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OLTRE lo SGUARDO CAP I


Animapesante

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Animapesante

Genesi

 

 

 

 

Di una storia vorrei parlare

senza nulla poter tralasciare,

di dettagli ne racconto volentieri

per poter aggiungere ai vostri, i miei pensieri.

Come un solco nella roccia che viaggia nell’ eterno

così io posso impressionarvi nel vostro interno.

C’è uno spazio di tempo in ogni racconto,

ma non nel mio ne terrete conto,

dove lo spazio con il tempo c’è un continuo affronto,

come la gioia dell’alba di Mastro Sole, e il suo infelice tramonto.

Il senso delle due cose è un continuo paradosso

che il mondo intero nei loro indefiniti significati ha sempre percosso,

ed è con loro che la mia rabbia si concentra

la solita vita di ogni giorno, monotona, lo stesso posto, obsoleto, che mi tormenta;

mai nel cielo una nuova scintilla,

mai un autentica emozione nelle mie vene zampilla.

Un lento torpore assopisce l’anima mia inquieta,

attende, ansiosa, una notizia assai lieta,

attende, essa attende la sua avventura

 

il momento di gloria per poterlo gridare al mondo senza paura.

 

CAP II

La cittadella

 

 

 

 

Tanto fu il tempo che è ormai passato dall’inizio di questa storiella

che ormai non ricordo né il come né il perché ero nella cittadella,

tuttavia, fu inequivocabile il ricordo di essermi perso

e di far loco nella mia mente della strada di ritorno non vi fu verso.

Stranito dalle tante case,  le une sulle altre affollate

e dalla tanta  diffidente  gente, dalle tante lingue parlate,

tutti insieme lì a formare un nessuno, volti vaganti, ostaggi delle proprie abitudini

in un assurdo mondo frenetico e terribili abomini dimenticate dalle loro consuetudini.

D’improvviso, l’istinto sopravalse tutti i miei lungimiranti pensieri,

mi spinse a percorre la strada verso Mastro Sole, infilandomi fra piccoli e loschi sentieri

cosicché in un ceco vico finii. Confuso, rimasi senza parole,

“strano!”pensai, all’arrivo nella cittadella avevo alle mie spalle Mastro Sole.

Per ore e ore vagai fra vie, traverse e vicoli,

gallerie, ponti e persino due piccoli cunicoli,

“E della mia strada? … cosa ne sarai mai accaduto?

Eppure da una di queste strade sono venuto! ”

Dissi fra me e me perlustrando con cura ogni singolo angolo

nel modo in cui faceva il marinaio sull’albero di vedetta con il suo binocolo,

con l’ansia nel poter gridare “Terra!” al primo punto scuro all’orizzonte

o a tal punto nel creare l’illusione nella sua mente.

Stanco nel vagare nell’ignoto, feci la cosa più ovvia e meno complessa:

far appello agli altri della strada persa.

 

Il nobile informatore

 

Un giro intorno con occhi tesi nella ricerca di un valido informatore

quando ai miei occhi colse d’improvviso un alto e distinto signore,

dalla postura eretta ed età modesta, i baffi ben drizzati ed beneducata voce.

Senza dubbio di nobile istruzione, sicuro del suo cammino e il passo veloce,

con un finissimo bastone di acero bianco che dondolava dalla sua mano

e un alto cilindro sul capo, di certo, il mio cercare non sarà vano.

Con ugual decisione nel passo,

a lui mi avvicinai fermandolo con il suo permesso,

“Perdonate buon uomo, disporreste della facoltà nel dar indicazioni

a un giovane  che ha smarrito la via di ritorno a casa senza privazioni?

Poco più di due ore di cammino al di fuori di questa cittadella

su un colle dove al di là nasce Mastro Sole che la notte cancella ”

Il nobil uomo, con animo gentile diede mostra della sua formazione

affabile, disponibile e privo di indugio alla situazione,

“Mio caro giovanotto, se un colle e il Sole cerchi,

devi certamente indirizzarti dove i galli cantano parecchi!”

Con un rapido gesto col cappello mi pose un saluto, io rimasi perplesso,

della sua risposta rimasi fermo lì a fissarlo andar via come un pesce lesso.

Come indicato, seguii la nobile indicazione,

analizzando le parole di quella sua interpretazione.

Di tristi giardini blindati da inferriate con un insipido colore di fiori vedevo intorno,

ricoperti da  lunghe ombre da far confonder ai pochi uccelli la sera con il giorno.

 

 

Il Fattore

 

Abbandonai Mastro Sole come guida e mi recai dove i galli c’erano in abbondanza

giungendo ad un allevamento, convinto che sia il posto giusto con forte costanza.

Dal centro alla periferia passai

ma non del tutto la cittadella abbandonai.

Eppure, né di colline verdi e né il radioso Mastro Sole, erano presenti.

Solo un gran schiamazzo e il gran tanfo sussistevano e anche più che consistenti.

Il fattore vidi da lontano, con un mezzo sacco di chicchi di mais a tracollo,

un cappello di vimini gli copriva il viso e un rosso fazzoletto gli fasciava il collo.

Solitario era, con centinaia e centinaia di galli, polli e galline

altri si beccavano fra loro mentre altri facevano moine,

 e un cane guardiano che gli faceva da compagnia. 

Lavorava tra il ronfo del cane e i canti dei galli in completa armonia.

Le galline povere e ignoranti, rastrellavano la terra con impazienza

quasi come interrare  il cibo del fattore che c’era in abbondanza,

cosi esclamai “Beata ignoranza!

non godono né di furbizia e né di intelligenza!”

Giunto all’ingresso, un gallo balzò con furia dallo steccato della sua cella

al ramo dell’albero arruffando le penne come per dire “Alto là!” di una sentinella.

E proprio osservando quell’albero del gallo sentinella che scoprì alla mia mente

 di due pini, una quercia e un salice  dipingevano la mia collina con un verde accogliente.

Contento di questa mia nuova traccia, chiesi al fattore

anche se ero insicuro che poteva  rendermi il favore. 

“Buondì buon fattore, chiedo a voi l’indicazione per una strada

che mi porti su un colle con due pini una quercia è un salice ricchi di rugiada!”

Il fattore alzò lo sguardo al cielo levando il cappello e asciugando la fronte,

Lento era nel rispondere, ma riflettere pareva indicare l’orizzonte.

“Figliolo, la mia vita è fra i polli spennati e galli canterini

di alberi io non ne comprendo,  che siano querce, salici o pini!

Ma di certo alberi troverai da chi con gli alberi vivere ha imparato!”

La sua onestà e coscienza di ignoranza mi ha molto impressionato

Indirizzandomi il sud, in cammino mi misi.

Ma in dove stavo andando, i miei pensieri erano indecisi

eppur ero convinto che la strada giusta non era,

colline verdi assolate, pini e di querce non ne vidi fino alla sera.

Mastro Sole calante tinteggiò di rosso la cittadella che per uno strano caso lì ritornai

di altre strade non esistevano, stanco affamato in un posto tranquillo mi riposai.

Man mano la notte si ingrossava, la nostalgia di casa assaporai.

 

La vecchia Ballerina

 

Ora nulla potevo fare, andar da chi vive con gli alberi era tardi ormai,

allorché come un angelo mandato dal Signore,

una gentil donna anziana con simpatiche guancie di colore,

aprì le sue porte di casa e con un gran sorriso mi invitò ad entrare.

I miei occhi si riempirono di gioia, siccome di persone così gentili d’oggi giorno son rare,

“Cosa fa al calar della notte, in mezzo alla strada, un giovane cosi scaltro?

… stanco e affamato  aggiungerei senz’altro!”

Ricurva per la tenera età, boccoli d’argento che cadevano fin sopra le spalle

con un luccicante cammeo color avorio univa i lembi dello scialle.

Un timballo morbido e caldo dall’odore saporito subito mi si presentò davanti.

La cara vecchietta contenta del mio appetito, mi riempì di storie con occhi traballanti

di un tempo andato via, di amori perduti e ricordi vivi e giovani più che mai

per l’intera notte ascoltai ma stanco non fui, perché sentirla mi appassionai.

Ricca era di vita e di esperienze,

trasferiva in me la sua unica eredità senza mai avere nei ricordi lacune o carenze.

Un ricco capitano, con una misera nave la foto mi mostrò

 di un virtuoso artista, un nobile e di un cuoco poi mi raccontò,

un gradevole tepore emanava il camino con un’alta  fiamma che danzava sinuosa

seduti su dondoli  di vimini con le ombre agitate come una folla ansiosa,

che ci prestavano la loro compagnia mentre aiutavo la nonna e il suo filo di lana

con le mani, l’una ben distante dall’altra mentre lei raggomitolava assai lontana

da est ad ovest il lungo filo di lana ne era  protagonista finché il sonno non mi colpì

 in balia delle storie della cara vecchietta che di raccontar ancor non finì.

Di anni di continua lotta e sacrificio con il rimpianto di voler amare,

sapeva che ero addormentato, ma continuò a raccontare,

come fa una mamma ad addormentare il suo bimbo con la sua ninna nanna

giacché la solitudine era ormai la sua condanna.

Il mattino arrivò presto e dolce fu il mio risveglio,

con un caldo odore di una ricca colazione, non seppe la nonna svegliarmi meglio.

La sua casa era piccola e in tre livelli

Zeppa fin l’orlo delle pareti di foto sue dei tempi belli,

una scala in legno, un tappeto che ricopriva i gradini e un candelabro acceso.

Ogni piano era per lei un mondo già vissuto, ogni cosa aveva per lei un gran peso

colmi di souvenir di ogni posto visitato

e di doni dei giovani amanti del tempo passato

mai lei, li avrebbe dimenticato

custodito nel cuor suo con un valore inestimato.

Salimmo le scale e gradino dopo gradino esisteva per me una storia.

Breve o corta, bella o brutta lei la raccontava nel modo più buffa o alquanto seria.

Quanto c’era da dire, una vita intera formata in aforismi e aneddoti

che avrebbe tanto voluto raccontare ad una marmaglia di nipoti.

Le foto, i ritratti erano prove empiriche delle sue storie

cosicché da rendermi conto che le sue non erano vicende illusorie.

Chiedeva compagnia null’altro più, un po' di tempo a cui esprimere la sua dotte,

a dare un consiglio o semplicemente un qualcuno a chi dire buonanotte.   

“Ebbene, sei tu forse stanco delle mie storie vecchie?”

Dissi di no ovviamente ma in leggero disaccordo furono le mie orecchie

“Le cose che ha dire la mia mente sono mille, milioni o  forse infinite

Tuttavia, è al mio cuore che invito ad aprirsi, che ahimè ha posto con me il limite”

Disse sospirando con fatica rattristando il volto,

lasciando la suggestione di un mistero irrisolto. 

Dinanzi a un immensa biblioteca personale,

iniziò a sfogliare libri, tomi, volumi ricche di parole assurde con un senso  banale.

Foto, dipinti, su carta semplice o su  tela e cornici,

stemmi, loghi  ed emblemi storici.

Tutto mi mostrò

e nulla nei dettagli tralasciò,

delle due sorelle gemelle zitelle

il padre panciuto con le bretelle,

la zia severa e aristocratica

e del cugino politico con la moglie bisbetica,

un albero genealogico pieno di nomi, figure e titoli illustri

medici, conti, parroci  e semplici maestri.

Beh, il bello fu quando mi portò nella sala grande, dove mi raccontò la grande sua storia

dove si svelò la sua gioventù fatta di fama e gloria

la prima danzatrice lei era,

bella, agile con la pelle liscia come la cera.

Conservava ancora la locandina del suo primo debutto

in un teatro dove il lusso era dappertutto.

La sala, dove le pareti erano coperte da locandine, libri e vecchi dischi,

fu di colpo trasformata un immagine proiettata del palco, degli applausi e dei fischi

rose gettate sul  legno ancora caldo e la platea che gridava,

gridavo i nobili spettatori, soddisfatti e compiaciuti “BRAVA!”

Gridavano in coro al suo inchino sulle punte dei piedi assai disinvolta

pronta ancora per un’altra chiamata alla ribalta.

I riflettori la seguivano passo dopo passo,

e qualche volta, una lacrima gli scivolava furtiva dall’enorme successo

le tracce delle impronte lasciate dal talco dei piedi della ballerina

scintillavano come gioielli della corona di una reggina.

Gli occhi della ballerina erano gli stessi della cara vecchietta

che ormai al chiodo aveva appeso la sola rimasta scarpetta.

Curiosavo nel momento in cui lei ricordava la sua vecchia fama,

il vecchio grammofono grosso quanto una carrozza la mia attenzione richiama.

Un pulsante e il disco iniziò a girare

cosicché “Lo schiaccianoci”, iniziò nella sala a risuonare.

Tutta una storia di eredità

ne parlava la vecchietta con piena libertà.

“… è il rimpianto a consumare la mia esistenza

non la vecchiaia, essa è solo una fase espressa dalla saggia sapienza!”

disse sedendosi su un enorme poltrona

che della stanza faceva da padrona.

“Cosa rimpiange cara signora?

Avrei tanto voluto una vita come la sua,

così piena di rispetto e proficua,

ha visto e vissuto in tutti quei posti,

una casa e una famiglia dalla società preposti,

gioielli, fama e successo per tutta la gioventù  

ha avuto tutto, dei poni e persino un caribù!”

Indicai la testa di un caribù impagliato appesa al muro,

impressionava quelle grossa corna, lo sguardo fisso  e il pelo scuro.

“Si ho tutto quelle cose che hai elencato e non ho nulla, un niente,

povera, vuota, … come alberi di pesco in un inverno dal freddo insistente.

Rimpiango di non aver mai amato di non aver aperto il cuore a chi meritava.

Ma la mia fama, il successo, il dovere di fare meglio e subito, mi accecava.

Vorrei tanto provare quell’amore

che i scrittori ne parlano tanto con onore!”

A quelle parole tristi non aggiunsi altro che il mio silenzio,

privo di ragione al formar un giusto giudizio.

Giunse infine il tempo di lasciar la cara vecchietta e di ringraziarle di tutto il suo aiuto,

ma fui io a ricevere ringraziamenti e le lodi di avermi conosciuto,

e per me pronti già erano biscotti caldi e pan di zenzero

per il tragitto, non si sa mai, di aiuto potranno essere  e di certo ne sarò fiero.

Poi di colpo esclamò “Quisquilie e pinzillacchere! …

Non hai avuto l’occasione di dirmi il tuo nome con le mie chiacchiere!”

“Non sono i nomi a dar forma le persone,

ma le sue gesta e le sue buone intenzioni!” Senza parole rimase con la mia affermazione.

Non mi importava come gli altri la chiamavano abitudinariamente

 

di lei resterà solo il ricordo della sua bontà nella mia mente.

Edited by Animapesante
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