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Rotwang

Brexit: risultati e conseguenze

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marco7

Conta poco. Alla fine sara' una brexit hard senza accordo con l'EU perche' gli inglesi non vogliono pagare i miliardi che l'EU vuol far pagare loro.

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marco7

A me piacerebbe very hard

 

Sappiamo che sei della scena SM.

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freedog

 

 

L’unica certezza è che, partiti con un grande distacco dai conservatori e dati per sconfitti da tutti, i laburisti sono in rimonta e con uno scarto minimo, dunque hanno una possibilità concreta di vincere.

quando un articolo parte così,

vuol dire che i laburisti sanno già che sta arrivando la legnata brutta brutta (del tipo metà -o più- dei deputati persi).

 

accetto scommesse

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Hinzelmann

Non si capisce come i Laburisti possano vincere

se si prevede che l'UKIP crollerà al 3-4% e quindi

torneranno ai conservatori tutti i loro voti e se gli

scozzesi voteranno i nazionalisti

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Demò

Mi spiace per corbyn, speravo in un'inghilterra socialista

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Saramandasama

Mi spiace per corbyn, speravo in un'inghilterra socialista

http://youtu.be/E-UCsl8gOzY

 

Come puoi voler rinunciare alle risate malefiche della simpatica teresina?

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Layer

Deve essere uno spasso parlare da membro al Parlamento inglese.

Sarà tutto intriso di british humour e frecciatine bastarde ma eleganti.

Edited by Layer

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Demò

Non mi sembrano molto eleganti..

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Rotwang
  • Topic Author
  • Il Messaggero

     

    Conservatori in testa ma senza la maggioranza assoluta in Parlamento. Queste le indicazioni dei primi exit poll sulle elezioni in Gran Bretagna. In base ai primi dati i conservatori di Theresa May avrebbero 313 seggi, 17 in meno rispetto al Parlamento uscente e meno della maggioranza assoluta di 326 seggi. I laburisti di Jeremy Corbyn, protagonista di una clamorosa rimonta nelle ultime settimane, crescono invece a 266 seggi (34 in più). I siti britannici titolano su «exit poll shock» per i Tory. Si avvicina l'«hung Parliament», scrive il Telegraph, ovvero il Parlamento senza una maggioranza.

     

    Scommessa perduta dunque per Theresa May e risultato incerto alle elezioni anticipate britanniche: se gli exit poll verranno confermati - il risultato di tanti collegi è molto incerto - il Partito Conservatore non ha la maggioranza assoluta che la premier chiedeva per negoziare la Brexit da posizioni di forza, mentre il Labour del vecchio leader radicale Jeremy Corbyn, dato per spacciato solo un mese fa, si ritrova accreditato di un notevole recupero rispetto a due anni fa e un consistente incremento di seggi.

    Il verdetto resta sospeso. Sarà il conteggio collegio per collegio a definire il risultato vero. Ma, in base ai primi dati, l'ombra che si proietta è quella dell'Hung Parliament, un parlamento "appeso" alla necessità di una qualche coalizione. In calo piuttosto netto anche gli indipendentisti scozzesi dell'Snp, indicati ancora come primo partito nella loro roccaforte del nord, ma con 34 seggi contro i 56 (su 59 totali della Scozia) di due anni fa. Mentre qualcosa recuperano i LibDem filo-Ue, con 14 seggi contro 9, e restano al palo come previsto (0 seggi) gli euroscettici dell'Ukip, ormai orfani di Nigel Farage e fagocitati dalla campagna pro Brexit di May.

    Il Regno Unito si è pronunciato per la terza volta in tre anni. Dopo il voto del 2015 e il referendum che ha decretato il divorzio da Bruxelles nel 2016, i sudditi di Sua Maestà erano stati richiamati alle urne dalla signora primo ministro - in un clima di sorveglianza blindata, dopo i recenti attacchi di Manchester e di Londra - con un solo obiettivo: accrescere il suo peso in Parlamento per avere le mani libere al tavolo con l'Ue e su tutti i dossier che incombono, dalle incognite sull'economia all'allarme terrorismo. Ma la meta, che raffiche di sondaggi trionfali avevano dato per scontata per settimane, non sembra essere stata raggiunta.

    Al contrario, se gli exit saranno confermati, lady Theresa arretra e rischia anche la poltrona. Non le sarebbero dunque serviti gli slogan esibiti negli ultimi giorni da donna forte: decisa a garantire «gli interessi nazionali» nell'ambito di una Brexit senza se e senza ma; e a rispondere al terrorismo con una guerra senza quartiere, anche al prezzo di abolire qualche tutela dei diritti umani.

    Jeremy Corbyn, viceversa, ha motivo di esultare, sempre a patto che lo scrutinio reale confermi le proiezioni, per essere stato capace di condurre a 68 anni una campagna frizzante, con una versione rinnovata del suo programma da vecchio socialista. E di risvegliare entusiasmi sopiti fra giovani e meno fortunati che alle urne questa volta paiono essersi fatti sentire.

    «No ad accordi o coalizioni». È quanto affermano fonti dei Libdem citate da Sky News dopo che sono usciti gli exit poll che danno il partito di Tim Farron a 14 seggi, con la possibilità che possa diventare determinante nel formare una coalizione di governo. Ma al momento i Libdem si rifiutano di ripetere l'esperienza fallimentare del 2010 quando si allearono coi Conservatori di David Cameron. 

    «Dobbiamo aspettare i dati reali». È il primo commento non certo entusiasta del ministro della Difesa britannico Michael Fallon ai primi exit poll delle elezioni in Gran Bretagna. Fallon sminuisce la portata degli exit poll che danno il suo partito conservatore senza una maggioranza assoluta ai Comuni. «Si tratta solo di una previsione - ha detto - nel 2015 avevano sottostimato i nostri voti». Per il ministro è necessario aspettare i risultati che emergono dal conteggio delle schede.

    Intanto si è verificato un crollo brusco per la sterlina. Sull'unico mercato aperto, quello delle valute, la moneta britannica è crollata del 2% a 1,28 sul dollaro e sotto all'1,14 sull'Euro. Lo riporta il Guardian.

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    Fergus

    Lo SNP voleva un altro referendum per l'indipendenza ma mi sa che con questo risultato gli scozzesi abbiano fatto capire di voler restare britannici e quindi fuori dalla UE.

    Edited by Fergus

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    marco7

    Si fergus.

     

    Questo e' l'unico risultato positivo di questa votazione per il governo inglese attuale.

     

    La may avrebbe fatto meglio a non indirre queste elezioni e a far votare subito gli scozzesi sulla loro uscita o non uscita dalla GB (cosa che la may invece non voleva far votare).

     

    Tatticismo may totalmente errato.

     

    Se la may dispone di cosi' poca lungimiranza politica come potra' trattare bene com l'europa ? Mah.

    Edited by marco7

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    Hinzelmann

    La singolarità di questa elezione è che l'UKIP perde

    l'11%, gli indipendentisti scozzesi pure perdono seggi

    il voto si concentra quindi sui due maggiori partiti che

    aumentano uno del 5% ( I Conservatori ) l'altro del 10%

    ( I Laburisti ) ma in termini politici e di seggi per la May è

    e resta una sconfitta.

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    Oscuro

    Dunque.

    La geniale Mayala si mette i bastoni tra le ruote, La penna ha preso 2 cefali in faccia, i sostenitori di Mr Parrucchino Trampolino sono spariti dalla circolazione.

    Non male, ora manca solo il ritorno del mio amore Renzi.

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    Rotwang
  • Topic Author
  • TPI

     

    Il partito unionista democratico dell’Irlanda del Nord (Dup) è il quinto maggior partito a Westminster con 10 seggi. Ha due deputati in più di quelli necessari a Theresa May per restare in carica.

     

    Guidato da una donna, Arlene Foster, prima ministra dell’Irlanda del Nord, il Dup fu fondato nel 1971 da Ian Pasley e ha storici legami con i gruppi paramilitari lealisti che combatterono a fianco dei soldati inglesi durante le rivolte avvenute tra gli anni Settanta e Ottanta a Belfast e con formazioni politiche di estrema destra.

     

    In particolare, alcuni importanti politici del partito come l’ex primo ministro nord-irlandese Peter Robinson, appartenevano al gruppo terroristico Ulster Resistance.

     

    A seguito degli accordi di pace in Irlanda del 1998, questo partito, largamente maggioritario all’interno della comunità protestante, ha assunto il governo a Belfast in coalizione con lo Sinn Feinn, partito repubblicano e favorevole alla riunificazione irlandese, rappresentativo della comunità cattolica dell’Ulster.

     

    Il Dup, futuro possibile alleato dei conservatori britannici dopo le elezioni dell'8 giugno, propone politiche simili a quelle di Theresa May, assumendo i contorni di un vero e proprio partito conservatore irlandese ma con alcune importanti differenze.

     

    La formazione politica della Foster è favorevole all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ma, a differenza della premier britannica, non vuole una hard Brexit perché teme il ritorno dei controlli al confine con la Repubblica d’Irlanda.

     

    La riproposizione del confine tra i due stati irlandesi avrebbe non solo conseguenze economiche sulla piccola regione britannica, ma potrebbe precipitare di nuovo Belfast in un periodo di scontri settari, tra la fazione cattolica e quella protestante.

     

    Il Dup, che nel 1998 fu l'unico partito a opporsi agli Accordi del Venerdì Santo che misero fine agli scontri in Irlanda del Nord, propone nel suo manifesto di negoziare con l’Unione Europea la creazione di un’area di circolazione comune tra Belfast e Dublino e il mantenimento di un’area di libero scambio con il resto d’Europa.

     

    Considerando la particolare situazione della regione, il partito vuole anche rendere l’Irlanda del Nord la porta d’accesso per la Repubblica d’Irlanda al mercato interno del Regno Unito.

     

    Gli unionisti probabilmente chiederanno maggiori fondi da Londra per l’Irlanda del Nord, anche per compensare i mancati fondi europei a causa della Brexit.

     

    Il Dup si batte anche contro il diritto di scelta delle donne ad avere un aborto, rendendo questo partito la più grande forza politica antiabortista del Regno Unito.

     

    Il partito si oppone anche al riconoscimento del matrimonio tra coppie dello stesso sesso e nega che il cambiamento climatico in corso sia causato dalle attività umane.

     

    Theresa May ha confermato il 9 giugno che formerà un nuovo governo e che i conservatori lavoreranno insieme al Dup. Non è ancora chiaro se ci sarà un accordo per una coalzione o se il Dup fornirà un supporto esterno a un governo di minoranza. Sicuramente questa prospettiva avrà effetti non solo sui negoziati per la Brexit ma anche per la particolare situazione dell’Irlanda del Nord.

     

    I negoziati per formare un governo a Belfast tra cattolici e protestanti, dopo le elezioni dello scorso marzo, sono stati lunghi e difficili. Il Dup al governo a Londra potrebbe avere conseguenze politiche anche a Belfast.

    Edited by Rotwang

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    Uncanny

    Jim Messina colpisce ancora.

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    Pix

    Insomma la Gran Bretagna è nel caos.

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    Uncanny

    Caos non direi, alla fine c'è una maggioranza Tories + Unionisti nordirlandesi (DUP). Maggioranza risicata di soli 3 seggi ma c'è. C'è poi anche da considerare che il Sinn Féin (che ha ottenuto 7 seggi) ha sempre portato avanti una politica di astensionismo al parlamento britannico, quindi è come se la soglia di maggioranza si abbassasse da 325 a 318 e quindi il governo avesse un margine di 10 seggi invece che di soli 3.

     

    Il DUP comunque è veramente il peggio del peggio. È colpa loro se in Irlanda del Nord il matrimonio egualitario è bloccato da anni nonostante già in passato nel parlamento locale ci sia stata una maggioranza che si è espressa in favore. Sfruttano le clausole dell'accordo del Venerdì Santo per imporre un veto attraverso la petition of concern.

    Per non parlare poi del resto...

    Edited by Uncanny

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    Rotwang
  • Topic Author
  • Un sondaggio di YouGov rivela che il Labour guiderebbe le intenzioni di voto con il 46% dei consensi, seguiti dai Conservatori al 38% e i LibDem al 6%. In questo studio UKIP e Verdi vengono raggruppati con altre formazioni che in tutto raggiungono il 9%.

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    Rotwang
  • Topic Author
  • TPI

    “La libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea nel Regno Unito finirà nel marzo del 2019”, a dichiararlo è stato il portavoce della premier britannica Theresa May.

    Per quella data dunque una nuova normativa disciplinerà i movimenti dei cittadini europei nel paese britannico.

    “Il governo di Londra ha già definito e presentato alcuni dettagli, incluse le proposte sui diritti dei cittadini dell’Ue dopo la Brexit. Sarebbe sbagliato pensare che il libero movimento continui come è stato finora”, ha detto ancora il portavoce della May.

    Il ministro delle Finanze britannico, Philip Hammond, aveva detto che non ci sarebbero dovuti essere cambiamenti immediati alle regole sull’immigrazione all’uscita di Londra dal blocco.

    Ma, dopo le forti critiche di un altro ministro, il titolare al Commercio internazionale Liam Fox, è arrivata la dichiarazione chiarificatrice di Downing Street.

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    Rotwang
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  • Posted (edited)

    La parlamentare laburista Emma Dent Coad della coscrizione di Kensington (l'omonima residenza reale), dopo aver fatto alcune battute sui principi William e Harry, ha ricevuto 400 minacce di morte, tanto da farle portare con sé un GPS in caso possa svanire nel nulla, incontrare un comandante di polizia e rafforzare la sua sicurezza.

    La parlamentare ha raccontato all'ultimo incontro repubblicano Not The Royal Wedding del Daily Mirror delle minacce fisiche e virtuali ricevute. Il suo staff era molto scosso e ha lamentato spaventata che i valori britannici di libertà d'espressione, equità, decenza e rispetto siano assolutamente minati dall'oltranzismo.

    La coscrizione di Kensington è stata strappata clamorosamente ai Tories alle elezioni generali del 2017 e la Dent Coad ha rivelato di essere diventata repubblicana e membro del gruppo di pressione Republic più di dieci anni fa, dopo lo scandalo del principe Harry con l'uniforme nazista.

    La parlamentare ha accusato inoltre l'erede al trono, il principe Carlo, di essere una persona irrispettosa e disonorevole per una battuta xenofobica ad Anita Sethi, scrittrice e giornalista britannica di madre guyanese, proprio sul colore della sua pelle. Ma è fiduciosa: Carlo come re aiuterà molto la causa repubblicana, nonostante il matrimonio tra Harry e Megan Markle.

    Edited by Rotwang

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    Rotwang
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  • TPI

    La premier britannica Theresa May ha pubblicato una nota su Facebook in cui parla di ciò aspetta il Regno Unito dopo la Brexit.

    “Non sarà più permesso alle persone arrivare qui da tutta Europa nella remota possibilità che possano trovare un lavoro”, si legge nel post, nel quale la premier sottolinea anche Londra tornerà ad avere una politica commerciale totalmente indipendente e non sarà più soggetta alla giurisdizione della Corte di Giustizia europea

    La nota è stata pubblicata nella tarda mattinata di venerdì 12 luglio 2018, giorno in cui è prevista la presentazione del cosiddetto ‘libro bianco’, il piano che stabilisce dettagliatamente le condizioni che il governo britannico intende porre all’Unione europea per il periodo successivo all’uscita dall’Ue.

    Le linee guida di questo piano erano state fissate in precedenza un documento di tre pagine proposto dalla premier May, che nei giorni scorsi ha ricevuto il sostegno della maggioranza.

    Il documento ha provocato le dimissioni del segretario di stato britannico con delega alla Brexit, David Davis, e del ministro degli Esteri, Boris Johnson, che giudicano la linea di May troppo morbida.

    Dopo queste due dimissioni la premier ha tenuto un discorso di fronte alla Camera dei Comuni.

    “Se l’Ue continua nel suo corso attuale, ciò potrebbe portare a una Brexit senza accordo. Per questo il mio governo ha preso l’iniziativa e ha fatto una nuova proposta”, ha detto.

    Nella nota pubblicata su Facebook la premier spiega di essersi posta tre domande in vista del post-Brexit.

    La prima domanda riguarda la libera circolazione dei cittadini: l’uscita dall’Ue “significa la fine della libertà di movimento?”.

    May risponde così: “Non sarà più permesso alle persone arrivare qui da tutta Europa nella remota possibilità che possano trovare un lavoro”.

    “Accoglieremo sempre i professionisti qualificati che aiutano il nostro paese a prosperare, da medici e infermieri a ingegneri e imprenditori”, chiarisce. “Ma per la prima volta da decenni, avremo il pieno controllo delle nostre frontiere”.

    “Sarà il Regno Unito, non Bruxelles, a decidere a chi dovrebbe essere permesso di vivere e lavorare qui”.

    La seconda domanda che May afferma di essersi posta verte sulla politica commerciale: “Saremo in grado di firmare i nostri accordi commerciali?”.

    “Avremo la nostra politica commerciale completamente indipendente, il nostro seggio all’Organizzazione mondiale del commercio e la possibilità di fissare tariffe e concludere accordi commerciali con chiunque ci piaccia”, risponde la premier.

    Terza e ultima domanda: dopo l’uscita dall’Ue “il Regno Unito sarà fuori dalla giurisdizione della Corte europea?”.

    Questa la risposta: “Non saremo più soggetti alla giurisdizione della Corte di giustizia dell’Unione europea, i giudici britannici regoleranno le nostre leggi”.

    “Le norme comunitarie non saranno più automaticamente e direttamente applicabili nel Regno Unito, il parlamento avrà voce in capitolo”, sottolinea la premier.

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    Rotwang
  • Topic Author
  • Business Insider

    A due anni dal referendum che ha deciso l’addio del Regno Unito all’Europa, i segnali ci sono tutti. Ormai è chiaro: gli inglesi stanno cambiando idea sulla Brexit. E si sono pentiti del voto di protesta. L’incapacità del governo, troppo diviso, di tracciare una strategia chiara e l’incertezza sull’economia futura del Paese sta facendo tremare le ginocchia anche i sostenitori più convinti del Leave.

    Secondo un sondaggio commissionato da Sky il 78% degli interpellati pensa che il governo di Theresa May stia facendo un pessimo lavoro nel negoziare i termini della separazione da Bruxelles. E due terzi del pubblico, compresi gli eurofobici della prima ora, è convinto che dopo il 29 marzo 2019 (data di uscita dalla Ue) la Gran Bretagna starà messa peggio di oggi. Infine, il 50% vorrebbe poter votare in un secondo referendum per decidere se accettare o meno il futuro patto con la Ue o se cambiare idea e rimanere in Europa.

    Il tema del referendum bis è sempre più presente dei dibattiti, in maniera direttamente proporzionale al crescere della probabilità di un “no deal”, di nessun accordo tra Londra e Bruxelles, che significherebbe un disastro per il business, come ha messo in guardia anche il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney.

    Con queste premesse non c’è da stupirsi che singoli cittadini prendano in mano la situazione. Come è successo a Totnes, nel Devon. Con una popolazione di poco superiore agli 8.000 abitanti, non dovrebbe impensierire Downing Street, ma questa è una cittadina particolare. E ha appena proclamato l’indipendenza, definendosi città-stato di Totnes, con tanto di dichiarazione ufficiale appesa in comune, giurando di restare fedele all’Unione Europea anche dopo Brexit.

    A guidare la rivolta è l’avvocato visionario Jonathan Cooper che ha pensato quasi a tutto. Ha già stampato i nuovi passaporti per tutti gli abitanti, ha individuato il potenziale primo ministro (Sarah Wollaston, medico di base e consigliera conservatrice), anche se l’inno è ancora da comporre e la bandiera da inventare.

    Una provocazione? Certamente. Ma fino a un certo punto.

    Intanto, come si diceva, Totnes non è un posto qualunque. Ha la fama di essere la città più eccentrica del Paese, viene definita la capitale del new age chic, attira artisti e turisti da tutto il mondo. I suoi abitanti sono degli spiriti liberi. È per questo che il centro pullula di negozi indipendenti e pochissime catene sono riuscite a sbarcare sul territorio.

    Nel 2012 Costa Coffee, gigante delle caffetterie inglesi, ha rinunciato al piano già avviato di aprire un coffee shop a causa della rivolta degli abitanti. Proprio qui ha invece aperto il primo supermercato zero waste (zero rifiuti e zero imballaggi) del Regno Unito.

    Totnes, inoltre, è stata la prima transition town in Inghilterra, con l’ambizione di sbarazzarsi del petrolio, diventare auto sufficiente e oil free. Senza dimenticare che i totnesiani hanno persino coniato una loro moneta locale, il Totnes pound.

    Ora si capisce perché un’iniziativa di questi abitanti battaglieri non passi mai inosservata. Un’altra città, Ulverston, in Cumbria, li ha già contattati per seguire l’esempio. Ed è solo questione di tempo prima che un londinese eccentrico faccia altrettanto. L’azione in sé è innocua e priva di fondamento legale, ma il movimento che può innescare è potenzialmente letale per Theresa May, già nei guai fino al collo.

    Ormai anche alcuni rappresentanti del partito conservatore ammettono che un secondo referendum possa non solo essere possibile, ma anche sbrogliare la matassa di questi negoziati impantanati.

    Il “no deal” non conviene a nessuno. E quando il ministro del Commercio Internazionale Liam Fox ha dichiarato che ormai ci sia il 60% di rischio di non portare a casa alcun accordo, la sterlina è precipitata e il mondo degli affari si è innervosito ulteriormente.

    Un altro sondaggio, condotto da Icsa, interpellando rappresentanti dei consigli di amministrazione di tutte le compagnie del Ftse 350, ha concluso che il 55% degli intervistati predice un declino del business dopo Brexit. Mentre sei mesi fa i pessimisti erano solo il 24%.

    E intanto un editoriale di Bloomberg scongiura l’Europa di aiutare il Regno Unito a cancellare la Brexit, permettendogli di ritirare l’articolo 50 e di interpellare nuovamente i cittadini.

    L’iniziativa di Totnes avrà un ruolo in tutto questo? È presto per dirlo, ma i suoi abitanti sono più cocciuti del premier May e il vento è decisamente favorevole.

    Brexit, dopo tutto, potrebbe non significare Brexit.

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