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.Gi@como.

Harm of will.

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.Gi@como.

Dieci anni fa iniziava la guerra in Iraq, e tu fosti chiamato alle armi. Abbandonato il Brasile, ci trasferimmo in un piccolo appartamento di Boston conquistato col sudore della fronte. Quando arrivammo in America, avevamo l’anima piena di belle speranze: io volevo un figlio, anche due, per poter finalmente coronare il mio sogno di madre, mentre tu desideravi ardentemente riuscire ad entrate in una delle tante squadre di calcio americane. Dicevi che negli States ci sarebbero state più opportunita per un esordiente, dicevi, ed ogni volta che lo asserivi ci credevi così fermamente che pendevo dal luccichio dei tuoi occhi, speravo assieme a te nel raggiungimento della soddisfazione di quella voglia sempiterna e primigenia che albergava nel tuo cuore. E ci provasti, con alti e bassi, fino a quando non ricevesti la chiamata per la guerra. Così, tra le lacrime, ci siamo dovuti congedare in quel maledetto aeroporto, dieci anni fa. A salutarti non c’ero solo io, ma anche la grazia di Dio che risiedeva in me, alla quale avevamo deciso di dare nome Jesus.

‘Guenda, lascio te e Jesus nelle mani del Signore, parto con la speranza di tornare il più presto possibile e di poter nuovamente baciare la tua bocca. Da’ a Jesus tutto l’amore che una madre può dare, e cerca di supplire anche la mia figura; sono certo che te la caverai benissimo. Te amo, Guenda’ dicesti, ed io, con la voce strozzata dalle lacrime, ti dicevo addio mentre le nostre bocche iniziavano la loro ultima danza fugace e strozzata, che sapeva di sale e di rabbia. Così, da quel 28 Giugno 2000, non ti rividi né ricevetti più notizie di te, e tutte le volte che provavo a scriverti nasceva dentro un astio incontrollabile, tant’è che più volte ho dovuto portare Jesus da mia madre per evitare che potessi fargli del male. Più passava il tempo, più non sentivo il suono chiaro e deciso della tua voce e più diventavo pazza, passavo le notti ad avvoltolarmi nelle coperte e a sgranare rosari pieni di bestemmie. Un giorno nutrivo una profondissima speranza nel tuo ritorno e in qualche tuo ragguaglio, il giorno subito successivo invece cadevo nella disperazione più totale. Jesus intanto cresceva, e per tutti i suoi successi, come il primo giorno di scuola o i saggi di nuoto, ho dovuto svolgere sia la parte della madre che quella del padre. Ti odiavo, Felipe, perché mi avevi lasciato sola ed inerme nella mia debolezza di donna. Ti amavo, Felipe, perché solamente il ricordo della nostra passione e delle nostre mani che si intrecciavano sudate tra le coperte del nostro letto mi dava la forza per poter andare avanti.

Riuscìi a reggere per 5 anni, dopodiché fu impossibile controllarmi. Un giorno d’estate, presa da un attacco di rabbia, ti maledìi in tutti i modi che conoscevo, ed iniziai a maledire anche Dio e il suo claudicante creato. Entrai con foga nella stanza di Jesus, e, mentre stava giocando con la bella Playstation che la nonna gli aveva regalato per i suoi bei voti, lo accoltellai ripetutamente con il coltello con cui affilavi i tacchetti degli scarpini. In quel momento, provavo per Jesus solamente rancore, figlio nato da una madre maledetta e da un padre snaturato, che poteva essere morto e vivo allo stesso tempo, tanto a me non fu mai dato sapere che fine facesti, Felipe. Rimasi per due ore a godermi la visione di quel corpicino esanime a terra, mi sedetti vicino a lui e iniziai a cantargli le ninne nanne che mia mamma era solita recitarmi quando ero piccola come lui. E fu proprio mia madre a denunciarmi quando rincasò, e da quando sono rinchiusa in questo manicomio non ha mai voluto farmi visita. Non ho forza per poterti raccontare questi 5 anni trascorsi rinchiusa qui dentro, Felipe, ogni giorno nasceva un dolore nuovo che andava ad aggiungersi alle cicatrice mai risanate delle sofferenze passate. Per alleviare il tempo che mi separava dal tuo ricongiungimento – morire come incontro, morire come amore – ho passato quello che rimaneva della mia esistenza nel ricordo di quello che eravamo e nella fantasia di quello che saremmo potuti essere. Ho chiesto perdono a Dio ogni giorno per quello che ho commesso. Spero che, morto o vivo, tu possa perdonarmi.

 

Te amo, Felipe.

 

Guenda.

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