non hanno le femmine,

come il quadruplo dei suicidi, cento volte più morti sul lavoro, il servizio miliare obbligatorio e le differenze di trattamento pensionistico e sull'affidamento dei figli

siano comunque sempre colpa del maschilismo e conseguentemente del fatto che i maschi vengono considerati superiori.

 

Le persone maschiliste - allo stesso modo - credono che tutti problemi che hanno le femmine e che i maschi non hanno

come il rischio di perdere il lavoro a causa di una gravidanza o l'essere più esposte a molestie sessuali rispetto ai maschi

siano comunque sempre colpa del femminismo e del fatto che le donne non sanno più stare al loro posto.

 

L'antisessismo invece si prende in carico l'idea di risolvere i problemi di maschi o femmine

senza distribuire le colpe tra un genere e l'altro, perché tutti e tutte contribuiamo allo stesso modo

alla differenza di valutazione tra le persone in base al loro genere

(Ad esempio: se lui picchia lei è uno stronzo, se lei picchia lui è una in gamba;

se lui ne scopa dieci è un figo, se lei ne scopa dieci è una troia)

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Il femminismo si basa sulla teoria del patriarcato. Secondo tale teoria qualsiasi problema legato ad uno specifico sesso, che sia uomo o donna, è sempre dovuto alla supremazia maschile.

 

Se una persona non condivide la teoria del patriarcato non può definirsi femminista (e io infatti non mi considero tale) ma non per questo non può combattere i sessismi che possono essere rivolti sia a uomini sia a donne.

 

Certo è che fra "manspreding" e "mansplaining" il femminismo ci pensa da solo a ridicolizzarsi.

Edited by Uncanny
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Altra visione interessante è quella di Cristina Hoff Sommers, saggista femminista americana che critica fortemente l'attuale femminismo.

 

Il suo libro più importante è "Who Stole Feminism?: How Women Have Betrayed Women". Secondo lei il femminismo di terza ondata che chiama "gender feminism", cioè quello attuale, è in pratica misandria mascherata.

 

Copio da Wikipedia:

 

"Christina Hoff Sommers opera una distinzione tra "femminismo di genere" (gender feminism) e "femminismo di uguaglianza" (equity feminism). Vede il primo rappresentato principalmente all'interno delle università americane e focalizzato nella realizzazione di un cambiamento più o meno radicale dei ruoli di genere e nella demolizione del "patriarcato". Il "femminismo di uguaglianza" (nel quale ella si identifica) rivendica, invece, la sola parità di diritti e di opportunità per i due sessi. La Sommers ritiene che la maggior parte delle donne americane si consideri soddisfatta dei risultati ottenuti dal femminismo negli ultimi trenta anni, sebbene alcuni passi verso una effettiva uguaglianza possano e debbano essere intrapresi.

 

La Sommers ritiene che il femminismo di uguaglianza non sia la voce più "rumorosa" all'interno della corrente femminista. Riferendosi a numerose conferenze sul "femminismo di genere" a cui ha partecipato, rileva che il principale problema del "femminismo di genere" consiste nel presentare le donne come fragili e soggette a manipolazioni mentali da parte degli uomini. In maniera abbastanza simile a Daphne Patai, è convinta che l'attuale femminismo di genere americano sia eccessivamente focalizzato sull'aspetto sessuale del rapporto uomo-donna. In particolare, non condivide la visione che l'egemonia maschile si realizzi attraverso una eterosessualità compulsoria imposta dal patriarcato a scapito delle donne.

 

Nel suo libro 'Who Stole Feminism?', descrive come il movimento femminista si sia spostato verso posizioni estreme rinnegando i principi ispiratori originari di uguaglianza dei due sessi."

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mah, certi discorsi e certi argomenti hanno un valore diverso se si fanno a Londra, in un paese della Sicilia rurale o in Arzebaijan

 

Certi argomenti femministi in un ambiente economicamente dinamico e con una discreta parità di genere sono privi di reale contenuto e finiscono per diventare articoli accademici senza attinenza con la realtà scritti senza particolari arguzie da dottorandi e/o assistenti universitari, marketing (femen) o adinolfate alla Terragni

 

però  considerare certo femminismo un residuato bellico degli anni '70 è comunque un lusso da primo mondo

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In questo video la Sommers smonta in pochi minuti il mito del "Gender Wage Gap", cioè la presunta differenza di salario fra uomini e donne con quest'ultime che guadagnerebbero significativamente meno dei primi (si possono anche mettere i sottotitoli in inglese).

 

 

Di miti femministi ce ne sono molti altri, a partire dalla questione "femminicidio" tanto in voga in Italia.

Quello che il femminismo dice oggi è nell'80% dei casi pura propaganda.

Edited by Uncanny
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Che tenera Ivanka, in fondo lei avrebbe preferito la Clinton a suo padre.

Un paio di settimane fa ha scritto un post su Facebook per celebrare l'inizio del mese dell'orgoglio LGBT e si è beccata un sacco di merda nei commenti.

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Se non sei in grado di guardarti un video di 6 minuti non è un problema mio. Sarà ADHD.

 

Mah più che altro quella milfona sussiegosa col sorriso finto puó piacere solo a uno che vuole sentirsi dire quelle cose

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Il fatto stesso che nell'articolo all'inizio ci si preoccupi di specificare più volte che il femminismo non è supremazia delle donne nei confronti degli uomini, fa capire come abbiano la coscienza sporca e odino gli uomini.

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Comunque esiste un termine equivalente a femminismo ma impiegato

dai maschi che rivendicano una parità con le femmine ed è "mascolinismo"

o "mascolismo"

 

La Sommers è una donna mascolinista, su questo forum direi un buon 50%

degli utenti è mascolinista, ovviamente non è sempre facile distinguere un

mascolinista da un misogino

 

Trump era un misogino o un mascolinista durante le ultime presidenziali?

Non ha certamente proposto niente che ledesse l'uguaglianza formale delle

donne, ma ha certamente attaccato il politicalliy correct della parità femminile

e lo ha fatto in termini aggressivi. La prima manifestazione anti Trump dopo la

sua elezione è stata una manifestazione di donne, di femministe e di gay difensori

del politically correct ( con qualche intruso tipo Michael Moore...)

 

Il motivo dell'incertezza affonda fondamentalmente nel fatto che si tratta oramai

di una lotta di potere fra i sessi

 

Ma è una lotta di potere rispetto a cui i gay sono ancora un "terzo sesso", noi non

siamo maschi uguali agli etero ( non ancora in senso compiuto almeno )

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Mah più che altro quella milfona sussiegosa col sorriso finto puó piacere solo a uno che vuole sentirsi dire quelle cose

Magari Claudia Goldin fa al caso tuo, è sempre milf ma ha già un faccino più simpatico. Poi è pure professoressa di economia ad Harvard, chiamalo poco. Che ne dici?

 

2008_Claudia_Goldin.jpg

 

Anche lei ha smontato il mito del "gender pay gap":

http://www.washingtonexaminer.com/harvard-prof.-takes-down-gender-wage-gap-myth/article/2580405

Edited by Uncanny
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Chiaro che per un conservatore ci sono pochi problemi

derubrica tutto a politically correct e -salvo eventualmente

criticare o prendere la distanza rispetto a chi pone in dubbio

il dogma del liberismo economico- il mascolinismo entra nel

pacchetto conservatore : contro gli stranieri, contro gli islamici,

contro la parità femminile ed il genderismo gay etc

 

Tutto si tiene in un insieme ideologico coerente

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Cristina Hoff Sommers è registrata democratica e ha votato Sanders, è pro-aborto, pro-lgbt, contro la pena di morte (quando oltre il 70% degli americani ne è a favore), atea (cosa ancora abbastanza tabù nella società americana), a favore della liberalizzazione della cannabis, contraria all'espulsione degli irregolari messicani prediligendo invece un percorso che porti alla cittadinanza, a favore di un aumento delle tasse sui più ricchi, etc.

 

Aveva rilasciato un'intervista in cui esponeva le sue posizioni politiche.

 

"Ragioni" per stereotipi.

Edited by Uncanny
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La Sommers  incontra enormi problemi tanto è vero che le sue conferenze

universitarie vengono boicottate dagli studenti democratici etc

 

Non rappresenta affatto una smentita a ciò che dico, se avesse partecipato

al Tea Party avrebbe ricevuto solo applausi

 

Quanto al fatto che io ragioni per stereotipi in questa "gabbia di matti" mi fa

un po' ridere, io mi limitai a dire PRIMA delle elezioni americane che c'erano

una serie di utenti che demonizzavano Trump in un topic ed il politically correct

in un altro, arrivando al paradossale effetto di apparire Trumpisti Nemici di Trump

 

Rispetto a questa situazione paradossale, che nasce fondamentalmente dal fatto

che molti scrivono su questo forum a solo scopo "provocatorio" o di "divertimento"

mi limitai a segnalare la cosa invitando a trovare parole diverse o a porsi un problema

minimo di coerenza politica

 

Poi ci sono altri utenti che invece sono dei Conservatori Stereotipati

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Che una dei principali esponenti del mascolinismo, probabilmente anzi la principale esponente oggi, sia una liberal che ha votato Sanders, significa già che il voler inserire il mascolinismo in un particolare filone ideologico è fallace.

Poi che le parti politiche ne reagiscano diversamente è un altro discorso, ma di per sé non è né di destra né di sinistra.

 

I campus universitari nordamericani sono poi un discorso a parte, sono delle gabbie di matti di radicali per niente assimilabili ai democratici in generale. Sono gli stessi che esigono sanzioni per i prof universitari che si rifiutano di usare pronomi inventati di genere neutro.

 

Non c'è niente di contraddittorio nel demonizzare il politicamente corretto o le sue degenerazioni e Trump allo stesso tempo. Sono entrambi due estremi, due facce della stessa medaglia. La Sommers è contro Trump ma anche contro il politicamente corretto. Conosco comunisti che rigettano il politicamente corretto considerandolo "robaccia importata dagli USA", ma non per questo sono pro-Trump.

Edited by Uncanny
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Il problema sollevato da @@Hinzelmann - mi par di capire - sta nella constatazione che via sia una formale identità fra linguaggio e argomenti utilizzati da Trump e co. per criticare il politically correct e quelli utilizzati dagli anti-Trump e co. per fare altrettanto.

 

Sostanzialmente, pur sembrando paradossale come cosa, si dovrebbe essere politicamente corretti anche nel criticare il politicamente corretto.

 

Avete presente quando Hinzo parla di asessualità e critica le tesi sostenute dagli asessuali? Ecco.

Edited by Layer
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Il problema non è tanto nella forma, ma nei contenuti. Non c'è bisogno di usare un linguaggio insultante perché ormai è il contenuto ad essere ritenuto dai fautori del politicamente corretto offensivo e lesivo della sensibilità altrui e quindi da censurare, anche se espresso nel migliore dei modi. E per contenuti non si parla di apologia del nazismo o cose del genere, ma semplicemente opinioni discordanti da quelle dei fautori del politicamente corretto.

 

La Sommers ad esempio viene censurata nei campus universitari semplicemente perché critica il femminismo attuale, ma mica usa un linguaggio offensivo.

In Italia non ancora, ma se negli USA andassi a dire che i generi sono solo due e che non sono "costrutti sociali" mi beccherei sicuramente del bigotto insensibile che offende i sentimenti dei non-binari.

Appena si prova a muovere una critica all'attuale gestione dell'immigrazione si è subito bollati come razzisti e fascisti (pure Minniti che qualcosa di positivo ha fatto è fascista secondo la sinistrasinistra).

Se si sostiene che l'islam non sia una religione di pace, che necessiti quindi di riforme e che il suo tentativo di integrazione in Occidente sia foriero di conflitti, si è islamofobi e fascisti, anche se ci sono eminenti islamologi musulmani a sostenerlo.

Quando avevo espresso perplessità sulla maternità surrogata nella forma commerciale su questo forum ero stato bollato come bigotto intriso di moralismo cattolico.

Guai a muovere critiche al pride, sei sicuramente un novello Binetti che soffre di omofobia interiorizzata.

 

E via dicendo. Ci sono una serie di argomenti in cui o la pensi in un certo modo o sei razzista, fascista, bigotto, islamofobo, maschilista e via dicendo. L'uso di questi termini associato all'uso della "victim card" è un modo per troncare la discussione di fatto attuando una forma di censura del dibattito, perché quelle opinioni secondo i fautori del politicamente corretto non sarebbero da esprimere in quanto offensive e lesive della sensibilità altrui.

Edited by Uncanny
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si dovrebbe essere politicamente corretti anche nel criticare il politicamente corretto.

 

C'è la possibilità anche di votare Trump e la Le Pen

invece di Hillary Clinton e di Macron

 

Votare la Clinton e Macron non è un obbligo morale

dovrebbe essere un diritto politico

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Io due tipi di persone non sopporto:

i progressisti lagnosi che si lamentano se non aggiungi anche il nero alla bandiera Rainbow o se non ti rivolgi a loro con l'asterisco

e i reazionari lagnosi alla @Uncanny che frignano se gli dici che sono razzisti od omofobi (come se parlare di gay o migranti con la gente di destra fosse un pranzo di gala).

 

Possibile che l'unica retorica politica possibile nel 2017 sia il vittimismo? Funziona davvero così bene?

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Giusto per fare un paio di altri esempi oltre a quello della Sommers col femminismo, il famoso scienziato Richard Dawkins si è sempre espresso in modo molto netto verso l'islam, ad esempio dicendo che l'islam è la "most evil religion in the world", che sia scorretto non voler associare la parola "islamico" a "terrorismo", che quindi fra islam e terrorismo ci sia un legame e che i musulmani siano le prime vittime dell'islam.

Certamente affermazioni poco politicamente corrette, ma lo stesso Dawkins si è anche scagliato più volte contro Trump e le sue politiche.

 

Anche il filosofo e neuroscienziato americano ateo Sam Harris, abbastanza famoso in patria ed esponente del New Atheism, si è sempre scagliato in modo netto contro l'islam, dicendo anche:

"The problem isn't fundamentalism. The problem with islamic fundamentalism are the fundamentals of islam".

Certamente affermazioni di nuovo poco politicamente corrette, ma sempre lo stesso Harris è anche molto critico verso Trump.

 

Si può essere critici dell'islam anche in modo molto netto e per esteso si può essere quindi critici del politicamente corretto e dei suoi totem, senza per questo essere sostenitori di Trump o chi per esso.

 

@Almadel: non vedo dove avrei fatto vittimismo. Mi son limitato a far notare che c'è un atteggiamento censorio da parte dei fautori del politicamente corretto riportando qualche esempio.

Anche Dawkins che si è scagliato più volte contro il politicamente corretto di quella che lui definisce "sinistra regressiva" sarà un reazionario vittimista allora.

Tra l'altro c'è differenza fra uno di destra che dice "che schifo la boldrina che ci fa invadere dalle scimmie islamiche" e uno di destra che critica le politiche migratorie propugnate dalla Boldrini in modo serio e senza insulti di sorta. Il primo è razzista e fascista, il secondo no, ma i fautori del politicamente corretto non vedono differenze fra i due.

Edited by Uncanny
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@Almadel: non vedo dove avrei fatto vittimismo. Mi son limitato a far notare che c'è un atteggiamento censorio da parte dei fautori del politicamente corretto riportando qualche esempio. Anche Dawkins che si è scagliato più volte contro il politicamente corretto di quella che lui definisce "sinistra regressiva" sarà un reazionario vittimista allora. Tra l'altro c'è differenza fra uno di destra che dice "che schifo la boldrina che ci fa invadere dalle scimmie islamiche" e uno di destra che critica le politiche migratorie propugnate dalla Boldrini in modo serio e senza insulti di sorta. Il primo è razzista e fascista, il secondo no, ma i fautori del politicamente corretto non vedono differenze fra i due.

 

Vedi, mi ricordi quelle femministe che si lamentano che il patriarcato le censuri quando parlando di mestruazioni

quando sono trent'anni che fanno le pubblicità in televisione degli assorbenti anche all'ora di pranzo :)

 

Il "vittimismo" è precisamente questo: nessuno ti ha bannato, probabilmente non sei stato neanche segnalato

ma lamenti di essere stato "censurato" perché qualcuno ti ha detto che hai espresso un'opinione razzista.

Viene da chiedersi cosa capiterebbe se qualcuno ti censurasse davvero.

Anche a me non fa piacere sentirmi dare del "buonista" quando si parla di immigrazione,

ma se accusassi di censura tutti quelli che usano quella parola verso di me dovrei buttare in mare il mio PC...

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Non hai proprio capito il discorso che stavo facendo. Non ho detto di essere stato censurato, ho detto che l'uso di certi termini (razzista, fascista, etc.) associati all'uso della "victim card" sono forme di "censura del dibattito", cioè un modo per dire "queste cose non possono essere dette perché sono offensive" che porta di fatto ad un troncamento della discussione stessa.

 

Per il resto io non sono mai stato censurato né segnalato, ad essere stati censurati sono ben altri come è già stato fatto notare, ad esempio la Sommers o la Hirsi Ali per citarne un'altra.

Edited by Uncanny
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Quanto al fatto che io ragioni per stereotipi in questa "gabbia di matti" mi fa

un po' ridere, io mi limitai a dire PRIMA delle elezioni americane che c'erano

una serie di utenti che demonizzavano Trump in un topic ed il politically correct

in un altro, arrivando al paradossale effetto di apparire Trumpisti Nemici di Trump

 

Hinz, questa faccenda del Trumpismo antitrump è proprio ridicola.

I nostri interventi su questo forum hanno un'incidenza sul reale talmente piccola...per dire, ci facessimo un buon seguito su twitter forse ci guadagneremo un ruolo come opinion maker, ma qui...insomma, non possiamo nemmeno bestemmiare in santa pace che ci pigliamo l'appellativo di trumpisti?

 

Trump era un misogino o un mascolinista durante le ultime presidenziali?

Non ha certamente proposto niente che ledesse l'uguaglianza formale delle

donne, ma ha certamente attaccato il politicalliy correct della parità femminile

e lo ha fatto in termini aggressivi. La prima manifestazione anti Trump dopo la

sua elezione è stata una manifestazione di donne, di femministe e di gay difensori

del politically correct ( con qualche intruso tipo Michael Moore...)

 

Nel primo mondo nessuno propone più qualcosa che leda l'uguaglianza formale dei due generi, e nondimeno continuerò a reputare Trump misogino.

 

Giusto per fare un paio di altri esempi oltre a quello della Sommers col femminismo, il famoso scienziato Richard Dawkins si è sempre espresso in modo molto netto verso l'islam, ad esempio dicendo che l'islam è la "most evil religion in the world", che sia scorretto non voler associare la parola "islamico" a "terrorismo", che quindi fra islam e terrorismo ci sia un legame e che i musulmani siano le prime vittime dell'islam.

Certamente affermazioni poco politicamente corrette, ma lo stesso Dawkins si è anche scagliato più volte contro Trump e le sue politiche.

 

Con tutto che non sono un grande fan di Dawkins (ha azzeccato un bel titolo, di lì molta della sua fortuna), non stiamo facendo un po' di confusione tra politicamente corretto, razzismo, misoginia, femminismo...???

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Il politicamente corretto è rivolto a particolari categorie, di solito minoranze, con l'intento di tutelarle da quello che è offensivo nella forma ma anche nei contenuti. Riguarda quindi minoranze etniche, religiose, sessuali e anche le questioni di genere e quindi il femminismo.

 

Un po' di politicamente corretto è più che giusto, il problema è che negli ultimi anni è stato fin troppo esagerato, in particolare negli USA. Non è possibile fare considerazioni critiche riguardo le categorie sopra citate senza essere bollati come fascisti, razzisti, misogini, etc.

 

Le dichiarazioni di Dawkins sono quindi ben poco politicamente corrette perché considerate dai fautori del P.C. offensive e lesive della sensibilità della minoranza musulmana. Lui non tiene conferenze a riguardo, ma chi lo fa come la Hirsi Ali sullo stesso argomento o la Sommers sul femminismo, è stato più volte censurato perché i loro punti di vista sono stati considerati appunto lesivi della sensibilità altrui e offensivi.

 

Il P.C. è criticabile anche per quanto riguarda i diritti LGBT. Se leggo su Facebook uno che dice "No alle adozioni gay, i bambini hanno bisogno di una madre e un padre" non penso sia necessariamente omofobo ma al massimo ignorante in materia scientifica. Non comincio come fanno i fautori del P.C. a bollarlo come omofobo, bigotto, retrogrado, etc. per farlo sembrare un mostro, ma cerco invece di instaurarci un dialogo facendogli notare che 20 anni di ricerche scientifiche hanno evidenziato come l'omogenitorialità non sia affatto dannosa e che un bambino può crescere sano anche con due madri o due padri, linkandogli anche articoli o studi in proposito. Poi oh, magari rimane lo stesso sulle sue posizioni, ma mi sembra certamente un atteggiamento più costruttivo di quello di demonizzarlo.

Edited by Uncanny
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Mah troppo internet, non vivi negli stati uniti ma in italì ed è lecito immaginare che qui ci siano problemi diversi

 

quanto alle accuse di trumpismo di @hinzelmann, io ora voglio la lista di proscrizione coi nomi, cognomi, indirizzi

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