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Uccello di carbone: epitaffio per Ippolito Nievo


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Uccello di carbone: epitaffio per Ippolito Nievo

 

Dove sono andati i figli miei?

Coricato nell’attesa,

m’ubriaco di sofferenza,

il dolore non è amarezza,

non pensieri grifagni,

ma punti ciechi al nido dei mondi.

Dove sono i sospiri d’alleluia?

Confesso l’ora dei vagabondi,

di piazze gremite d’ombre,

di stanchi corpi,

non angeliche more,

che la bisulca nebbia dissolve,

e niente resta.

Pomeriggi ignudi

s’ergono nelle memorie,

il profumo di un gatto,

pesante, fuori moda, invecchiato,

chinato ai piedi d’uno stanco poeta.

È forse l’effetto, il riflesso,

l’avvenire d’un ardore

che non ho mai assaporato?

Non ho figli appollaiati

sul limitare d’un pensiero.

Non ho un gatto

che badi al mio corpo,

durante la mezzanotte inclinata.

Sono forse vedovo del mio pensiero?

Ho un vago ricordo:

l’alone d’un lamento,

uno spiffero volante,

l’uccello di carbone.

Vedi, ti conosco altero,

fragile e sereno,

maestoso e sognante;

cosa sei?

Una matassa tenebrosa,

l’inguaribile mondo che osservo?

Oh, non ho che piangere

sul vapore di Ercole,

rovesciato da cenere lunare.

E tu, debole uccello,

seduto su quel trono d’argento,

guardi e ammiri,

inorridisci, e spesso mi dici:

«Io sono grida di una terra in lutto».

 

- Non ho formattato il testo dal word, vi prego di perdonarmi :) -

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