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Ricordati che devi morire: l'importanza della morte


paperino

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Inizio questo topic su un argomento tabù per alcune persone e che molti preferiscono evitare perché li fa sentire a disagio: l'importanza della morte e del pensarvi.

 

Come spunto di discussione riporto di seguito alcune riflessioni non mie.

 

 

Guidalberto Bormolini (monaco, teologo e prete)

 

Accompagna i morenti al passaggio?

 

Sì, è un lavoro che un po’, infatti, sento parte della mia vocazione, per cui ho iniziato a lavorare su questo tema da lungo tempo, prima accompagnando delle persone che erano malate. Avevano avuto una diagnosi infausta, avevano delle prospettive di vita limitata (di vita terrena limitata) e ho incominciato ad accompagnarle con la meditazione, cercando di aiutarle a cambiare sguardo e incominciare a vederla veramente come un’amica che ti accoglieva, non come una nemica da sconfiggere.
 
Penso che è giunto il momento di abbattere il tabù sull’argomento morte, altrimenti le persone non si sentono questa esigenza fondamentale di imparare un’arte di morire e si preoccupano di questo quando ormai è troppo tardi.
 
Noi abbiamo abbandonato tutta una disciplina di contemplazione cristiana preziosissima che faceva parte di questa antica ars moriendi e riteneva che era necessaria e vitale la contemplazione continua della morte. E aveva dei caratteri ben precisi.
  • L’ineluttabilità della morte: perché se noi ignoriamo la morte non ci prepariamo; ci prepariamo per delle cose inutili certe volte, ma questa è certa.
  • La morte livellatrice. Totò con la sua livella ha reso celebre questo argomento, ma San Basilio Magno diceva: “Provate a guardar le tombe: riconoscete un re da uno zappatore?”. La morte livellatrice serve a pensare a cosa è fondamentale per la liberazione; non è certo successo, potere e denaro, perché lì non conterà più.
  • La meditazione costante, cioè averla presente. Tutti conoscono sicuramente il film di Benigni “Non ci resta che piangere”, è reso celebre proprio dalla battuta: “Ricordati che devi morire!”. Per un antico era una fonte di liberazione questa meditazione, averla sempre davanti agli occhi, perché questo ridimensiona tante cose (paure, preoccupazioni, ridicole presunzioni, esaltazioni comiche del proprio io) e riconsegna all’essere umano una pace interiore.
Mi ha colpito molto una lettera di Mozart a suo padre (Mozart era credente, era cristiano) che dice: “Ho scoperto nella morte la mia migliore amica e compagna e averla sempre presente è quella che mi dà una quiete imperturbabile e vorrei che questa grazia la avessero tutti gli uomini”. E dice, continuando: “Voi tutti mi conoscete: non potete certo dire che io sia triste, tenebroso e col muso. Son pieno di gioia e mi deriva dalla contemplazione della morte perché mi dà questa prospettiva di apertura all’oltre e di liberazione”.
 
[...]
 
C’è una cosa preziosa che mi sentirei di consigliare alle persone, di non desiderare la morte improvvisa, che tutte le tradizioni religiose vivevano come un dramma, perché uno non aveva la possibilità di prepararsi. E invece è decisivo l’atteggiamento che noi abbiamo in questo passaggio, per quello c’erano delle ars moriendi, un’arte da imparare.
 
Di recente mi ha colpito mio padre, dopo che ho celebrato il funerale di un mio carissimo zio con cui c’era un legame strettissimo. Salendo in macchina mio padre, che è ottantacinquenne, ha esclamato: “Per fortuna che Rinaldo”, questo mio zio, “è morto di tumore, perché ha avuto tutto il tempo di prepararsi!”. Pensate che tristezza morire da solo all’improvviso, senza nemmeno aver avuto la possibilità di salutare gli altri e di prepararsi a questo incontro. Per cui, son convinto che se noi ci preparassimo e fossimo registi di questo passaggio, cambierebbe completamente di qualità. Avendo perso quest’arte, la subiamo la morte, quasi come un qualcosa che ci travolge e, invece, potrebbe essere un coronamento della nostra esistenza: alla fine fare dono della propria vita, al momento finale, dando un senso a quello che succede, ribalta la prospettiva, trasforma la morte in vita. Ma bisogna essere preparati. Soprattutto perché mette al centro l’altro: ti dono questi ultimi istanti come un dono di senso di tutta la mia esistenza. Ma questo va preparato, lungamente, e non va rimandato all’ultimo minuto, perché possa essere un momento vero, pieno, il coronamento della nostra esistenza.
 

 

Lama Monlan

 

Ho parlato spesso dell’importanza di meditare e riflettere sull’impermanenza e sulla morte: dobbiamo cercare di essere pronti per quel momento che è il più importante della nostra vita, perché è quello che influenzerà il nostro futuro. Cerchiamo di essere dei saggi esseri umani, poiché siamo tutti artefici del nostro destino. [...] possiamo vedere gli animali, che non hanno il libero arbitrio, né alcuna possibilità di scegliere in modo da eliminare o alleviare la sofferenza. Tutta l’esperienza che abbiamo da tempo, senza inizio, e che continuiamo ad avere di felicità e di sofferenza è stata creata esclusivamente da noi stessi. Il vero nemico è dentro di noi e si manifesta attraverso i tre veleni con le nove emozioni disturbanti. Quando sperimentiamo la sofferenza sembra che questa venga dal di fuori, invece siamo noi stessi a procurarla. Questi nemici interiori sono afflizioni mentali, sono il vero problema; sembrerebbe, per esempio, che la guerra venga da fuori ma, in realtà, a volte, è causata solo da una o due persone con le menti completamente sopraffatte dalle loro emozioni disturbanti e distruttive. [...]

 

Tutto quanto è connesso a noi. Anche l’ignoranza potrebbe apparire come un qualcosa di non dannoso, non conoscere sembrerebbe che non sia dannoso, ma, in realtà, se continuiamo a mantenerci ignoranti non arriveremo mai alla verità.

 

 

Lama Khangser Rinpoche

 

La vita umana non è solo cibo, vestiti e residenze: tutto ciò non è sufficiente. Abbiamo bisogno di qualcosa di più, abbiamo bisogno di amore e di compassione per tutti. La gente a volte mi chiede qual è il significato della vita, rispondo in breve: “Vivi felice, fortemente felice”. E per vivere fortemente felici abbiamo bisogno di una chiave, e la chiave più importante è l’amore e la compassione. Questa è la mia via: la cosa più importante, quali esseri umani, è vivere fortemente felici. E per fare ciò abbiamo bisogno di amore e di compassione.

 

 

Karma Nur MayRisveglio - letto da Alba Rohrwacher

 

Edited by paperino
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Pensare alla morte mi rende felice. Quand'ero più giovane l'ho usata per motivarmi a fare molto. Vorrei morire in modo eroico o buffo, mi piace l'idea che qualcuno possa essere grato o ridere della mia fine.

 

 

 

 

Provate a guardar le tombe: riconoscete un re da uno zappatore?

Beh, sì.

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Premetto: qualche anno fa, in modo del tutto inaspettato, ho passato un periodaccio a causa di quel che i medici hanno diagnosticato come ricorrenti "attacchi di panico"...l'ansia anticipatoria che ne è seguita m'ha portato ad evitare tutta una serie di circostanze, di esperienze, da solo non riuscivo neppure più ad addormentarmi senza che qualcuno stesse seduto su una seggiola bene in vista, camminavo sempre molto lentamente e vicino ai muri. Non mi dilungo sui sintomi fisici (tachicardie e capogiri soprattutto) e...ehm, qualche disturbo "organico" doveva pur esserci, perché ho perso una dozzina di kg in poco più di due mesi.

Alla morte pensavo costantemente.

 

No, non ci riesco a pensare alla morte in modo buffo, in modo romantico, emanando serenità; nessuno di chi lo sostiene ha mai sperimentato stati ansiosi per periodi prolungati, né ha mai avuto problemi di salute tanto gravi da compromettere la propria funzionalità (ho visto poi anziani molto malati, sotto morfina, augurarsi di morire presto per evitare a sé e ad altri un prosieguo di sofferenze...il ché è sensibilmente diverso)

 

Guidalberto Bormolini (monaco, teologo e prete)

 

Di recente mi ha colpito mio padre, dopo che ho celebrato il funerale di un mio carissimo zio con cui c’era un legame strettissimo. Salendo in macchina mio padre, che è ottantacinquenne, ha esclamato: “Per fortuna che Rinaldo”, questo mio zio, “è morto di tumore, perché ha avuto tutto il tempo di prepararsi!”. Pensate che tristezza morire da solo all’improvviso, senza nemmeno aver avuto la possibilità di salutare gli altri e di prepararsi a questo incontro. Per cui, son convinto che se noi ci preparassimo e fossimo registi di questo passaggio, cambierebbe completamente di qualità. Avendo perso quest’arte, la subiamo la morte, quasi come un qualcosa che ci travolge e, invece, potrebbe essere un coronamento della nostra esistenza: alla fine fare dono della propria vita, al momento finale, dando un senso a quello che succede, ribalta la prospettiva, trasforma la morte in vita. Ma bisogna essere preparati. Soprattutto perché mette al centro l’altro: ti dono questi ultimi istanti come un dono di senso di tutta la mia esistenza. Ma questo va preparato, lungamente, e non va rimandato all’ultimo minuto, perché possa essere un momento vero, pieno, il coronamento della nostra esistenza.

 

Questa mi pare un'idea piuttosto romanzata del trapasso, per non dire della pagliacciata per cui ci dovremmo "preparare". Ma che cazzo significa? Che dire di tutti quei morenti che sproloquiano e non controllano più i loro sfinteri? In cosa si concreterebbe poi la "preparazione", non potendo quasi nessuno prevedere il momento della propria dipartita...? 

 

Lama Monlan

 

Ho parlato spesso dell’importanza di meditare e riflettere sull’impermanenza e sulla morte: dobbiamo cercare di essere pronti per quel momento che è il più importante della nostra vita, perché è quello che influenzerà il nostro futuro. Cerchiamo di essere dei saggi esseri umani, poiché siamo tutti artefici del nostro destino.

 

Non tutti sono artefici del proprio destino allo stesso modo, proprio perché a ciascuno è distribuita una certa dose di fortuna, fatta di un certo corredo genetico, luogo e momento di nascita, esposizione ad ambiente più o meno ostile eccetera. Concordo sull'importanza della riflessione sull'impermanenza, anche se davvero non ne ho ancora tratto delle conclusioni definitive sul modo in cui dovrei condurre la mia vita.

 

Lama Khangser Rinpoche

 

La vita umana non è solo cibo, vestiti e residenze: tutto ciò non è sufficiente. Abbiamo bisogno di qualcosa di più, abbiamo bisogno di amore e di compassione per tutti. La gente a volte mi chiede qual è il significato della vita, rispondo in breve: “Vivi felice, fortemente felice”. 

 

Cibo, vestiti, residenze aiutano molto; ci incastrano nel momento in cui noi ingenui amiamo chi, nella ns. comunità, apprezza i vantaggi materiali più della ns. compassione, del ns. affetto,,,sostengo fermamente che la buona dose di felicità sperimentata dai ns. amici monaci buddhisti si debba anche al fatto che vivono in luoghi protetti. Il Lama che dalla sua celletta contempla le valli del Nepal, vivendo un'esistenza molto ritualizzata, quasi certamente sarà meno "disturbato" dal mondo se raffrontato, chessò, al babbo esodato che non sa come sbarcare il lunario (tanto per pigliare un esempio non troppo esotico).

Edited by schopy
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No, non ci riesco a pensare alla morte in modo buffo, in modo romantico, emanando serenità;

Ognuno è fatto a modo suo, ma lo scopo non è pensarvi in modo buffo o romantico, né emanare serenità, ma in modo semplice e anche banale ricordarsi che moriremo, domani o tra decenni, e prepararsi, nel senso di chiedersi come ci vogliamo presentare all'appuntamento. E poco importa se in quel momento sarò legato a letto perché affetto da demenza senile, perché la mia vita e il modo in cui ho scelto di viverla non si riducono di certo a quello.

 

 

nessuno di chi lo sostiene ha mai sperimentato stati ansiosi per periodi prolungati, né ha mai avuto problemi di salute tanto gravi da compromettere la propria funzionalità (ho visto poi anziani molto malati, sotto morfina, augurarsi di morire presto per evitare a sé e ad altri un prosieguo di sofferenze...il ché è sensibilmente diverso)

Questa è una generalizzazione e non è vero. Ci sono anche malati terminali (anche se in occidente sono rari) che scelgono di rifiutare la terapia del dolore, proprio perché gli toglie lucidità e gli impedisce di essere presenti con i propri cari negli ultimi momenti. Questo non vuol dire che non sentono il dolore, ma semplicemente trovano un modo per conviverci.

 

Non tutti sono artefici del proprio destino allo stesso modo, proprio perché a ciascuno è distribuita una certa dose di fortuna, fatta di un certo corredo genetico, luogo e momento di nascita, esposizione ad ambiente più o meno ostile eccetera.

Tutto questo è vero e innegabile, così come il discorso sul monaco buddista nelle valli del Nepal, ma siamo comunque noi a scegliere come reagire al mondo. Non è che perché le condizioni intorno a me sono sfavorevoli sono obbligato a essere infelice o a comportarmi in modi negativi. Ci sono poveri felici, persone disabili felici, allo stesso modo in cui ci sono persone ricche e circondate di affetti infelici e monaci buddhisti che soffrono. La differenza la facciamo noi: al massimo se le condizioni sono avverse ci vorrà più impegno.

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Ognuno è fatto a modo suo, ma lo scopo non è pensarvi in modo buffo o romantico, né emanare serenità, ma in modo semplice e anche banale ricordarsi che moriremo, domani o tra decenni, e prepararsi, nel senso di chiedersi come ci vogliamo presentare all'appuntamento. E poco importa se in quel momento sarò legato a letto perché affetto da demenza senile, perché la mia vita e il modo in cui ho scelto di viverla non si riducono di certo a quello.

 

Ecco, allora ricordarsi che siamo finiti dovrebbe spingerci forse a cercare di vivere al meglio proprio perché c'è un limite....

se si imposta il discorso a questo modo lo trovo già più condivisibile.

Se ho parlato della mia esperienza coll'ansia è solo perché in quel momento pensavo che la fine fosse vicinissima, imminente;

è difficile da spiegare a qualcuno che (fortunatamente :D ) non ha vissuto questo disagio.

Di lì in avanti alla morte c'ho pensato pure troppo, e non mi ci sono mai pacificato.

 

Questa è una generalizzazione e non è vero. Ci sono anche malati terminali (anche se in occidente sono rari) che scelgono di rifiutare la terapia del dolore, proprio perché gli toglie lucidità e gli impedisce di essere presenti con i propri cari negli ultimi momenti. Questo non vuol dire che non sentono il dolore, ma semplicemente trovano un modo per conviverci.

 

Sì è una generalizzazione che si basa sulle mie esperienze di prima mano con anziani terminali; personalmente non ne ho incontrato nessuno del tutto in grado di "convivere col dolore" rifiutando qualsiasi eventuale sollievo...quello l'ho visto solo nei film.

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Io considero la morte come parte inevitabile della vita: non la temo, se dovessi morire domani non avrei rimpianti.

Forse il fatto di non essere immortali rende più belle le cose che viviamo, proprio perché non potremo riviverle una seconda volta.

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mirtillamirtilla

 

Perfettamente d'accordo

 

Anche se preciso, accodandomi a Woody Allen, che la morte è una di quelle cose che non mi attirano molto, anzi sono sicura che sarà l'ultima cosa di cui avrò esperienza

 

Morte à la carte: possibilmente di notte, senza altri coprotagonisti o comparse

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