Jump to content
Silverselfer

Urban Dictionary (Raccolta di Racconti brevi)

Recommended Posts

Silverselfer
Spoiler

Premetto che io sono pessimo nei titoli ed ho scelto questo perché l'altro ---> Paprica alla Mandragola, lo avevo trovato insieme alla mia editor per partecipare ad un concorso circa nella prima metà degli anni duemila. A quel concorso arrivai nella cinquina dei finalisti, però ne ricavai un'esperienza molto negativa, tipo la vincitrice che mi viene a insinuare che sono un pervertito, sostenendo che sono compiaciuto dalle scene di sesso che descrivo ... cioè, hai vinto e senti il bisogno di venirmi a fare la morale? 

In ogni modo, continuai a lavorare nell'ambito della piccola editoria ---> un mondo veramente cinico. Alla fine, insieme alla mia editor, dopo un peregrinare di esperienze e un susseguirsi di delusioni, e parlo di livello umano e non professionale, complice l'età che avanza, mollai tutto. Ovviamente non smisi di scrivere che rimane la sola ragione di vita cui riesco ad ottemperare, però ho cancellato o, meglio, chiuso quella parentesi come ho fatto per le tante altre parentesi tonde, quadre e graffe che compongono la complessa espressione della mia esistenza.

Fatto è che alla mia editor, una donna che mi ama e a cui voglio un bene dell'anima, è stato diagnosticato un mieloma incurabile. Non sono bravo in queste cose e non sono capace di dire addio alle persone ... sono un disastro. Lei sta mettendo ordine in quel passato che sta per abbandonare e in cui io occupo una parte non trascurabile .... che fallimento che sono. Insomma, lei ha conservato tutto di me, ogni e-mail, ogni messaggino sul telefonino e anche le bozze di quei racconti con cui mi convinse ad abbandonare l'ultima spiaggia ---> sarebbe troppo lungo spiegarvi. 

Ora mi ritrovo con questa cartella piena di racconti scritti in tutto l'arco degli anni novanta, cioè compreso il tempo dei banchi di scuola. Non so cosa farci! Mi giungono tra il capo e il collo come una mannaia in un momento a dir poco complicato della mia esistenza! Magari conoscessi cos'è il blocco dello scrittore, almeno la smetterei di leggere su questo rigo la mia incommensurabile incapacità di vivere. 

Io non so che farci con questa roba ... sta lì che mi accusa rendendomi difficile respirare ...

E' roba vecchia, datata soprattutto dalla tecnologia che cito ... e ma che ci posso fare se sono nato a cavallo di questi decenni di transizione? Potrei facilmente apportare un veloce aggiornamento, ma non voglio. 

Io non lo so chi sei tu che stai leggendo ora questo stonato tip tap sulla mia tastiera, però spero mi perdonerai se ti uso per placare i mille demoni che mi mordono la coscienza. Io ho deciso di postare qui questi racconti che mi occludono la pace mentale ... 

Il primo racconto si chiama Varechina ---> Nasce da un altro racconto originario di Paprika alla Mandragola che si titolava "A mezzo servizio" ---> Forse è il più recente di tutti, ma la bozza che sto per postare non è la mia, appartiene alla mia editor che  me la inviò per lavorarci sopra. Lei l'asciugò di tutti gli eccessi di colore cui sono solito incedere ... rileggendola, sono riuscito a vedere qualcosa che ... non lo so, è strano ... è come se, rileggendo, vedessi qualcosa di sconosciuto ... bah, io non cambio una virgola e ve la passo ... se poi non avete voglia di leggere, sappiate che non nutro alcuna aspettativa o altro ... vi voglio bene bastardi!

 

Urban Dictionary

Raccolta di Racconti Brevi

***

                                                                                                                                  Varechina 

Zip zap. Zip Zap, fa il ticchettio della sveglia a batteria. Zip zap, risuona nel silenzio notturno della camera. Mancano solo cinque minuti alle sei, quando il piripiripì … piripiripì dell’orologio darà il via ad una nuova giornata. T è già sveglia e si toglie i tappi di cera alle orecchie, le piace ascoltare questi attimi di vuoto prima di cominciare la corsa a tappe degli appuntamenti quotidiani.

Piripiripì… Sono le sei. T si alza lasciando suonare la sveglia per il marito che ancora ronfa. Si muove al buio senza alcun problema. Arriva in cucina ed i lampi del neon materializzano una realtà che non cambia mai. Prende la caffettiera, ci versa l’acqua, mette il caffè nel passino e vi avvita il bricco, stringendolo più forte che può. Nell’acquaio ci sono i piatti sporchi della sera avanti, che era domenica ed ha avuto ospiti. Cerca di sistemare tutto in una vaschetta per tenere libera l’altra per il risciacquo. Il rumore acuto del cozzo tra il vetro dei bicchieri, la ceramica dei piatti e il metallo delle posate, esplode nel silenzio sepolcrale del mattino ferendole le orecchie ancora addormentate.

Prende dalla pirofila due pezzi avanzati del pollo coi peperoni, li chiude nella gavetta che il marito porterà a lavoro. Chiude in fretta perché l’odore del condimento le dà la nausea. Versa qualche goccia di detersivo concentrato al limone nella pirofila, poi ci aggiunge un po’ d’acqua e la mette sul fuoco. E’ il solo modo per rimuovere l’incrostazione dell’arrosto.

Il piripiripì della sveglia si è fermato, finalmente il marito ha abbandonato il letto. T immerge le mani nell’acqua sporca dei piatti.

Quando il gorgoglio della moca riempie l’aria col suo contrappello all’aroma di caffè, il signor Spanzani è già in cucina. Niente baci od anche solo formali ringraziamenti fra coloro che un tempo sono stati fervidi amanti. Lei non smette di far scivolare le mani nella schiuma unta delle stoviglie sporche e lui nemmeno si accorge del caffè che tracanna in fretta.

L’orologio sulla parete della cucina segna appena le sei e un quarto. Suo marito ha speso meno tempo del solito per la toletta; ciò vuol dire che questa mattina avrà un’attenzione in più per lei.

Le biascica qualcosa all’orecchio, qualcosa di romantico per lui, osceno per lei.

T non alza lo sguardo dall’acqua sporca dei piatti. Ora ci sta immergendo la pirofila con i suoi miasmi repellenti. Lui, da dietro, le alza la camicia da notte e senza complimenti scosta le mutandine. Non chiede alcun permesso, come fosse un diritto acquisito. C’infila due dita grondanti saliva e cerca di ritirare la pancia trattenendo il fiato.

Nella pirofila di vetro sono difficili da lavare le incrostazioni dell’arrosto, hanno bisogno di uno strofinio molto violento, con particolare attenzione ai bordi in cui è sempre difficile arrivare.

Ora T si sta tenendo con le mani gli angoli del mobile del lavandino, che sobbalza sotto gli ultimi colpi di un lungo matrimonio.

T vorrebbe avere un viso sfatto e la pelle secca, così almeno non le farebbe schifo suo marito che ha un’attenzione per lei. Vorrebbe essere come lui che si è gonfiato il ventre a suon di sbornie, che ha una pelle così callosa da ferire la sua, che non cura la propria igiene e va a letto con i calzini che impuzzoliscono le lenzuola, che rutta e pèta liberamente in sua presenza come stesse sempre solo in una latrina. Vorrebbe essere come lui, privo di desideri, parco dei propri istinti.

Il signor Spanzani s’affanna e grugnisce, poi tira su col naso e si stacca un grumo di catarro dalla gola che sputa nella vaschetta del risciacquo. L’acqua del rubinetto lo trascina via nel sifone e poi nelle fogne, dove è giusto che stia.

Il druuuu… del citofono segna le sei e mezzo. Sono i compagni di lavoro del marito, che lui porta al cantiere col furgoncino della ditta. Lui la saluta con un bacio sulla guancia, lei avverte solo la barba che le raspa la pelle. Cos’è che non va più fra loro due? T ha smesso di chiederselo ormai da troppo tempo.

Varechina: l’acqua santa della casalinga che tutto deterge e lava via. T la tira via dallo sportello dei detersivi e la usa per pulire la dove il marito ha sporcato; a furia di grattare in quel punto la formica dello sportello del lavandino si è sbiadita.

Alle sette meno venti T è in bagno. Ha portato con sé la tanichetta gialla col teschio rosso ritratto sull’etichetta. Prima di sedersi sulla tavoletta, ne versa sulla pezza con cui cancella ogni traccia del passaggio del signor Spanzani. Dopo, a cavalcioni sul bidé, finirà quel che suo marito non è più in grado di fare da anni.

Alle sette T esce dal bagno per andare a svegliare i figli. Entrare nella stanza dei ragazzi è la cosa che preferisce fare al mattino. La stanza e piccola e l’aria è viziata. Si affretta a tirare su le tapparelle. La finestra è esposta a levante e il sole dell’alba invade prepotentemente la stanza. T spalanca le imposte e la brezza fresca del mattino le riempie i polmoni di speranza, in cosa nemmeno lei lo sa.

Quando hanno comprato questa casa c’era sola aperta campagna oltre al raccordo anulare. Si potevano vedere le mucche al pascolo e un vecchio casale in lontananza. Ora sono sorti centri commerciali ovunque. Spicca la scritta gialla dell’Ikea sull’enorme edificio blu, poi hanno tirato su anche i tabelloni d’Euronics ed Eldo, e hanno costruito l’autolinea dell’Anagnina col suo via vai di torpedoni blu, che scaricano i loro carichi umani provenienti dalla provincia. Le mucche ci sono ancora, ma non pascolano più, le hanno chiuse in un recinto fangoso, le pare di sentire quell’olezzo nauseabondo. Se fosse il padreterno farebbe piovere per sette giorni e sete notti un diluvio di varechina, a sbiancare tutto quel cumulo di nefandezze.

La luce del mattino entra prepotentemente nella stanza, scatenando le lamentele dei ragazzi che si ribellano. T nel sentirli ha una pulsione di gioia, il loro vigore le riempie il desolante silenzio interiore che l’ha accompagnata fino a questo momento.

L’energia che promana dalla giovinezza dei propri figli, la nutre di un’abbondante razione di felicità. 

Essi non sospettano lontanamente da dove arrivi tutto il suo gaio accanimento, il perché lei se la rida tanto nello scoprirli e nel tempestare le loro carni sode di fastidiosi pizzicotti. T è così felice di ritrovarli, di vederli così belli e sani che non la sfiora neppure il pensiero d’essere mal interpretata, anzi, deve trattenersi perché vorrebbe accudirli come fossero ancora nella culla, leccarli come farebbe una bestiola coi propri cuccioli.

Giada è la più grande, ha quindici anni ed è bellissima. T nel suo diario ha scritto che vuole per lei tutto quello che non ha potuto avere per sé. Giovanni ha dodici anni ed è troppo vivace. Tutti gli danno a dosso e i parenti non lo invitano alle feste di compleanno dei cuginetti. T litiga sempre per difenderlo, nessuno lo capisce, nessuno conosce il tesoro che nasconde dentro la sua scorza dura.

Uno per volta i ragazzi escono dal bagno puliti e profumati, indossando ogni giorno abiti puliti e profumati, perfettamente stirati. T li segue con lo sguardo per essere certa che nulla glieli sporchi.

Alle sette e quaranta in punto devono uscire da casa. Così faranno in tempo a prendere il 512 barrato, che ha differenza del 512 semplice fa meno fermate ed è certa che arriveranno in tempo a scuola.

Esce sul terrazzino della cucina che sta sopra il portone del palazzo, per vederli uscire. Li segue ancora con lo sguardo fino in fondo alla strada. Quando erano più piccoli si voltavano sempre a salutarla prima di svoltare, ora sono troppo grandi, ma T gli soffia un bacetto lo stesso perché è sicura che anche loro lo vogliono.

Lavate le tazze del latte della colazione dei ragazzi, T prepara il bucato. Divide pazientemente la biancheria che va messa in ammollo nella varechina, dai colorati che mette a lavare in lavatrice col Napisan.

Si sono fatte le otto e dieci, è ora di lavare i pavimenti. Questa mattina sta provando un nuovo prodotto, è lo Iodosan tradizionale, ma in questo pare che siano state aggiunte “le virtù della varechina”; almeno adesso può smettere di aggiungercela lei. Una volta col Mastrolindo bagno al cloro, si formò una reazione chimica che l’ha spedì dritta al pronto soccorso. Le viene ancora da ridere a pensarci. Del resto di robe del genere le ne sono capitate diverse, come quell’altra volta che aveva finito il balsamo per i capelli, ed ha usato il Coccolino ammorbidente “fresco pulito”. Le provocò un’orribile reazione allergica!

Ci sarebbe da spolverare sopra gli armadi, ma si è fatto tardi. Ha promesso a Caterina di farle la tinta ai capelli. Deve essere da lei per le nove perché alle undici ha appuntamento dal medico.

La sua toletta è molto semplice, una doccia e via. Non che non ami truccarsi, ma trova superfluo sprecare i suoi costosi cosmetici per nulla. Certo potrebbe acquistarne a buon mercato sulle bancarelle dei cinesi, come fa Caterina, ma chissà con quali porcherie li fanno!

Din Don Dan… Din Don Dan… fa la suoneria del telefonino, è sicuramente Caterina. T non si affretta perché non c’è bisogno di rispondere, sono solo squilletti che l’avvertono di fare in fretta. Si lega i capelli in una sbrigativa coda di cavallo, perché anche la sua tinta andrebbe rinnovata e riduce la sua folta chioma ad uno schifo. Poi si guarda di nuovo i denti; fissandoli le pare di vedere i batteri come microscopici vermicelli annidarsi tra un dente e l’altro. Ascoltando una lezione di scienze di Giovanni, ha scoperto che quelli fanno cacca e piscia sullo smalto immacolato, intaccandolo fino a formarci una carie. Da quando l’ha scoperto affonda due dita nel collo largo della tanichetta gialla, e veloce se li passa sui denti. Il sapore di varechina le invade la bocca, i suoi vapori bruciano nelle nari, ma almeno così quegli esserini cacca e piscia avranno avuto quello che si meritano.

 

Suona a casa di Caterina alle nove e venti.

- Certo che tu e la puntualità avete litigato da piccole.- Le dice sarcastica l’amica. Caterina è agitata perché stamattina deve incontrare il suo nuovo medico della mutua. Lei ne cambia in continuazione, appena gli minacciano il razionamento degli psicofarmaci le vanno sui nervi. Lexodan, Sanax, Roipnol, Tavor, Prezene ecc, ecc… oramai Katty (questo è il suo diminutivo) non li chiama neppure per nome ma per principio attivo.

Ha preso la tinta Garnier e non L’Oreal, è inutile starle a spiegare che non è la stessa cosa. Decide di impastarle quella mondezza e farla finita. Katty è troppo nervosa e mentre aspettano che la tinta prenda, trascina T in camera a farsi dare consigli sul cosa indossare.

T è orgogliosa del proprio gusto, del resto tutti glielo riconoscono. Ma Katty vuole solo qualcuno che ascolti i suoi vaneggiamenti ansiogeni. Minigonne inguinali e top al limite della decenza, per Katty la moda è sinonimo di seduzione, e la seduzione si ottiene solo mettendo in evidenza i propri attributi sessuali.

Le dieci sono abbondantemente passate, quando T sta lavando i capelli all’amica. Katty ora sta facendo il diavolo a quattro perché un poco di tinta le è finita sull’orecchio destro, e non vuole saperne di andare via. Se la prende con T, ma lei che ci può fare se ha le orecchie a ventola! L’ha messa la nivea sui bordi del cuoio capelluto e, infatti, c’è solo quella stupida macchiolina. Riesce a calmarla solo quando le propone uno stiraggio al volo sulla tavola del ferro da stiro. Per fortuna i capelli vengono dritti come spaghetti e le coprono bene le orecchie asinine.  

Si sono quasi fatte le undici. T guida con disinvoltura nel traffico cittadino, mentre Katty non fa che parlare dei turni delle farmacie aperte, scovandone sempre di nuove dove recitare la parte della casalinga sprovveduta che non si è accorta di avere la ricetta delle pillole scaduta.

Alle undici e mezza T si congratula con se stessa per essere riuscita ad attraversare la Via Tuscolana in meno di 15 minuti. Ora è fuori la sala d’aspetto del dottore, nell’attesa che Katty incontri il suo nuovo medico. T non entra mai negli ambulatori; questi sono sempre gremiti da portatori di malattie. Li guarda tutti con circospezione, e trattiene il fiato quando le passano accanto.

- Oh Dio, Dio, Dio. Mi sento male, portami all’osteria. – Esordisce Katty quando esce. Questo è il suo grido di battaglia quando s’imbatte in un individuo di sesso maschile che le mette in subbuglio gli estrogeni. Pare che il nuovo medico le abbia dato un brivido positivo, il che significa che torneranno spesso… molto spesso. Quel poveraccio non sa a cosa sta andando incontro.

T non ne vuole sapere di fermarsi anche in farmacia, ma è inutile discutere con Katty che già si sente formicolare il braccio destro e teme una paralisi. Comunque non la porta alla farmacia che vuole lei, la ferma a quella vicino casa, davanti al piccolo negozio “Cose di Casa”. Così n’approfitta per andare dalla sora Maria che ha il nipote che lavora alla Nalco, una fabbrica chimica che tra i materiali di scarto produce varechina. La sora Maria le ne ha parlato come qualcosa di prodigioso, tanto che deve essere diluita in abbondante acqua altrimenti corrode anche i mattoni.

Quando rientra in casa con la preziosa tanica gialla di cinque litri, non vede l’ora di provarla. Ma è davvero tardi e c’è il pranzo da preparare. Cucina due spaghetti che condisce col burro, quando i ragazzi rientrano nemmeno si accorgono della fretta con cui li ha cucinati. Mentre mangiano il primo T frigge in padella due cotolette panate, e quando si alzano da tavola può finalmente tirare un sospiro di sollievo. Nemmeno si accorge di non aver pranzato. E’ già all’acquaio a sgrassare i piatti dall’unto del burro che li appesta.

Alle due meno un quarto sta stendendo la lavatrice. Tutte le altre donne del palazzo asciugano il bucato su stenditoi posti sul terrazzino, ma T No. Lei ha scoperto che il miglior posto è alla finestra del bagno, posta a levante, accanto a quella della stanza dei suoi cuccioli. Purtroppo la finestra è piccola e posta in alto, T si è dovuta ingegnare non poco per fissarci lo stenditoio che si libra nel vuoto per cinque piani. Per appenderci i panni deve sporgersi arrampicandosi sul water. Ogni giorno che si trova lì, col busto quasi tutto di fuori, si chiede cos’è quella misteriosa attrazione che il vuoto esercita su di lei.

Alle due e venti ha già finito, in tempo per accompagnare Giada a studiare da Tatiana a Cinecittà, e Giovanni a ripetizione al centro studi al Numidio Quadrato. T vola con la sua Uno Fiat, presa di terza mano, con la calotta così sensibile all’umidità che bastano due gocce di pioggia per farla fermare. Ma che ci può fare se il marito non vuole saperne di levarsi il suo esoso macchinone che non si muove mai dal garage! La sua pipetta (così chiama la Uno), invece, deve stare posteggiata in strada e ogni volta farla patire è un terno all’otto.

La guida di T è davvero disinvolta. I semafori arancione per lei sono un incentivo ad affrettarsi, per la verità anche un rosso appena scattato è un incentivo ad affrettarsi un pelino di più. Quando è al volante l’assale l’ansia di far presto. E’ inutile che sbraita quello stronzo col macchinone; toh! Beccate ste corna e salutame a soreta. T guida la sua pipetta scarburata tra il traffico, parca della sua ira contro tutti. Lei deve tornare a casa, dalla varechina della sora Maria che l’aspetta ancora con i sigilli sul tappo.

Rientra a casa che sono le tre passate, non ha trovato parcheggio ed ha dovuto lasciare l’auto in terza fila davanti alla GS. Ha lasciato le chiavi a Marina, la cassiera, tanto alle quattro deve tornare a prendere i ragazzi per accompagnarli in palestra.

Decide di provare la varechina per pulire dietro la macchina del gas. Di solito lo fa il mercoledì, ma oggi è un giorno speciale ed è sicura che la dietro c’è già del temibile grasso da stanare. Si ricorda quando il tecnico le è venuto a cambiare il tubo del gas. Le disse tutto meravigliato – Signora mia, ma il tubo se lo doveva far dare da quelli che le hanno venduto la macchina del gas, così avrebbe risparmiato - quello credeva che la sua stufa era nuova di zecca! Beh, del resto sfiderebbe chiunque a trovarci l’ombra di un alone su quell’alluminio lucido come argento.

Csccccc, fa la varechina concentrata tra le piastrelle e il pavimento. Li ha stanati i maledetti “grassi saturi”. Csccccc, li guarda orgogliosa mentre friggono fino ad evaporare. Accidenti! T inizia a tossire; deve alzarsi e scappare all’acquaio. Ha dei conati di vomito, se solo avesse avuto qualcosa nello stomaco lo avrebbe rigettato. “Accidenti!” si dice "forte davvero sta roba della sora Maria". Si pente di non averne comprata una tanichetta di scorta.

Sono le quattro. T è gia in strada, ma quelli del super mercato le hanno spostato la macchina. Tommaso che finiva il turno le ha lasciato il suo posteggio d’oro, davanti ai secchioni dell’AMNU. Un vero peccato doverlo abbandonare così presto. Prima di lasciarlo entra nel bar per avvertire Egidio, il ragazzo del bar sempre gentile, se ne ha bisogno. Lui no, ma sa che il ferramentista ne sta cercando uno per la moglie. T corre nel negozio accanto, da Marcello che ha la moglie di otto mesi e nel pomeriggio va ancora ad aiutarlo in negozio. Tina col suo pancione, trottola svelta nel retro a prendere le chiavi dell’auto.

Si sono fatte le quattro e venti, oramai è un’utopia il solo pensare di arrivare per la mezza davanti al centro studi di Giovanni… ma T ci prova lo stesso.

Rombando e strombazzando pure alle formiche che la intralciano, riesce ad arrivare con un contenuto ritardo di quindici minuti… però Giovanni è già andato via. Fa sempre così, eppure lo ha sgridato, supplicato e quant’altro di non farlo. Però lui sparisce sempre. Quando sale a chiedere da quando tempo è uscito, scopre che nemmeno lo hanno visto. T si arrabbia e vorrebbe sbattere il fermacarte sul muso di quella segretaria inacidita dalla zitellagine. Era già successo che il figlio marinava le ripetizioni ed erano rimasti d’accordo che se non lo vedevano dovevano chiamarla sul telefonino. Ma la zitella in preda alle caldane non vuole saperne delle sue lamentele, alla fine si becca un “vaffanculo” e non se ne parla più di questo centro studi della malora. Giovanni ha proprio ragione - lì dentro sono tutti degli emeriti stronzi.  

T sa dove cercare il figlio. E’ andata dritta davanti al “Centro Biliardi Palombi”; vuole entrare ma... non ce la fa. Quel posto è pieno di maschi… maschi sconosciuti. Esseri lubrici e sbavanti pronti a spogliarla con gli occhi, a pensare chissà cosa mentre le guardano il di dietro. Brutti zozzoni.

T decide di squillare un’ultima volta al numero del figlio, ma niente, non è raggiungibile. Questa per lei è la prova che si trova proprio negli scantinati della sala biliardi. Chiama quindi Giada, che è scocciata perché Tatiana sta a cena dai nonni, e l’ha scaricata sul marciapiede davanti il suo palazzo da più di mezz’ora.  T è fuori di sé. Sale a bordo della Pipetta manco fosse un F-16 carico di bombe deficienti, pronte ad essere scaricate su chiunque l’intralci. Anche la vecchina con la sedia a rotelle elettrica si è presa un suo accidenti “ Piuttosto cammina sul marciapiede e fatti fare la convergenza al cervello, scema” le ha urlato, mentre correva verso Cinecittà a salvare la sua bambina abbandonata a se stessa.

E’ tornata alla sala biliardi insieme a Giada, con i rinforzi spera di trovare il coraggio per entrare, ma non è così. La figlia, pur di non far tardi in palestra si è offerta volontaria per la difficile missione, ma la madre non può mettere a repentaglio l’integrità della sua bambina. Quella sera niente palestra, avrebbero aspettato davanti la Sala Biliardi Palombi finché Giovanni non sarebbe uscito.

Aspettarono fino alle cinque, poi Giada minacciò di tornarsene a casa con l’autobus. T deve cedere, del resto il signor Spanzani è di ritorno e se non la trova in casa le pianta una grana delle sue.

Ma dove diamine è finito Giovanni?

Giovanni oggi ha preferito agli studi una sana partita di calcetto all’oratorio di Don Bosco. Lo stesso che frequentava il padre da giovane. Il signor Spanzani è molto orgoglioso delle goliardiche imprese del figlio, così non ha fatto storie quando Giovanni gli ha telefonato per passarlo a prendere col furgoncino della ditta..

Quando T rientra a casa, alle cinque e tre quarti, se li trova tutti e due spaparanzati sul divano, con le scarpe ai piedi, a sbriciolare due panini con della porchetta che trasuda unto.

Quei due che se ne infischiano di quanto lei sgobbi per loro tutti i giorni, di tutti gli anni, da una vita intera; gli comunicano gai che non ceneranno a casa perché vanno a vedere la partita su Sky, al circolo della Roma sport.

T non sopporta che il marito s’intrometta nell’educazione del figlio, perché la sua è di fatto una diseducazione. L’idea che Giovanni possa venir su uguale al padre le mette in subbuglio lo stomaco. Così inizia a lamentarsi. Si lamenta della figuraccia che ha dovuto fare al centro studi, si lamenta di aver fatto tardi, si lamenta che Giada non le ha raccolto i panni stesi come le aveva chiesto, si lamenta, si lamenta della casa troppo sporca, si lamenta che non le si dica mai niente in questa casa, si lamenta, si lamenta solo per attaccare briga con quelle amebe che non le danno retta nemmeno per mandarla a quel paese.

Quando i due maschi portano fuori casa le loro ingombranti gonadi, T prepara la cena per Giada. Le ha fatto un’insalata di carote all’aceto con due uova sode, come piacciano tanto a lei. Nel frattempo che consuma la cena, T va finalmente a raccogliere i panni alla finestra del bagno.

Sale sul water e si sporge fuori. La città brilla tutta di luci variopinte, manco fosse un prato illuminato da milioni di lucciole punk. T sorride alla sua mirabile metafora poetica, e se le gode per qualche attimo, là sospesa nel nulla, sulla parete verticale del palazzo, insieme al suo bucato pulito.

Giada, al solito, non si è presa neanche il disturbo di mettere le stoviglie sporche nell’acquaio. T ripone i panni su una sedia e svelta lava i piatti per l’ultima volta, almeno per oggi. Si sente una stretta al cuore quando giunge a questo punto del giorno. Un altro lunedì si è concluso, ha un giorno in meno da vivere, una domenica in meno da dimenticare.

Meno male che ha i panni da stirare o chissà dove la condurrebbero questi tristi pensieri!

La vaporella scorre veloce su maniche, colletti, e gambe di pantaloni, ad inseguire pieghe imperfette. Ci vorrebbe una bella botta di vaporella anche alla sua vita. Il vapore le appesantisce i capelli che lentamente si liberano dalla stretta dell’elastichetto, le illanguidisce la pelle che diventa unta, le inaridisce la mente che si sgombra dai cattivi pensieri.

Sono le ventidue e dieci minuti, T ha finito giusto in tempo per infilarsi nel letto prima che giunga il marito. Si è infilata negli orecchi i soliti tappi di cera per non sentirlo russare, la mascherina nera per esser certa di non vederlo, e un po’ di Vicsinecs sotto il naso per non sentire il suo olezzo. Ecco, è pronta per affrontare la notte. Domani in fondo è un altro giorno.

 

Edited by Silverselfer

Share this post


Link to post
Share on other sites
Silverselfer
  • Topic Author
  •  

    Spoiler

    Questo è un altro di quei racconti, anche se non lo scrissi per far parte della raccolta Paprika alla Mandragola. Erano i primi anni del 2000 e a Roma ci fu una >>Veltronata<< nel senso che il sindaco prese a modello una roba che si fa a New York, cioè indire un concorso letterario per racconti da leggere in metropolitana. Io, al solito, lo scrissi ma non lo inviai, però lo riciclai soprattutto per la brevità che mi serviva a completare le 80 cartelle di PaM ... anche se poi non sono certo che alla fine lo inserii ... insomma, a differenza di Varechina, questa versione l'ho ritoccata o, meglio, l'ho riportata allo stadio originario perché alle finalità di un concorso, non è saggio usare dei dialoghi in dialetto, però dove caspita si è mai sentito un romano di borgata parlare in corretto italiano? Faceva l'effetto di un film doppiato in turco!

    Lo stile da sceneggiatura è dovuto ad un'amicizia con un sceneggiatore di Arezzo ... un tipo alquanto originale che usava tenere in camera un manichino impiccato ... Tuttavia, era proprio bravo e il suo stile mi ha ispirato moltissimo, in ogni modo, riconosco che in questo breve raccontino, era ancora tutto work in progress ... 

    Amore Metropolitano

     

    Genere – Storia d’Amore

    Titolo – Amore Metropolitano

    Autore - Momo

    Fermate metro necessarie alla lettura – 7 fermate & una scala mobile

    Percorso consigliato – Qualunque prima delle 9 AM

     

     

     

     

     

    Ore 06: 01 AM

     

    Radiosveglia – annunciatrice - Va ora in onda la prima edizione del radiogiornale.

    Speaker - Grande contro-esodo pasquale, coda d’auto lunga 60 km sulla tangenziale di Mestre. Veltroni va a cena con (..)

     

    Lui

     

    Terzo piano. Palazzo popolare. Quartiere Don Bosco. Roma.

    Voce fuoricampo – Ma te voi arzà che so’ le sei passate!

     

     “Accidenti. Pure stanotte ho dormito solo quattr’ore … e pe’ fa’ che poi? Le ronde colla  macchina nova de Giorgetto. Cazzo, qua le cose devono da cambia’! Porcodisse e tutti che s’accasano che della combriccola semo rimasti io e Luca. E mica che c’è mancherà quarcosa!”

     

    Voce fuoricampo – Ma te voi arzà sì o no?

     

    “Me alzo, mo me alzo, che c’avrai da strilla’ tanto … ma se sul lavoro quel vecchiaccio continua a stamme addosso glielo dico … e cazzo se glielo dico. Gli vado sotto e glielo dico. Ma ‘nsomma, uno se fa er culo tutto il giorno e se se deve sta pure a senti’ quella grandissima testa di cazzo … ma dove sta la schiuma da barba?”

     

    -          A Ma, a do’ sta la schiuma da barba?

     

    Voce fuoricampo – E che ne so, io mica me faccio la barba. Chiedilo a tu padre.

     

    -  Papà … a papà, do’ sta la schiuma da barba?

     

    Voce fuoricampo – Era finita e l’ho buttata.

     

    - E la bomboletta nova a do’ sta?

     

    Voce fuoricampo – E che ne so io, chiedilo a tu madre.

     

    -  Ma’… a Maaa, a do’ sta la schiuma da barba nova?

     

    Voce fuoricampo – Non ce sta. Se voi non ve fate uscì er fiato prima, come faccio a sape’ che è finita?

     

    -  Ma porca miseriaccia zozza (..)

     

    Lei

     

    Stanza in affitto. Quinto piano. Zona Giulio Agricola.

     

    “… segni e simboli: con i simboli il significante non rappresenta il significato; tra A e B c’è una relazione arbitraria che li verifica. Nei segni, il significato coincide con il significante; la relazione tra A e B è meccanica (ad es. divieto di accesso = il significato è uno e diretto)… Testa di rapa non riuscirai mai a passare questo stupido appello, se non muovi le chiappe dal letto. Ti metti il maglione rosso amaranto, vai alla facoltà e ti conquisti la prima fila, così quel maledetto professore non potrà più dire – Signorina non la vedo mai a lezione (..) ”

     

    Ore 06: 25 AM

     

    Lui

     

    Scale interne del palazzo.

     

    “Oggi ci spariamo nelle orecchie il caro buon vecchio Lou Reed … tre scudi, un vero affare … è roba vecchia ma bella, specie quella song della pubblicità ...”

     

    -          Ciao Morena … se, se, sta attenta te, sta attenta …

     

    “Gesù! Se fa’ sempre più bona ... magari tra qualche anno… Cazzo so’ peggio de Girolimoni … me devo trova’ ‘na ragazza oppure scoppio! (..)”

     

    Lei

     

    Interno ascensore.

     

    “Se Vanessa non mi ricompra gli auricolari … ecco, il suo I-Pod non glielo restituisco fin quando non me li ricompra, così stiamo pari … accidenti, ‘ste cuffie mi scompigliano i capelli …”

     

    -          Satellite of love ... Satellite’s gone …

     

    “ Lou Reed, e te pare che quella non ascoltava musica da tossici …”

     

    Ore 06: 37 AM

     

    Lui

     

    Marciapiede deserto. Furgoni che scaricano merci nei negozi. Fermate d’autobus che iniziano ad affollarsi.

     

    “Devo farmi la macchina cazzo! Giorgetto ha fatto il leasing, ma ci vuole un garante … capirai, e chi ci porto io? Papà e il furgoncino della frutta? Patateee ... carciofini ... frutta bella … Cazzo, ho fatto tanto per non esse come a lui … Faccio l’elettricista mica l’avvocato, ma che vuol dire, anch’io ho diritto a ‘na macchina del cazzo. Uno si fa il culo così … e poi ... e poi ti devi pure sentir dire dietro da un vecchio stronzo ... ma oggi gli imbruttisco, se solo s’azzarda, glie parto de capoccia a quel vecchio (..)”

     

     

     

     

    Lei

     

    Semaforo all’incrocio con Via Appia nuova. Persone che aspettano il verde per attraversare. Piccioni che tubano. Telefonino che squilla.

     

    “Dove caspita è finito... acc... troppo tardi! Ma no, è la chat dell’Uni … Menù, invio, messaggi in arrivo, Ok … E’ quello scemo di Giampiero - Buona giornata bellissima. Ci vediamo al solito posto, alla solita ora? -.  Sì, come no, la sottoscritta ha chiuso con le notti brave … Menù, invio, messaggi in uscita, OK. - H o l e z i o n e, d e v o r e c u p e r a r e u n e s o n e r o. S o r r y - … Sistemato pure questo.”

     

    Ore 06: 41 AM

     

    Lui

     

    Compattatore manovra per scaricare un cassonetto. Bel seno sopra un maxicartellone pubblicitario. Scale della stazione metro Subagusta. Cornacchia sopra un palo.

     

    Voce fuoricampo –  Craa, craa …

     

    “E’ proprio primavera, pure le cornacchie s’innamorano. Forse è colpa della stagione se c’ho ste fregole … Boh?! M’innamoro dieci volte al giorno, cazzo! Ma io non vorrei mica una super figa … cioè, manco ‘n cesso … vorrei una tipa sveglia … de quelle che non se fanno posa’ mica la mosca sul naso. Una ragazza seria, non dico verginella … certo però che non deve esse stata con tutti … insomma, una di quelle che ci scambi due parole e t’impiccia er cervello … che te la fa pagare cara se sgarri … Vorrei solo essere importante per qualcuno (..)”

     

    Lei

     

    Bicchieri di vetro che cozzano tra loro. Vociare indistinto. Odore di cappuccino e cornetti glassati. Caldo intenso.

     

    Barista – Un corno e un caffè a lei, giusto?

     

    “Guarda un po’ che tipo. Completo grigio, scarpe di pelle con punta squadrata, capello da marines, pizzetto da carabiniere, sguardo deciso e sorriso paraculo … e come ti puoi sbagliare! Dieci a uno che è un agente di commercio ... mmm, guarda come ammicca sto presuntuoso! Si crede un padreterno … certo però non è male, scommetto che se lo depila … Ora basta stronzate! Che a Termini, per cambiare linea della metro, si perde sempre un sacco di tempo ”

     

    Ore 06: 53 AM

     

    Vagone della metropolitana gremito di passeggeri. Libri che si sfogliano in tripli salti mortali. Aria viziata. Un foglio di quotidiano per terra.

    Voce femminile dello speaker automatico - … prossima fermata, Giulio Agricola - next stop, Giulio Agricola.

     

    (Musica nelle cuffie: Walk  on the wilde side)

     

    Lei - “Tu ... turù ... turù … tutturuttù ... turù …”

    Lui - “Che occhi che ha! E che bocca! Che non se farebbe per una così! Dev’esse ‘na studentessa ...”

    Lei - “L’aria del mattino deve proprio giovare alla mia pelle, pure quel tizio mi sta fissando … Classe operaia non ci piove … mi piace … chissà perché gli operai non si radono … Che scemo! Mi sta guardando come se gli fosse apparsa la Madonna.”

    Lui - “Certo che una tipa come questa che se ne fa di un elettricista figlio de un fruttarolo … certo però che me sta proprio a guarda’! Porca miseria, mica me posso a sta a sbaglia’… T’ho pizzicata! E’ inutile che ora fai finta de guarda’ er manifesto.”

    Lei - “ Offertissima per Cuba … Caraibi … Sole … Calore … Sabbia bianca, tiepida, sottilissima … Mare, acqua trasparente … Correre … correre inseguita dall’operaio... ih... ih... che scema!”

    Lui - “Cuba … Musica … Luna d’argento … Stanza da letto … Finestra sul mare … brezza sulla pelle nuda … Sesso. Amore vero.”

    Lei - “Chissà a cosa starà pensando. Mi guarda così … così … Deve essere uno di quei tipi da scoprire piano, piano … che parlano poco, ma … che non mentono mai.”

    Lui - “Non guardarmi con quegli occhi d’angelo … Sei bellissima … Fammi un sorriso dai … un segno e vengo da te … Già, e che le dico? Mi prenderebbe per un maniaco.”

    Lei - “Santo cielo devo smetterla di fissarlo o chissà che penserà … e se si fa avanti? Lo mando a quel paese, mica mi sono ridotta a rimorchiare in metropolitana … Certo però …”

     

    Voce dello speaker automatico: Termini - Stazione Termini, in coincidenza con la linea metropolitana B, ferrovie per Roma Pantano/Fiumicino aeroporto Leonardo da Vinci – Termini station, connection to underground B line, railway from Roma Pantano to Fiumicino airport Leonardo da Vinci” – Prossima fermata Repubblica - next stop Repubblica”

     

    Musica nelle cuffie: Goodbye Lady.

     

    The End

     

    Edited by Silverselfer

    Share this post


    Link to post
    Share on other sites
    Silverselfer
  • Topic Author
  • Spoiler

    Avrei dovuto fare in fretta a postare questi racconti ... invece sto capendo cosa intendeva Kafka quando lamentava il poco tempo che la vita quotidiana lo costringeva a riservare alla scrittura. Per dirla tutta ---> Ho peccato! Cioè, mi ero ripromesso che avrei solo dato una riletta ai racconti, in questo caso però, mi sono avventurato in una rivisitazione ... che alla fine ho abortito perché altrimenti chissà ancora per quanto me la sarei trascinata dietro. 

    Prima di tutto ---> Non mi andava di riscriverlo e poi mi stavo cacciando in un'insana interpretazione del femminicidio. Di fondo c'è da dire che questo racconto non mi ha mai soddisfatto, tant'è che poi non fu inserito nella raccolta Paprika alla Mandragola <--- così è il terzo racconto che posto e che non rientrava in quella raccolta.

    Lo scrissi grosso modo nella seconda metà degli anni novanta, sempre nel contesto della conoscenza dello sceneggiatore di Arezzo. Una sera mi disse ---> Facciamo una sfida di creatività. La faccenda prevedeva che ognuno di noi sfilasse un libro dalla libreria e aprendolo a caso per tre volte, si annotavano le prime tre parole scritte in testa o in fondo alle due pagine. Io non ricordo quali fossero le mie, so solo che una di quelle era "Smeriglio". Probabile che non indicasse il falchetto tipico per essersi urbanizzato nelle nostre città, ma è così che io lo interpretai. 

    La sfida prevedeva un massimo di tre cartelle, tutte scritte di un fiato e senza rileggere <-- Una vera tortura per me! Però ci riuscii prima di lui e francamente dubito che lui avesse scritto più di qualche rigo <--- detestava perdere. Tant'è che, dopo aver ascolto questo breve racconto, mi liquidò dandomela vinta ... senza permettermi di ascoltare il suo componimento.

    In ogni modo, nel tempo, ho tentato di aggiustarlo eccetera ... questa versione, per esempio, mi ha stupito molto perché non mi ricordavo di aver trasferito la storia a >>Milano<< io ambiento le mie storie sempre a Roma e questa non faceva eccezione, a Milano io non ho mai messo piede! Bah, forse mi sono lasciato prendere dal Duomo gotico ... 

    Sta di fatto che non si può cambiare qualcosa, la cui forma è intrisa del momento in cui si è scritta. Sarebbe come ucciderlo, cancellare quel momento e non è giusto. Quindi ho cestinato tutte le interpolazioni e rimesso le cose il più possibile come stavano <-- perdendoci un sacco di tempo. Non aspettatevi nulla di romantico,ve! A volergli trovare un genere, direi che si avvicina di più a un noir ... ok, basta o mi parte lo spoiler ...

    LO SMERIGLIO

    Stavo per morire senza accorgermi di vivere in un sogno fatto da altri. La mia vita rientrava ancora nei canoni della normalità. Anche il lavoro filava liscio, lo odiavo ma ci dovevo pagare il mutuo della casa, l’affitto e tutti i capricci che mia moglie Debora considerava indispensabili. Io avrei voluto un figlio ma Debby diceva che non potevamo permettercelo, così ho continuato a pagare lo psicanalista al suo cane “Rommel”. 

    Mi sono spesso chiesto se amavo veramente mia moglie … la cosa che so è che non potevo vivere senza di lei. Me ne accorsi subito quando fuggì via con l’analista del pastore tedesco. Fu così che entrai a far parte della fascia sociale definita “single”, un ruolo in cui non sono mai riuscito a calarmi. Mi ritrovai a scrivere romanzetti rosa a lieto fine per zitelle che, come me, desideravano vivere nello stesso sogno collettivo ispirato all'amore. Vivevo il futuro restandomene seduto dietro una vecchia macchina da scrivere, annoiato da quello che facevo ma che continuavo a fare perché il mutuo della casa era la sola cosa che mi era rimasta di Debora.

    Il cane soffriva la situazione più di me e questo m’infastidiva; insomma, ma chi si credeva di essere? Ero io il marito abbandonato e poteva anche piantarla di guaire per tutta la notte, aspettando inutilmente che lei tornasse a casa. Sì, lo ammetto, ero diventato geloso di quel sacco di pulci e non mi spiegavo il motivo per cui dovevo tenerlo con me. La bestia con il suo istinto iniziò ad avvertire l’ostilità nei suoi confronti e non accettò più il cibo dalle mie mani.

    Nei giorni di questa strana storia ero stressato per via della consegna di un romanzo che non riuscivo a terminare. Comunque mi scervellassi, la protagonista di tutte le mie storie finiva per morire; a volte ero convinto di aver scritto finalmente un lieto fine ma … quando lo rileggevo scoprivo che Anna, la protagonista, era stata sventrata, seviziata o quant'altro.

    Il monolocale in cui mi ero trasferito era saturo delle ultime pagine stracciate, era impossibile muoversi senza scalciarne qualcuna, solo il cane sembrava divertirsi a masticarle, lo faceva solo per prendermi in giro con il suo sarcasmo canino … o forse riusciva a sentire il sangue con cui avevo condito quelle truculente descrizioni?

    Inutile stare a nascondere che dietro al volto di Anna si celava quello di mia moglie, del resto era sempre stata lei ad ispirare quelle storie strappa lacrime, a rendere sopportabile continuare a scrivere di melense scene d’amore e cuori spezzati. Forse era solo giunto il momento di cambiare il nome alla mia eroina, ma ucciderla avrebbe deluso le lettrici e rischiavo di essere licenziato dall'editore. Avevo bisogno di Anna per campare, allo stesso modo di come avevo ancora bisogno del ricordo dell’amore di Debora per sopravvivere …

    Erano i primi giorni di Giugno e la primavera scaldava le serate come fossimo in piena estate. Io avevo appena terminato di scrivere l’ennesimo epilogo quando ricevetti la telefonata di Debora che rivendicava ancora qualcosa di suo. Montai su tutte le furie quando mi disse che sarebbe passata a riprendersi il mal tolto. Gli sbraitai contro tutto il disprezzo che provavo per lei. Le chiusi il telefono in faccia minacciando di ucciderla se si fosse presentata ancora alla mia porta … avevo bisogno del suo ricordo e sapevo che non avrei sopportato ancora vederla andar via.

    Quando tornai a sedermi davanti alla macchina da scrivere, mi accorsi che l’epilogo si era di nuovo cambiato da solo ed Anna si suicidava. La descrizione di quest’ultima versione del finale era estremamente compiaciuta, scoprii addirittura delle note aggiunte a mano sul dattiloscritto. La calligrafia era inferma e descriveva gli occhi di lei stravolti, il volto gonfio e cianotico, la lingua penzoloni, mentre il collo rotto sanguinava stretto nel ruvido cappio di una corda.

    Fui sul punto di impazzire, ero sconvolto! Mi versai un bicchiere pieno fino all’orlo delle scolature di tutti i liquori che avevo in casa. Nel monolocale non si respirava, non aprivo la finestra da giorni. Camminando incespicai in qualcosa di grosso nascosto sotto ad un mucchio di pagine appallottolate, mi ringhiò il bastardo … mi ricordai allora che non lo portavo fuori da diversi giorni … mi chiesi se non fosse quel sacco di pulci  a rendere  l’aria irrespirabile.

    Aprii la porta finestra del balcone, respirai profondamente fino a sentire i polmoni farmi male. Ebbi una lieve vertigine a guardare degli orizzonti che non fossero più le solite pareti di casa. Probabilmente erano settimane che non uscivo all’aria aperta.

    La serata era illuminata dalla luce del crepuscolo, eccezionalmente bello considerando che Milano è sempre Milano. Da uno scorcio tra due palazzi riuscivo a vedere distintamente anche le guglie più alte del Duomo. Probabilmente è da là che veniva quel falco che disegnava in cielo cerchi perfetti. Avevo sentito dire che nei mille anfratti delle cattedrali gotiche nidificano le più svariate creature, così mi misi ad osservare le sagome scure sul tetto della cattedrale.

    Sorseggiavo il mio insalubre cocktail appoggiato all'inferriata del balcone quando vidi sbucare da dietro un palazzo il falchetto che avevo adocchiato poco prima. Virò all'ultimo permettendomi così di inquadrarlo chiaramente, era bellissimo con le sue piume macchiate di bianco e  nero, il becco ricurvo e gli artigli stretti nella carne di un piccione.

    Quando il piccolo smeriglio fu ad un passo da me, chiusi gli occhi d’impulso e sentii lo spostamento d’aria provocato dalle sue ali. Quando li riaprii stavo precipitando, una visione sfuocata del mondo aveva preso a venirmi incontro vorticosamente, sapevo solo per istinto che stavo cadendo, e fu sempre per istinto che aprii le braccia; prima di quel giorno non sapevo certo che in una vita precedente ero stato uno smeriglio! La mia natura animale prese il sopravvento su quella umana ed iniziai a volare.

    Inutile starvi a descrivere quanto era meraviglioso sentire l’aria fluire come un elemento solido sotto le mie nuove braccia. Mi lasciai trasportare da una corrente ascensionale che mi fece raggiungere un’altezza tale che potei dominare la città formicolante. La pace di quel luogo era perfetta, le mie piume vibravano al vento mentre disegnavo cerchi nel cielo. Sotto di me si agitavano i grassi vermi della realtà, chiusi nei loro bozzoli di cemento a fornicare e a sbavare le loro tele catarrose con cui tendere nuovi famelici agguati. Ero felice di non essere laggiù con loro. Stavo bene in cielo con le mie ali spiegate come vele al vento. Quella mia nuova natura mi riconciliava con il creato, anche la storia di mia moglie pareva avermi abbandonato. La mia mente era finalmente libera da ogni catena, il dormiente si era finalmente risvegliato.

    Fu in quel momento che udii i battagli della cattedrale suonare. I rintocchi mi rapirono dall'incanto, volai in picchiata in direzione delle guglie nere che si stagliavano verso il basso. Quando fui a poche decine di metri da esse capii cos'era stato ad attrarmi. Il suono prodotto dai  battagli aveva fatto alzare stormi di piccioni che salivano in cielo virando. Volavano così compatti che le loro sagome si confondevano facendoli sembrare un unico grande uccello. Ciò ebbe l’effetto di disorientarmi costringendomi a tornare in alto per trovare di nuovo la distanza giusta per un nuovo approccio.

    Finalmente riuscii a distinguere una tenera colombella; i miei nuovi riflessi non mi tradirono, picchiai veloce come un fulmine aprendo gli artigli. Al primo attacco sentii la carne della preda lacerarsi nella stretta, ma nonostante la presa mortale, la colomba riuscì a liberarsi, vorticando poi verso il basso. Non dovevo permetterle di raggiungere i sottotetti dei vecchi palazzi del centro. Allargai la coda e poi presi velocità sbattendo rapido le mie ali, le ero di nuovo addosso, tesi le zampe in avanti e questa volta piombai proprio sulle sue spalle e affondai gli artigli nella carne viva.

    Mentre cercavo un approdo sicuro tra le guglie, la sentivo ancora rantolare e quando mi posai sotto un’arcata laterale del Duomo, la guardai a lungo. Quella colomba dal piumaggio soffice e bianco mi apparve delicata come la neve di Cortina durante la mia luna di miele. Mi commossi e mi sentii triste d’essere un solitario smeriglio che per sua natura non avrebbe mai potuto amare una bella colombella come quella. Fu un raptus di rabbia e d’invidia o, forse, fu solo per istinto che mi avventai su di essa. Le saltai sopra tenendola ferma con gli artigli. Quel candore mi abbagliava mentre affondavo il becco ricurvo nel suo petto gonfio e tremolante. Sentii il suo costato aprirsi sotto i miei colpi, e la cassa toracica venir via mentre davo forti strattoni con il collo. Il sapore del sangue caldo mi inebriava. Quando qualche pezzo di budello mi rimaneva fuori dal becco, ero costretto a deglutire più volte.

    In agguato, all'ombra di un basilisco di pietra, c’era una faina che mi faceva la posta da chissà quanto tempo; l’infame mi saltò addosso per rapire la mia preda. I suoi denti aguzzi erano punture di spillo. Io cercai di difendere la mia tenera colombella allargando le ali ed agitando le zampe. Sebbene all'inizio stessi per avere la peggio, poi ebbi una fruttuosa riscossa, reagii con successo affondando per ben due volte gli artigli negli occhi della temibile fiera. La faina accecata guaì, ma io imperterrito le piombai addosso in un nuovo affondo. La feci scivolare giù dal tetto e per poco non trascinò via anche me.

    Fu in quel preciso istante che fui di nuovo intrappolato nella mia natura d’uomo. Guardai giù dal mio balcone una piccola folla che si andava formando intorno alla carcassa di un cane precipitato da chissà dove. Sentivo freddo e decisi di rientrare. L’appartamento era a soqquadro, anche i vetri della porta-finestra erano stati rotti. Il portone di casa era socchiuso, mi chiesi se durante la mia assenza non mi avessero fatto visita i ladri; già, ma a rubare cosa? La porta non era scassinata, evidentemente qualcuno aveva suonato i battagli del campanello … ma chi gli aveva aperto? Il cane forse?

    Chiusi di nuovo il portone a doppia mandata e tornai a sedermi davanti alla macchina da scrivere, fu allora che mi accorsi delle mani che grondavano sangue. La mia fantasia cominciava a diventare troppo verosimile, non le bastava più ritrattare i miei epiloghi, voleva ormai riscrivere anche la mia vita?

    Andai in bagno, la porta era stata sfondata a calci … ma non mi chiesi il perché. Aprii il rubinetto dell’acqua calda ed insaponai bene le mani, mi tornò in mente Lady Macbeth. Presi a sorridere immaginandomi nelle vesti della dama shakespeariana. Alzai lo sguardo per incontrare il mio riflesso nello specchio della toletta. Tolsi un pezzo di carne che penzolava dall'angolo della bocca, ma dopo mi dispiacque e ce la rimisi. Mi guardai a lungo, cogliendo sul mio volto inzaccherato di sangue dei particolari che fino a quel giorno mi erano sempre sfuggiti.

    Tornando a scrivere, incespicai in qualcosa di grosso riverso sotto una pila di pagine sanguinolente. Maledissi cento volte quel dannato cane che ormai mi ignorava fino al punto di non ringhiarmi più.

     

     

     

    Share this post


    Link to post
    Share on other sites

    Join the conversation

    You can post now and register later. If you have an account, sign in now to post with your account.

    Guest
    Reply to this topic...

    ×   Pasted as rich text.   Paste as plain text instead

      Only 75 emoji are allowed.

    ×   Your link has been automatically embedded.   Display as a link instead

    ×   Your previous content has been restored.   Clear editor

    ×   You cannot paste images directly. Upload or insert images from URL.


    ×
    ×
    • Create New...