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Kensor

"Piccolo discorso tragico tra madre e figlio" e "Racconti della mia combriccola"

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Kensor

Il primo, molto breve, si tratta di un dialogo paradossale tra madre e figlio condito con un po' di umorismo nero, il secondo si tratta di un racconto nonsense/demenziale facente parte di un filone che di racconti dello stesso tipo che sto scrivendo in cui ricorrono alcuni personaggi di cui ho fatto anche una descrizione a parte che prima o poi posterò.

 

Hanno subito entrambi una revisione tempo addietro fatta in modo non accurato, se doveste notare degli errori fatemeli presenti.

Ci sono alcune espressioni dialettali romanesche e alcune dei castelli romani.

 

C'è una bestemmia che ho censurato, spero di non essermi dimenticato della presenza di eventuali altre.

EDIT - Ho dimenticato un dettaglio fondamentale: a tratti è molto volgare.

 

--------------------

 

Piccolo discorso tragico tra madre e figlio.

 

- Mamma, oggi non ci vado a scuola perché la pizza co le bricocula m'ha fatto venire la dissenteria.

- Dissentisco, tu ci vai anche se ti va in cancrena un braccio!

- Ma mamma, mi ci sono già andati entrambi e me li hanno amputati!

- Non mi importa, tu continui ad andare a scuola fino alla fine e ti fai promuovere!

- Ma mamma, mi resta solo un mese di vita per la leucemia!

- E ti ricordo che in realtà ti restano solo 15 giorni per quel tumore maligno ai polmoni che ti ha invaso anche il cuore e il pancreas, ora vai e oggi pomeriggio vedi di studiare!

 

Racconti della mia combriccola

 

Nel mentre mi dissetavo alla fontana del Belvedere, Lorenzo De' Medici stava affilando la sua cappella sulla panchina. Poco più tardi ci raggiunse Giovan Lorenzo Bernini, trasportato privo di sensi su un carro da un contrabbandiere turco. Lo gettammo nella fontana, con la speranza che questo lo facesse riprendere, cosa che avvenne. Quando si svegliò però disse con veemenza: "***** *** ve stacco le recchie. Ve faccio un culo come il mar mediterraneo". In quel momento Lorenzo De' Medici inciampò e cadde su un nido di calabroni rossi che, incazzati, lo gonfiarono come na mongolfiera. Una persona normale avrebbe poche possibilità di sopravvivere, lui invece non ne aveva nessuna in quanto allergico alle punture d'insetto. Il suo cadavere si presentava come un ammasso informe di enormi pustole che scoppiavano a intermittenza. Nessuno avrebbe osato toccarlo per portarlo via, se non un nostro amico, er Pecora. Er Pecora è un vecchio di 66 anni che, nonostante l'età, continua ad andare in palestra ed è pompatissimo. Arrivato a bordo della sua multipla verde chiaro metallizzato con aerografati tribali fuxia elettrico, con 5 sub woofer nel portabagagli e svariate decine di casse di ogni tipo che riproducevano brani degli Aqua, disse: "Baciateme er culo, stronzi". Insieme a lui c'era Marco Zampogna, un tizio che dire che fosse brutto in culo era un'offesa a chi è brutto in culo. Aveva i capelli di un colore rossastro tendente al rosa, lunghi e con la chierica, un'espressione che faceva capire che non era affatto una persona sveglia e un piccolo pizzetto tinto giallo fluorescente. C'è inoltre da specificare che era alto un metro e novanta e aveva una panza non indifferente. Spiegammo loro cos'era successo, ma loro capirono subito e caricarono il cadavere di Lorenzo De' Medici sulla multipla. Lo portarono alla discarica di Malagrotta, dove lo bruciarono insieme a un mucchio di pneumatici. Mentre i due mentecatti erano andati ad eseguire questa operazione, io e Giovan Lorenzo Bernini eravamo andati nel suo tinello a Monte Porzio Catone ad ubriacarci e fare uso di droghe misteriose inventate dallo stesso Giovan Lorenzo. Circa due ore dopo Er Pecora e Zampogna ci raggiunsero insieme a Franco Stordó, ma noi eravamo già in preda alle allucinazioni. Franco Stordó era un uomo che tutti si chiedevano come potesse esistere. Era più bianco della carta trattata con i peggio prodotti chimici, era calvo con solo un ciuffetto di capelli rossi a forma di punto interrogativo, era alto due metri e cinque, era secco come un chiodo, infatti pesava solo settanta chili, e soffriva di una particolare forma di tosse convulsa. Inoltre questo scarto di madre natura era solito portare un paio di occhialetti da sole scurissimi con la montatura rossa che lo facevano apparire ancora più imbecille. In ogni caso, io e Bernini, sotto effetto di droghe, li vedemmo tutti e tre come dei trichechi arancioni che ci chiedevano barattoli di fagioli. La cosa peggiore fu quando anche gli altri tre si drogarono. Qualche giorno dopo mi raccontarono cosa videro. Zampogna mi raccontò di esser passato dentro un tunnel di caramello bianco dove quattordici criceti verdi con la frangetta gli spiegavano teorie matematiche sconosciute. Er Pecora disse di aver visto una casa molto carina senza soffitto e senza cucina, dove un bilancere di gomma gli urlava nell'orecchio bestemmie in italiano ma con forte accento ucraino. Stordó disse che dopo un viaggio a cavallo di una sedia a rotelle si ritrovò faccia a faccia con un cane senza gambe e senza coda che si muoveva tramite dei cingoli posti sotto al busto.

 

Circa una settimana più tardi, io e Zampogna decidemmo di andare al mare. Chiamammo gli altri, ma non poterono venire. Giovan Lorenzo Bernini aveva contratto la dissenteria e lo scorbuto, er Pecora doveva andare in tribunale in quanto indagato per violenza non sessuale su minori (in pratica aveva preso a cazzotti sul naso due bambine che gli avevano chiesto l'ora) e Stordó era in preda ad una crisi particolarmente grave di tosse convulsa mista a bronchite. Decise però di unirsi a noi Ernesto Chiavica, un tizio mentecatto a livelli biblici. È un buzzicone assurdo alto però solo un metro e quarantotto, con un capoccione pelato, uno scucchione come quello di Mussolini e le labbra gonfie, con un espressione simile a quella di una persona mentre sta defecando. Ci incontrammo in piazza, saremmo andati con la macchina di Zampogna. La gente che passava di lì per caso restava stupita dal curioso trio di coglioni che si era incontrato. Zampogna portava una camicetta bianca con macchie di sugo rigorosamente aperta, per mostrare il panzone peloso, inoltre aveva un costumino slip di iuta che si era fatto da solo riciclando un sacco di patate. Chiavica invece aveva una canottiera nera di quattro taglie più piccola che faceva in modo che si vedesse il suo ombelico profondo probabilmente chilometri e aveva un costume giallo antracite con evidenti sgommate marroni nella parte posteriore. Entrammo poi nella macchina di Zampogna, con quest'ultimo alla guida, io davanti e Chiavica sdraiato dietro. La macchina di Zampogna era una vecchia Fiat Croma che aveva preso talmente tante botte che era stato necessario sostituire tutte le parti della carrozzeria. Il problema era che ogni volta li sostituiva con pezzi di colori diversi, portando la macchina ad avere il cofano bianco, gli sportelli di sinistra celesti, quelli di destra uno rosso e uno grigio, la cappotta gialla e la parte dietro verde. L'interno era caratterizzato dall'avere i sedili lavati per l'ultima volta dieci anni fa e con alcune molle che uscivano fuori. Per finire, il volante era stato sostituito con uno artigianale di legno marcio. Il tutto era permeato da un odore sinistro di sigaretta misto a vomito. Arrivammo al mare a Tor Vajanica, dove trovammo fortunatamente parecchio posto. Andammo subito a fare il bagno. Quando io e Zampogna eravamo al largo, Chiavica era ancora sulla spiaggia. Ci accorgemmo che stava prendendo la rincorsa. Dopo essere arrivato sul bagnasciuga, fece un salto di circa venti metri sia di altezza che di lunghezza e, facendo un tuffo a bomba, causò un'ondata che fece schiantare a riva una decina di bambini che facevano il bagno lì, causando la morte di alcuni di loro. Ero già preoccupato per la situazione, ma non sapevo che essa sarebbe potuta peggiorare. Infatti Zampogna, che si era messo a ridere per quanto causato da Chiavica, cominciò a scorreggiare sott'acqua facendo un effetto simile a quello dello sfiatatoio di una balena, ma molto più potente e più puzzolente. La gente stava cominciando a scappare, ma il peggio doveva ancora venire. Vedemmo avvicinarsi un volto conosciuto, era quello di Michele Colera. Michele Colera era un alcolizzato con la tipica panzetta e le zampe secche; aveva i capelli e la barba rossi e portava come suo solito degli occhiali da sole. Egli ci venne incontro con un fiasco di vino rosso in mano e, vedendoci, ci salutò con un poderoso rutto, come era solito fare. Chiavica e Zampogna andarono ad abbracciarlo calorosamente, ma così calorosamente che tutti e tre si misero a scorreggiare a ritmo di walzer. L'effetto di ciò era sconvolgente, si potevano vedere delle grosse bolle del diametro di circa un metro fuoriuscire da sotto l'acqua che, quando scoppiavano, rilasciavano una nube di gas viola al contatto con la quale la pelle si irritava e si perdevano quasi totalmente le capacità olfattive.

La situazione stava diventando piuttosto instabile, infatti stavano cominciando ad arrivare quelli della protezione civile insieme agli artificieri e ai vigili del fuoco. I tre, che nutrono tutti quanti profondo odio per qualsiasi tipo di forza dell'ordine, associazione umanitaria o simili, si incazzarono come bestie. Zampogna andò immediatamente a prendere dal suo zainetto un grosso lanciagranate e cominciò a fare fuoco sulla protezione civile. Nello stesso istante Chiavica aveva impugnato un gatling gun più grande di lui e stava sparando all'impazzata, Colera invece si era scolato tutto il fiasco di vino e lo stava riempiendo di benzina per farne una molotov. Tra poco ci sarebbe stato uno scenario da guerra, quindi me ne andai senza farmi notare. Da lontano, con un binocolo, osservai la scena. Chiavica aveva preso in ostaggio un bambino lituano di dieci anni e lo minacciava puntandogli il gatling alla testa, Zampogna aveva smesso di sparare col lanciagranate e aveva costruito un fossato riempito con la sua diarrea (soffre di dissenteria), Colera invece continuava a bere fiaschi di vino per farne poi molotov, ormai ne aveva fatte 5, infatti si poteva vedere benissimo che era ubriaco come non mai. Cinque minuti dopo notai che era stato mobilitato l'esercito con i carri armati, ma decisi di andarmene per evitare di venir erroneamente colpito. Passarono i giorni e di loro non ebbi notizia, ma un giorno improvvisamente squillò il telefono.

 

-"Pronto?"

-"Pronto Valè? So Zampogna!"

-"Ah, ma allora siete ancora vivi!"

-"Mica tanto, Colera sta in coma etilico."

-"Fregna, tu e Chiavica invece?"

-"Io sto bene, Chiavica c'ha la pisciarella."

-"Ma poi com'è andata a finì l'altra volta?"

-"No, niente, Colera a forza de beve è andato in coma, Chiavica per sbaglio ha scaricato il gatling sul regazzino e io so inciampato nel mio stesso fossato."

-"Ah, ma non v'hanno arrestato?"

-"All'inizio sì, ma poi c'hanno riconosciuto l'incapacità de intende e di volere."

-"Ah, meno male che se ne so accorti, vabbe', bella!"

-"Bella pe te."

 

Mi sentii sollevato: tutto era andato per il meglio.

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