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purospirito

Il Falco

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Il falco

 

 

Un alito di vento di alza leggero, mentre nel bosco si ode piano il giocoso scorrere del rivo, verde e limpido. Riflette il colore delle foglie degli alberi,i cui rami sono protesi gli uni verso gli altri come in un abbraccio,e tutto attorno lo sovrastano e lo circondano come se fossero le volte di una sontuosa cattedrale, dalle cui arabesche finestre filtra la luce del sole splendente e alto nel cielo, i cui raggi riverberano nel baluginio del torrente disegnando nella spuma pennellate di arcobaleno.

 

La mano si allunga verso l’acqua che scorre non curante della presenza di quella creatura candida e pura, dai lineamenti delicati ma segnati dal tempo, scolpiti nella carne con suprema maestria e raffinata eleganza. Anche i suoi movimenti erano delicati e sobri. Il riflesso si fa sempre più nitido e definito, ingrandendosi e focalizzando l’immagine sui polpastrelli, che lenti e inesorabili si avvicinano fino a toccarsi. Il contatto con l’acqua gelida scuote lievemente il suo braccio, ritira poco la mano ma poi di nuovo affonda le dite in quella massa algida e frenetica. La sensazione di refrigerio invade immediatamente la mano e i sensi, ma risale a poco a poco dal polso su per il braccio… fino ad arrivare alla spalla, è un lento formicolio, che accarezza il collo e mozza il fiato. Una sensazione di vita, dove il contatto con quel prezioso liquido rende cosciente e sensibile ogni essere vivente. E’ questo quello di cui lui aveva bisogno, porta la mano alla bocca, con in essa un po’ di quella fonte di eterna giovinezza e l’assapora avidamente, come un assetato nel deserto quando trova la sua unica fonte di salvezza. La sensazione di freschezza invade il palato, stringe la lingua ma disseta il gusto… è buona!

 

Spalanca gli occhi, mentre disteso a terra, nudo, la pelle pallida in contrasto con il verde dell’erba,torna alla vita. Respira profondamente, gli odori aspri e dolci del bosco si mescolano nelle sue narici andando a riempirne i polmoni. L’odore acre dell’erba, quello silvano del pino, la dolcezza delle margherite e l’asprezza della terra, l’umidità della rugiada, e il selvatico delle felci. Un caleidoscopio di sapori si mescolano, difficili da distinguere in un singolo respiro, ma lui li riconosce uno ad uno, riconosce anche il suo odore; sa che è passato da qui.

D’un tratto tuffa il volto nell’acqua, trattiene il respiro, il volto avvampa di quella gioiosa freschezza mattutina e prende sensibilità, si accorge di essere vivo… i capelli fluenti seguono il verso della corrente, accarezzando le guance e il collo. Per un attimo si ritrova nel blu, alto e profondo, freddo e ventoso a sovrastare i picchi innevati.

 

Apre gli occhi. I ciottoli del fiume lo guardano, gli sussurrano dolci melodie. Il muschio lo avverte: “TROVA IL TUO DESTINO”.

 

Scuote il capo e lo tira velocemente fiori dall’acqua. Le goccioline scendono rapide lungo il suo collo andando a disegnare il fisico atletico scolpito nel marmo. Bianco e perfetto. Tonico e vissuto. Levigato dal vento ma intaccato dalla pioggia.

 

Si rimette in piedi. è dolce il contatto soffice dell’erba sulle palme dei piedi. Cammina, questa volta costeggia il fiume seguendo quell’odore. Si addentra negli alberi, lasciandosi l’acqua alle spalle. Sui tronchi i segni del passaggio.

Si ferma, contempla il cielo, un piccolo scorcio di azzurro tra le cime frondose degli alberi alti e robusti. Poi il suo acuto sguardo si posa su delle felci, tra di esse individua un piccolo puntino rosso. Una coccinella è intenta a soddisfare le sue esigenze, cibandosi di quello che la natura le offre.

Sorride, meravigliandosi di come ancora le piccolezze possano sorprenderlo.

Avanza, con passo elegante e leggero, come se non toccasse terra si muove sinuoso tra gli alberi, danzando al ritmo del vento tra le foglie.

 

Gli alberi prima fitti e intrecciati ora sembrano diradarsi lasciando spazio agli arbusti, nel frattempo il terreno discende in una dolce china, verso il luogo in cui il fiume arresta il suo incessante corso adagiandosi in un piccolo bacino, sovrastato da una roccia sporgente. Che alta, domina tutta la vallata. Credendo di trovarlo lì, adagiato a riposare alla calura del giorno che si innalza, corre verso la fonte, ritrovando nel movimento l’animalità di un essere che striscia sul terreno. I suoi muscoli agili gli permettono grandi falcate e agili salti, tutto il suo corpo e teso nel movimento, in poco tempo il sudore gli imperla la fronte e risalta le forme del petto e delle gambe. I pensieri fuggono dalla sua mente, in quella frenetica corsa solo la meta è essenziale, nulla, neanche il percorso potrebbe destare interesse, quella sommità sporgente è l’unica ragione di tutto questo sforzo.

 

Arriva agile ai piedi della roccia e con un balto si ritrova velocemente sulla sommità illuminata e calda…. SOLO!

 

Lo smarrimento sopraggiunge nei suoi pensieri, ormai ritornati da quella folle corsa. Verserebbe mille lacrime se solo ne avesse, ma sono state tutte esaurite nel tempo. Solo un grido rauco e sommesso gli muore in gola come testimone del suo sconforto. Gettandosi in ginocchio, i capelli verso il basso; il volto rivolto al cielo chiede al sole di indicargli la via… e un raggio abbagliandolo gli carezza il volto.

 

Si lascia cadere di nuovo sulla roccia, ne sente il contatto caldo. Differente e accogliente rispetto all’acqua gelida. Ma allo stesso modo estranea. Il suo corpo risplende d’oro chiaro ai raggi diretti del sole e i lineamenti accennati scompaiono in quel chiarore, che dolce lo culla facendolo addormentare…

 

è di nuovo il vento a sussurrargli di svegliarsi. La roccia ha perso gran parte del suo calore, gli arti indolenziti per la posizione fetale si stiracchiano e tornano a riconquistare la sensibilità e la prontezza dei riflessi. Il sole sta ormai abbandonando il giorno e dirigendosi verso il suo agognato riposo, proietta sulla roccia, verso la polla d’acqua ormai scura, la sua ombra. Si guarda intorno, spaesato, quel bosco non gli appartiene, non è il suo mondo. Non sente più la sua presenza. Altrove dovrà rivolgere il suo sguardo. Con determinazione riprende coscienza di sé e delle sue forze e puntando il volto verso il tramonto prende una decisione. Affronterà con orgoglio il suo destino.

 

E con agilità e forza spicca un salto che lo porta in alto. Distende larghe le braccia e spinge in fuori con forza. Sorretto dal vento a fargli da testimone riprende in aria il suo lento vagare. Lo sguardo si allunga, e le gambe si raccolgono. Mentre adagio i muscoli vigorosi si ricoprono di lucenti piume striate d’argento. Forti le sue ali sorreggono il corpo e gli consentono di librarsi in volo, sempre più in alto, nel blu che pian piano diventa sempre più profondo.

 

Nel suo volo ritroverà ciò che ha perso… inseguendolo fino a dove lui non si fermerà.

Il vento segna il suo volto, ma la sua anima è forte e non cederà neanche di fronte alla tormenta, sfiderà la sorte e scriverà il suo destino…

 

Con un baluginio negli occhi vibrò colpi decisi e sparì alla vista inseguendo la notte.

 

 

 

 

A.S.P.

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Cassius Hueffer

Sicuramente c'è qualcuno molto più preparato di me che saprà darti un'opinione più tecnica, io posso solo dirti che mi ha emozionato! La parte della trasformazione mi ha ricordato una strofa della canzone di De Andrè, "Il sogno di Maria" ed ho ancora i brividi a ripensarci... Davvero complimenti!

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Silverselfer

Beh, io mi ricordo ancora il racconto del lupo e mi viene istintivamente di accorpare questi due racconti in una sorta di raccolta ideale. In entrambi quello che colpisce è il transfert sensoriale che pervade le figure antropomorfe.

 

C'è un tipo di fantasia che potremmo definire razionale, che intreccia trame di vite parallele; e un'altra che si potrebbe chiamare limbica, più visionaria, la quale legge ciò che vede prima con i sensi e solo dopo li cristallizza in parole.

 

Nel racconto del lupo era un uomo che diventava animale, c'era di fondo una trama che lo rendeva più fruibile e anche il colpo di scena finale faceva parte di una struttura ben chiara. Qui è tutto più nebuloso.

 

La struttura sembra scritta in due tempi e la prima parte del racconto, fino all'istante prima della risalita della grande roccia prospiciente il mondo, il soggetto non sembra ancora avere un'identità definita.

 

La risalita sulla roccia è affannosa e sembra una lotta che lo stesso autore ingaggia con se stesso e il riposo in posizione fetale del protagonista, segna una rinascita dell'ispirazione.

 

Da qui in poi è come se il protagonista non sia più lo stesso. A ben vedere c'è anche un cambio di focalizzazione del narratore. Prima guarda dall'esterno e racconta quasi incuriosito egli stesso dagli eventi. Qui c'è un'empatia con il protagonista che coinvolge come fosse un flusso di coscienza. Il fumoso incedere della prima parte diventa più perentorio e sicuro, fino a trasformasi in un tono epico.

 

L'introduzione è davvero molto simbolica. Il torrente somiglia chiaramente al fiume dell'oblio, il Lete, che nella concezione della metempsicosi di Pitagora è dove le anime che devono cercare un nuovo corpo, bevono l'acqua che cancellerà loro i ricordi per dar spazio a quelli della nuova vita. La resurrezione è la vera protagonista della prima parte del racconto. Le prima parte è molto spirituale ma anche sessuale, perché c'è un certo compiacimento nella descrizione di questo uomo. Poi la rinascita con la scoperta degli odori e sapori del bosco, è estremamente sensuale.

La materializzazione avviene attraverso una sorta di rito animista. C'è quasi un amplesso con il bosco. Un continuo entrare e uscire dagli alberi e dagli animali, quasi a completare un altro ciclo di reincarnazioni, fino a poi giungere alla grande roccia. Anche qui c'è molto simbolismo.

 

Nella seconda parte, come ho già scritto, c'è una sorta di capovolgimento di punto di vista. Si fa fatica a far coincidere il titubante spirito che ritrova se stesso nel mondo, con quello deciso e intraprendente che spicca il volo spiegando le ali al vento. Si potrebbe confondere questa intraprendenza per speranza, ma non è così. Qui ci sono netti riferimenti ad un passato prossimo che il volo scongiura dirigendosi verso il nuovo orizzonte, mentre prima il passato del protagonista era qualcosa di atavico, morente se non proprio sepolto, concluso. Forse mi sbaglio, anche perché con il simbolismo è facilissimo cadere nell'errore di reinterpretare i messaggi subliminali legati alle figure allegoriche.

 

In finale a me è piaciuto più che nell'insieme, nelle sequenze narrative . Bellissimo il ruscello in cui lo spirito morente riscopre prima il suo corpo e poi attraverso i sensi rigenerati, il mondo intero. Nel quale l'autore si lascia prendere dalla visione che genera. La parte della roccia è assai confusa, sembra quasi che si sia smarrita l'ispirazione e quando rinasce si è persa per strada tutta la poesia di cui era pregna della prima parte. L'ultima parte è molto epica, con questo slancio verso il futuro, e poi il volo, il sole, il cielo, tutti elementi cari alla retorica dell'ottimismo. Nell'insieme andrebbe amalgamato meglio, ma a me piace molto anche così.

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