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Jelson Shipper

Holigay On Ice

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Jelson Shipper

Altra storia stra-stupiderrima, che ho scritto per un concorso letterario ma che è stata snobbata. E vabé! ^_^

Holigay On Ice

 

«Dai Milo! Muoviti!» urlò Federico, mentre tenendo per mano l'altro ragazzo, corse verso il grande edificio.

«Andiamo! Voglio arrivare alla pista di pattinaggio quando è vuota! E cioè adesso!» implorò, mentre si fermò e girò verso il ragazzo tirandolo per il braccio, e quindi rischiando di scivolare sul ghiaccio e cadere sulla neve.

«Ma... ehi, aspetta!» esclamò questa volta Milo, fermandosi a pensare. «Ehi, Fede! Ma tu non sai pattinare!» disse, scuotendo la testa e voltando le mani verso l'alto portandosele all'altezza delle spalle.

«Lo so.» disse, annuendo. «Ma tu sì! E mi devi un favore.» esclamò, incrociando le braccia al petto, per poi rigirarsi verso la pista di pattinaggio e ricominciare a correre.

«Ma... cosa?! E cosa avresti fatto?»

«Ti avevo promesso che non dicevo a nessuno che eravamo fidanzati, poi hai fatto coming out, confessato tutto di tua spontanea volontà ed è quindi diventato inutile.» asserì, fermandosi di fronte a lui e fissandolo con occhi innocenti.

«Mhm... va bene. T'insegnerò a pattinare.» concesse Milo, rilasciando un piccolo sbuffo che si condensò davanti al suo naso.

«Whoo-oo!» urlò Federico, alzando le braccia al cielo coi pugni chiusi e piegando la testa all'indietro. «Ora però, alla pista!» e riprese a correre trascinando il ragazzo con sé.

 

* * *

 

«Allora ragazzi, che numero portate?» chiese l'addetto al noleggio pattini.

«Io un 40, mentre lui un 38.» disse Milo, mentre si appoggiò al bancone aspettando che l'uomo tornasse coi pattini.

«Allora, pronto per la tua prima volta?» disse, girandosi verso Federico appoggiando il viso sul pugno.

«Sì.» sbuffò eccitato. «C'è freddo.» disse poi, sfregandosi le mani sulle maniche del giubotto.

«Ecco a voi ragazzi!» e l'uomo porse a Milo i pattini. «Buon divertimento!»

«Grazie.»

«Grazie. Bene, andiamo!» disse Milo, dando dei colpetti sulla schiena dell'altro.

 

* * *

 

«Ok, prima di tutto, calmati e cerca di rimanere in equilibrio.» cominciò Milo, stando al centro dell'enorme pista, mentre Federico si attaccò ad una delle sbarre che delimitavano il perimetro della distesa bianca.

«Ok, ok, ok... uff... ce la posso fare.» iniziò a respirare profondamente Federico, ma senza mai lasciare la presa. E vedendolo così ingenuamente impaurito, Milo si avvicinò pattinando con le mani incrociate dietro la schiena, fermandosi davanti a lui e chinandosi per arrivare alla sua stessa altezza e guardarlo negli occhi.

«Ehi... ok, prendi le mie mani.» terminò, appoggiando le mani sulle sue e quindi avvicinando i due corpi. Poi le strinse e le separò piano dalla barra d'appoggio.

«Dai, vieni al centro. E ricorda, devi strisciare i piedi.»

«Uh uh. Ok, devo strisciare.» e piano piano, Federico e Milo si avvicinarono al centro della pista.

«Sai che ci vorrebbe?» disse Milo.

«Che cosa?»

«Una bella canzone. Suonata a palla. Come nel pattinaggio artistico.» continuò Milo, puntando gli occhi verso l'alto mentre ruotò leggermente la testa.

«Mhm... e che canzone vorresti?» chiese Federico, continuando a guardarsi i piedi che si muovevano avanti e dietro velocemente.

«Non saprei... qualche classico da musical. O un po' di pop.» fantasticò Milo, abbassando lo sguardo «Qualcosa tipo...» e iniziò a canticchiare un ritmo di qualche canzone da discoteca. Poi, iniziando a cantare in tutti i sensi, iniziò a pattinare più velocemente tenendo sempre le mani del fidanzato, che continuava ad alternare impaurito lo sguardo dalle punte dei piedi coperte dal nero dei pattini al viso del ragazzo che lo trascinava, gonfiando le guance e imitando un assolo di qualche strumento.

«Ta-dà! Stai pattinando? Contento?» chiese Milo, mostrando all'altro un'espressione esaltata e felice, mentre muoveva le mani come nel jazz.

«... sì! Sto pattinando! Whoo!» urlò Federico, lasciando le mani per portarle dove le metteva di solito nella sua posa da esaltato, ovvero coi pugni chiusi verso l'alto. E, facendo così, perse l'equilibrio e cadde all'indietro sul sedere, sbattendolo violentemente e iniziando a girare e scivolare sul ghiaccio.

«Ahia!!» urlò, chiudendo gli occhi e tirando la testa all'indietro. Poi, dato che non riuscì ad alzarsi, si girò per vedere dove fosse Milo, per chiedere aiuto. Ma tutto ciò che trovò fu il ragazzo che ebbe smesso di canticchiare e che lo guardava ad occhi spalancati e con le braccia lungo i fianchi, restando immobile.

Poi cominciò a gonfiare le guance che si arrossarono insieme al viso.

«Milo! Aiuto.» esclamò Federico, mentre allungò le braccia aprendo e chiudendo i pugni come un neonato.

Ma il ragazzo non l'aiutò, anzi: decise di fare uno scatto, andarsene dalla pista per andare nei bagni e lasciare l'altro seduto sul ghiaccio a congelarsi il sedere, mentre abbassò le braccia ed esclamò:

«Miloo!! Ho freddoo!!»

 

* * *

 

Milo, dopo essersi fortemente sfogato nei bagni ridendo fino a sentire male all'addome, tornò alla pista passando vicino agli spalti e aspettando di trovarsi un Federico nero dalla rabbia che lo avrebbe aggredito non appena fosse entrato nel suo campo visivo. Invece, mentre entrò con la schiena curva in avanti e la testa che girava a destra e sinistra insieme allo sguardo, non si sorprese più di tanto nel vedere che Federico era rimasto seduto, annoiato, ad aspettarlo cantando qualche brano di un musical di Broadway o del West End.

«Fede!» chiamò Milo, togliendosi velocemente da sotto i pattini le custodie delle lame e iniziando a pattinare verso di lui per aiutarlo ad alzarsi.

«luna, volgi gli occhi alla luna... mhm?» Federico corrugò la fronte e si girò verso la fonte della voce che lo aveva chiamato.

«Fede! Ma sei rimasto seduto sul ghiaccio per cinque minuti?!» chiese Milo preoccupato e marcando le ultime parole, quando raggiunse il ragazzo e gli tese una mano per aiutarlo.

«Mpf!» soffiò Federico, come un gatto. «Hai già finito di prendermi in giro? E, per la cronaca, ho provato ad alzarmi, ma sono scivolato tutte le sette volte.» concluse, stringendo poi la mano che sostava davanti al suo viso.

«Oh. Continuiamo a pattinare?» chiese Milo, trattenendosi per evitare di ridere in faccia all'altro o di scappare verso i bagni una seconda volta.

«Sì. Voglio sentirmi il Plushenko della situazione. O la Kostner. Scegline uno, quello più simpatico.» e Federico strizzò l'occhio all'altro, facendolo sorridere.

Ma, questa volta, per evitare di cadere una seconda volta e far scappare il ragazzo perché, per la sua innata ''gentilezza'', non voleva ridergli in faccia, appena fu in piedi, si aggrappò con entrambe le mani agli avambracci dell'altro.

«Allora,» e Milo guardò il ragazzo negli occhi «Calmati, e cerca di stare in equilibrio.» e sull' ultima frase sorrise apertamente, trattenendo le risate.

«Ah. Ah. Ah.» rise sarcasticamente Federico «guarda che puoi anche ridere, tranquillo.»

«No no. Tranquillo che non mi metterò a ridere.» e poi, dopo qualche secondo, riprese a ridere, facendo sbuffare l'altro che si portò le mani ai fianchi e rimase a guardarlo con un sopracciglio alzato e la fronte corrugata.

«Wow. Ho proprio un ragazzo sincero.» e Federico sbuffò nuovamente, girandosi poi di centottanta gradi, dando all'altro le spalle.

«Ehi, Fede!» esclamò esaltato Milo, raddrizzandosi sulla schiena e togliendo le mani dall'addome, dopo aver finito di ridere. «Fede! Guarda, stai rimanendo in piedi da solo!»

«Cosa?!» e, girandosi violentemente verso l'altro, perse l'equilibrio nuovamente, cadendo però di schiena. Questa volta, contro ogni suo pronostico, non colpì il ghiaccio perché, essendo vicino al più grande, Milo si accorse in tempo della sua imminente caduta e riuscì a prendere in braccio l'altro, come in ogni buon film o telefilm americano che si rispetti.

E tutto parve congelarsi, cristallizarsi in una sottile e trasparente lastra di ghiaccio facendo perdere ad entrambi la cognizione del tempo che piano piano sfuggiva alla loro ''lezione'' di pattinaggio. Ma a nessuno dei due sembrava interessare che la lancetta dei minuti dei loro orologi continuava imperterrita a fare giri attorno al perno del meccansimo, coprendo prima l'uno, poi il due e poi il tre, arrivando fino al dodici e iniziando nuovamente il suo percorso.

Loro restavano lì, come in una locandina di un vecchio film romantico, uno che teneva per la schiena l'altro in un perfetto casquet, anticipatore di un perfetto bacio.

E così fu. Milo chinò lentamente il proprio viso su quello di Federico, alternando lo sguardo dai suoi occhi verdi alle sue labbra, rosse dal freddo e leggermente screpolate per lo stesso motivo.

E nello stesso momento Federico faceva lo stesso, alternava lo sguardo dagli occhi grigi dell'altro alle labbra, secondo lui perfette, prettamente bianche.

Le loro labbra si scontrarono piano, prima leggermente, sfiorandosi e toccandosi quasi impercettibilmente, poi cominciando ad avvicinarsi senza indietreggiare, toccandosi ed assaporandosi. Cominciarono poi a schiudersi, lasciando uscire leggermente le lingue che cominciarono ad inseguirsi prima nel caldo della bocca di uno, poi in quella dell'altro, toccando il palato dell'altro e i denti, che cominciarono a mordicchiare senza ferire le labbra altrui, rubando il respiro l'uno all'altro, costringendoli a staccarsi per poter riempire nuovamente i polmoni.

«Allora,» iniziò Milo, sollevando Federico sui suoi piedi «Vogliamo pattinare seriamente o rimaniamo qui a cadere e poi baciarci?»

«Beh, non che la seconda proposta non sia allettante,» e lo guardò con occhi languidi «Ma preferisco imparare a pattinare. Siamo qui per questo, no?»

 

* * *

 

Rimasero a pattinare per altre due ore, continuando a rimanere con le mani intrecciate per evitare di cadere sul ghiaccio per l'ennesima volta, tirando fuori una macchina fotografica dalla tracolla blu di Federico facendosi migliaia di foto con loro due abbracciati in mezzo alla pista o con loro due che stavano fermi cercando di rimanere in equilibrio (o, per lo meno Federico) e addiritura un video dove facevano qualche giro del perimetro della pista e con Milo che eseguiva qualche evoluzione molto elementare. Insomma, passarono qualche ora del loro tempo a imparare a pattinare, e per qualche strano caso erano rimasti soli tutto il tempo, senza essere interrotti da nessun'altra persona o membro del personale.

Poi, dopo essere riusciti a fare un giro con Federico in braccio a Milo ed essere scesi dalla pista, ebbero deciso di comune accordo di andare a prendere una cioccolata calda.

«Bene, dove andiamo a prenderla?»

«Mhm... pensavo di andare a casa mia,» propose Milo «Magari davanti al caminetto acceso. Ti va bene?» e sorrise, ammicando verso Federico.

«Ok. Visto che hai il caminetto...»

 

* * *

 

«Beh, ''Plushenko'', com'è stato pattinare?» chiese Milo, mentre prendeva il preparato per la cioccolata dalla credenza sopra il lavandino.

«Avevi ragione, sarebbe statomeglio con qualche colonna sonora. In compenso, ho scoperto che sei abbastanza bravo come insegnante.» rispose, mentre stava sul tappeto a piedi scalzi davanti ai ciocchi che bruciavano e scoppiettavano.

«Davvero? E, per caso... ti eccita?» chiese malizioso, deluso per non poter vedere la faccia dell'altro, probabilmente rossa di vergogna.

«C-c-cosa?! Sono rimasto sorpreso, punto.»

«Mhm. Ok.»

Milo cominciò a mescolare il preparato scuro insieme al latte mentre riscaldava sui fornelli, ed invece Federico lo aspettava riscaldandosi col caminetto.

«Ehi, Milo!»

«Sì?»

«Senti...» iniziò Federico, impacciato e timido «... hai mai pensato di avere un figlio?»

«Cosa?!» esclamò Milo, iniziando poi a tossire. «Insomma, sai che manca la materia prima: un utero. E, da quanto ho visto e so, tu non hai niente di simile.»

«Lo so, lo so... ma non ti piacerebbe un bambino che corre per casa? Oppure una bambina che ti chiede se le leggi una favola prima di mettersi a dormire? Eh? Non ti sei mai fermato a pensarci?» chiese Federico, sognando ad occhi aperti e intrecciando le dita fra di loro, portandosi le due mani all'altezza del petto.

Milo tornò nel salotto della casa con due tazze bianche stracolme di cioccolata, una con la scritta ''Miglior coinquilino'' e l'altra con l'immagine di una strega verde vestita di nero insieme ad un'altra vestita di rosa che le bisbigliava qualcosa all'orecchio.

«Oddio...» cominciò Milo, porgendo la seconda tazza a Federico, mentre si sedeva vicino a lui sul tappeto con la schiena contro il divano. «Non ci penso ogni minuto, ma qualche volta mi è passato di mente. Lo sai, è come il matrimonio: semplicemente, a noi non è permesso.» concluse, cominciando a soffiare leggermente sulla cioccolata e a girarla con un cucchiaino.

«Sì, lo so.» sospirò Federico, poggiando la testa sulla spalla di Milo e la tazza in terra, aspettando che si raffreddasse.

«Ma mi piace immaginarmi con un bambino in braccio che mi stringe il dito con la sua manina.»

Milo, dopo aver preso un sorso dalla sua tazza e averla poggiata anche lui per terra, mise un braccio attorno alle spalle, e poi attorno alla testa, di Federico, baciandogli teneramente i capelli neri. Poi appoggiò la sua testa su quella dell'altro, mettendosi a guardare il fuoco scoppiettare ed illuminarli col suo rosso vivo e col suo giallo-arancione.

«Ehi ehi, aspetta un minuto!» disse Federico, spostandosi dall'abbraccio dell'altro e guardandolo con uno sguardo incuriosito e sorpreso.

«Dato che stiamo facendo di questi discorsi, cosa diresti del matrimonio?»

«Ok, questo che è impossibile!»

«Uh uh, lo so! Ma pensaci: all'altare, io con uno smoking bianco e tu con uno nero, poi un'auto con un foglio attaccato che dice ''Appena sposati'', il riso e la cerimonia... non ti piacerebbe?» chiese Federico emozionato, mentre strinse spasmodicamente gli avambracci dell'altro.

Lo baciò. Non gli rispose nemmeno, semplicemente lo sorprese avvicinando impetuosamente le sue labbra a quelle del più piccolo, che dimenticò la sua domanda e si sciolse nel suo abbraccio, abbandonandosi a quella danza che stava iniziando tra la sua bocca e quella di Milo.

Si staccarono e Milo, inginocchiandosi davanti a lui, gli chiese:

«Federico Rizzo, vuoi sposarmi?»

E, aspettando una risposta dall'altro, si sorprese nel vederlo prendere la sua tazza da terra, berne un gran sorso e sputarlo subito dopo, per aumentare la drammatricità del momento.

«Allora? Vuoi?»

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Silverselfer

Okay, si può anche scrivere per il solo piacere di farlo; in tal senso nulla da eccepire - Racconto mooolto romantico.

 

Dovessi però guardarlo con occhio critico, ci troverei molto da dire. Sgrammaticature a parte, l'esposizione è spesso contorta. Il bacio è descritto con una meticolosità che meriterebbe una forma letteraria migliore.

 

In generale, la scelta di affrontare il racconto usando il dialogo diretto, condiziona molto la struttura che penalizza l'intreccio a favore di una fabula che per sua natura non permette l'articolazione della storia in differenti spazi temporali. Qui si è tentato di far procedere la storia suddividendo gli spazi in paragrafi, soluzione abbastanza riuscita. Tuttavia, alla fine il racconto soffre di una macchinosità che lo rende poco fluido.

 

Nel complesso trovo che ci sia parecchio da sfrondare. Alcune parti sono davvero inutili, rese noiose da un compiaciuto romanticismo assai prolisso. L'introduzione è confusa nei passaggi da un interlocutore all'altro. Si deve rileggere per capire perché Federico deve un favore a Milo e francamente non credo neanche di averlo ancora chiaro in testa ... ma è così necessario saperlo?

 

Per farla breve, io avrei innanzi tutto cambiato il titolo. Il cuore del racconto non è il pattinaggio sul ghiaccio, tanto meno nella storia c'è quel punto di vista dissacrante che contiene il titolo; anzi, trovo la storia molto ortodossa nel suo romanticismo smaccato. Si parlasse di una coppia convenzionale uomo/donna, ci troveremmo davanti a uno spot mucciniano o moccianiano da manuale (d'amore). Tornando al mio personale punto di vista, il titolo potrebbe essere "Una coppia di smoking in bianco e nero" giusto per inquadrare il bel finale da torta nuziale.

 

La struttura l'avrei articolata spostando la vicenda in un solo spazio temporale, così da ovviare il problema di affidare al dialogo l'incedere della storia. Il quadro che sceglierei sarebbe naturalmente l'ultimo: quello della cioccolata a casa di Fede. Così procederei con un dialogo interrotto da delle anacronie, dei flash back che ripropongano delle scene che offrono delle riflessioni interiori, le quali culmineranno nella proposta di matrimonio.

 

Si è capito qualcosa? mah, in ogni modo è solo il mio punto di vista. Se decidessi di rimetterci mano, mi raccomando riproponilo perché mi piacerebbe rileggerlo.

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