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Isher

Sulla felicità come fine

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Isher
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  • Ecco, spero non abbiate molto da obbiettare, per due ragioni: potreste causarmi una crisi esistenziale; non saprei replicare altro all’infuori di “personalmente questi concetti mi hanno aiutato”. :love:
    PianoForte, innanzitutto vorrei dirti che il tuo contributo al Forum è andato sempre aumentando da quando vi sei entrato. Il tuo post è ancora una volta chiaro, sincero, dotato di un contenuto vero e personale. Alla tipologia della felicità che delinei vorrei aggiungere un'altra forma, quella che, parafrasando e in parte distorcendo Shakespeare,«...droppeth down from HeavenUpon the places beneath».Quel che tu dici è vero per quanto riguarda il modo giusto di affrontare il dolore e concepire il totum dell'esistenza. Io lo intendo come un invito ad attraversare le cose che si presentano sotto un volto buio senza predeterminarle del tutto, sospendendo il giudizio, per così dire, e lasciando in sé sempre aperto uno spazio altro e per altro: altro modo, anche, di valutare quegli stessi eventi infelici. Una concezione dinamica della felicità come del suo contrario o di ciò che sembra negarla o anche la nega. Ci rifletterò.PS: Poi se comincio a sentirmi "incinto" te lo faccio sapere...  :D

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    DaveKawena82

    Francamente non credo noi viviamo per essere felici. Noi viviamo semplicemente per fare di ogni giornata una giornata memorabile. La felicità la dobbiamo cercare, ma se non arriva non lasciarsi abbattere, perchè anche una giornata triste può essere una giornata memorabile, se non altro per ricordarcela quando siamo troppo felici. Molto rischioso raggiungere lo stato di felicità massima, perchè quando l'ho raggiunta è sempre successo qualcosa...

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    Hinzelmann

    Davekawena, ci riporta al sentimento del tempo.Il memorabile è ciò che è degno di essere ricordato, sottratto all'oblio della memoria.Mi sovvengono i versi finali di goodbye to the Mezzogiorno:...one cannot alwaysRemember exactly who one has been happy,There is no forgetting that one was.E' inevitabile forse, se parliamo di vita e di scopo della vita che la risposta sulla felicitàimpliciti un approccio d'esperienze personali alla percezione soggettiva del tempo.Ed ecco che il passato irrompe, come sorgente (di un pericolo) di repressione- così io interpreto il desideriodi vivere una vita degna di essere ricordata: un desiderio di espressione... [ Davekawena ]O come fonte di un pericolo di rimozione - così io interpreto la coazione a ripetere o anchequi per certi versi l'oblio della routine di Pianoforte, che è la fuga inconscia da ciò che non siriesce ad affrontare. [ PianoForte ]E quindi ecco il bisogno di essere capaci di esprimersi ( Dave.. ), il bisogno di essere capaci di affrontarela vita, controllandola ( stare al timone Isher) ma anche sapendo affrontare ciò che controllare non possiamo( Pianoforte )In fondo parliamo della felicità per incoraggiarci, no?Beh, ho fatto al più un pessimo compendio... :roll:mi sento un po' come una collaboratrice domesticache ha rassettato pensieri altrui :rotfl:Però non saprei cosa aggiungere, se non ancorai versi di Auden, di cui sopra:There is no forgetting that one was.non ci dimenticheremo di essere stati felici...quindi vale la pena provarci :P

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    Isher
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  • come sorgente di repressione- così io interpreto il desideriodi vivere una vita degna di essere ricordata: un desiderio di espressione...
    Scusa, amico, repressione/espressione sono le due parole che volevi scrivere, o c'è un refuso? Non capisco infatti bene il senso della prima alternativa
    In fondo parliamo della felicità per incoraggiarci, no?Però non saprei cosa aggiungere, se non ancorai versi di Auden, di cui sopra:There is no forgetting that one was.non ci dimenticheremo di essere stati felici...
    Bellissimo. Non c'è nemmeno bisogno dell'ultima riga (quella che ho eliminato). Tra l'altro non è quello il problema, secondo me.

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    Hinzelmann

    Scusa, amico, repressione/espressione sono le due parole che volevi scrivere, o c'è un refuso? Non capisco infatti bene il senso della prima alternativaSono stato elittico... :look:sorgente di espressione e desiderio di espressione // pericolo--memoria (esperienza?) di repressionecome sotto per la seconda alternativa che potrebbe essere forse precisata nella contrapposizionedel pericolo--memoria ( esperienza ) di rimozione // sorgente desiderio di elaborazioneLo so che il problema non è quello, ma io stavo solo rassettando...non puoi pretendere più di unincoraggiamento da una collaboratrice domestica :P

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    Isher
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  • Sono stato elittico... :P
    Sappiamo che sei l'Ellissi  :)Comunque il tuo non mi sembra proprio un commento da colf...E' un'ottima sintesi la tua, una buona risposta: implica unasublimazione o trasvalutazione del comune concetto di felicità, in altro.Inserire il tema del ricordo, dell'elaborazione, del controllo di ciò che nonè controllabile, del tutto o per niente, significa implicitamente dire chela felicità in senso proprio non è affare di tutta la vita.Io non dubito che la felicità sia un potentissimo oggetto di desiderio eun potentissimo motore. E credo anche che sia qualcosa di talmentemisterioso, e soggettivo, da poter essere attinta anche a 90 anni su unasedia a rotelle (bisogna però avere le palle!). Certo però in condizioni difficili di vita o dovendo fronteggiarelutti o malattie o la prospettiva della morte la felicità non campeggia piùda sola, non si presenta più, credo, in modo da bastare a se stessa.Né la situazione migliora - questo volevo anche dire - rimuovendo luttie miserie, perché per ben riuscire questo dovrebbe portare all'egocentrismo.Occorre dunque elaborare dell'altro, e trovare nuove risposte.Colf II

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    Guest PianoForte
    Né la situazione migliora - questo volevo anche dire - rimuovendo lutti e miserie, perché per ben riuscire questo dovrebbe portare all'egocentrismo.
    Non vanno rimossi, Isher. E' necessario saper “maturare” il dolore – che va vissuto! – senza però rinunciare al diritto d’essere felici. Lo consideri egoismo perché credi che sia un torto verso chi soffre o ha sofferto, ma non è così… soprattutto se lo condividi e l’esprimi nel rispetto degli altri e di te stesso.Il dolore è una condizione inevitabile e la sua accettazione costituisce la condizione principale per l’elaborazione della felicità, che è un tuo diritto!Infatti, la psicologia afferma che la felicità si acquisisce tramite lo sviluppo della resilienza (la capacità di resistere e reagire alle avversità; circa come avevo già detto) che è così precisata: “La resilienza umana esige un’apertura agli altri, il rispetto di ciascuno e il dono di sé”, e questa definizione non è assimilabile a quella d'egocentrismo.P.S. Caro Isher... :P

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    Paduanb

    Quale sia il fine dell'esistenza, non lo sa con certezza nessuno. E' oggetto di fede, di una scelta emotiva, non di una riflessione razionale, perché la ragione umana di fatto non può stabilire il senso della vita.Però noi constatiamo il fatto che la felicità è ciò che desideriamo tutti quanti continuamente. L'uomo non riesce a prescindere, nel suo agire, dal desiderio di essere felice. Tutto quello che fa, lo fa a questo scopo, compresi gli atti di altruismo e di dovere. Si compie ciò che si sente il dovere di fare per sentirsi a posto con noi stessi, quindi per essere felici.Dobbiamo quindi ricordarci che, anche se siamo scettici sul fatto di poter essere felici, non possiamo fare a meno di desiderarlo. Persino il suicida cerca la felicità, perché pensa che solo con la morte farà cessare le sue sofferenze.Quando non cerchiamo di essere felici, cerchiamo di far cessare il dolore, che è anche questo una ricerca (ai livelli minimi) della felicità.Ma è legittimo sperare di poter essere felici?Beh, secondo me il problema manco si pone dato che siamo condannati, inevitabilmente, a cercare la felicità, ogni istante della nostra esistenza.Persino chi cerca il dolore, cerca la felicità, perchè identifica il dolore con una sorta di piacere o di gratificazione.Ma si può essere felici in questo mondo? La ragione sembrerebbe dire "no" perché finora non c'è niente che ci autorizza a pensarlo: il mondo è così pieno di limiti, di atrocità, di sofferenze, che riesce difficile credere di poter essere felici qui ed ora.Ma la ragione ha i suoi limiti: arriva fin dove arriva il nostro sguardo, poi, dove finisce, siamo autorizzati a pensare qualsiasi cosa.Quindi, la ricerca della felicità, per me, non è una cosa assurda, al massimo è qualcosa di improbabile... ma non impossibile.Qualche tempo fa ho sentito per radio che è stata fatta una statistica per cercare di capire cosa rende felici le persone: è risultato che non era né la ricchezza, né la salute, né la bellezza, né avere dei buoni rapporti sociali, ciò che determina la felicità: sembra invece che ciò che rende più felici, sia lo stare bene con se stessi, l'essere contenti di esistere e di essere ciò che si è.Per noi gay, e per tutti quelli che sono fatti sentire "fuori posto" nel mondo, penso che sia un messaggio importante.Penso allora che la ricerca della felicità dovrebbe cominciare da questo: dall'essere contenti di ciò che si è.Per quanto mi riguarda, direi che la statistica dice la verità, perché i momenti di felicità più grandi nella mia vita, mi sono stati dati appunto da quando mi sentivo soddisfatto di me stesso.

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    RichardIII
    Qualche tempo fa ho sentito per radio che è stata fatta una statistica per cercare di capire cosa rende felici le persone: è risultato che non era né la ricchezza, né la salute, né la bellezza, né avere dei buoni rapporti sociali, ciò che determina la felicità: sembra invece che ciò che rende più felici, sia lo stare bene con se stessi, l'essere contenti di esistere e di essere ciò che si è.
    Questa si chiama serenità, essere appagati della propria esistenza e non avere bisogno di niente altro. Si tratta nella realizzazione di qualcosa che è assolutamente soggettivo, ed è l'unica cosa alla quale, razionalmente, abbia senso tendere.Dire che non sono i soldi a rendere appagati o la salute sono banalità, perchè nella visione di qualcuno potrebbe essere l'agio il punto d'equilibrio della propia esistenza.

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    Isher
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  • sembra invece che ciò che rende più felici, sia lo stare bene con se stessi, l'essere contenti di esistere e di essere ciò che si è.Per noi gay, e per tutti quelli che sono fatti sentire "fuori posto" nel mondo, penso che sia un messaggio importante.Penso allora che la ricerca della felicità dovrebbe cominciare da questo: dall'essere contenti di ciò che si è.Per quanto mi riguarda, direi che la statistica dice la verità, perché i momenti di felicità più grandi nella mia vita, mi sono stati dati appunto da quando mi sentivo soddisfatto di me stesso.
    Che lo stare bene con se stessi sia la cosa più importante me lo diceva spesso una mia grande Amica, persona molto più grande di me di età, persona di grandissima vitalità e tra quante ne ho conosciute la più capace di essere "felice" traendo gioia da tutto. Giuste le osservazione aggiuntiva e la nota personale di Paduan sul fatto che questo vale ancor più per chi come una persona omosessuale trova nella realtà sociale molte negazioni e deve costruirsi un'identità vincente, risolta, appagata con più fatica. Direi che lo stare bene con se stessi è la condizione di tutto. In senso dinamico: un punto di partenza, ma anche come obiettivo, un riscontro, a seconda delle prospettive e dei momenti della vita.

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    Guest PianoForte
    Persino il suicida cerca la felicità, perché pensa che solo con la morte farà cessare le sue sofferenze.
    Vorrei fare solo una precisazione: persino alcuni suicidi cercano nel loro atto estremo la felicità. Non tutti.Non conosco la statistica, ma come diretto implicato attesto che molti suicidi cercano l'annullamento del proprio io e non la loro liberazione dal medesimo; quindi un gesto estremo di disprezzo e odio verso se stessi nella più totale incapacità di concepire la felicità e/o di considerarsi meritevoli della stessa. Dunque non la ricerca di un premio, bensì di una punizione.

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