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73 risposte a questa discussione

#61 OFFLINE   Silverselfer

Silverselfer

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Inviato 18 settembre 2015 - 18:40

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Nell'intento di una ricostruzione logica e capace di esprimersi in una buona forma letteraria, mi ritrovo ad aver trascurato i dettagli del moto intorno a cui si coagula il piacere fisico, la sensualità dell'anima e il desiderio sessuale nella mente. Elementi necessari a tracciare il carattere delle nostre decisioni che ci fanno somigliare a ciò di cui abbiamo bisogno, allo stesso modo di come il cacciatore finisce per essere catturato dalla preda.

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Riflessione sul Tempo della Memoria

[S = K log W]

 

Il moto in avanti percepito attraverso il tempo è determinato da una spinta che si muove da uno stadio di ordine a una progressione nel disordine (Ludwig Boltzmann - Entropia S = K log W)  . Se penso al Big Bang che segna uno stato di ordine primigenio e identifico la progressione del tempo negli attimi che tendono al caos che genera stelle e galassie, vedo un feto che si evolve da uno stadio elementare di ordine mentale isolato a un sempre più complesso caos emotivo, determinato dalla capacità sensoriale di percepire gli altri. 

 

E' la fisica della nostra mente che si regola sull'esperienza a darci l'illusione del movimento attraverso il tempo con un prima e un dopo, dove il prima esiste perché catturato dalla memoria, mentre il dopo "caotico" s'individua con l'esperienza.

L'ordine appare quindi come una serie di pagine nella nostra memoria, se le mischiassimo, esse andrebbero a formare archi mnemonici diversi. La rilettura del passato si concreta in parole soggette allo stimolo emozionale che tende al disordine. Sollecitando dunque i nostri ricordi attraverso il pensiero analitico, l'effetto che si ottiene è nuova entropia.

 

Fin qui ho riletto il passato cercando di riavvolgere la pellicola di un film, però ogni volta che riaccendo la luce del proiettore su una determinata emozione, mi ritrovo con un'immagine sempre diversa dal ricordo. Ricostruire i fatti oggettivi è, invece, come scavare in un campo archeologico alla ricerca di reperti che combacino. Gli eventi traumatici lasciano tracce emozionali solide e diventa più facile rimettere insieme i cocci di un vaso rotto, tuttavia questo non mi racconterà nulla sul come e perché quel vaso aveva acquisito quella forma prima di andare in pezzi, l'ordine di tali percezioni è assai più difficile da indagare.

 

Ora voglio provare a disossare la memoria che tende a comporsi sugli eventi traumatici, concentrandomi sull'analisi di quel pulviscolo emozionale formato dalla galassia dei rapporti umani troppo piccoli perché influenzino la percezione del presente ma che, insieme, esercitano una gravità capace di plasmare l'immagine mentale del mondo che attraversiamo. In tal senso vorrei capire come sono diventato un buco nero intergalattico capace di risucchiare ogni corpo celeste cui mi avvicinavo …

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#62 OFFLINE   Silverselfer

Silverselfer

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Inviato 29 marzo 2016 - 01:01

Spoiler


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A volte, come in questo momento, mi ritrovo a guardare fisso le dita mentre carezzano le lettere sulla tastiera … pestare i tasti che suonano come un lento tip tap … le lettere coincidono con la caduta di un pensiero granulare … le parole sarò in grado di ascoltarle solo dopo … quando le potrò leggere, mi parleranno di una nuova consapevolezza.

Interrogo la tastiera come fosse una tavola weegee … ma non c'è divinazione che mi aiuti a intuire da quale punto dello spazio siderale si origini l'oracolo.

 

 

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Non sto cercando la verità … non voglio più squadrare una serie di eventi per farne architetture letterarie … ora tento di fissare dei presupposti d'analisi per individuare nuova esperienza.  

 

Ho congelato il racconto perché fin ora ho identificato il protagonista con la sua forma fossile lasciata impressa negli eventi. Questo genere d'indagine parte dall'assunto euclideo che nella traiettoria fra due punti (causa ed effetto) intercorre una sola retta (lo scopo). Per quanto non sia propriamente sbagliato, così facendo l'individualità si schematizza su degli stereotipi concettuali di massima. Escludendo l'evento interiore privo di effetti oggettivi, s'ignora il Sé come coagulo di bisogni che generano la risacca della quotidianità, dal cui modus vivendi si frastagliano i confini dell'individuo.

 

L'osservazione di causa ed effetto sceglie un bisogno prevedibile da usare come punto cardine, poi traccia una lunghezza sull'effetto che lo soddisfa, quindi circoscrive un'area dentro la quale s'individua la logica comportamentale. La nostra cultura prende il gender come punto cardine e sul raggio della soddisfazione dei suoi bisogni sessuali, circoscrive un'identità di riferimento, dentro la cui area sarà dedotta la traiettoria del divenire (Entropia). La misura è reale nella sua costante di prevedibilità (L'eccezione non fa la regola).

 

Sul nocciolo concettuale del gender si coagula l'unità (Ena greco) con cui si misurano le geometrie sociali, perché solo ciò che è misurabile ha un significato Fisico, cioè tenuto insieme da equazioni logiche. Abbandonando la necessità di concretare un corpuscolo materico con la sua traiettoria misurabile sullo scopo (Soddisfazione del bisogno cardine), si entra in un altro ordine di ragionamento, paragonabile a quello dei quanti di Heisenberg e Schroedinger.

 

Il Sé percepito attraverso la soddisfazione dei propri bisogni (Eros) non è un prototipo uguale per tutti (Teoria della personalità di Carl Rogers), mentre la sessualità misurabile nei suoi orientamenti di genere (Bio-logici) esclude le dinamiche degli eros privi di traiettorie predefinite (Caotici), risalendo al bisogno dall'effetto fenomenico etico della sua soddisfazione (Talamo nuziale).  

 

L'ermafroditismo, perseguendo questa logica, ha sfrondato il proprio eros caotico per riconoscersi nella costante dei denominatori comuni circoscritti da un unico scopo (Regolari), materializzando così il suo orientamento sessuale. Questa è l'omosessualità moderna che non è più ermafrodita da quando individua il proprio eros etico risalendovi attraverso uno scopo vincolante nel tempo (Prevedibile). Parimenti a un orientamento sessuale di ordine bio-logico, circoscrive l'eros etico nel talamo nuziale (Amore Trascendentale), concretando così delle traiettorie prevedibili in sintonia con le tradizioni sociali costruite sul gender.

 

L'ermafroditismo psichico rimane invece la sessualità di un leviatano, alla cui energia atavica manca l'imprinting chimico che ne fissi qualsivoglia intento. Il movimento che compie non rientra nelle dinamiche di una logica misurata su traiettorie deducibili dallo scopo. La stessa definizione: bisessuale, è solo il tentativo di darvi una proporzione nella conta statistica delle sue interazioni con delle sessualità circoscritte. Dal punto di vista sociale il suo orientamento è qualcosa di epifenomenico ricavato da uno scopo improprio.

 

L'ermafrodito psichico non sarebbe più tale se fosse capace di distinguere un ordine di bisogni primari, secondari e così via. Il suo orizzonte degli eventi non si focalizza su uno scopo, percependolo così in una baluginante prospettiva poliedrica, nei cui mille punti di fuga sono rintracciabili tutti gli orientamenti possibili. L'ermafroditismo in termini algebrici non concreta un'unità ed è quindi misurabile come uno zero, nel senso che s'individua nel calcolo solo in relazione ad un'unità.

 

L'eros privo dei discriminati di scopo perde la sua stessa connotazione sessuale ed è attratto in egual misura da ogni tipo di sensualità. Avendo potenzialmente un numero infinito di bisogni e altrettanti modi di porvi soddisfazione, si può immaginare un erotismo spongiforme che assorbe ogni tipologia di traiettoria, senza necessità di produrne di proprie.  L'ermafrodito si muove come un'onda empatica che si propaga in ogni direzione.

 

Descrivere le traiettorie intersecanti causa ed effetto in una personalità sviluppatasi su questi presupposti, prevede variabili crescenti assecondo le capacità individuali d'interpolare nuove traiettorie. Su cui si possono individuare i tentativi spesso contraddittori animati dal falso scopo di stabilizzare costanti comportamentali. Perciò, d'ora innanzi, il nuovo soggetto della mia indagine vuole solo raccontare l'analisi di un punto di vista soggettivo sul modo di percepire la sfera sensoriale umana e l'intuizione della realtà che ne scaturisce. 


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#63 OFFLINE   Silverselfer

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Inviato 12 aprile 2016 - 12:35

Spoiler

 

 

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La consapevolezza che maturo oggi è il risultato di un percorso e allora mi viene da chiedere come ho potuto essere sempre coerente finanche negli errori con quanto ancora non sapevo? Forse la coscienza di Sé risiede in quella ragione che generalmente si definisce "scelta di cuore", la quale trascende ogni volontà cognitiva?

 

 

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Sulla Ragione del Cuore

 

 

Chi siamo è per gran parte espresso dal modo come amiamo, ma l'amore è uguale per tutti e quindi non dipende dall'eros individuale? Oppure potrebbe essere inteso come il pensiero "razionale" con cui sillabiamo un bisogno trascendente per elaborare la risposta che lo appaghi? C'è da capire la relazione che intercorre tra l'eros individuale e la supposta origine della trascendenza superiore (unica), da cui dovrebbe derivare il sentimento e se questo ha l'intento d'imbrigliare un appetito inalienabile in una metafisica che lo assopisca.

 

Beh, si può iniziare questa indagine dal suo effetto più noto: il batticuore, da cui nasce la prima intuizione dell'amore. In che misura la mente è responsabile di questo fenomeno fisiologico? Secondo la teoria del cervello trino (Paul D. McLean) possiamo ripartirlo in tre zone: rettiliano, limbico e neocorticale. La porzione d'encefalo rettile sta nel cuore del cervello: "L'Ipotalamo". Qui si consuma la digestione chimica dei sensi attraverso due ghiandoline dette pineale e pituitaria, responsabili dell'epifisi e ipofisi. Tralasciando le funzioni della prima, la seconda sopraintende i meccanismi della sessualità attraverso la secrezione di una serie di ormoni. Potremmo dunque sostenere che nel cuore del nostro cervello risiede la ragione viscerale del corpo, che si esprime attraverso una volontà chimica priva di sinapsi, quindi trascendente ogni volontà razionale.

 

Le sostanze secrete dall'ipotalamo sono però attivabili anche da dei neurotrasmettitori provenienti dalla sinapsi limbica del cervello. Questa porzione del nostro encefalo avvolge l'ipotalamo e vi risiede l'amigdala, in cui si elaborano gli stimoli monosinaptici del dolore (bisogno e soddisfazione). Dall'elaborazione di questa meccanicità si ricavano le emozioni e la loro archiviazione in una memoria precognitiva, la quale influirà sui processi neurologici superiori della ragione cosciente (neocorticale). 

Se è nel limbo "emozionale" che risiede la sinapsi che sopraintende "l'appetito" della chimica viscerale, quale volontà superiore attiverebbe il batticuore?

 

La memoria emotiva elaborata dall'amigdala non si può sillabare in un pensiero perché è scritta con un unico carattere: la percezione d'intensità del dolore. Questo determina l'istinto di conservazione che regola la propria volontà con la "Paura", interpretabile come una bilancia sui cui piatti l'amigdala soppesa continuamente gli stimoli del sistema nervoso viscerale (dolore), confrontandoli con la memoria emotiva di esperienze passate e reagendo con un ulteriore scarica di neurotrasmettitori per correggere un'eventuale reazione dannosa della chimica meccanica dell'ipotalamo. In particolare, la noradrenalina altera la funzione cardiovascolare per supportare una situazione eccezionale che sia di pericolo (attacco o fuga) o anche per prepararlo a un'incontro sessuale … ecco dunque trovata la volontà e il mezzo con cui l'emozione precognitiva attiva il batticuore.

 

Se l'innamoramento è uno stato di sofferenza del nostro corpo che ci fa percepire la necessità di appagamento, allora perché i patimenti d'amore sono dolci, anche se provengono dagli stessi neurotrasmettitori del dolore? La dopamina è in grado di trasformare gli stimoli del dolore in piacere dei sensi. Essa è secreta esclusivamente nell'ipotalamo privo di sinapsi, che però può essere corretto dalla sfera psichica della memoria emotiva. Il piacere è un'interpretazione del dolore da parte della volontà precognitiva che reagisce a particolari stimoli come quello dell'odore del cibo, all'ascolto della musica, agli stimoli sessuali o al ricordo emozionale degli stessi con il rilascio di dopamina.

 

Secondo quest'analisi, l'attrazione sessuale è la prima tesserina del domino che cade alterando lo stadio d'inerzia del dolore, attivando così la sinapsi dell'amigdala. Sul bilancino della paura avviene l'interpretazione del dolore (dopamina). La gioia o la sofferenza che in passato quel piacere ci ha provocato determinerà l'attrazione o la repulsa. Scaturisce da questo l'emozione del primo appuntamento o la volontà di una relazione di coppia? A me pare piuttosto che coinvolga l'inesplicabile o quanto si vuole attribuire al trascendente perché i suoi meccanismi anticipano la percezione neocorticale (razionale).

 

Sono propenso a credere che a questa sfera appartenga la passione, l'impeto e quanto sta nell'energia espressa dall'eros individuale, ma non l'amore "sentimentale" che potrebbe costituire il terzo stadio di un'elaborazione razionale del dolore/piacere (eudemonismo).

Secondo la mia analisi il sentimento amoroso risiede nella corteccia neocorticale del cervello, distante dal cuore (l'ipotalamo) da cui riceve dei messaggi mediati dall'amigdala (emozioni). Esso sarà dunque un'elaborazione razionale del piacere, ricavata dell'emozione riflessa dal mondo delle relazioni sociali (utilitarismo).

 

Da questo si evincono tre tipi di eros, il primo è identificabile nel piacere della chimica viscerale, in cui si può riconoscere l'istinto sessuale. Il secondo è psichico e appartiene al sistema limbico inconscio. Il terzo è l'eros razionale (amore) dell'intelligenza cosciente neocorticale, indotto da modelli antropologici culturali come tradizioni o precetti religiosi.

L'amore è in armonia con l'ordine sociale e non direttamente connesso al bisogno individuale del corpo e della psiche. Il quale distingue una trascendenza "buona" dell'istinto sessuale nella sua bio-logica prevedibile, su cui si è costruita la tradizione dei popoli, mentre rigetta l'appetito sessuale (sessuofobia), nella cui trascendenza si riconosce l'azione di un demone caotico eversivo.

 

Il sentimento razionale esprime la sua volontà attraverso l'educazione dell'eros psichico, disincentivando l'appetito sessuale con il terrore coercitivo di un giudizio morale. Nei secoli si è riuscito a scolpire un eros etico che altera la percezione del piacere viscerale attraverso la sinapsi emotiva dell'amigdala, la quale lo traduce in un pericolo "schifoso" precognitivo.

Nell'amore assume un valore integrante il progetto di vita che si persegue, sia esso crescere dei figli o altre ragioni fino a coinvolgere quelle di Stato di Re e Regine. Maggiore è l'interesse coinvolto e più diventa esecrabile incedere nella debolezza della carne. Un tradimento della morale che si consumerà nei postriboli, il cui solo nominarli porta al disprezzo sociale e alla condanna di Dio.  

 

L'amore moderno deve integrarsi con le esigenze della società post industriale, che usa la sessualità come carburante per la sua macchina consumistica. Il sentimento rappresenta il successo individuale solo quando incontra il consenso condiviso di un numero sempre maggiore di persone. Questo rende l'emozione riflessa dal mondo esterno condizionata dai nuovi media di massa, nei quali subisce una manipolazione estetizzante. Il canone unico della bellezza si sovrappone a quello del sentimento, diventando un tutt'uno nella percezione dell'eros razionale. L'amore è tale quando incontra il consenso pubblico che lo riconosce attraverso l'uniformità della bellezza, questa si compra attraverso la tecnologia o la scienza medica (transumanismo). La sessuofobia sopravvive nell'estetica commerciale del piacere, la quale colma i suoi vuoti di contenuto con gli stereotipi degli antichi valori.

 

Oggi si rafforza l'idea di un sentimento che trascende la volontà umana, però esso non ha più in sé l'infallibilità divina di riunire due entità complementari nel talamo nuziale. Il diritto all'appagamento sessuale ha istituzionalizzato le dinamiche dell'Amor Cortese, in cui Dio diventa la teosofia romantica che ci fa rincorrere il paradiso in terra. Perfettamente in armonia con un'economia che lo vuole vendere attraverso la sterilizzazione dei patimenti del cuore (desiderio), utilizzando l'immediatezza dell'emozione di una voglia soddisfatta.

 

Il panteon dei sentimenti, con cui la ragione interpreta le emozioni provenienti dall'eros psichico, è un coacervo allegorico che descrive la volta celeste delle pulsioni sensuali con la stessa scienza di un astrologo, che guarda il cielo solo per divinare un futuro imprevedibile. Tant'è che le pulsioni sensuali rimangono fisse come delle stelle a dispetto dei sentimenti, che mutano assecondo la sensibilità culturale dell'ambiente esterno da cui dipendono. Sarei dunque portato a credere che la ragione del cuore esista nella funzione che si trova ad assolvere, mentre l'amore è una discriminante razionale che agisce contro l'instabilità emotiva (caos entropico), diventando un vincolo relazionale assimilabile all'atarassia epicurea (serenità), teso a un piacere catastematico (ripetibile nel tempo).


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#64 OFFLINE   Silverselfer

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Inviato 23 aprile 2016 - 00:29

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Da bambino mi sono sempre chiesto perché i grandi mi ritenessero così scemo da credere a Babbo Natale. Eppure lo sanno che i fanciulli sondano la realtà unicamente a livello materico: toccando, mordendo, assaporando e in ultima analisi distruggendo. Babbo Natale è un sogno che serve agli adulti per inscenare un'illusione collettiva, dove il magico serve a educare la presunta idiozia fanciullesca al mondo allegorico dei sentimenti. Più è grande il dubbio che l'ipocrisia si palesi, maggiore sarà lo sforzo di una baluginante rappresentazione di luminarie stradali a indicare la via delle rassicuranti voglie impacchettate in scatole domestiche, da salvare dall'oblio distruttivo del nuovo anno che sopraggiunge.

 

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I Cinghialopodi

Die welt als wille und vorstellung

 

A nessuno piace interrogarsi sull'inesplicabile per non contaminare d'infimi desideri una genuinità che ci piace credere trascendente (verginale).  Si tratta dell'eterna lotta tra le ragioni del cuore precognitive e la razionalità dei sentimenti coscienti, che lascia sul campo di battaglia quelle emozioni che andranno a popolare di fantasmi l'inconscio psicologico.  Il sentimento sessuofobico agisce con la trascendenza di un eros etico (luminoso) che genera la libido della trasgressione (oscurità).

 

Allungo l'ermafroditismo è stato collocato nella lascivia della trasgressione e quindi indegno di generare alcun tipo di legame affettivo. Oggi si concede il diritto all'amore tradizionale solo all'omosessualità che si riconosce in un nuovo gender minoritario non in competizione con quelli bio-logici. Attraverso una sorta di segregazionismo di nature sessuali differenti, si vogliono mantenere dei costumi culturali che rifiutano l'equiparazione del desiderio erotico all'istinto sessuale come afflato naturale trascendente.

 

L'educazione dei bambini rimane rigorosamente ispirata all'assunto teoretico che prima della pubertà essi non sviluppano pulsioni erotiche e quindi andrebbero preservati da tentazioni forvianti dal proprio ruolo bio-logico. La distinzione avviene quando l'omosessuale s'innamorerà rigorosamente di un altro omosessuale, generando un eros compensativo difforme. Il nuovo vincolo sentimentale sposa i precetti dell'eros etico, circoscrivendo un'esecrabile trasgressione all'interno di una genesi culturale sterile.

 

Si tratta di un concetto olistico della sessualità, i cui singoli ingranaggi della macchina non possono lavorare con una funzione diversa dall'assemblato. Sarebbe come asserire che il cervello e il cuore possano relazionarsi al di fuori della funzione che li lega nel corpo umano.

Questo insieme è confutato dall'esistenza della sinapsi senziente dell'eros psichico, che esprime desideri e libido dissociati dal coito procreativo.  Accettarlo significa passare da un sistema determinato, cioè con una sola forza calcolata sull'effetto bio-logico, a uno indeterminato perché si misura su due traiettorie non commutabili.

 

Entra così nel calcolo delle relazioni sentimentali il principio d'indeterminazione (fisica dei quanti), in cui una nuova semantica binaria dell'amore deve accordarsi su una frequenza di risonanza tra la traiettoria prevedibile del corpuscolo materico bio-logico e l'onda emozionale del desiderio psichico. Siccome questo nuovo sistema rifiuta ogni discriminante etica, scatena il monito dei religiosi che fanno discendere l'ordine sociale dal sacrificio dovuto alla conservazione del bene (coito procreativo) contro il male distruttivo (eros caotico).   

 

Far discendere sulle relazioni sessuali dinamiche ultramondane importa nel reale le leggi di una metafisica capace di manifestarsi soltanto attraverso la volontà di rappresentazione di chi la professa. Uno status quo che definisce fantascienza la concretezza dei moti fisici della vita e difende delle tradizioni ataviche attraverso modelli educativi basati sul terrore coercitivo.  La paura è come il tasso di umidità che ci fa percepire una temperatura più alta di quella reale e fin quando si continuerà a evocarla per conservare rassicuranti certezze, si percepirà il desiderio sessuale come una pericolosa trasgressione (disgusto).

 

Tutto ciò parrebbe assai complicato da insegnare a dei bambini, ma in realtà dovremmo noi impararlo da loro. L'olismo statico è un concetto avulso al mondo dell'infanzia che lo recepisce attraverso l'imposizione educativa. Basta osservare un bambino che gioca con un balocco, appena ne avrà avuto a noia, lo smonterà per capirne il meccanismo e ricavarne un nuovo divertimento. Il suo olismo è dinamico e per questo si beccherà un rimprovero perché deve apprendere il valore dell'organicità conservativa e tenersi il giocattolo integro, anche se ha perso la sua funzione e assumerà l'aspetto di un ricordo da riporre nello scaffale.

 

L'eros viscerale è un'energia debole paragonabile alla gravità che ci trattiene in un'orbita fisiologica. Secondo l'intuizione freudiana, l'eros psichico esula dal coito in sé e la sua libido inizia dalla poppata al seno materno: l'infante non è solamente spinto dal bisogno della fame, bensì succhia il capezzolo nell'intento di una soddisfazione sessuale, desiderio che permane anche dopo l'appagamento fisiologico. La prima azione sessuofoba avviene con la privazione del ciuccio, cioè quando perde la sua funzione logica e diventa un esecrabile piacere voluttuoso. Succhiare, assaporare, ingoiare ha un'indiscutibile valenza erotica e questo cozza con la discriminante di una sessualità mossa esclusivamente dal coito procreativo.  

 

L'educazione all'eros etico inizia con la castrazione della sessualità infantile che non ha ragione di esistere prima che i genitali siano pronti al coito fecondante. I bambini sorpresi a esplorare il segreto dentro le loro mutandine, imparano subito il pericolo che vi si cela guardando il volto severo dei genitori. Il sesso a questa età ha solo una funzione correttiva verso comportamenti non conformi al gender di appartenenza. È così che s'istruisce la memoria emotiva, che governa l'esperienza volta alla scoperta dell'appagamento dei propri bisogni, sul modello del principe azzurro che salva sul fil di spada la principessa (eros attivo), quest'ultima lo accoglierà nel suo regno (eros passivo) procreando stirpi felici e contente.

 

Personalmente, l'educazione sentimentale mi arrivò attraverso la drammaturgia dei telefilm e le bellissime immagini guardate sui libri delle fiabe di mia sorella. L'esperienza mi dice che non era un caso se tra il ruolo del Principe e la Principessa, io m'identificassi nei personaggi in cui pareva fluire un'energia rinnegata. Del resto la metafora delle favole proponeva meccanicamente la solita solfa dell'amore come regno di felicità tra passerotti vegani a svolazzar felici tra appetitose farfalle variopinte, mentre il malevolo desiderio di maliardi e streghe era rigettato nell'oblio come uno spregevole appetito. L'inevitabile bacio del lieto fine mi feriva il cuore insieme a quello del malvagio di turno, lasciandomi di nuovo smarrire nella solitudine domestica.

 

Tuttavia, anch'io compresi che il mio ruolo era quello del Principe e come tale dovevo trovarmi una ragazzina che somigliasse a una Principessa … solo che l'eros psichico inizia a scavare presto i suoi solchi clandestini anche tra le pieghe di quegli abiti rosa e la bacchetta da fatina. La cosa più singolare mi capitò al mare, con una vicina di casa che voleva sempre giocare alla cassiera del supermercato, mi costringeva a rubare le cose mettendomele in tasca e poi lei ci frugava con le mani per ravanare … e come m'insultava! Le dinamiche dell'eros delle bambine prevedevano delle situazioni troppo complicate per il gusto dei maschietti, che trovavano poco onorevole immischiarsene, anche perché s'intuiva il sesso nella misura in cui si capiva che del fango cucinato in finte pentoline era immangiabile.

 

Io, però, amici maschi non ne avevo e forse era proprio per questo se con le ragazzine non andava meglio. I cavalieri giostrano tra loro e le pulzelle curano il proprio eros attrattivo per distrarne lo sguardo da quel virgulto diletto. Sì, ma poi, lontano dagli occhi indiscreti, tra loro si abbandonavano alla natura diversa della loro libido, giungendo a contatti sessuali per mimare una realtà avulsa al mondo maschile. Per esempio, Lidia mi raccontò di quando le sorelle si premevano tra le labbra della piccola vagina un "fiammiferotto" (un minuscolo bambolotto venduto in edicola in una finta scatola di fiammiferi) che poi lei estraeva mediante sapienti manipolazioni inscenando travagli da puerpera.

 

Nell'erotismo tra maschietti il ruolo riproduttivo non era percepito e diveniva il carburante della competizione che selezionava una gerarchia all'interno del gruppo. La lotta, anche solo in una disputa sportiva, innescava le scariche adrenaliniche necessarie a stimolare dei virgulti istinti di prevaricazione. Tutto questo mi spaventava perché si trattava di un linguaggio estremamente fisico e quindi istintivo. Era come un eros di default di cui ero sprovvisto e cercavo d'imitarne i codici primeggiando, però mancavo lo scopo finale che era la comunicazione virile tra maschi.

 

Al contrario delle femminucce, che erano redarguite se sorprese a trovar diletto nella manipolazione dei propri genitali, lo stesso gesto nei maschietti suscitava il sorriso per quella che prometteva diventare una prolifica eiaculazione. Il tacito consenso al "pisellamento" conduceva a una masturbazione meno gravata dal senso di colpa indotto dall'eros etico. Questa libertà lasciava spazio a pratiche omo-erotiche in quelle che definivo le confraternite della pippa. Un aspetto della sessualità maschile in cui trovai modo di tessere le mie prime relazioni sociali.

 

Il solo erotismo concesso alle ragazzine era invece quello del talamo nuziale, che le faceva diventare delle fanatiche della trascendenza amorosa direttamente connessa alla propria sessualità. Gli adolescenti che vi si conformavano rimediavano più facilmente una fidanzatina con cui continuare l'apprendimento della cultura dei gender.  Tuttavia, maschi e femmine covavano già desideri erotici eversivi che tentavano d'imbrigliare negli equilibri di coppia, finendo per considerare la trasgressione complementare alla monogamia, canonizzando sull'altare i ruoli di "Madame Bovary" e "Casanova".

 

La prima mestruazione di una ragazzina era sempre stata celebrata come un evento sociale e in tempi non troppo remoti le rendeva pronte per maritarsi. Di tutto ciò permaneva l'investitura a "signorina" che mascherava il monito di una maternità indesiderata. Al contrario, dai maschietti ci si aspettava che la puzza di figa bastasse da sola a spiegarci il nostro ruolo d'impollinatori. Quelli "un po' meno virili" che trovavano il coraggio di chiedere lumi sulla curiosa polluzione, ricevevano per lo più risposte confuse e spesso forvianti … mia madre risolse la faccenda consigliandomi dei bidè alla camomilla.

 

Una volta che il Principe e la Principessa iniziavano a baciarsi, la masturbazione perdeva la sua funzione pratica, diventando un pericoloso generatore di fantasie erotiche.  La sessuofobia etero formante la denigrava associandola a un rapporto sessuale fallito e per secoli si considerò quella femminile fonte di disturbi comportamentali.  Per i maschi doveva rimanere un ricordo d'infanzia quando, assimilabile alla pratica del pisellamento, era una piacevolezza da regalarsi per conciliare il sonno la sera o per liberarsi dell'erezione mattutina.

 

L'autostima di un maschio era misurabile sulla potenza espressa dal proprio pene. Avercelo piccolo e storto era causa di potenti afflizioni di spirito, al contrario, un bel pene donava sicurezza e soprattutto il bisogno di gridarlo al mondo: "Io ho un pene fighissiiiimo!". Essere dotati di begli attributi sessuali e non esibirli era come per una donna avere dei seni avvenenti senza poter indossare un decolté. Non essendoci ancora Wonderbra per gonadi, il gergo del maschio diventava cazzo centrico e ogni riferimento al sesso si esprimeva per la gloria del proprio ego genitale.

 

Un maschio per ricevere la patente di virilità dalla società etero formante doveva procreare e assumersi il carico della prole. L'autoerotismo in tutto questo non era contemplato, tuttavia era assai raro che un maschio smettesse di masturbarsi, anche se sbrigava l'incombenza nella frugalità di una pisciatina più lunga del solito.  Per allontanare da sé ogni tentazione omo-erotica che ricordasse esperienze adolescenziali poco onorevoli, i veri maschi trovavano sgradevole anche prenderselo in mano, tant'è che li vedevi sbragarsi fino a metà coscia e protendersi in avanti lasciano cadere l'urina un po' dove capitava.

 

Allungo fraintesi queste dinamiche perché mi mancava l'identità di genere che permette la tacita ipocrisia del si fa ma non si dice. Io dovevo combaciare con qualcosa di puramente ortodosso che inevitabilmente entrava in crisi, ma i miei gesti non erano contemplabili come semplici trasgressioni. Imparavo le regole del mondo come uno sgraziato pulcino di struzzo che deve dimenticarsi di avere delle inutili ali e si aggira in una savana piena d'insidie. Col tempo le cose non migliorarono e iniziai a definire gli etero formati dei "cinghialopodi". Me ne tenevo alla larga perché aberravano ogni originalità del pensiero che potesse mettere in crisi il loro mondo fatto di volontà e rappresentazione.

 

Avevo osservato che il cinghialopode maschio s'innamorava presto ed era ben felice di credere che capitasse una sola volta in tutta la vita per sposarsi e rientrare così in un rassicurante schema ciclico. Quello scapestrato faceva lo scapolone più allungo, ma capitava che un fausto giorno una scarica di ossitocina gli facesse guardare un cane con affetto smodato e quindi si sentisse pronto a dare continuità alla propria stirpe. I padri cinghialopodi parlavano di sesso con la stessa foga di quando discutevano di calcio, ma appagavano le pretese sessuali delle mogli con meno entusiasmo di quando gli chiedevano di montare nuove mensole nella stanza del bambino.

 

Affrancarsi dal libero arbitrio era il loro passatempo preferito e proprio non capivo come potessero divertirsi a costruire sistemi di regole in cui baloccarsi per ore e ore e ore … Questo si può fare! No, quello non è lecito! Tutti i cinghialopodi erano adoratori di numeri e ne celebravano i miracoli in cattedrali del divertimento, sfidando il caso lanciando i dadi, combinando regole sui numeri disegnati delle carte da poker o facendo calcoli statistici per prevedere l'uscita casuale di palline numerate. La loro era una continua scommessa contro l'imprevedibilità del caos entropico.

 

I cinghialopodi erano il prototipo del cittadino da allevamento intensivo con tutti i suoi buchi al posto giusto che desiderano essere riempiti e svuotati: una bocca da sfamare, un intestino da evacuare, una vagina da riempire, un pene da svuotare e il tutto per il salubre fine di produrre altre serie infinite di buchi da partorire. Per il cinghialopode medio l'eros era qualcosa di troppo complesso da indagare e lo fraintendevano per una delle tante voglie da infilare in un buco.

 

Questo è il motivo per cui preferivano il sesso mercenario. Sceglierle solleticava il loro erotismo da shopping all'ingrosso Hobby & Work: potevano domandare prima dell'acquisto quali erano le prestazioni, commentare il design della carrozzeria e, non ultimo, potevano controllare il rapporto qualità prezzo. Quest'ultimo in particolare risultava sempre più conveniente di regalie varie, cene e paturnie da sciropparsi con "stronzette" che se la tiravano manco ce l'avessero solo loro. Nel caso del cinghialopode omosessuale cambiavano i presupposti del desiderio, ma la parte del sesso mercenario era identica.

 

Riguardo alla cinghialopode femmina, osservai che il suo ruolo era condizionato da un romanticismo masochista che esigeva il sacrificio dei propri pertugi sull'altare dell'amore, per cui temeva di avere un orgasmo anche solo scoreggiando e dopo aver partorito, faceva sesso espressamente sotto prescrizione medica. Era una strenua paladina della gioia che darebbe l'amore famigliare, anche perché altrimenti non avrebbe potuto spiegarsi tanto autolesionismo. La sua lingua tagliente non risparmiava nessuno, soprattutto la propria intelligenza."Puttana" era il peggior epiteto che si potesse rivolgerle perché odiava quel mal sopito desiderio di essere sbattuta e stuprata da un branco di maschioni sconosciuti.

 

Ovviamente le individualità esistevano anche tra i cinghialopodi, solo che trovavo complicate le loro dinamiche geometriche, esattamente come lo era ruotare le facce di un cubo di Rubik che fin dal primo giorno che me lo regalarono, trovai noioso e senza senso giocarci. Un cinghialopode trascorreva serenamente la sua esistenza ispirata a dei sentimenti che lo trascendevano, languendo versi d'amore e commettendo efferati delitti in ragione di stadi alterati della percezione dei propri bisogni.

 

La traiettoria tracciata sul gender aveva circoscritto un eros etico che non poteva appartenermi. Durante l'adolescenza, io mi masturbavo sulle fantasie di un super eros simile al super potere di Rogue degli X Men, la quale assorbiva le capacità degli altri fin tanto che li poteva toccare. Allo stesso modo avevo bisogno di toccare l'eros di qualcuno per assorbirne il desiderio, che smetteva il suo flusso nel momento dell'allontanamento.

 

Il primo effetto di questa incapacità di produrre un desiderio univoco e prevedibile, fu una bassissima autostima. Fin da bambino mi sentii intuitivamente escluso da quel gigantesco Tetris sociale che non prevedeva forme geometriche variabili. La ricchezza di una mancanza di cui parla Socrate per definire l'amore, per me era un'incognita da ricavare ogni volta sull'equazione propostami da chi mi stava davanti.            

 

I miei eros di default apparivano tutti incasinati … la mia ghiandola pituitaria reagiva in maniera anomala, rendendo la tensione erotica così sensibile, da percepire empaticamente l'intero genere umano … a volte era così forte da farmi credere di essere innamorato di Dio, ma poi mi ricordavo come anche quello sia solo un pusher che dispensa illusioni e me ne tornavo a succhiare sangue come l'inquietante vampiro di qualche fiaba gotica. 


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Inviato 14 maggio 2016 - 17:40

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Il pensiero di un piccolo ermafrodito freaky si conforma all'ambiente in cui cresce sviluppando una personalità clandestina. Incapace di riconoscersi in dei bisogni specifici per circoscrivere un Ena, può rimanere senza volto per tutta la vita. La sua energia vitale s'ispira al Sunya (lo zero sanscrito) come inesistente sostanzialità del punto di vista soggettivo. La sensibilità del pensiero costruita sulla traiettoria di un effetto positivo non gli appartiene. Male o bene, brutto o bello, giusto o sbagliato e lo stesso piacere o il dolore della sinapsi limbica sfuggono al suo sguardo. In una prospettiva poliedrica, ogni effetto arricchisce i fuochi pirotecnici della transitorietà caotica. Da qui emerge la sua personalità eversiva, un istinto da falene in cui c'è l'attraente intuizione della fine generatrice: Sunya, inafferrabile vissuto di dolorosa empatia, matrice di ogni scintillio del piacere polimorfo.

 

 

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L'amore di Coppia

Si fallor sum

 

 

 

Ricavo la meccanica del pensiero amoroso dal pragmatismo romano della parola "pensum", cioè il quanto di una porzione di lana grezza spettante a ogni filatrice per essere lavorato; in questo paradigma: lana (amore), filatrice (coppia), lavorato (famiglia) individuo la teoria del matrimonio.

La ragione condiziona la percezione dei desideri senzienti, tessendo un'idea allegorica simile alla rete di un pescatore, tra le cui maglie di logicità si catturano solo le emozioni edificanti capaci di stabilizzare i bisogni relazionali. In questo modo si trascorre la vita in un'illusione posta in continuo assedio dalla minaccia peccaminosa della libido caotica.

 

Il pensiero congenito nell'amore tradizionale si richiama al vello d'oro di essenza divina, i cui filamenti s'intrecciano nella sacralità del coito riproduttivo. L'amore di coppia si regge sull'indissolubilità di due anime gemelle ricongiunte nel talamo nuziale, ma nel reale sostituisce l'onda emozionale del desiderio senziente con l'energia propria alla ragione che è la "volontà", da cui derivano le promesse contenute nella formula matrimoniale. Si sceglie di amare una persona per tutta la vita, giurando di soddisfare quei bisogni ispirati dal trasporto emozionale anche quando questo si consumerà. Da qui giunge il fondamentale punto della fedeltà coniugale, poiché direttamente connesso al desiderio senziente caotico rinnegato col giuramento. I figli coronano lo scopo dell'amore di coppia, perché declassano ulteriormente il piacere dei sensi.  L'amore tradizionale è un sentimento ispirato al sacrificio, in cui la libido va alla deriva fuori dal talamo nuziale.

 

Oggi il vincolo di coppia si basa sulla dialettica del desiderio senziente, che smonta e ricostruisce in un olismo dinamico il rapporto sentimentale, fino a decretarne la fine quando non soddisfa più. Il desiderio sessuale diventa il quanto di lana con cui si elabora un ideale romantico che serve a catturare delle emozioni diverse da quelle edificanti ispirate al sacrificio, ma tessute sullo stesso telaio del matrimonio tradizionale. Si tratta di un puro esercizio d'estetica formale per ricreare l'illusione di una rassicurante ciclicità. L'amore di coppia è un "dress code" di bellezza simmetrica collettivizzante, di cui i figli costituiscono un accessorio disconnesso dal rapporto di coppia. I genitori tessono un vincolo individuale con i figli che sopravvivrà alla consunzione del loro amore. 

 

Un tempo si usava definire queer (ridicolo), tutto ciò che non era coerente con una sessualità procreativa. Ci finiva dentro l'intero scibile della libido sessuale, ritenuta indegna di creare vincoli affettivi. Il fenomeno era relegato nell'ombra del postribolo, su cui si reggeva la sacralità del talamo nuziale. Luogo che frequentavano tutti, ma inghiottiva solo chi non poteva esibire un eros conforme al proprio gender. L'ipocrisia iniziò a vacillare con la legalizzazione dell'eros passivo delle donne. Fin allora l'idea ontologica della sessualità riconosceva unicamente il desiderio dell'eros attivo perché necessario al compimento dell'atto fecondante (erezione ed eiaculazione); al contrario, non aveva logica di esistere in una vagina biologicamente funzionale anche senza. L'eros passivo delle donne, confinato anch'esso nei postriboli, rivendicò così il suo legittimo posto nel talamo nuziale, facendo lentamente emergere dall'ombra anche tutte quelle altre identità erotiche che l'ideale edificante dell'amore emarginava. Col tempo la galassia degli eros queer si è ricomposta in concetti basati sul dress code romantico della coppia monogama. Questa dà la cifra con cui si misura la legittimità affettiva dei nuovi gender, senza il bollo di genuinità si rimane nei postriboli.

 

Il postribolo oggi è usato solo da quelli che per esibire un'integrità sessuale di coppia, devono tenere nell'ombra una libido contraddittoria. Capita all'argonauta dionisiaco che salpa dal porto di un gender definito con il vento in poppa del proprio desiderio senziente. Ci si trova il puttaniere o la scambista ma anche tutte quelle sfumature queer che usano la notte per esibire identità alternative.  

Seppure con dei confini assai rarefatti, la bisessualità riesce a emanciparsi dal vizio postribolare.  Tuttavia, sono portato a credere che per alcuni significhi solo soggiacere ai propri desideri con compiaciuto edonismo menefreghista. Esistono poi pressoché infinite variabili per la bisessualità che gode del fascino del proibito e ci si può individuare l'etero curioso del proprio eros passivo, ma anche forme di omosessualità in eterna transizione.

 

L'ermafroditismo psichico come il mio ha in sé tutte le sfumature bisex, ma non è un'attitudine reversibile perché non possiede un orientamento sessuale specifico. Essendo cosciente di non poter appartenere a un solo gender, ho acquisito delle discriminanti che oggi mi permettono d'isolare delle originalità comportamentali da usare come denominatori comuni per riconoscerci. Così facendo ho identificato il freaky, un ermafrodito psichico strano e difforme persino dai suoi simili perché non ha una chiara coscienza di sé e replica istintivamente i precetti culturali in cui è cresciuto. Siamo un po' come delle mosche accecate da una vista poliedrica che urtano contro le pareti invisibili dei desideri altrui. Ci rimangono negli occhi le cicatrici delle emozioni che ci fanno guardare i sentimenti con cinico disincanto. Abbiamo in noi tutte le irregolarità della bruttezza e come dei mostri delle favole, alla fine ci diverte esibirla impudicamente per affascinare chi la cerca con spavento. 

 

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Inviato 17 maggio 2016 - 19:26

Ho letto solo l'ultimo post ma recupererò anche i precedenti. Scrivi molto bene, ti invidio.



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Inviato 24 maggio 2016 - 19:19

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I moti della vita iniziano col desiderio che rompe l'equilibrio inerziale tra forze. L'energia fornita dal desiderio è generata dalla voluttà dei sensi e dalla volontà degli scopi razionali. La voluttà di Eros innesca l'azione detonante di Thanatos, la cui spinta entropica genera gli eventi che inumano il presente in un pantheon della memoria sofferto come una perdita. La volontà razionale spinge dunque verso l'ordine di un moto replicabile nell'illusione di vivere in un presente imperituro.

Il desiderio della volontà si genera col pensiero che elabora arbitrariamente i punti fissi da cui si percepisce il movimento e ne condiziona così la traiettoria. Il moto generale del presente nasce da una volontà collettivista che si oppone ai moti propulsivi disordinati. Il desiderio razionale è uno psicopompo che soppesa l'eros affinché non inneschi più alcuna scintilla propulsiva caotica.

Nel moto del sentimento di coppia, Afrodite è l'eros attrattivo che mette in crisi l'equilibrio dell'eros attivo di Ermes, nella cui voluttà s'innesca la scintilla propulsiva, mentre l'amore fornisce la volontà razionale che sconfigge il tempo attraverso l'annullamento di nuovi eventi detonanti.

 

 

 

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I Moti del Desiderio

Libido Gubernandi e Adsectandi

 

 

Una tassonomia dioica della sessualità separa nettamente i due gender procreativi come accade in alcune piante, rigettando la biologia dei sistemi organici simbiotici o del monoicismo che permette la bivalenza sessuale in uno stesso invertebrato e la proteroginia e la più diffusa proterandria delle transizioni da una sessualità all'altra. Tutte situazioni che mutuerebbero la possibilità di una forma di ermafroditismo nella specie umana, la cui avversione legittima ricondurre a una forma separata ogni tipologia d'intersessualità fisica o psichica. L'integralismo dei gender attribuisce l'eros attivo all'amplesso compiuto dal fallo e l'eros passivo al conno che lo accoglie in sé, considerando "contro natura" la libido del desiderio senziente che ibrida le attitudini di dominio e di sottomissione, perché l'ermafroditismo sensuale farebbe dialogare tra loro degli appartenenti allo stesso sesso.

 

La biologia c'insegna che la sessualità del feto maschile è determinata dai cromosomi sessuali XY, trascurando la matrice organica femminile in cui avviene la mutazione quindi, anche se in uno stadio embrionale, si tratta di proteroginia. Questo smentisce che la donna origini da una matrice maschile e che l'uomo derivi da una fisiologia separata. E' facile trovare il remoto femminile in un corpo maschile: i capezzoli sono delle ghiandole mammarie non sviluppate e i testicoli originariamente sono delle ovaie che si raccolgono in uno scroto formato dalle grandi labbra della vagina, la cui sutura rimane visibile. In particolare, questa genesi dei testicoli è all'origine di parecchie intersessualità, cioè di gonadi che conservano in parte tessuti ovarici.

 

Tuttavia, anche nel corpo femminile è contenuto un maschio, anche se solo in forma potenziale. L'esempio tanto discusso è il punto G, riconducibile alla clitoride che è il glande di un piccolo pene. Nel complesso simboleggia il mistero di una sessualità non rintracciabile biologicamente. Infatti, prove inconfutabili sull'esistenza di questa zona non sono state mai prodotte, però esiste l'evidenza dei fatti come l'eiaculazione che scatena in alcune donne. L'esame di questo liquido ha evidenziato una composizione simile a quello prodotto da una prostata maschile. Seppure non vi siano prove, la teoria è che la clitoride conservi una radice innervata di capillari predisposta all'erezione di un pene, alla cui base ci sia il tessuto di una ghiandola prostatica simile a dei capezzoli maschili, che pur non avendo acquisito la propria funzione biologica, sono per taluni dei potentissimi ricettori erogeni.

 

L'educazione etero formante divide nettamente i due gender, riscrivendo la loro genesi su una presunta origine divina (creazionismo). L'evoluzione della specie o l'empirismo positivista non sono compatibili con questa concezione poiché si richiamano a una natura caotica priva di volontà razionale (scopo). Tralasciando l'esegesi mistica del creazionismo biblico, la visione trasmessa è quella di un eros passivo (Eva) sedotto dal male (desiderio senziente), che diventa la polpa del peccato (attrazione dei sensi) corruttore del seme prolifico di Adamo. Il gesto morale che ne consegue è la schermatura dei genitali (sessuofobia). La regola ripartisce la colpa indicando una gerarchia sociale: l'eros passivo è oscurato dal suo ruolo dimesso di fattrice, mentre l'erezione dell'eros attivo sconterà la sua colpa sfamandone la prole. Millenni di sessuofobia hanno prodotto il biasimo del ruolo sessualmente attrattivo (passivo), ritenuto corruttore delle virtù forti.

 

E' impossibile rintracciare nella figura di Dio l'amore sensuale poiché il femminile è stato sostituito da una "volontà generatrice" (spirito santo) congrua in qualche oscuro modo alla consustanzialità di padre e figlio. In tutto ciò non si contempla l'amore riconducibile a una relazione sentimentale, dove l'eterogenesi del concepimento è mondata dalla volontà generatrice di Dio.  Il culto dell'Immacolata Concezione castra definitivamente l'eros passivo. Ideando una maternità che lascia intonso l'imene verginale, si esclude un coito senza peccato anche se compiuto a scopo procreativo. La famiglia che si rifà a questi precetti si salda nello scopo di ricevere il dono di Dio (il figlio), nel quale si concreta il sacrificio dei piaceri della carne. In tutto questo non ci sono attrazione o orientamento sessuale, baci romantici o qualsiasi altra cosa che unisca l'etero-genesi con l'eterosessualità, ma c'è solamente la virtù sessuofobica della castità ripagata nel sacrificio dell'amore genitoriale.

 

Essendo tutto ciò puramente teorico, fece sì che nel tempo s'indulgesse in una sessualità etica ristretta nel talamo nuziale con lo scopo d'imbrigliarci quell'eros attivo necessario alla procreazione, il quale non doveva mai essere succubo della femmina. Questo precetto è chiaro quando Lilith, la prima moglie di Adamo, sarà ripudiata da Dio perché soggiaceva sessualmente in posizione dominante. Gli eros passivi e attivi devono rimanere circoscritti nei gender procreativi perché è contro natura l'ermafroditismo dei sensi. Da qui arriva tutta la cultura omofobica, intenta a cancellare tradizioni millenarie in cui tra donne si celebravano i baccanali dionisiaci e i matrimoni di sorellanza, mentre tra uomini s'incedeva nella lussuria durante i simposi o nelle palestre. Se alle femmine fu sottratta l'intera sfera sessuale, i maschi furono sterilizzati dal proprio eros passivo demonizzando il pertugio da cui s'insinuava la tentazione.

 

L'ermafroditismo connotabile in un nuovo gender è tollerabile fin quando non pretende d'indicare un percorso omoaffettivo. La cultura omosex non può testimoniare la gioia dell'intersessualità, senza che questo riabiliti degli eros funzionali anche se non ripartiti in due gender procreativi. La natura distingue maschile e femminile ma vi ripone in proporzioni del tutto caotiche entrambi gli eros passivi e attivi, nelle forme che il desiderio senziente unitamente all'attrazione sessuale decideranno di far copulare allo scopo di trarvi soddisfazione dei sensi. L'ermafroditismo della libido eterosessuale costituisce quell'attentato alla famiglia tradizionale che si regge sul precetto di un unico eros puramente attivo e dominante. La mitezza di spirito dell'eros passivo si compara all'infamia della debolezza e l'ammonimento omofobico preserva i maschi dall'avventurarsi per certi pericolosi anfratti del proprio desiderio senziente. Rimosse le cataratte di una società omofobica, cioè priva della gogna pubblica per sodomiti e donnacce, cosa impedirà al ritorno di una società libera di amare senza alcun rigore etico?


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Inviato 29 maggio 2016 - 22:53

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________________________________________________

 

Riflettendo sul Nietzsche delle metamorfosi … non sono mai stato capace di sobbarcarmi le gobbe di un cammello e quindi non ho mai incontrato il drago "Tu Devi" e per questo non ho mai avuto necessità di ruggire "Io Voglio" … per una strana natura che mi ha reso idiota, sono rimasto il fanciullo che continua a costruire lo stesso castello di sabbia sulla battigia della vita, nell'inconsapevolezza  della risacca emozionale che lo distruggerà. 

 

 

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Floppy 05/53

 

Capitolo Terzo di «Coriandoli»

 

Galassie di Coriandoli

 

 

L'Inconsapevolezza

Prima Parte

 

Da bambino il mio ermafroditismo psichico cercava di circoscriversi in un'identità di genere, ma non avevo modelli da imitare e l'educazione etero formante tra ragazzini caricava di brutalità il gergo erotico per apostrofare i comportamenti anomali.  Avevo il terrore di sbagliare e allora ammutolii precauzionalmente ogni bisogno relazionale.

L'afasia sentimentale domestica rendeva sgrammaticato il mio linguaggio emotivo. Tuttavia non credo che le disavventure famigliari abbiano avuto un ruolo nel determinare ciò che sono. Ero io che non funzionavo bene e forse li spaventavo anche un po' con i miei comportamenti anticonvenzionali.

 

Isolato dal mondo esterno, mi creai il bozzolo introspettivo tipico dell'ermafrodita, in cui disperdevo i miei confusi bisogni. Il primo corpo con cui ebbi un contatto fisico fu quello di Nando. All'epoca ero sempre tenuto sottochiave in casa e quando mi stancavo di fantasticare di essere il nono figlio della famiglia Bradford, andavo sul balcone a catturare qualche gatto da martirizzare per il resto del pomeriggio e da lì potevo guardare giù nel vicolo.

Nando trascorreva molto tempo davanti al laboratorio di restauro del padre e si divertiva a palleggiare, esultando ogni volta che gli riusciva qualche prodezza. Mi piaceva osservarlo e immaginavo di essere come lui. Il suo corpo era esattamente come volevo diventasse il mio. Era snello, agile e anche se non era alto, a me pareva esserlo. Portava i capelli lunghi quasi fin sulle spalle, dritti come spaghetti al nero di seppia mentre i miei sbiadivano arricciolandosi tipo quelli di Shirley Temple.

 

Ci rimasi di stucco quando lo vidi arrampicarsi sul tetto della falegnameria e poi raggiungere con un salto il balconcino della cucina. "Posso anda' al bagno?" Conoscevo questa sua impellenza continua di andare in bagno perché lo aveva fatto diventare antipatico a tutte le portinaie del rione. "Faccio subito" Non gli avrei dovuto concedere il permesso perché poteva pure andare a sporcare il bagno di casa sua. "Grazie" Sua madre era una maniaca dell'igiene e pretendeva che usasse il bagno della falegnameria, il quale però era lercio e puzzolente. "Che stai a fa?" Quella era la prima volta che ero solo con un estraneo alla cerchia famigliare. "Niente" Gli risposi, temendo di parlare una lingua diversa dalla sua. "Te piaciono i gatti?" E come potevo negarlo se tenevo sul balcone le case che costruivo per loro con le scatole di cartone? "A me piaciono i cani" In campagna prendevo a bastonate Jack, il cane del nonno, perché spaventava i miei gatti. "Me so divertito", disse alla fine di quel pomeriggio, sottolineando però che mi trovava strano.  

 

" Fiuuu … fiiiiu … fiiii " E niente, Nando tentò inutilmente d'insegnarmi a fischiare, così era lui che mi lanciava il segnale dal vicolo per sapere se poteva salire. "Solo le femmine pisciano sedute" Mia madre non avrebbe permesso che lo frequentassi perché conosceva un sacco di parolacce, ma da lui imparai tante cose oltre a quelle, come a fare la pipì in piedi e poi sapeva leggere e ascoltai finalmente qualcosa di diverso dalle solite fiabe di mia sorella. "Tu fatteli compra' che poi te li leggo io" Conobbi così i fumetti della DC Comics e i mirabolanti super eroi della Marvel, ma soprattutto il piacere di guardare la TV in compagnia. "Me ne vado prima che torna tu madre" Era sicuramente piacevole stare con lui, contemporaneamente però iniziai a sentire il peso della solitudine. "Domani devo anda' a gioca' con l'altri" Nando saliva da me solo se era solo e avrei tanto voluto raggiungerlo quando lo vedevo giocare insieme a tutti gli altri ragazzini del rione.

 

C'era qualcosa però che nel nostro rapporto a due lo attraeva di più delle solite partitelle a pallone. "Quelli so' tutti stronzi" Nella banda del rione ci poteva stare solo rispettando la gerarchia della piccola società di ragazzini, mentre con me non doveva indossare maschere nel timore di essere canzonato. "Non devi di' che te vedi i cartoni animati da femmina" Per esempio, guardava la televisione in un modo assai particolare, si toglieva scarpe e calzini prima di tirare i piedi sul divano e dopo un po' che i cartoni animanti catturavano la sua attenzione, iniziava a ciucciarsi la lingua. "L'uomo ragno è agile cento volte di più" Lui rispondeva sempre volentieri alle mie curiosità, dandosi arie da fratello maggiore, allora gli chiesi perché era solito mungersi il cavallo dei pantaloncini persino in quel momento che discutevamo se Spiderman fosse meglio di DareDevil. "Lo devi prende come faccio io" Fu così che seppi del pisellamento. "Ecco, lo vedi?"All'inizio non ci trovai niente di piacevole, ma sbagliavo tutto e allora mi spiegò come catturare la "pallina" del mio pisello tra l'indice e il medio e poi premerla con il pollice. Caspita se era piacevole!

 

La pratica del pisellamento ci dava una certa carica energetica che alla fine ci faceva esplodere. "Pulcione, il solletico non vale!"Alla fine uno dei due si stancava di rimanere inerte e saltava addosso all'altro per un'azzuffata scavezzacollo. "La vendetta di Superman ti distruggerà" Lui era più grande sia d'età sia di statura e non credo che riuscissi veramente a batterlo. Probabile che si divertisse nel sentirmi ringhiare come un mastino pechinese, fino a quando non mi diceva "Pace!". Era un vero e proprio rapporto fisico che ci consumava fino a lasciarci stremati e in preda a crisi esilaranti. "Tu ce l'hai più bello" Non mi ricordo esattamente quando, però ci calammo anche le mutandine. Mt Wiggly era effettivamente più bello del suo pisello che mi ricordo tutto raggrinzito. "Ce riesci a fallo?" Nando era capace di allargarsi il prepuzio in maniera esagerata e riusciva a mangiarsi la mia nocciolina, nel senso che il mio pisellino ci stava tutto dentro. Non erano gesti sessuali, tuttavia c'era dell'erotismo che creava empatia.

 

L'eros era un'energia sconosciuta che iniziò ad affiorare spontaneamente, come quando dopo cena guardavo la televisione sul divano tra il tepore dei corpi di mia madre e mia sorella. "A Ma', lo vedi che sta a fa?" Senza capire perché, mi veniva da stringere le natiche in un rilassante movimento pelvico. Oppure mi affascinava guardare il dondolio dei seni di Angela quando si lavava i denti. "Smettila, maiale!" Senza che nessuno me lo spiegasse, associali la pratica del pisellamento a quella deliziosa visione mentre mi tenevo in bilico sulla tazza del water per la cacca mattutina. "Aspetta fuori … e non guardare dal buco della serratura!" Quella piccola malizia mi costò l'ostracismo dall'intimità di mia sorella. Non capivo lo stupore che quei gesti scatenavano, perché mi venivano naturali come respirare.

 

Fino a sette anni avevo il permesso di lasciare casa solo per andare a scuola o salire in casa della Zia Pina, per il resto dell'anno non vedevo nessun altro eccetto la famiglia del compare Salvatore. Io non so da dove nascesse l'amicizia che legò Primo al compare Salvatore, però gli aveva fatto da padrino al figlio Dante e per questo ci chiamavamo tutti affettuosamente con il titolo di "compari". La domenica si andava a messa insieme e poi si pranzava alla trattoria. Quando la portineria era chiusa, spesso mamma ci diceva di prepararci per andare a trovare la comare Nella e per me era sempre un'occasione di festa.

 

La storia dei compari Nella e Salvatore era di quelle che si raccontano sotto voce. La comare aveva fatto il guaio in quel di Palermo durante la guerra e i suoi la mandarono a sgravare nella capitale, dove il compare aveva appena perso la moglie per un'epidemia di colera. Lei era poco più di una bambina mentre lui si approssimava già ai cinquanta, ma non era tanto la differenza di età a dividerli, quanto il male oscuro che affliggeva il compare. Soffriva di depressione e se non avesse avuto Nella, che gli portò quel pargolo da accudire, si sarebbe tolto la vita dopo aver perso moglie. Molti anni più tardi avrei scoperto che il primogenito della comare Nella era il padre di Carmelo. Io non lo conoscevo perché andò via di casa non ancora maggiorenne a causa dei continui scorni con il compare, che alzava spesso il gomito e quando succedeva, diventava anche lesto di mani.

 

L'aspetto malinconico del compare si aggravò dopo l'arrivo di Dante. Lui fu quello che si usa definire "il bastone della vecchiaia" cioè il figlio che arriva inaspettatamente avanti con l'età. Il compare all'epoca ne aveva quasi settanta mentre Nella era ancora nel fiore degli anni, così la faccenda parve confermare uno di quei proverbi siculi che la comare usava intonare per attrarre al suo banco la clientela di Campo dei Fiori «A na casa nun c'è paci, quannu a iaddina canta e u iaddu taci». La gallina cantava e il gallo taceva così che si diffuse la diceria che a "mettere la pagnotta in forno" fosse stato un sedicente fotografo della televisione che per un po' aveva gironzolato intorno al suo banco della verdura. Chissà se poi fu veramente per quel vecchio pettegolezzo che un giorno il compare s'impiccò a una trave della rimessa del suo carretto della verdura.

 

Dopo il tragico evento, le nostre famiglie si allontanarono ed io neanche mi domandai che fine avesse fatto il compare Salvatore. Prima di allora però erano state molte le occasioni che trascorrevamo insieme. Siccome Dante era coetaneo di Angela, esercitò su di me le stesse pulsioni erotiche. A differenza di mia sorella che sapeva essere una stronza micidiale, Dante era sempre felice di giocare con me e ogni volta che c'incontravamo stava a spupazzarmi per un quarto d'ora. Mi faceva le pernacchiette sulla pancia facendomi scompisciare dalle risate, ma non immaginava che trovavo un gusto proibito a ripetere lo stesso gesto su di lui. Spiaccicare la faccia sulla sua pancia piatta m'inselvatichiva al punto che un giorno morsi a sangue il suo ombelico pelosetto. Nessuno sospettò mai il reale motivo che mosse quel gesto, attribuendolo al mio solito carattere bisbetico.

 

Quando fui più grandicello, il mio sguardo iniziò a scavare tra i chiari scuri di quel suo sorriso a tratti malinconico, incastonato in un fisico che esercitava uno strano magnetismo. In particolare ricordo chiaramente di una domenica mattina, le nostre famiglie si erano riunite per il rito della scorta invernale di conserva di pomidoro. Ci si alzava all'alba per andare dalla comare Nella, dove la trovavamo già intenta a selezionare i frutti rossi da sbollentare su un bruciatore a gas al centro della corte. Poi il compare Salvatore e Primo iniziavano a passarli per uno spremitore, il cui motore era stato ricavato da una lavatrice.

Eravamo in agosto e la canicola in città iniziava a farsi sentire presto, favorita dai vapori acri dei pomidori sbollentati. Dante si era tolto la magliettina ed era rimasto solo con un paio di calzoncini da podista. Mi sedeva davanti su una cassetta rovesciata mentre con Angela riempiva le bottiglie di conserva rosso sangue. Il mio compito era spingere dentro il collo stretto delle bottiglie una foglia di basilico con uno zippo e poi passargliele. Lui teneva le gambe divaricate e da un angolo dei succinti calzoncini intravedevo il rigonfiamento dei suoi slip bianchi …

 

Seconda parte

 

La mia evoluzione di bambino freaky cambiò radicalmente dopo le febbri altissime che mi devastarono tra i sei e otto anni. La percezione del mondo fisico cambiò e gli stessi sapori e odori che provocavano piacere, per me divennero nauseabondi. E come se non fossero bastate le varie intolleranze alimentari o gli improvvisi sfoghi allergici a complicarmi la vita, ci si misero anche dei tremendi incubi notturni che, quando non mi toglievano il sonno, m'inducevano a un sonnambulismo autolesionista. Da come me li raccontano, doveva essere terrificante vedermi straziare in urla e pianti dirotto come fossi posseduto da qualche diavolo. Non ne ho la certezza, ma forse non è un caso se proprio in quel periodo mia madre divenne estremamente religiosa e iniziò a tenere in casa delle veglie di preghiera.

 

I febbroni da cavallo parevano avermi leso nell'intelletto e una disfasia del linguaggio mi condusse da una logopedista e poi da una psicoterapeuta. I miei pensieri avevano problemi a combinarsi con le parole solo nell'immediatezza del linguaggio parlato, ma fu considerato comunque il sintomo di una sindrome psichiatrica che mi avrebbe condotto all'autismo. Non so quanti potrebbero risultare savi sotto la lente di un giudizio clinico, specie se poi si è dei bambini e quindi considerati creta da plasmare, senza alcun diritto di decidere cosa sia meglio per se stessi. Viene poi da domandarsi se le terapie tengano conto di applicarsi a profili psichici non conformi a dei gender tradizionali. In sostanza fui sradicato dal mio mondo di solitudine domestica e alla logopedista e alla psicoterapeuta si aggiunse uno psicomotricista.

 

Tutto questo coincise con il primo anno alle scuole superiori di Angela, così mamma pensò di far venire dalla campagna Lalla per darle una mano in casa e contemporaneamente aiutarla nella missione di non lasciarmi mai da solo. Lalla non era molto più grande di me e non so se avesse già finito le scuole elementari, ma a casa sua l'istruzione era una perdita di tempo e già da un pezzo lavorava a servizio in casa dai nonni.

Poi mia sorella s'innamorò e s'incontrava clandestinamente con il suo moroso durante la messa cantata della domenica. Neanche io compresi bene come feci la spia ad Angela, comunque successe un macello con tanto di ceffoni e se non mi fossi fatta venire una crisi di nervi, mia sorella ne sarebbe uscita con le ossa rotte.

 

Così Angela fu spedita in campagna al posto di Lalla, che si trasferì a dormire in camera con me. In campagna avevamo già giocato altre volte a fare le sozzerie, ma dormire nella stessa stanza costituì una vera rivoluzione sessuale. Suo padre Peppo usava tenere le riviste porno accanto alla guida TV e dopo qualche birretta le dava lezioni di sesso. Lei non ne parlò mai con nessuno e tantomeno lo fece con me, però mi coinvolgeva in giochi che andavano oltre l'erotismo infantile. Dopo che mamma passava a spegnere la luce, lei s'intrufolava nel mio letto e sussurravamo discorsi proibiti, fino a quando mi prendeva la mano e se la faceva scivolare nelle mutandine. La stringeva a sé accompagnando lo strofinamento con uno strano mugolio, anche se non ne comprendevo il senso, quel suo rantolo che mi bagnava copiosamente la manina era veramente coinvolgente. Queste pratiche non le compiva solo con me … se andavamo a comprare il pane, mi lasciava con la pagnotta in mano per appartarsi con il garzone e succedeva lo stesso per ognuno dei suoi milioni di presunti fidanzati. Sotto questo punto di vista era infaticabile.

 

Quando sopraggiunse l'eiaculazione, fui investito dalla tipica esuberanza erotica del ragazzino freaky, diventando quell'adolescente che sfoga sui ragazzini più piccoli delle pulsioni ancora da decifrare. La prima cavia fu Marinella. Questa era una ragazzina con un piccolo casco di capelli mori tenuti all'indietro con un cerchietto dai colori vivaci; minuta, occhi neri dallo sguardo furbetto … non so se poteva definirsi bella, ma sicuramente era graziosa. Iniziò a frequentare casa quando mia madre si fece coinvolgere nelle "riunioni" che si tenevano per vendere oggettistica casalinga.

All'epoca c'era ancora Lalla che appena vide la collezione di Barbie nella cameretta tutta rosa di Marinella, la elesse sua amica del cuore. Il che costituì per il magico mondo di Barbie una svolta sessuale difficile da sostenere per gli efebi Ken e company, che dovettero cedere il passo al mio Big Jim e a quello di Vanni. Quando la riunione di vendita si teneva a casa mia, apparecchiavamo sul letto della cameretta delle vere e proprie orge. Al solito Lalla saliva in cattedra e ci spiegava come piegare i nostri figuranti nelle posizioni del sesso.

 

Quando accadde quel che accadde … rimasi solo io a giocare con Marinella. Un giorno notai che mentre il mio Big Jim copulava con la sua Barbie, lei si era appoggiata al cuscino e ci si sfregava discretamente. "Non ci credo …" Le confidai che mi erano cresciuti i peli pubici e ora mi diventava anche duro. "Lo vuoi vedere?" lei mi dette del bugiardo e allora gli proposi di darci una sbirciata. La cosa ci eccitava entrambi e Mt Wiggly non mi fece fare brutta figura quando mi calai gli slip. "Schizza anche …" E sì, oramai ero titolare di un vero e proprio cazzo omologato! La manina di Marinella tremava mentre si protendeva verso di me e si spaventò quando istantaneamente le spruzzai due schizzetti.

Da quel giorno abbandonammo Barbie e Big Jim e passammo alle vie di fatto. Ci chiudevamo in camera e appena sentivamo le signore aprire le compravendite di padellame vario, iniziavamo a cimentarci nel kamasutra appreso dal magico mondo di porno Barbie. Io adoravo alzarle la gonna, calarle le calze di lana e sbatterla da dietro, ma a lei non piacevano gli sconquassi dei miei colpi e poi in quella posizione non poteva guardarmi, che per lei costituiva ancora la parte più eccitante.

 

Così sperimentammo la cavalcata all'amazzone.  "Mi scappa la pipì!" Calati i pantaloni, lei si sedette su di me e iniziò a galoppare … "Mi scappa la cacca!" Purtroppo rimase un'esperienza unica. "Non lo faccio più … perdono … perdono!" Il primo rush durò qualche minuto, poi corse in bagno per fare pipì. Tornò con il volto stranamente arrossato e quando si sistemò con cura meticolosa la mia piccola erezione tra le gambe, mi accorsi che non aveva più le mutandine!Invece di galoppare prese a premermi forte, strizzando la faccia come se si sentisse male … ogni tanto si fermava e si teneva la pancia, ma poi ricominciava e stavo per concludere, ma niente! Corse di nuovo in bagno e non so cosa accadde lì dentro, perché urlò atterrita e poi ci fu un gran scorrazzare di passi in corridoio e poi udii Marinella passare davanti alla porta della cameretta implorando perdono.

 

Mi guardai bene da uscire dalla cameretta. Svelto apparecchiai sulla scrivania dei fogli e sparsi dei colori per crearmi un alibi di gioco … la mamma spalancò la porta con una tale severità che già quello mi parve uno schiaffo. "Che c'è?" Fingere di non essermi accorto di nulla fu una mossa falsa e lei mi appuntò il suo sguardo di spillo addosso. "Stavamo solo disegnando!" Anticipare l'alibi per un'accusa ancora da pronunciare mi fu fatale. "Svergognato!" Buscai tanti di quegli scappellotti da rimanere intronato fino a sera. Marinella era diventata "signorina" e nello spavento che si prese, pensò che fosse una conseguenza del nostro gioco proibito.

 

Paradossalmente avere esperienze con un ragazzino era meno pericoloso perché teneva lontano ogni sospetto degli adulti. In quello stesso periodo, Matteo, il figlio della principessa, sublimava ogni sua pulsione omo-erotica in versi per Andrea, suo cugino, che avrà avuto una decina d'anni ed era bello come un angioletto. Cantava nel coro delle voci bianche del teatro dell'Opera di Roma. Aveva un incarnato esile e paglia dorata per capelli. Celava uno sguardo misterioso dietro a delle ciglia lunghe e folte mentre la bocca arricciata su delle labbra rosse come lamponi, spiccava in un visino a punta dalla pelle diafana come quella di sua zia.

 

Conobbi Andrea a palazzo, quando Matteo aveva trovato l'espediente per spogliarlo e metterlo nelle pose che più lo eccitavano, facendogli un ritratto. "Che ci fai qui?" Matteo s'irrigidì appena mi vide entrare nel suo atelier d'artista. Gli avevo portato le riviste che mi aveva commissionato, erano per il vero degli album fotografici di nudi d'arte che costavano un occhio della testa, con cui solo lui poteva masturbarsi. "Ciao!" Dissi ad Andrea, mentre quell'altro era arrossito andando a nascondere in libreria i suoi negroni della Papuasia. "Allora ci vediamo al mare" Primo aveva appena comprato, o vinto al tavolo verde chissà, una casa al mare e, putacaso, in questo modo ero diventato vicino d'ombrellone di Andrea. "Ti odio!" Ringhiò Matteo, quando gli ammiccai che, se voleva, poteva anche lui essere mio ospite quel fine settimana …

 

Nel frattempo avevo sostituito Vanni per gli incontri di catch giapponese con un cuginetto più o meno dell'età di Andrea. Orlando era un piccolo troll grasso con la voce stridula, usavo mettermelo sotto e poi premerlo forte, cercando di schiacciargli la pancia per strofinarmi contro il suo costumino. "Fa caldo" Squittiva tra le risate durante il riposino prima di ridiscendere in spiaggia. "Girati" Allora gli ordinavo di voltarsi a pancia sotto e bloccandogli le braccia lo premevo da dietro fino a eiaculare. "M'arrendo … ora tocca a lui" Il giorno che Andrea fu ospite da me non avrei certo giocato alla "pressa" con Orlando, ma quello stupido mi saltò addosso provocandomi e insolitamente si arrese subito, tirando in ballo Andrea …

 

Non osavo riservargli lo stesso trattamento e ci azzuffammo solamente. Il suo corpo era fresco e leggero, le sue prese tenere nonostante si sforzasse di renderle violente. Quando lo trattenevo, avevo paura di stritolarlo tanto le sue ossa parevano fragili. Mi piaceva la foga che ci metteva e mi feci schienare volentieri. "E uno … due … tre … sotto a chi tocca!" Non avevo considerato che arrendendomi, avrei passato la sfida a Orlando. Quel troll ebbe subito la meglio su di lui e mi stupii il gusto con cui se lo mise sotto e famelico iniziò a premerlo. Senza alcun riguardo, a un certo punto lo voltò, continuando a strusciarsi contro il suo culetto …

 

"Piantala!" Glielo tirai via di dosso. "Vaffanculo" Gli disse Andrea dandogli uno spintone. Povero Orlando, non capiva perché non gli permettevo di fare quello che io gli infliggevo abitualmente e se ne andò piagnucolando. "Quello è tutto scemo" Mi disse Andrea, stringendo il suo sguardo misterioso in una smorfia divertita. Era sudato ma ancora eccitato dalla lotta e mi saltò di nuovo addosso. Presto lo bloccai sopra di me … mi piaceva così. Lui non riusciva a divincolarsi nonostante il volto avvampato dallo sforzo. Mi fissava dietro il buio delle sue ciglia mentre lo sentii premere contro la mia piccola erezione … non c'era più bisogno di trattenerlo, si teneva da solo stretto al mio corpo e quando gli abbracciai le guanciotte dentro il costumino, s'irrigidì tirando un sospiro e poi trattenemmo all'unisono il fiato strofinandoci selvaggiamente.

 

"La posso vedere?" Giunsi presto al mio traguardo e lui se ne accorse dal sussulto che ebbi … allora si sollevò guardandosi al di sotto e mi chiese se poteva vedere la mitica "sborra". "Sembra crema chantilly!" Esclamò divertito. "Quando uscirà anche dal mio?" Domandò mentre mi puliva con dei clinex. Decisi di assaggiarla anch'io sulla punta del suo ditino ma secondo me sapeva di catarro di rospo. Lo rassicurai che tra non molto avrebbe potuto mungersi almeno due volte al giorno e fare meringhe della sua crema chantilly. "Il grassone dice che a lui esce già adesso" Beh, non era da escluderlo, tuttavia lo rassicurai che era solo un gran conta balle.

 

Terza Parte

 

Ora giungiamo al mio psicomotricista di cui per il vero ho già ampiamente scritto indirettamente. Ho sempre cercato di occultare questo personaggio perché non vorrei cadere nello stereotipo del lupo cattivo che insidia l'innocenza di Cappuccetto Rosso. Men che mai vorrei imbeccare la retorica di quanti deducono quelli come me da qualche disfunzione dell'amore universale.  Parti di lui sono finite in molti altri personaggi, forse solo in uno ne ho parlato come persona fisica e quindi userò quel nome per raccontarlo. Zeno all'epoca era fidanzato con una catechista e del resto anche la psicoterapeuta e la logopedista gravitavano intorno al mondo della parrocchia. Lui arrivava dalla Garbatella che non era propriamente il quartiere più chic della capitale. Cresciuto senza padre, si stava conquistando a morsi il proprio futuro.

 

La timidezza nel tempo è diventata un termine con cui s'indica una persona ritrosa per un'eccessiva sensibilità d'animo. Spesso però ciò che intimidisce non è il giudizio degli altri, ma l'alta considerazione di se stessi che rende inaccettabili i propri limiti. La paura di sbagliare può fomentare un'astiosa volontà di potenza o trasformarsi, com'era nel mio caso, in un continuo rimbrotto autolesionista. Fin quando la mia timidezza serviva a ottenere un buon rendimento scolastico, era considerata come un innocuo tratto caratteriale; divenne un problema nel momento che i bei voti vennero a mancare e finii sotto la lente d'ingrandimento della scienza medica. Mi stavano addosso come una canizza, tipo la maestra che si accorse improvvisamente che durante la ricreazione non mi alzavo dal banco e non giocavo con gli altri e non partecipavo ai dibattiti e bla bla … a darsi arie di consumata pedagoga quando la psicoterapeuta le chiese un parere.

 

Avevo dunque bisogno di uno psicomotricista? Sì, dovevo imparare il linguaggio del corpo e interagire attraverso il movimento. Sui risultati ho qualche dubbio perché non riuscii mai a spegnere il cervello come mi dicevano di fare, per lasciar fluire via l'empatia che scaturisce dal corpo. Quando ci dicevano di saltare e urlare liberamente, raggelavo dallo spavento di quella follia collettiva. Le cose andavano meglio quando il gioco prevedeva un traguardo, tipo una gincana … l'impegno che ci mettevo per vincere si mangiava tutto il divertimento. Quando arrivavi primo, tutti ti saltavano addosso per festeggiarti, la prima volta mi venne una crisi nervosa, la seconda volta non mi fermai al traguardo e corsi direttamente a chiudermi dentro lo sgabuzzino.

 

Le due squinzie tutte love and peace che si occupavano di noi ebbero vita dura con me. Anche se mi proibirono di portare libri e quaderni, se dicevo che non avrei giocato, potevano pure strapparsi i capelli in testa perché me ne sarei rimasto immobile. Fu così che mi passarono con i soggetti estremi del gruppo di Zeno. Quelli avevano disturbi comportamentali diametralmente opposti ai miei, cioè erano eccessivamente irrequieti e alcuni erano anche propensi alla violenza. Stranamente mi adattai meglio con loro perché non mi trattarono mai come un alieno. Era come se in qualche modo riuscissi a leggere il linguaggio del loro corpo e loro mi ricambiavano con compassione per quei miei limiti insormontabili.

 

Zeno era grande e anche grosso, una montagna di rassicurante autorità. All'epoca aveva ancora una folta chioma ginger e non portava la barba … non saprei dire quanti anni avesse, ma doveva ancora acquisire l'aspetto di un uomo. Indossava sempre i pantaloni della tuta del centro sportivo dove lavorava … erano celeste acceso, forse turchese, con due strisce bianche sulla gamba e il logo rotondo sull'angolino in alto a destra, appena sotto l'arricciatura dell'elastico. Sopra ci portava sempre una t-shirt bianca con lo stesso logo rotondo piccolino sul petto … aveva due tette da maschio da panico! "Sei così tremendo come mi hanno raccontato?" Disse la prima volta che si presentò, con una voce bassa e così profonda che appena entrata negli orecchi mi cadde direttamente nello stomaco. "Sei un duro" Che palle, non avrei mai preso a calci negli stinchi quelle due stronze se non mi avessero esasperato con le loro paturnie di gruppo. "Iniziamo rilassando questi muscoli contratti" Sembra strano a dirsi ma è proprio così, quando siamo maldisposti, ci contraiamo bloccando la respirazione. "Fai un bel sospiro" Le mani di Zeno mi si stringevano addosso quasi facendomi male, ma erano capaci di sciogliermi e potevo anche essere incazzato, triste o tremendamente angosciato per qualsiasi motivo, i sui gesti sapevano spremermi via le cattive emozioni dal corpo.

 

Un giorno, prima di andar via, raccolse una ghianda verde per terra e me la mise in mano, dicendomi di correre a casa per raccontarlo a mamma e papà. Quella cosa mi cortocircuitò il cervello! Potevo bene disubbidire al suo ordine, eppure non riuscivo a smettere di pensarci. Ne parlai persino a Vanni e lui risolse la faccenda dicendomi che era una cretinata e avrei dovuto semplicemente gettare via la ghianda … non ci riuscivo! La cosa che mi faceva impazzire era che cosa dovevo precisamente raccontare a mamma e papà? L'avessi saputo, mi sarei liberato immediatamente di quel peso, invece me ne rimanevo con la ghianda in mano, bloccato sullo step successivo. Dopo aver trascorso giorni a interrogarmi su quel mistero, prima di tornare da lui, misi quell'accidenti di ghianda in mano a mia madre e se voleva sapere il perché, sarebbe dovuta andarlo a chiedere al mio psicomotricista del cazzo.

 

Mia madre allora mi accompagnò e gli chiese lumi, spiegando che la faccenda mi aveva sconvolto parecchio. Di che genere di esame psicologico si trattasse non l'ho mai capito … ma certo servì a Zeno per scoparsi mia madre. Io non li vidi mai farsi effusioni o roba del genere, ma non era certo normale ritrovarmelo in casa a far colazione di domenica mattina. La mamma disse che era così generoso da farmi delle sedute extra … avrò avuto anche dei problemi psichici, ma non ero certo diventato scemo. Lo chiesi anche a Lalla se lo avesse mai visto in casa prima di allora, ma lei su questo genere di cose sapeva diventare una tomba. In ogni modo a mia madre le sedute con lo psicomotricista fecero indubbiamente bene. Non l'avevo mai vista così di buon umore e anche se la loro liaison durò poco, credo che le fece comprendere quanto fosse stupido continuare a interpretare il ruolo della vedova bianca con Primo.

 

Tra le attività che avevo con Zeno, quella che più detestavo era la piscina. La mia panza mi appariva grossa ed esibirla in pubblico era una vera umiliazione. Mamma pur di convincermi ad andarci iscrisse anche Lalla, però ogni volta era uno psicodramma cavarmi via dallo spogliatoio. Allora Zeno domandava agli altri ragazzini se mi trovassero grasso e quelli in coro rispondevano di no … stronzetti, parlavano bene loro che non dovevano portare a spasso un cocomero.  Alla fine compresi che era meglio tenersi in gozzo il rospo, per poi defilarsi senza che nessuno se ne accorgesse.

 

A Lalla, invece, non parve vero di essere finita in quell'acquario pieno di pesce fresco. Dopo un po' mi toccava staccare i biglietti per tenere in fila tutti i suoi presunti spasimanti. Fino al giorno che scoppiò un parapiglia e tutti iniziarono a scappare dal trampolino più alto, dove Lalla stava tenendo una seduta di sesso di gruppo. Quando mi sporsi per controllare se le acque si erano calmate, scivolai di sotto creando uno scompiglio ancora più grosso. Vallo poi a raccontare a Zeno e alla psicoterapeuta che non lo avevo fatto volontariamente ...

Compresi allora che era una battaglia persa e dovevo iniziare a fingere che le loro intuizioni fossero vere e mi piacesse quello che mi costringevano a fare. Dissi addio al mio mondo introspettivo e mi rassegnai a vivere clandestinamente tra i cinghialopodi. Da lì a breve l'esuberanza sessuale di Lalla la fece rispedire in campagna. Io, invece, quell'estate mi preparavo alle prime vacanze lontano da casa con la colonia marina organizzata dalla parrocchia.

 

Nel campeggio di Sabaudia Zeno si occupava di cinque ragazzini provenienti dal suo gruppo d'ascolto del consultorio comunale, tra i quali c'erano anche Panari Felice Marcello e Bea. Loro erano dei sorvegliati speciali e comunque a noi bambocci ci schifavano. Il primo giorno che arrivai ne combinai una delle mie. La fisima di non condividere il bagno mi costrinse ad alzarmi prima degli altri e sarebbe filato tutto liscio se poi non avessi deciso di andare a vedere il mare, che stava dall'altra parte della strada litoranea, cioè fuori il piccolo campeggio in riva al lago di Paola. Quando tornai, trovai la gente assiepata sulla riva acquitrinosa del lago con Zeno che c'impazziva in mezzo … e quella volta rischiai proprio di buscarle perché non lo avevo mai visto così fuori di senno.

 

Io avevo solo attraversato una strada deserta e aspettato l'aurora guardando l'orizzonte sbagliato, chiaro? Il resto lo avevano dedotto erroneamente loro, chiaro? Ma tanto non c'era niente da fare, il signor saputello, cioè io, andava cercando di ammazzarsi a ogni piè sospinto e finii d'ufficio nel reparto dei sorvegliati speciali. Quelli erano lì per aver manifestato crisi di violenza … per esempio, Bea aveva cercato di ammazzare la madre nel sonno. Non che lo sapessi, ma avevano tutti l'aria incazzata ed erano comunque più grandi di me. Panari Felice iniziò a perseguitarmi con scherzi e canzonature. Mi usava come sacco degli allenamenti e non contento, mi dava dello stupido frocetto e sta cosa mi terrorizzava più di ogni altra. Lui, Bea ed io eravamo i sorvegliati speciali tra i sorvegliati speciali e dormivamo nella stessa tenda con Zeno, che si coricava messo di traverso davanti all'uscita.

 

"Dove vai?" Gran parte dei bambini trascorse le prime notti frignando perché volevano la mamma. "Vado a buttarmi nel lago con il necessaire da viaggio attaccato al collo" A me toccava litigare tutto il tempo con Zeno che non mi lasciava respirare. "Non fai ridere nessuno" Questo lo diceva lui perché al contrario il sarcasmo era la sola arma con cui riuscivo a pungere persino Panari Felice. "Zitto e torna a dormire" Ma che male c'era se mi andavo a lavare venti minuti prima che i bagni diventassero lordi? "Pisci quando andremo a correre" La faceva facile lui che la mattina manco si lavava i denti. Andò avanti così per tutto il tempo anche quando tornammo in città.

 

Zeno si sposò a settembre e c'invitò alle nozze perché nel frattempo era diventato un amico di famiglia. Primo ovviamente promise di esserci, ma alla fine diete buca anche quella volta e così, dopo essersi preparata e speso un capitale in messa in piega, la mamma pianse per tutto il giorno e guai a passarle vicino perché avrebbe sbranato chiunque.

In ogni modo, al ritorno dalla colonia penale, fui preso da un insano interesse per gli slip maschili. Non che quelli femminili mi facessero schifo, ma dal mio punto di vista erano inconsistenti, mentre il pacco di quegli altri era fonte di molte speculazioni. Per esempio, da che parte era sistemato il pisello, la deduzione della consistenza dava poi adito a classifiche stuzzicanti. Dalla spiaggia avevo riportato una piccola collezione di fotografie mentali, ma che andavano rapidamente sbiadendo. Fu allora che scoprii nei cataloghi delle vendite in corrispondenza, una piccola miniera di pacchi nella sezione dell'intimo maschile.

 

La Zia Pina aveva tutti i cataloghi e soprattutto usava conservare anche quelli degli anni passati. Non credo che fosse insospettita dal mio improvviso interesse alle vendite in corrispondenza perché avevo fatto lo stesso con l'intera collezione delle riviste dello Zio Gerardo e per un po' ero entrato in fissa persino per gli schemi quadrettati della sua enciclopedia di ricamo … ma quella volta era diverso. Uno strano desiderio di possesso mi costringeva a strappare le pagine e portarmele a casa … figurarsi se alla Zia poteva sfuggire la misteriosa scomparsa della sezione dell'intimo maschile dai suoi cataloghi. Ebbe comunque la delicatezza di non dirmi nulla, tuttavia fece qualcosa.

 

Deduco che qualcuno ne parlò con Zeno perché un giorno ci chiese se volevamo toglierci i pantaloni. All'inizio risero tutti, ma poi non esitarono a calarsi i pantaloncini rimanendo in mutandine … solo io non compresi cosa intendesse. Ma che era diventato scemo? Togliersi i vestiti era una roba sozza! "Perché?" Mi chiese, quando spiegai imbarazzato il motivo per cui non potevo farlo. "Chi te l'ha detto?" Mamma mi tirava certi schiaffi se mi azzardavo a uscire dal bagno con le brache calate! "Fra maschi si può fare" Disse, tirandosi giù i pantaloni della tuta e rimanendo con gli slip bianchi. "E' come se stessimo in piscina" Aveva ragione perché lo avevo sempre visto in costume eppure, in quella circostanza, il suo pacco mi disorientava.  

 

Giocare nudi esaltò tutti e sarebbe piaciuto anche a me togliermi di dosso pantaloncini e magliettina, ma non ci riuscii e me ne rimasi per tutto il tempo inchiodato alla panca a guardare gli altri saltarsi addosso felici. Erano tutti più amici di prima e mi guardavano come se gli stessi facendo un torto a non volermi svestire. "Vedi qualcuno ridere della pancia di Gianmarco o di Piero che è tutto pelle e ossa?" Loro no … ma io me ne accorgevo eccome, anche se poi non ci trovavo nulla da ridere. "Se ti togliessi i pantaloncini, non ti sentiresti diverso dagli altri" Ma io mi sentivo diverso, anche se fisicamente ero uguale a tutti loro. "A nessuno importa se sei bello o brutto" Parlava bene lui con il suo petto largo che esercitava un'energia magnetica irresistibile.

 

"Vieni qua" Mi disse, sfilandomi la magliettina. "Non ti senti meglio?" No o forse sì, ma comunque lo supplicai di non umiliarmi come faceva quando non volevo uscire dallo spogliatoio della piscina chiedendo a tutti se mi trovavano ciccione. "Va a giocare con gli altri" Zeno sosteneva che nessuno se la sarebbe presa anche se non toglievo i pantaloncini … ci provai a fare qualche passo verso di loro, ma avevano già iniziato a giocare da un pezzo e certo non mi avrebbero voluto tra i piedi e poi avevo quei maledetti pantaloncini della malora … i passi scapparono via da soli e corsi a chiudermi dentro lo sgabuzzino. "E' normale avere paura" La maniglia non aveva più la levetta della serratura dall'ultima volta che avevano dovuto cavarmi via da quel buco. "Sono andati via tutti e ho detto a tua madre che ti riporto io a casa" E dopo? Mamma me le avrebbe suonate di santa ragione dicendo che si vergognava di me e non volevo che succedesse di nuovo … mi detestavo e sarei voluto scomparire per sempre "Io resto qui ad aspettarti" Certo che a Zeno sarebbe bastato poco per costringermi a uscire, invece mi lasciò là dentro ad arrovellarmi l'anima nei sensi di colpa e accettò tutte le mie condizioni affinché aprissi da solo la porta.

 

"Respira come ti ho insegnato" Sì, dovevo respirare o mi sarebbe venuta una delle mie solite crisi di nervi, ma era difficile da fare con il cuore che rimbalzava fuori dal petto e le braccia che non volevano saperne di staccarsi dal suo collo. "Possiamo rimanere così tutto il tempo che vuoi" Era bello poter far scongelare le lacrime che mi occludevano le vie respiratorie. "Va meglio adesso?" Sentivo le sue enormi mani massaggiarmi la schiena facendo distendere la contrazione dei muscoli. "Anch'io te ne voglio" Gli volevo tanto bene e confessarglielo mi riempiva di gioia. "Smettila o cosa penserebbero le femmine di noi?" Era bello, bellissimo e gli presi la faccia tra le mani iniziando a baciarlo ovunque e lui rideva ed era tanto bello il suo sorriso che d'istinto iniziai a baciare anche quello . "O cosa penseranno le femmine di noi?" Si era disteso sul materassino degli esercizi ginnici e non so per quanto tempo ci rimanemmo. A me venne da stringere le natiche come quando stavo al calduccio tra mamma e mia sorella … lui mi teneva la testa premuta sul suo collo stringendomi fortissimamente. Poi diede un sospirone e sciolse l'abbraccio … aveva negli occhi così tanta tristezza che mi fece sentire colpevole.

 

"Questa volta non devi dire a nessuno che te l'ho data" Se ne stette in silenzio per tutto il tempo e quando stavamo per salire in auto, raccolse un'altra ghianda e disse che quella volta sarebbe rimasta un segreto tra noi. "Non sono triste" Mi pareva come se facessi del male alle persone a volergli bene. "Adesso basta, si è fatto tardi e tua madre si preoccupa" Gli chiesi se potevo abbracciarlo prima di scendere dall'auto … avrei voluto stringerlo forte, ma lui non me lo permise.

Gettai via la collezione dei pacchi trafugati dai cataloghi delle vendite per corrispondenza della Zia perché nella mia testa si era impressa la forma fossile dello slip di Zeno. Trascorsi tutto il tempo a pianificare come avrei potuto svelare quel misterioso e attraente segreto. Le strategie si risolsero con sbirciatine in piscina che almeno a me parevano assai audaci, ma soprattutto ci rimasi malissimo quando seppi che non avevo più bisogno dello psicomotricista.

 

In effetti, stavo obiettivamente meglio e credo che questo accadesse anche per l'arrivo della maestra Rosa in quinta elementare. Andare a scuola divenne un piacere e anche la decisione di spiegarci come nascevano i bambini, ripulì dallo "sozzo" quello che portavamo celato nelle mutandine. Le crisi di nervi scomparvero e in quanto a parlare; beh, ero rimasto un ragazzino di poche parole, ma forse aver dovuto imparare a usarle m'insegnò a maneggiarle con cura, tanto che la maestra m'investì del ruolo di "poeta", che al solito presi molto seriamente innamorandomi perdutamente di Leopardi, il cui Zibaldone divenne una miniera inesauribile di discettazioni. Poi c'era il Circolo, dove Primo scalpitava affinché conquistassi una medaglia, che volevo anch'io e fui contento di sapere che ad aiutarmi a ottenerla sarebbe stato proprio Zeno.

 

Ero innanzitutto felice perché mi avrebbe seguito negli allenamenti e quindi l'avrei avuto accanto al Circolo, dove la mia socialità era pari a zero. Lui nel frattempo era cambiato moltissimo, anche fisicamente intendo. Aveva perso l'aspetto di ragazzo e acquisito quello di un uomo fatto. Capelli rasati e barba gli donavano una grande autorevolezza, senza contare della comparsa di un enorme tatuaggio che gli partiva dal polso sinistro e finiva sulla caviglia destra. Era un bellissimo dragone che gli colorava il corpo e sembrava prendere vita su quella sua schiena tornita. Sì, era diventato addirittura più seducente di come me lo ricordavo. Fu come rincontrare un amico cui non dovevo spiegare nulla perché mi conosceva meglio di me stesso.

 

Trascorrevamo molti pomeriggi insieme e la sera mi riaccompagnava sempre lui a casa. Fu così che meditai di riconsegnargli la ghianda che mi aveva dato in custodia l'ultima volta. Lui fece rimbrottare una delle sue risate e mi chiese se avevo tenuto il segreto. Come avrei potuto spifferare qualcosa che si era dimenticato di spiegarmi? "Meglio non sapere quanto non si può ancora comprendere" Cos'era, Laozi o Confucio? "E' solo buonsenso" Dunque il guru della Garbatella ora citava se stesso! "Sei solo un ragazzino" Ah, come detestavo quando mi liquidava con quella stupida considerazione. "Non sempre si è abbastanza furbi da imparare dall'errore altrui" Questo era Confucio … ma certi errori si riconoscono solo dopo aver sbagliato. "Si può sapere che ti sta ronzando in testa?" Volevo abbracciarlo, cos'altro se no?

 

Non mi rispose però a un certo punto uscì dalla circonvallazione Tiburtina e improvvisamente ci ritrovammo in mezzo a degli orti che pareva di stare in aperta campagna. "Avanti, vediamo che vuoi fare" Disse, dopo aver reclinato il suo sedile. Era buio e quel posto faceva anche po' spavento … lui non parlava più e per un attimo pensai che si fosse addormentato. Lo sapeva quanto mi mettesse ansia prendere qualsiasi decisione senza avere delle chiare cognizioni sul da farsi. Mi si affollavano in testa milioni di soluzioni, da cui non ne usciva mai una che fosse inopinabile. "Abbracciami" Non me lo feci ripetere due volte e infilai le braccia sotto il suo giubbotto e nascosi la faccia nella morbidezza della felpa che aveva il suo buon odore. "Vieni qua" Mi tirò sopra di sé e sghignazzò mentre cercavo di sistemarmi in quell'angusto spazio.

 

"Il mantra?" Sentii le sue labbra premersi sulla mia testa … mi aveva appena chiesto il mantra del chakra Sahasrara … allora mi tirai seduto su di lui e modulai il respiro per intonare un lungo OM. Avevo chiuso gli occhi per volgere lo sguardo ad Ajna con il Bijamantra KSHAM. Conoscevo il gioco dei sette chakra e la meditazione prevedeva che sgomberasi la mente da ogni pensiero. HAM … Visuddah … la sua mano mi si strinse sul collo … mi fidavo di lui e rimasi concentrato anche quando sentii l'altra mano infilarsi sotto la maglietta per carezzarmi sinuosamente il petto … YAM e poi scendere sulla pancia … RAM. "Vieni qua" Disse di nuovo, interrompendo la meditazione coprendomi il volto con la sua enorme mano e tirandomi su di sé. "Ecco fatto", ci fu un po' di trambusto alla fine del quale sentii la sua pelle nuda sotto la mia. "Sccc …" Non riuscii a intonare il LAM quando la sua mano mi scivolò tra le natiche e poi abbassò l'elastico della sua tuta. Non nego che mi fece impressione sentirmi scorrere nell'incavo tra le cosce il suo membro … forse non compresi bene neanche cosa fosse … almeno all'inizio … "Muoviti come ti piace" Beh, non so neanche se ci fu bisogno di dirmelo. Strinsi semplicemente le natiche e poi le rilasciai come facevo sempre per il pisellamento presonno. "Scccc …" Rispose così quando gli chiesi se gli stessi facendo male … mi strinse tra le braccia e allora continuai ancora più forte. Ansimavo forse per motivi diversi dai suoi, ma era una corsa coinvolgente e anche se faceva freddo, sudavo al contatto del suo corpo rovente. Io avrei continuato volentieri anche per un altro pochetto … ma lui mi fermò, mettendomi di peso sul sedile accanto. Senza spiegarmi cosa gli fosse preso, scese dall'auto e almeno a me, parve andare a far pipì.

 

Quando risalì in macchina, si sbrigò a rivestirsi e poi si fregò le mani … allora avevo paura che, come l'altra volta, mi avesse ridato un'accidenti di ghianda abbandonandomi di nuovo, quindi avrei voluto sussurrargli nell'orecchio un ti voglio bene, ma era troppo arduo come piano e riuscii solo a dargli un bacetto sulla guancia. Lui fece gorgogliare una risatona e d'impulso mi catturò, solleticandomi … ben sapendo quanto mi desse fastidio, ma allo stesso tempo mi piacesse. "Spanna i vetri" Mi passo una pagina di giornale per farsi aiutare ad asciugare il sudore che si era condensato contro il parabrezza dell'auto … Ripartimmo lentamente, ma giunti sulla strada prese a correre di brutto. Era preoccupato perché si era fatto tardi … prima di lasciarmi scendere, mi disse di raccontare che avevamo incontrato traffico.

 

Ci furono altre volte fino a quando non rifeci il gioco dei sette chakra con Pino e lui mi raccontò cosa gli capitava col padre. Solo allora comparai i gesti di Zeno a un atto sessuale … lo so che parrà incredibile, ma in un certo senso ero io a usare il suo corpo. Lo sguardo desolato di Pino mi dette una consapevolezza che mi spaventò e scappai via. Non avrei voluto rinunciare a Zeno perché era la sola persona al mondo con cui non dovevo nascondermi, ma oramai avevo perso l'innocenza e allo stesso tempo ero troppo piccolo per compiere una scelta. Visto che la medaglia l'avevo ormai conquistata, dissi a Primo che non avevo più bisogno di lui. Con il senno di poi posso dire che questa non fu per niente una buona idea perché Zeno era un punto fermo per me, senza il quale andai alla deriva insieme allo sfascio della mia famiglia.

 

Quarta Parte

 

 

La mia non era solo una curiosità per il corpo maschile come andavo ripetendomi, potevo solo far tacere le emozioni tenendole sotto vuoto. Quando incontrai Giada e stabilii con lei immediatamente una comunicazione empatica, fu come se tutte le mie irregolarità si fossero risolte. Se quello era l'amore, allora io non ero frocio! In fondo non era così difficile tenere sotto controllo la pulsione erotica che mi scatenava un corpo maschile. Lei era in un certo senso la mia medicina e mi accorsi di quanto fosse facile lasciare che il sentimento tra due giovinetti facesse il suo naturale corso. Si misero in moto gli ingranaggi di una macchina sociale ben oliata che ci rese agli occhi di tutti dei teneri fidanzatini e lei, figlia unica di un burocrate affermato, ritenuta lo stinco destro della santissima immacolata, in casa mia aprì subito delle prospettive di vita a lungo termine.

 

«Con te, sul ciglio del mondo, in trepidante attesa che sbocci quel domani di fausti auspici».

«Quest'aria senza il tuo anelito di gioia, mi soffoca di solitudine e mestizie».

«Ovunque volga il passo sul mio destino, incontro te …».

 

No, non sono delle frasi trafugate da uno di quei libercoli che si trovano nei fiorai a San Valentino. Sono solo un assaggio dei tanti pizzini che lasciavo nei quaderni di Giada. Lei mi piaceva sul serio, anche se con il senno di poi ho il dubbio che mi aggrappassi a quel sentimento per avere anch'io un'inarrivabile Lucia, cui dedicare un sentimento alto, cristallino, scevro da ogni mondanità e almeno all'inizio funzionò. Lei mi ricambiava con degli sconvolgenti "ti voglio bene" accompagnandoli con baci appassionati, ma tutto cambiò a seguito delle cene a casa della Zia Pina.

 

Lei ci inoculò anzitempo i precetti e le convenzioni dell'amore tradizionale, in cui avevo il ruolo del futuro genero che conquista la fiducia del suocero. Appena conquistai un posto a tavola nella famiglia di Giada, persi quello nel suo cuore. Al resto ci pensò Teresa, la sua invidiosa e stronzissima amica del cuore. Con lei condivideva le dinamiche relazionali del muretto di Piazza Cairoli, fatte di corteggiamenti adolescenziali, di rincorse e litigi o strazianti appostamenti per stare dietro a un sentimento quasi mai corrisposto. Un rimpallo di desideri che ai miei occhi appariva stupido con i suoi ruoli e regole come qualsiasi altro noioso gioco da tavolo.

 

Un sistema che andò complicandosi con l'avvento dell'eros viscerale, che attraverso le sue pulsioni convertiva in bisogni ogni archetipo romantico. Pur rimanendo seduti entrambi allo stesso tavolo di convenzioni, io iniziai incautamente a esplorare un eros omnicomprensivo mentre lei s'iscrisse ai giochi della gioventù. Ci provai a seguirla ma iniziò ad andare tutto storto fin dall'inizio perché ero già troppo alto per la mia categoria e fui passato tra i cadetti. Mi parve una cosa di cui vantarsi a pranzo con i suoi e lei commentò acida che ero uno stupido se pensavo di vincere con i ragazzi più grandi.

 

Oh, certo! Perché tra quelli c'era "Asdrubale" della famiglia dei burini di San Cesareo, figlio di Stronzio e fratello del ragazzo di Teresa. Ero dunque uno stupido a pensare di battere il mio rivale in amore? Sì, perché non lo sapevo mica che le regole dell'atletica cambiano nella categoria cadetta e i sessanta metri della corsa veloce diventano ottanta e quelli di resistenza salgono fino a trecento. Io a scuola mi allenavo poco perché francamente già mi facevo un mazzo tanto al Circolo col canottaggio e poi c'era la piscina di sera per entrare nella squadra di pallanuoto … di quegli stupidi giochi della gioventù ne avrei fatto volentieri a meno. Il giorno delle gare feci una tale figura di merda arrivando sempre ultimo in batteria, mentre lei al salto in alto si qualificò terza e arrivò fino alle interregionali!

 

Secondo la mia metrica di vita ero stato miseramente sconfitto e dovevo affrontare il patibolo con onore. Declinai ogni invito a pranzo dei suoi ed evitai come la peste il muretto di Piazza Cairoli, a scuola le rivolgevo a malapena il saluto e chiesi di essere spostato dal suo gruppo di lavoro a laboratorio di Tecnica. Ebbi anche uno scontro diretto con Teresa durante l'ora di ginnastica, la sua professoressa cercava sempre un ragazzo per schiacciare durante gli allenamenti della squadra di pallavolo femminile e fu allora che la presi a pallonate fino a stenderla … rosa dalla rabbia commentò ad alta voce che i maschi veri stavano a giocare a calcio, non come noi senza palle che gironzolavamo in palestra tra le ragazze.

 

Giada si era messa con Asdrubale e per me la nostra storia poteva essersi conclusa così, invece non so, forse si sentiva in colpa o per chissà quale di quelle regole sociali che vigevano tra le adolescenti, si sentì in dovere di "parlarmi". Dopo aver piegato le ossa a Teresa, me la vidi arrivare durante la ricreazione accompagnata dal solito drappello di ancelle adoranti. Io me ne stavo seduto al banco a terminare degli esercizi d'inglese. Lei mi chiese come mai non avevo svolto quei compiti a casa … feci spallucce. Allora mi domandò se era vero quello che si diceva in giro, cioè che i miei stavano divorziando. Teresa, quella malefica, squallida cagna rognosa … "No, non me l'ha detto lei!" si sbrigò a chiarire, perché impulsivamente il mio sguardo era scattato come una molla, fulminando la balorda che ci teneva d'occhio da lontano. "Perché non ricominciamo a studiare assieme?" E questa fu la fregatura … perché accettai la sua pietà?

 

Da quel momento fu uno stillicidio perché non si capiva più se stavamo ancora insieme. Asdrubale, come tutti i cinghialopodi della sua età, andava e veniva gettandola in quel patimento che tanto piace alle ragazze … ed io là a consolarla, addirittura a consigliarla come riconquistarlo! Ma non è che fossi masochista, perché nel frattempo il virile Asdrubale era arrivato dove io non ero riuscito, cioè aveva solleticato l'appetito viscerale dell'Eros attrattivo di Giada. Me ne sarei dovuto accorgere da quando non indossava più le solite gonne pantalone, che erano delle vere e proprie cinture di castità con il loro cavallo largo a gamba lunga antintrusione. Un giorno che mi abbracciava in lacrime, sentii le sue tenere e sensualissime labbra stringersi in dolci bacini sul collo … dopo avermi procurato quei brividi inaspettati, mi guardò aspettandosi una risposta, ma io ero … la buona letteratura direbbe "frastornato", ma per il vero ero proprio rincoglionito dal cocktail ormonale che si shakerava nel mio ipotalamo.

 

"Sei così carino quando fai questa faccia …" Eh, da rincoglionito … mi disse tante belle cose e poi mi chiese anche di ricominciare a scriverle i pizzini … quando le passavo i compiti in classe. "Ora cosa penserai di me!" Puttana … mi baciò stringendomi la mano al petto … e le zizze di Giada erano protagoniste dei sogni erotici di tutta la scuola … all'epoca bastava un soffio di vento per farmi "emozionare" e appena le sue labbra si posarono come ali di farfalle sul mio fiore … ne venne fuori una gran frittata. Lei rise divertita dell'impiastro che aveva combinato … e quando rideva anch'io ridevo ed era così bello ridere! Non ne potevo più di essere triste e arrabbiato col mondo. Lei, mimando un broncio da bambina, si preoccupò che non la giudicassi male per quel suo impellente bisogno da succhiacazzi … non era più la Giada che conoscevo, questa era molto meglio!

 

Giada si sentiva libera di compiere quei gesti con me ed era fuor di dubbio che non avevamo più l'età per permetterci di giocare al dottore e l'ammalato. Dopo i primi romantici baci alla francese, non perdeva tempo a tirarmelo fuori, salvo poi chiedermi di non salutarla in pubblico per timore che qualcuno sospettasse che le piaceva succhiarmelo. Tuttavia, si faceva corteggiare dagli altri, dicendomi che era solo per far scena. E quando le convenne trovarsi qualcuno che avrebbe frequentato il suo stesso liceo, s'innamorò di Asdrubale due. Difficile credere che l'amore delle femmine sia sempre così fortuitamente propizio, salve quando hanno bisogno di "romanticismo" e allora si fanno sbattere invocando la trascendenza dell'amore …

 

Sostanzialmente, non riuscivo a trovare quella ricchezza di una mancanza che mi guidasse nelle relazioni affettive, stabilendo un ordine di necessità tra i miei bisogni. Io non cercavo compagnia perché temevo la solitudine o cercavo qualcuno per distrarre la noia da me stesso. Usavo l'eros per stabilire un contatto con gli altri, senza imbastire le necessità legate alla paura dell'abbandono. Le mie emozioni non si proponevano in quelle traiettorie utilitariste che sillabano l'esperanto del linguaggio interpersonale. La mia emotività passava attraverso una pulsione empatica attraverso il corpo. Questo modo di esprimermi fece sì che non potessi mai avere degli amici, ma solo amanti.

 

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Nulla è come appare

#69 OFFLINE   Silverselfer

Silverselfer

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Inviato 04 luglio 2016 - 22:21

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Il dolore ci piega su noi stessi e con lo sguardo fisso nel nostro ombelico sarà facile convincerci che il mondo sia un buco oscuro. Dentro quest'antro cavernoso si cova l'amore nero ispirato dal desiderio di giustizia, un livore sterile che non tiene conto del nostro bene, ma solo del male altrui. La sofferenza c'innalza sul piedistallo del martirio, da cui inizieremo a guardare l'indifferente gioia del mondo con occhi pieni di sdegno. Foriere d'infausti auspici, le lacrime ci piombano nell'oblio al pari di luminose comete dal cuore ghiacciato.

 

 

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La luce che acceca e il buio che illumina

 

Prima Parte

 

 

La psicoterapeuta mi proibì di rimanere da solo per impedirmi di scivolare in quelli che chiamavo i pensieri senza parole. Mi succedeva d'iniziare a fantasticare e quello sragionare diveniva così rapido da perdersi per strada le parole, rapendomi in un gorgo emozionale. Allora rimanevo immobile con lo sguardo fisso oltre la parete invisibile della realtà … mia madre mi tirava certe sberle per farmi rinvenire! Quando mi accadeva durante il sonno, i sogni si trasformavano in incubi ed era molto difficile riuscire a svegliarmi. Fu per questo motivo che iniziai a prendere il Tavor e i brutti sogni divennero un po' meno spaventosi, però mi svegliavo più stanco di quando mi andavo a coricare ed ero come un mulo tuonato fino a mezzogiorno.

 

Zeno m'insegnò il trend autogeno per far addormentare solo il corpo con l'autoipnosi. Certo che poi mi addormentavo … ma in quel modo capivo che mi trovavo in un sogno o almeno, a un certo punto riuscivo a dedurlo. La cosa più inquietante succedeva quando credevo di essermi svegliato, invece era un brutto tiro che mi giocava la ragione e allora quella che credevo fosse la realtà, si animava delle paure più spaventose come le lampadine che non si accendevano quando le lunghe lingue di Loro cercavano di trascinarmi nell'ombra, con le urla che mi graffiavano la gola senza produrre alcun suono. Poi in campagna accadde che quel dobermann invece di mordermi, rimanesse a fissarmi per un attimo prima di andarsene … non so cosa quello spavento fece scattare nella mia testa, ma il nocciola degli occhi di quel cane s'impresse nella mia psiche e ogni volta che un incubo stava per avere il sopravvento, riuscivo a puntargli contro lo stesso sguardo fermo e deciso … dissipandolo.

 

Non so se crederci che il dobermann sia il mio animale totemico, magari se fosse stato almeno un lupo, avrei sperato che potesse trasfondermi qualche virtù di branco, invece, imparai a tenere il collare, ma tolto il guinzaglio, tornavo ramingo sulle tracce di un sentiero invisibile. Tutto questo ha un senso per via di una sessualità incapace di polarizzarsi su specifici bisogni attrattivi, in grado di trattenermi dentro orbite circoscritte. Provavo simpatie ed ero indubbiamente capace di voler bene a una persona, tuttavia erano bisogni compensati da altre necessità che allungavano le mie orbite fino a disperderle nello spazio siderale …

 

La mia vita sociale da ragazzino fu un continuo esercizio di emulazione dei desideri altrui. Dopo che Vanni si trasferì vicino da me, ebbi l'esempio di come sarei dovuto essere io. Con Lalla iniziò a frequentare il vicolo sotto casa, dove condividevano le loro esperienze con gli altri del rione. Le femmine erano numericamente soverchianti, ma erano i maschi a governare i loro desideri. "Ma non te stufi a sta sempre a qua loco!" Lalla sarebbe rimasta in strada per tutto il tempo e una volta sbrigate le faccende, mi costringeva a chiedere di scendere, così mamma le avrebbe affidato il compito di sorvegliarmi. A differenza degli altri maschi, io con le ragazzine ci stavo volentieri perché i loro giochi non erano competitivi e, anzi, non si capiva mai come effettivamente si dovesse vincerli.

 

In genere le ragazzine erano delle accanite saltatrici: saltavano su di un piede per giocare a campana, saltavano su due nel gioco dell'elastico, saltavano maldestramente alla cavallina, eccetera … Erano poi animate da paure incomprensibili come quando si giocava a mosca cieca e urlavano per timore di essere afferrate, quando era semplicissimo non farsi prendere. Si dilettavano anche in dei giochi particolarmente tediosi, tra cui quello delle belle statuine che consisteva nel prendere una posa graziosa e rimanervi imperturbabile per il maggior tempo possibile … che caspita di divertimento ci trovavano? Capivo bene perché i ragazzini si annoiassero a giocare con loro, ma solo molto tempo dopo intuì il motivo per cui lo trovassero anche infamante.

 

Al pari dei giochi maschili che allenavano gli istinti virili attraverso il confronto fisico, quelli delle ragazzine ammaestravano a un eros puramente attrattivo. Ecco dunque spiegato la forza espressa nel mantenere una posa nel gioco delle belle statuine o il brivido di essere afferrate dalla compagna bendata nella mosca cieca e il senso che si celava in quel saltare continuamente, cioè governare una spinta irrazionale. "Uffa, non è valido!" Era effettivamente imbarazzante prendere una posa durante la competizione tra belle statuine, allora assumevo una qualche movenza grottesca, inducendo in fallo le contendenti che scoppiavano a ridere. "Mi hai fatto male!" Lo stesso accadeva ogni volta che mi lasciavo prendere dalla competizione, così quelle si stancavano pretendendo che andassi a giocare con gli altri ragazzini ...

 

"Sali che devi prepararti per andare dalla principessa" La mia libera uscita aveva sempre i minuti contati e dopo un po', mamma mi chiamava dal balcone della cucina perché dovevo cambiarmi per andare dalla principessa. Il più delle volte era solo un pretesto e credo che lo facesse con il preciso intento di togliersi dall'imbarazzo di vedermi giocare con le femmine, tant'è che anche quelle per canzonarmi usavano l'appellativo di "principessa". Alla fine compresi il rischio che correvo e andai a giocare a pallone con Vanni.

Nel momento in cui entrai a far parte della piccola comunità dei ragazzini, iniziai a temere di essere definito frocio. Ricevere quello stigma significava perdere la virilità e quindi diventare l'ultimo degli iniqui, chiunque poteva schernirti e l'ostracismo era una conseguenza inevitabile. Quando ero con loro, evitavo con cura atteggiamenti equivoci, come mostrar poco interesse per quei pallosissimi giochi che si facevano con le figurine delle squadre di calcio. Per il resto piaceva anche a me arrampicarmi sugli alberi, però non m'interessava contendere un ramo fin troppo affollato di pretendenti. Preferivo giochi alternativi alla competizione, ad esempio, facevo degli esperimenti nascondendo bottiglie piene di miscugli con robe tipo detersivi, che poi tornavo a controllare … quello che mi dette una grande popolarità, fu una bottiglietta che esplose e la faccenda creò subito emulazione. Fin quando non giunse Panari Felice Marcello, nessuno mi aveva canzonato dandomi del frocio; anzi, molti invidiavano il dialogo che sapevo mantenere con le femmine, specie Vanni.

 

Lui e anche gli altri, venivano a giocare nel vicolo perché attratti da quel qualcosa di sconosciuto che si agitava nel loro ipotalamo. S'intrattenevano con qualche passaggio di calcio o roba del genere, ma si vedeva che ad animarli non era il solito istinto di prevaricazione. Cercavano il modo di mettersi in mostra e la cosa non sfuggiva alle ragazzine in posa da belle statuine. Erano amori che duravano il tempo di una rincorsa, tuttavia si fecero sempre più frequenti ed io ne rimasi escluso. Al contrario, l'esercizio del sesso era un gioco molto più semplice. L'eros attivo dei maschietti sapeva sillabare il proprio bisogno e si metteva a caccia delle emozioni capaci di sfamarlo. Per le femminucce era più complicato perché faceva parte del loro desiderio passivo trovare in un ragazzino la risposta alla propria soddisfazione. Era così che la loro sessualità sognava il grande incontro con il principe azzurro, sul cui tirso della cuccagna sarebbero rimaste impalate per tutta la vita.

 

Tuttavia, la curiosità sessuale era forte anche tra loro e Lalla mi mise a disposizione di tutte. Lei ne raccontava tante sulle sue prodezze sessuali e siccome non poteva raccontare con chi realmente le aveva, mi elesse suo cornutissimo fidanzatino dalle presunte capacità erotiche superlative. Nacque così la congrega del locale serbatoi. Lalla era entusiasta del suo ruolo di "maestra" e iniziò a usarmi come illustrazione animata. Mi piaceva essere al centro delle loro attenzioni e parevano non accorgersi della mia oscena panzona, anzi … mi lusingavano quelle risatine civettuole e ancora di più quando osavano toccare qualcosa di proibito, però quei gesti non rientravano nell'abbecedario usato nel dialogo amoroso tra cinghialopodi.

 

Non so in che misura quelle continue sollecitazioni furono responsabili, ma le mie ghiandole di  Cowper iniziarono precocemente a produrre il loro fluido resinoso … e non era certo una roba piacevole! Poteva succedere in qualsiasi momento, appena si affacciava nella mia mente un pensiero erotico, allora sentivo formarsi quel gocciolone di rugiada e quando tentavo di trattenerlo come con lo stimolo della pipì, finivo per spingerlo fuori imbrattando le mutandine. Sulle prime pensai che fosse del catarro e allora cercai di non ingoiare più la saliva, iniziando a sputacchiare ovunque … ma ovviamente il problema non si risolse e preoccupato mi rivolsi a mamma; quella esaminò Mr Wiggly e risolse che aveva la "boccuccia" infiammata e giù con bidè alla camomilla. La verità era che i cinghialopodi ne sapevano pochissimo di sesso e tutti erano convinti che si trattasse di una sorta di piccola eiaculazione. "Il mio ometto" Disse Primo grattandomi la testa, prima di misurarmi col metro contro lo stipite della sala da pranzo … quello fu il suo modo di spiegarmi i "fatti della vita".

 

Lalla fu la sola che volle toccare con mano la questione, sentenziando che si trattava effettivamente di «squacquerone» ma non cagliato. Bah, almeno lei seppe darmi una risposta, però anche nella sua educazione sessuale c'era molto di assurdo. Per esempio, non volle più dormire nel mio letto perché sosteneva che "lo verme cammina", cioè che durante il sonno i maschi eiaculano e le lenzuola rimangono intrise di spermatozoi in grado di fecondare. Io non avevo polluzioni notturne e neanche sapevo cosa fosse un'eiaculazione, quindi presi tutto per vero. Nel frattempo il mio fluido di Cowper divenne una croce e delizia, da una parte c'erano le ragazzine della congrega che me lo stillavano manco si trattasse di grappa, dall'altra dovevo stare attento a qualsiasi cosa mi solleticasse l'eros per non ritrovarmi con gli slip imbrattati … e quell'effetto non me lo facevano solo le ragazzine …

 

Quando Panari Felice Marcello mi dette dello stupido frocetto, fu come una rivelazione. La questione non era più se preferivo giocare con le femmine o con i maschi, c'era orami un'inconfutabile prova empirica a sentenziare la condanna. Non solo, ma Lalla e le altre avevano iniziato ad avere dubbi sulla mia mascolinità perché non ero all'altezza delle loro aspettative. Poi accadde che nel tentativo di spingere fuori un'eiaculazione che non potevo ancora avere, mi scappò la pipì e le odiai perché risero di me. Furono implacabili nelle loro canzonature e allora feci cacciare Lalla da casa. Per farlo mi bastò lasciar trapelare mezza verità di quanto succedeva tra lei e il garzone del fornaio, che forse odiavo ancora più di lei perché sapeva darle quello che non riuscivo a fare io. Capirai, Zia Pina non aspettava altro perché detestava Lalla e quell'impudente del fornaio con cui aveva avuto uno screzio per dei sospesi. Io ci rimediai solo un tremendo senso di colpa che pareva confermare ancora di più la mia infima natura maligna.

 

 

Seconda parte

 

 

Il luogo dove mi relazionai con la mia generazione non fu il vicolo sotto casa, ma in una parrocchia che non faceva neanche parte del Rione Quinto Ponte. La Zia Pina era una laica della Congregazione di Sant Paolo e volle portarmi nella sua chiesa barnabita di Sant Carlo ai Catinari di Piazza Cairoli.  Tra un accidenti e l'altro, iniziai a frequentarla durante il percorso di catechesi per la prima comunione. Di per sé non sarebbe stato un impegno gravoso. C'era da sedersi e ascoltare la lezione, niente di più di quanto succedeva a scuola, no? No … prima di tutto non c'era un'aula dedicata alla catechesi dei comunicandi e ogni volta non sapevo dove cazzo aspettare che iniziasse la lezione ...

 

La prima volta attesi davanti alla stanza in cui ero stato iscritto, scoprendo poi che la lezione si stava tenendo in chiesa ed è lì che mi sedetti la volta successiva, aspettando fino alla fine della funzione delle sei, accorgendomi solo dopo che quel giorno la lezione si era tenuta in sagrestia. Stanco di sentirmi un coglione, li sfanculai bigiando due lezioni e quando il parroco si lamentò con mia madre, quella giù a menar scappellotti perché secondo lei, io me ne andavo a divertire … ma con chi, se non conoscevo nessuno? La volta dopo mi fu detto di chiedere al sacrestano dove si tenesse la lezione, ma il buon uomo mi fece sedere in un tetro corridoio dietro l'abside, tra un cristo cadavere deposto e un altro pencolante su una croce e quando ripassò per puro caso disse: "Che ci fai tu qua?" manco fossi un ladro e prendendomi per un orecchio mi gettò nell'aula … o quello che era, tra le risa generali.

 

Dei comunicandi li avevo già visti durante la colonia estiva e iniziai a fare delle ronde per intercettarli prima della lezione. Si rivelò una buona tattica, dunque mi bastava avvicinarmi cautamente agli altri per sistemarmi in un angolino e aspettare. I problemi, però, proseguirono durante le lezioni … m'infastidiva parecchio l'indottrinamento inconfutabile che s'insegnava in quel posto. Mi aspettavo che ci avessero insegnato le sacre scritture; invece, ci facevano sfogliare dei libercoli con tanti disegni in acquerello a commento di ogni virtù sacramentale. L'iperbole della vita in comune catturava i catechisti pieni di fervore cristiano, che ci riempivano di chiacchiere edificanti sul buon pastore e l'etica delle pecore.

 

"Ma certo che non sei la zizzania!" Un tizio che aveva sostituito un'altra tizia, si era messo a raccontarci robe a mio avviso inaccettabili. "E' comunque da maleducati mancare di rispetto al catechista" Secondo lui avremmo trascorso l'eternità a cantare felici l'alleluia del Signore … cioè Dio ci avrebbe creati come trombe per la propria osanna? "Santi numi ... delle trombe … birbante, non sta bene farmi ridere di queste cose!" Il tipo, poi, ci raccontava la volontà di Dio ricavandola dalla successione degli accadimenti evangelici, ma in tal modo avrebbe agito per porre rimedio a delle sue mancanze, o no? "Mi stai annoiando" E la stessa resurrezione nella carne non poteva essere intesa come eternità, bensì un continuo morire per sempre perché attimo dopo attimo si continuerebbe a seppellire un passato, giusto? "Mi fai assaggiare il tuo gelato?" Il tizio chiamava Gesù «il portatore di luce» e ok passi … ma quando lo sentii definirlo anche stella del mattino, gridai alla blasfemia … e che cazzo! Era Lucifero il portatore di luce e la stella del mattino e no che non era vero quello che poi sostenne il gran puzzone con il parroco, raccontandogli che ero stato io a insinuare che Gesù era Lucifero, porca di quella miseriaccia.

 

Era la terza volta che quel catechista mi spediva dal parroco. Durante la prima, venne in mio soccorso la moglie di Zeno che mi fece passare per psicolabile. La seconda volta c'ero finito per la «teologia» di Dante Alighieri e quando il parroco telefonò a mia madre è proprio il caso di dire: apriti cielo! "Questo patto rimarrà un segreto tra noi" Mia madre risolveva tutto rifilandomi mezza pasticchetta di Tavor, ma evidentemente non bastava più per rintronarmi. "A noi interessa solo festeggiare la tua prima comunione" Con la storia di Lucifero, il prete aveva minacciato di rimandare la mia prima comunione e mamma diete di matto, così andò a chiedere alla Zia Pina di metterci una pezza. "Ora tu farai quello che ti dirò io" La zia indossò il tailleur giallo e marciammo attraverso la navata al ritmo dei tacchi delle sue scarpe in tinta. Non so cosa disse al parroco perché mi lasciò seduto in chiesa, ma non ci mise molto a sistemare le cose. "Dovrai solo frequentare l'oratorio e servire messa da chierichetto" Dopo mi riprese per mano e tutta contenta per il successo ottenuto, andammo come il solito a festeggiare mangiandoci uno di quei mega gelati di cui era ghiotta.

 

Il problema più grosso fu l'inevitabile confessione prima di servire messa … io commettevo atti impuri con Lalla! Entrato in sacrestia, andavo a salutare con l'inchino il parroco e rimanendo in ginocchio, mi chiedeva se ero degno di attendere al mio compito … e lì che avrei dovuto confessare la mia colpa, ma come facevo? In quella sede, solitamente bastava dire di aver disatteso i buoni propositi di mamma e papà, aver pronunciato le parolacce o roba del genere e il parroco ti assolveva con un atto di contrizione e un Padre Nostro. Una volta ci provai a confessare gli atti impuri e capirai … quelle due paroline fecero calare il gelo in sacrestia. Il parroco divenne tutto rosso in volto e m'interruppe chiedendomi se avessi solo guardato qualche rivista sozza … e che dovevo fare? Annuii e così aggiunsi alla mia colpa, la condanna di aver mentito al confessore …

 

"Ciao, sono Momo, ti ricordi di me?" All'oratorio mettevo in pratica gli insegnamenti della Zia, primo fra tutti salutare quando arrivavo e prima di andare via. "Come stai, ti vedo bene!" Sembrerà sciocco ma ogni «ciao» era come conquistare la vetta del K2. "Roberto … Anna … Vito … ciao … ciao … ciao" A tal proposito avevo selezionato un bouquet di frasi tipo per non essere ripetitivo ma, comunque, la cosa più importante in un saluto è ricordarsi il nome di tutti, così non penseranno che la tua sia solo cortesia. Mi proponevo poi volontario per ogni iniziativa, mostrando entusiasmo con faccine simpatiche e soprattutto ostentando modestia … ma che fatica! Lì dentro pareva essere in una Skinner box con tante levette invisibili e ogni volta che si abbassava quella buona, arrivava il rinforzo attraverso l'appagamento del bisogno … ma il condizionamento operante con me pareva funzionare solo nel senso coercitivo.

 

Il successo ottenuto in oratorio avrebbe dovuto farmi sentire amato o quanto meno accettato, ma nessuno stringeva amicizia con me perché non proponevo una personalità circoscritta nei propri bisogni. Il mio eros onnivoro era sfuggente nei suoi appetiti e il gusto lo prendevo in prestito da quanto piaceva al gruppo. In tal modo apparivo come un ragazzino modello, ma negli errori degli altri cresceva la loro personalità che stabiliva intese amicali. Nonostante l'impegno prodigato, finivo per essere guardato come un alieno anche un po' antipatico. Preferivo dunque gli impegni sportivi del Circolo, dove c'era un traguardo comune in grado di darmi una traiettoria chiara e non ambigua nell'interpretazione degli altri.

 

Nella mia logica di ragazzino freaky abbassavo le levette della mia Skinner box che servivano a soddisfare le aspettative degli adulti, senza preoccuparmi se corrispondevano a ciò di cui avevo bisogno. Fu così che fin da piccolo iniziai a sviluppare identità multiple da circoscrivere in esistenze a compartimenti stagni. Erano come le ghiande di Zeno, che consegnavo a quanti mi avrebbero spiegato il segreto che celavano attraverso il proprio desiderio. Mi beavo di questa scienza, anche se complicava progressivamente un labirinto da cui era sempre più complicato uscire. La Zia Pina mi riconosceva questo talento ed era la sola che poteva raggiungermi nel mio bozzolo … ma non ebbe riguardi nell'approfittarsi del privilegio che le concedevo. Forse commise lo stesso errore che facevano tutti, pensando che fossi come lei e fingessi quando mi chiedeva di diventare qualcos'altro.

 

Accadde anche quando mi portò a palazzo per presentarmi alla principessa. Disse che dovevo farle assolutamente una buona impressione, ma non dovetti assolutamente fingere nulla perché m'innamorai subito di lei … era una visione circondata da un'aura di grazia tale, da apparirmi come una fata proveniente dalla Sacra Isola di Avalon. Le era giunta voce del mio prodigo impegno nelle attività parrocchiali e lei stessa si era emozionata ad ascoltarmi leggere le sacre scritture durante le omelie … quelle garbate lusinghe mi ubriacarono e fui felice di arruolarmi tra le file del suo esercito, anche se la missione che mi affidava era assai meno onorevole di andare a combattere i draghi. Sua madre Amelia aveva bisogno di un paggetto da farle da bastone su cui appoggiarsi durante i ricevimenti del giovedì. Il rapporto tra le due consanguinee non era propriamente idilliaco e la figlia temeva che qualcuno potesse approfittarsi della svagatezza della madre.

 

Di nuovo, quando fui portato da Amelia fui travolto dalla sua personalità. Lei viveva in una camera da letto che era una vera e propria biblioteca. Capirai! Per me fu come entrare nella caverna del tesoro di Alì babà. "Sei la mia piccola opera d'arte" Mi ripeté la Zia, quando riuscii a superare la diffidenza di Amelia, che mi regalò una preziosa copia del Conte di Montecristo. Io però non fingevo e le volevo sinceramente bene ... mi piaceva tutto di lei: le sue scarpine con le frange sul dorso, le borsette a cofanetto e persino i fondi di bottiglia che portava per occhiali. Non mi dispiaceva neanche farle da paggetto perché al ricevimento del giovedì mi pareva di essere alla corte di Versailles!

 

Una corte si sa che è un ginepraio d'intrighi e quindi non mi sentivo in colpa quando, dopo il ricevimento, la principessa mi aspettava seduta alla sua toletta degna di una Maria Antonietta e mentre si spazzolava i lunghi capelli rossi, le raccontavo per filo e per segno le conversazioni intrattenute dalla madre. Io non fingevo con nessuno, ma forse era proprio per questo se riuscivo a fare il doppio gioco come nemmeno una piccola serpe avrebbe saputo fare meglio. Ero così professionale che la principessa mi affidò anche il compito di spiare il figliastro che la detestava profondamente.

 

A Matteo piacevano i maschi, anche se non lo avrebbe mai ammesso, tuttavia ci riconoscemmo fin dal primo sguardo. Con lui mi scoprii insolitamente diretto, parlavamo senza alcun filtro e alla fine del nostro primo incontro, mi aveva già confidato le sue più intime insicurezze. Dal punto di vista della Zia, fu un sucessone! Avevo conquistato la fiducia di tutta la famiglia della principessa, però non era ammissibile che volessi il bene di tutti, in quanto questi si detestavano vicendevolmente. Il rapporto personale con gli adulti era scevro da erotismo, ma con Matteo ci si mischiarono i miei confusi costumi sessuali da adolescente che cerca se stesso.

 

Nonostante fosse un malinconico che minacciava il suicidio almeno una volta al giorno, anche Matteo aveva la sua piccola confraternita della pippa. Io li chiamavo il club delle Madame ce l'ho moscio e come tali condividevano la stessa frustrazione. Suppongo che usassero le celie come surrogato della masturbazione e raggiungessero l'orgasmo attraverso i pettegolezzi più maliziosi. La cosa strana era che parevano starsi sulle palle reciprocamente e non mancavano battibecchi e litigi per qualsiasi stupidaggine.  Quando iniziai a frequentare il dopo scuola del collegio, fu inevitabile rimanere coinvolto nelle loro chiacchiere.

 

Nel club c'era Riccardo, un ragazzo sudamericano particolarmente brillante. Era anche un bel ragazzo moro dalla carnagione olivastra e se non fosse stato effeminato oltre il limite del grottesco, lo avrei potuto anche trovare attraente. Era molto spigliato e non si faceva scrupoli a calarmi le brache per approfittarsi della mia disponibilità. A me piaceva il cazzo, ora potevo ancora avere dei dubbi in che misura lo apprezzassi, ma era una consapevolezza difficile da negare almeno a me stesso e pensavo che lui e compagnia bella potesse comprendermi.

In collegio di confraternite della pippa ce n'erano a iosa e anche se non entrai mai a farne parte, approfittai degli effetti di quella promiscuità erotica. "Le voglio con le tette rifatte …" I ragazzetti più grandi mi chiedevano di portare nel collegio ogni sorta di materiale proibito, che andava dalle sigarette alle riviste pornografiche. Facevo una piccola cresta sulle commissioni che ritenevo dovuta per il rischio che correvo sia per acquistare la merce e sia per portarla lì dentro, ma niente di più. "A questa glielo infilerei in mezzo alle zizze …" Non nego che m'ingegnavo parecchio per trovare il pretesto di esaminare insieme le riviste porno, però se poi non se lo tiravano fuori, la cosa rimaneva  lì. "Porc … così è sensibile un botto!" Quei ragazzini ne sapevano pochissimo dell'anatomia del proprio cazzo ed io gli mettevo solo a disposizione la mia scienza. "Ehi, ci vediamo pure domani?" Su quel ben determinato bisogno, costruii molte «discrete» amicizie …

 

L'interesse per la biancheria intima maschile si era evoluto in una vera passione per l'estetica del cazzo. Aveva dello straordinario quante forme potessero avere dei genitali maschili e in quel periodo ne maneggiavo parecchi, che poi disegnavo sul mio sketch book con la stessa perizia di un naturalista. A ogni ragazzino riservavo un profilo del volto, uno del pisello e una della sua erezione. Probabile che fosse scorretto condividere quei disegni con il club delle Madame ce l'ho moscio, ma lo scopo non era deridere nessuno, anche se poi le battute di Riccardo arrivavano puntuali facendoci scompisciare dalle risate. Matteo mi aveva messo in guardia su quel mio hobby, però lui vedeva il male dappertutto e non compresi l'intenzione di proteggermi dalle maldicenze che andavano raccontando le Madame, tipo che prendevo soldi per tirare le pippe e la mia bocca era uno sboratoio collettivo.

 

Io mi fidavo di loro e non mi sarei mai aspettato che arrivassero a organizzarmi un tranello davanti a tutta la scuola, facendomi passare per una puttana ciuccia cazzi e dopo, con una tale perfidia che ancora oggi non so spiegarmi, mi fecero tabula rasa intorno. Sarei voluto sprofondare al centro della terra per la vergogna … e anche in quel caso, pensai che me lo meritassi perché ero effettivamente un essere disgustoso.

 

 

Terza Parte

 

 

Quando ricevetti in dono la mia bicicletta, trovai naturale pedalare fino a Piazza Cairoli invece di andare a giocare a pallone nei giardini di Castel Sant'Angelo con Vanni. Era là che dopo la funzione si fermavano gli amici dell'oratorio che poi si davano appuntamento per l'uscita pomeridiana. Ci andava anche Giada insieme alle sue fottutissime amiche del cuore … loro si sedevano sempre sulle panchine dei giardini, sul lato di Via Degli Specchi perché vi giungevano percorrendo quella strada. Le ragazze non si spostavano mai quindi dove usavano fermarsi si creava un punto di ritrovo anche per i maschi.  

 

L'altro polo di attrazione della piazza si formava intorno alle parrocchiane che si sedevano sulla gradinata del sagrato della chiesa che era fuori asse rispetto ai giardini, pertanto i due gruppi non si mischiavano. Questo lato della piazza stava in fondo a Via dei Giubbonari che portava dritti a Campo dei Fiori, quindi c'era sempre un via vai di turisti che disturbavano la vita sociale del gruppo. Quando l'assembramento di ragazzini diventava troppo numeroso e gli schiamazzi si facevano molesti, intervenivano subito i vigili urbani per disperderli.

 

Uno sparuto gruppetto alternativo usava invece incontrarsi nel tranquillo Largo dei Librari. Si trovava a metà di Via dei Giubbonari ed era più che altro un vicolo senza uscita a forma di spicchio, sulla cui punta c'era la chiesetta di Santa Barbara. Regina del Largo dei Librari era Lidia. Lei era la solista del coro ed esercitava un'indiscutibile fascino sull'intera popolazione di Piazza Carioli. I suoi cambi di look diventavano subito argomento di discussione tra le ragazze, mentre i maschi potevano solo guardarla da lontano perché lei, come tutti gli alternativi, pareva essere assorbita da bisogni estranei alle faccende dei suoi coetanei.

 

Io nel gruppo dove stava Giada non riuscii mai a integrarmi. Ci andavo solo quando c'era lei, che usava venirmi incontro per risparmiarmi l'imbarazzo che provocava la mia presenza. In quel posto erano molto settari e stavano sempre in guerra con i confinanti. Tolleravano diplomaticamente i ragazzi del sagrato, ma non quelli come me che provenivano da altri rioni. Per Giada la mia presenza era particolarmente ingombrante e le impediva il dialogo con gli altri. Succedeva allora che ci appartavamo su una panchina, ma dopo un po' iniziava un via vai di amiche che reclamavano la sua presenza e alla fine mi salutava, facendomi capire che non potevo seguirla nel gruppo.

 

Quando Giada si mise con Asdrubale I, non sapevo più dove andare. A palazzo da Matteo non ci volevo tornare dopo quanto era successo e lo smarrimento per la morte della Zia con gli accidenti che questo comportò nella mia vita, mi aveva piombato in uno stato di frustrazione in cui proliferarono tutti gli antichi demoni. Mantenere un contatto con la gente mi costava troppa fatica, ma allo stesso tempo era troppo umiliante restarmene chiuso in camera con mamma che mi esortava a uscire con Vanni. Allora gironzolavo con un libro in tasca e quando mi spaventava troppo sentirmi un emarginato sociale, andavo a sedermi sulla scalinata del sagrato per fingere di essere come tutti gli altri e chi se ne frega se non arrivava nessuno a darmi compagnia.

 

L'incapacità di produrre bisogni propri rende gli ermafroditi freaky incapaci di farsi crescere una pelle addosso, che li tenga insieme in una forma riconoscibile. La nostra pelle riflette il desiderio di chi ci ama e quando rimaniamo soli, iniziamo a vagare spauriti con le pudende dell'anima a vista. Forse fu proprio l'aspetto grottesco della mia anima che attirò Edo. Lui aveva circa quindici o sedici anni e non faceva nulla per piacere agli altri; anzi, pareva trovarci un particolare gusto ad assumere atteggiamenti riprovevoli come vantarsi di essere un cultore del satanismo. Le ragazze lo coccolavano tutte e forse proprio per questo era antipatico ai maschi, compreso me che gli affibbiai il nomignolo di «Signore delle Mosche». Era accaduto durante la colonia estiva, quando m'innamorai di Lidia e passavo da una grezza all'altra. Lui era il suo cavalier servente e me lo ritrovavo sempre tra i piedi così, durante uno scambio di opinioni sulla demonologia in cui si professava un seguace di Belzebù, gli avevo dato appunto del mangia merda. Poi diventammo amici con la storia dello «stoppolacessi» alla responsabile delle ragazze …

 

"Che stai leggendo?" Mi chiese Edo stravaccandosi sui gradini del sagrato. Si era rasato i capelli ai lati della testa, lasciandoseli lunghi sopra … come li portava ai tempi Cindy Lauper nel videoclip di Time After Time. Aveva abbandonato i suoi colori dark per un look smaccatamente punk: piercing, skinny, All Star e giubbotto di jeans corredato di patacche dalle scritte varie. Era molto diverso da come me lo ricordavo e se non fosse stato per la sua voce a trombone da alce siberiano, forse non l'avrei neanche riconosciuto. "Sei ancora un Luciferino?" Mi chiese … ma che cazzo stava insinuando? Ah, già! Durante il nostro diverbio sulla demonologia avevo difeso a spada tratta l'onore di Lucifero. "La più grande astuzia del diavolo è stata quella di convincerci che non esiste" Continuò a dire, passandomi la copia tascabile dei Fiori del Male di Baudelaire che stava leggendo … sfogliai qualche pagina del libro e poi gli chiesi se me lo prestava, lui mi rispose di no perché doveva ancora finirlo, ma poi mi offrì una sigaretta … però io ancora non fumavo … con la bocca fece una serie di cerchi di fumo che si rincorsero spandendosi nell'aria, figo! Gli sorrisi e questo parve spaventarlo perché mi disse che ci si beccava in giro, scomparendo tra la gente.  

 

La volta dopo e l'altra ancora, ci sperai che si riaffacciasse, ma non si vide più da quelle parti. Poi, una domenica mattina che avevo letto le sacre scritture durante la messa, me ne stavo seduto su una panchina della piazza per evitare di tornare troppo presto a casa, quando lo vidi comparire insieme a una ragazza paffutella con degli originali occhiali rotondi che si trascinava dietro un'enorme cartella … era Katty. Edo si sedette sulla spalliera della panchina e lei direttamente in terra. "Katty ti ha fatto il ritratto mentre leggevi" Edo era particolarmente concitato e facevo fatica a capirlo con quel suo trombone di voce che gli impastava le parole. "Ti piace?" Mi chiese Katty dopo aver sfilato il foglio da disegno dall'enorme cartella. "Allora, ti piace?" Continuò a chiedermi tutto eccitato Edo per sollecitarmi a parlare. "Ma glielo lasci guardare in santa pace!" Lo bacchettò Katty che si era accorta del mio sgomento.  

 

Che senso aveva quel disegno? Perché erano venuti ad ascoltarmi? Non riuscivo a cavarmi via dalla bocca una cazzo di parola. Quello nel ritratto non ero io … c'era un bellissimo angelo con due piccoli corni sulla fronte. "E' Lucifero … il cherubino con le corna, no?" Ah, ecco … era stato Edo a suggerire il soggetto a Katty, che forse in chiesa si era seduta troppo distante per ritrarmi fedelmente. "Lo puoi tenere … se ti va" No. Katty ripose mestamente il cartoncino insieme agl'altri, ma quello più offeso sembrava Edo. "Scusa … avevo pensato che …" Che mi avrebbe fatto piacere? No, odiavo la mia faccia e ancora di più con un paio di corna in fronte. "Andiamo dai …" Lo esortò Katty, quando era chiaro che non volevo parlare con loro. "Ce l'ho a casa …" Non volevo rimanere solo e allora richiamai Edo e gli chiesi se aveva finito di leggere quel libro. "Se vieni, te lo do subito" Sì, non volevo restare solo su quella panchina.

 

"Hai qualche spicciolo?" Edo ci lasciò a Largo dei Librari dove Katty mi scroccò una birra. Lì non c'erano panchine e neanche fioriere per sederci, quindi bisognava consumare qualcosa al bar per occupare un tavolo. "A Katty, ma che ti sei messa a fa' la maestra giardiniera?" Il boccale di birra si prosciugò presto passando di mano in mano al nugolo di gente che si aggiunse rapidamente trascinando le sedie dagli altri tavoli. "E' solo il mio modello" Era piacevole sentirli parlare di arte o altra roba a me completamente aliena. "Vai a rimorchio per parrocchie!" Le battute sul mio conto si sprecarono, ma non mi davano fastidio perché erano bonarie. "Cazzo, dovresti proprio esporre i tuoi lavori!" Tutti apprezzarono molto il suo Lucifero declamante dal presbiterio …

 

"La sola cosa somigliante sono le corna" La critica arrivò puntuale da Lidia e non si poteva darle torto perché il cherubino cornuto era troppo bello, ma la battuta delle corna poteva anche risparmiarsela. "Prima che gli spuntassero, era il ragazzo della principessa sul pisello"Lidia fu particolarmente perfida e mi fece avvampare dall'imbarazzo. "Non prendertela per quella montata" La pessima reputazione che Giada aveva da quelle parti, mi procurò molta solidarietà e alla fine persino Lidia pareva compatirmi. Tuttavia, dallo stupore con cui esclamarono «Lui era il ragazzo di …», compresi di essere inadeguato per Giada perché con Asdrubale si era emancipata sessualmente. La mia immagine stessa era guardata come quella di un ragazzino perché non raccontava nulla della mia personalità e soprattutto non manifestava intenzioni erotiche.

 

Solo quando tutti se ne volarono via allo stesso modo di com'erano arrivati, mi avvidi che Edo era tornato e stava riordinando le sedie sparse tra i tavoli. Non lo avevo notato perché indossava la divisa da barista e chissà quante altre volte ero passato là davanti senza accorgermi di lui! "Così puoi rimanere a leggerlo" Mi portò un succo di frutta in un bicchiere e poi mi passò il libro, invitandomi a rimanere. Era stato gentile, anche troppo direi, ma si era fatto tardi e dovevo tornare a casa per pranzo … senza contare che ero intollerante al succo di frutta alla pesca. Aspettai un po' … lessi qualche riga … ingoiai persino un sorso di quel vomito di cane, ma poi me ne andai. Certo che avrei anche potuto salutarlo, però era troppo complicato con lui che doveva dar retta ai clienti …

 

Lessi i versi di Baudelaire riconoscendoci il dandismo bohemien che avevo sfiorato quel giorno al Largo dei Librari. Avevo annusato l'odore della notte che quelle persone portavano ancora addosso con il suo carico d'interiorità. La luce del giorno mi parve il vestito di una vita borghese interessata solo a titoli e onorificenze, un sole intento a proiettare nell'ombra le stelle della notte … un intero firmamento di luci siderali nel cui abisso si celava la paura dell'ignoto. Io volevo passare al lato oscuro della forza perché la stella del mattino illumina senza accecare e in quel momento stava sorgendo su Largo dei Librari. Col pretesto di restituire al più presto il libro, mi sedevo a un tavolo di quel Bar a guardare la varia umanità che ci scorreva attorno … qualche volto lo riconoscevo, ma nessuno si accorgeva di me … poi Edo scomparve e non riuscii più a incontrarlo …

 

La seconda media fu un anno particolarmente funesto a partire proprio dall'arrivo di Lidia nella mia classe. Lei era stata bocciata per la seconda volta per un sette in condotta e i suoi colpi di testa erano temuti persino dai prof. Fin dal primo giorno di scuola, manifestò un atteggiamento critico nei miei riguardi, lo stesso che mi riservava anche in parroccia e al Circolo. Si era sentita ingannata nel vedermi tornare ad amoreggiare con Giada come nulla fosse accaduto tra noi durante la colonia estiva. L'attrazione che provavo per lei somigliava alla levetta della scossa elettrica di una Skinner box … ma nel frattempo il mondo mi era crollato addosso e la scatola si ruppe, il ratto che vi era stato richiuso scoprì dunque l'inganno in cui era cresciuto e aveva iniziato a disimparare …

 

"Ti vedo sempre gironzolare al Bar dei Librari …" Un giorno, durante la ricreazione, Lidia venne a sedersi sulla sedia vuota del mio banco … l'avevo appena sgomberata prendendo a calci quel lardone che mi costringeva a farsi toccare le palle. "Guarda che Edo non ci lavora mica più" Lidia aveva appena stupito il mondo tagliandosi i capelli cortissimi e si vestiva praticamente da uomo con tanto di giacca e cravattina di pelle … la trovavo sexy da morire e avercela a un palmo di naso, mi flashava in testa tutte le fantasie zozzissime che facevo su di lei. "Ti piacciono i ragazzi?" Che cosa? "Non c'è mica niente di male" Dopo aver pestato il lardone in palestra per difendere Miss Raffaella Carrà, per ringraziarmi costei si era messo a raccontare che lo stolkizzavo durante le ore di ginnastica, facendo apparire quel pestaggio l'effetto di un dramma della gelosia tra froci …

 

"A Edo gli piaci" Che! "E' dai tempi dell'oratorio che ti fa il filo" Cosa? "Che poi non capisco che ci trova la gente in te" Quale gente? "Sei così presuntuoso" Ah mbè, aveva parlato miss simpatia che la dà a tutti via. "Dovevo dirti una cosa, ma non lo farò" E chi se ne frega. La storia del lardone e Miss Raffa già mi aveva stranito di suo, ma scoprire cosa ne pensavano tutti, mi sconvolse. Quando Panari Felice Marcello iniziò a darmi dell'inutile frocetto, disertai le partitelle di calcetto a Castel Sant'Angelo, ma a scuola dovevo continuare ad andarci e non sapevo come lavarmi di dosso quell'infamia … risolsi quindi al solito modo: diventare invisibile, cioè rimanere piegato su me stesso a covare dei rancori che mi facevano guardare gli altri con sprezzante diniego.  

 

"E' venuto un delinquente a cercarti" Da lì a qualche giorno, tornando a casa dagli allenamenti, mia madre mi disse con tono inquisitorio che avevo ricevuto visite. "Te la fai con i drogati!" Edo si era presentato esibendo una rigogliosa cresta moho e a mia madre per poco non venne un infarto. Aveva gli occhi spiritati quando mi ordinò di non frequentare quel diavolo. Le spiegai che lo avevo conosciuto all'oratorio, che avevamo anche servito messa assieme e sicuramente mi aveva cercato solo per quel libro che dovevo restituirgli, ma non servì a calmarla e a suon di scappellotti mi costrinse a consegnarli il corpo del reato perché voleva andare fino in fondo a quella storia rivolgendosi al parroco. Il quale non ebbe mezza parola buona da spendere su Edo e s'incaricò personalmente di tenermi d'occhio per non farmi cadere in tentazione.  

 

"Che hai raccontato a quella stronza di tua madre?" Secondo round. E' mattina e davanti alla scuola c'è il solito assembramento di gente che aspetta la campanella d'entrata. "Sarai soddisfatto adesso" Io non lo sapevo cosa diamine andò a dire mamma al parroco e tanto meno potevo immaginare che quello si fosse preso la briga di andare a casa di Edo per riconsegnare il libro. "Te lo sei voluto sciacquare dalle palle" Lidia non poteva ritenermi responsabile della scarica di botte che il padre gli aveva rifilato e tanto meno mi sentivo in colpa se lo aveva cacciato di casa. "Lo hai inguaiato tu" Ma di che? Non ci voleva una cima di genio per capire come avrebbe reagito una mamma trovandosi davanti a cresta moho.

 

"Ora tu vai da lui" Ehi, se non la piantava di spingere, mi sarei dimenticato che era solo una stupida femmina in preda all'estro uterino e l'avrei spalmata per terra. "Aoh, damose 'na calmata" Questa poi! Panari Felice che si mette a fare da paciere … "Abbassa lo sguardo co' me o te faccio fa 'na figura de merda davanti a tutti" Se ne poteva andare affanculo lui, lei e pure quell'altro che non avevo mica cercato io. "Certo che a te bisogna paga' du' sordi pe' fatte parla' e tre pe' fatte sta zitto" Se ti presenti a casa della gente con una pinna di pescecane cromata in testa … "Monta e basta" Salire in moto! Per andare dove? E poi stava già suonando la campanella d'entrata … "Nun lo sai che oggi è la festa dei cornuti" E se pure fosse? Io le corna non le avevo, chiaro? "Aoh, sei peggio de 'na cambiale … e sali!".

 

Era la prima volta che bigiavo scuola … era la prima volta che salivo dietro a una moto … mi sa che era anche la prima volta che mi stringevo così forte a un ragazzo, che strizza! Marcello guidava come un pazzo … ma dove mi stava portando? Percorremmo un bel pezzo di lungo Tevere e svoltammo per Viale Trastevere. "Semo arrivati …" Di semaforo in semaforo mi rispondeva che eravamo arrivati, ma percorremmo anche tutto Viale Marconi e quando stavamo fermi al semaforo per superare il ponte e riconobbi l'architettura fascista dell'Eur, scesi e basta. "Ma 'ndo vai?" E visto mai che mamma non avesse tutti i torti? Quello con la pinna in testa, questo che si credeva Marlon Brando in Fronte del Porto, per non parlare di quell'altra tutta scema … Aoh, ma chi ve conosce!

 

"E sali, che stamo a fa' riggira' tutti" Ah mbé, adesso ero io lo strano, vero? "Mamma mia, quanto sei … e sali!" Perché? Dove cazzo mi stava portando? "Stamo annà da quell'altro scemo come te" Beh, forse non ero abbastanza scemo da volerci andare. "E' possibile che non te frega proprio un cazzo de nessuno?" Improvvisamente tutto il mondo mi conosceva abbastanza da accusarmi di menefreghismo e ci parlava proprio lui che mi aveva cacciato dalla squadra di calcetto "A bello, se te che sei sparito da Castel Sant'Angelo pe' fattela coi puzza al culo" Era possibile che la storia dello «stupido frocetto» fosse stata solo una mia fisima? "Annamo su …" Che proiettassi sugli altri le mie insicurezze, come quando non volevo spogliarmi perché ero convinto che gli altri non avessero di meglio da fare che guardare la mia pancia? "E do' ce l'hai sta panza?" Ecco, appunto …

 

"Edo non è come noi ... " Noi? "Lui non è capace a incazzasse" Cioè? "Bello che padre, io t'ammazzo se …" Ad avercelo un padre. "E te lo sta a di' che noi semo du' figli de puttana" Sì, questa faceva ridere. "Non te sta a crede che s'era 'namorato pure de me" Seduti su quel bordo di marciapiede, Marcello mi parlava con i gomiti poggiati sulle ginocchia, tirando fuori delle parole che non avrebbe mai pronunciato alla presenza di altri. "Glie devi fa capi' solo se te piace la carne de porco" Pareva quasi che stesse parlando a se stesso, cercando qualcosa con lo sguardo che rincorreva il traffico su Viale Marconi. "Veroka non se lo po' tene' a casa" Nella versione di Marcello, il padre di Edo non lo aveva cacciato, ma era stato lui a scappare e ora dovevo convincerlo a tornarsene a casa. "Dai su … annamo che dovemo arriva' fino all'Axa".

 

Marcello volle mostrarmi tutta la potenza della sua nuova Gilera e sulla Via del Mare ebbi modo di provare l'effetto del mitico «calcio in culo» superando la soglia degli 8000 giri. L'acuto della valvola parzializzatrice mi fischiava ancora negli orecchi, quando iniziammo un lento slalom tra le buche di una lingua d'asfalto, che si snodava per un paesaggio arso dalla brezza marina con ciuffi di canneti che spuntavano tra i cantieri edili. Ci fermammo davanti a una villetta semicoperta da un'alta recinzione. Appena il rumore del motore si accostò al cancello, una muta di Rottweiler si schiantò contro le lamiere facendone tremare l'intelaiatura. I latrati ci seguirono mentre percorrevamo il perimetro della recinzione per arrivare a un cancelletto laterale. Marcello rispose al citofono «Sono Io» e subito dopo la serratura elettrica si sganciò. 

 

"Francu me amassa!" Veroka ci aspettava sulla porta con la sua chioma rossa e un maquillage che pareva una laccatura. "Francu nun vuole mi amisci qui" Era molto in apprensione per un certo Franco che non doveva neanche sapere che Edo era là. "Lui è così tristo, nun manscia niente" Veroka era uno schianto di trans brasiliana che avrà avuto poco più di una ventina d'anni. Ci accolse con un corsetto nero, calza a rete autoreggente e stivale tacco dodici … si accorse subito dell'imbarazzo che mi faceva scivolare lo sguardo sulle sue curve mozzafiato. "Lui te amu tantu … tantu" Gesticolava e continuava a toccarmi con quelle mani grandi dalle dita affusolate, ma con le unghie non lunghe come mi sarei aspettato. "Tu ragassino buono, vero?" Ragazzino un cazzo! Edo stava riposando, ma non si decideva a dirmi dove. "Vieni" Quel seminterrato era proprio uno strano posto: luci soffuse su pareti nere, con strani oggetti che pendevano da rastrelliere e in mezzo alla stanza una grande croce di Sant'Andrea corredata di legacci ...

 

"Io lo vedu da tui oci" E ma che palle! Tutte quelle raccomandazioni iniziavano a suonare come minacce. Entrai in un piccolo privè con dei divani così ampi che potevano fungere anche da letti. Edo stava rincantucciato in un angolo e pareva che dormisse. Mi avvicinai nella penombra che filtrava da una finestra a bocca di lupo e mi sedetti in silenzio … solo in quel momento compresi quanto sarebbe stato complicato parlargli … in fondo era solo un tizio qualunque e non era mica naturale stargli a raccontare come funzionava la mia intimità … del resto neanche io avevo chiaro in mente i meccanismi del mio sconclusionato eros.

 

"Ciao" A un certo punto si voltò, salutandomi senza stupirsi che ero là. "Grazie di essere venuto" Beh, veramente mi ci avevano portato a calci in culo. "Me li ha sistemati Veroka" Gli chiesi dov'era finita la cresta moho che aveva creato tutto quel trambusto … ma il padre gliela aveva sforbiciata e al suo posto c'era una frangetta corta e squadrata. "E' solo colpa mia" Gli chiesi scusa per mia madre, ma lui fu gentile e si accollò tutta la responsabilità dell'accaduto. "Perché la gente non capisce?" Forse perché nella grammatica degli ideogrammi sociali, la cresta moho significa un vaffanculo alle tradizioni borghesi … tipo riconoscere l'autorità di un padre che pretende un taglio di capelli utile a mantenerti un lavoro da barista. "Non me ne frega un cazzo dei capelli" Allora di cosa stavamo parlando? "Don Angelo lo sapeva che mi piacciono i ragazzi" Che stronzo! Glielo aveva confidato nel segreto del confessionale e lo aveva spifferato lo stesso al padre. "Papà lo sapeva già" E allora? "Me le ha date perché molesto i bravi ragazzi" E chi aveva molestato? "Te ... mi sono innamorato di te" Ah mbè, io avevo molestato molta gente senza bisogno di innamorarmi … Edo sorrise amaramente.

 

"A te piacciono i ragazzi?" Domanda non pervenuta. "Lidia dice …" Lidia doveva farsi un pacco di cazzi suoi. "E' vero che stavi con Giada?" Cos'era quell'interrogatorio? "No, era giusto per capire …" Piuttosto, perché non mi spiegava la sua volontà di amarmi. "Certe cose non si decidono" Il desiderio precognitivo ci prescinde, ma non l'intento di porlo al centro della nostra vita. "E' normale che …" Normale sarebbe anche che si fosse innamorato di una ragazza. "Dovrei fingere come fai tu?" Ehi! Stavo solo esprimendo un elemento critico sull'amore. "Io ti amo … lo capisci questo?" Quale desiderio esprime l'amore romantico … che voleva da me? "Voglio stare con te, voglio che tu sia l'ultima persona che vedo la sera e la prima che guardo al mattino, voglio dividere ogni attimo della vita insieme a te …" Doveva piantarla di guardarmi con quell'aria stupita, ok? "L'amore è avere bisogno l'uno dell'altro" Ah, ecco … certo che era una roba piuttosto impegnativa. "Tu non ti sei mai innamorato?" Doveva convenire che alla nostra età, il suo decantato amore era solo una dichiarazione d'intenti. "Certe cose si sanno e basta" Immagino che avesse ostentato la stessa sicurezza anche quando si era innamorato di Marcello. "E si vede che ho un debole per le teste di cazzo" Beh, amore o no, non poteva negare che la testa di cazzo gli ... "Smettila di fare lo spiritoso e rispondimi" Se mi fossi mai innamorato? Sentivo una sintonia speciale con lo spirito di Giada e un trambusto viscerale esagerato per Lidia, ma entrambi parevano scomposti dal bene in sé. "I ragazzi?" Perché era così determinante cosa ci fosse nelle mutande? "Cazzo, sei bisessuale!".

 

Edo accolse la notizia peggio di un vaffanculo che dissolse subitaneamente la sua impellenza amorosa nei miei riguardi. "Perché fai cozì?" Edo era fuori di sé e andò dritto al mobile bar per versarsi una vodka. "Seja paciente, ele ainda é pequeno" Veroka cercò di difendermi da quella che pareva essere un'accusa gravissima, ma ci rimediò solo sdegno da parte di Edo che le rinfacciò di lasciarsi usare da mariti frustrati e stronzi che la trattavano da puttana. "Ti ho aiutatu … ho fato tudo que me chiesto" Veroka sbroccò di brutto e gli rinfacciò la sua disponibilità, scoprii così che tutta la storia era stata architettata per portarmi là e, chissà, magari indurmi ad accettare la sua proposta amorosa. "Vafanculu tu!" Edo se ne andò sbattendo la porta e Veroka risolse così il suo problema. "Froce di merdu" Esclamò esausta, quando rimanemmo soli.

 

Nel frattempo si era cambiata e indossava solo un accappatoio di spugna. Con i capelli bagnati, le infradito ai piedi e senza trucco … la sua mascolinità era riaffiorata non solo nel modo virile con cui aveva appena sfanculato Edo. Raggiunse Marcello sul divanetto davanti al bar correndo su dei passettini vezzosi e si ricompose in una posa aggraziata prima di adagiarsi sensualmente al suo fianco. "Sono stanca … devo dormiro" Liquidò così la proposta di Marcello che le aveva attrezzato una striscia di coca sul tavolinetto di vetro. Poi ci salutò sulla porta con un arrivederci a Roma …

 

 

Quarta parte

 

 

Quell'inverno si portò via tutte le consuetudini che solitamente scandiscono i ricordi dell'infanzia. Durante l'estate la mia famiglia si dissolse completamente e fu anche l'ultimo anno che frequentai la colonia estiva della parrocchia. Era prassi che al ritorno in città fossi spedito in campagna, però il nonno era morto e Primo ormai ci si era trasferito quasi definitivamente abbandonando casa. Mia sorella covava già il desiderio di rimanervi anche lei, mentre io a questo punto mi sentivo un ospite poco gradito. Mamma, invece, era appena stata folgorata dalle attività filantropiche di Paolo e da lì a poco sarebbe partita per il suo primo viaggio missionario in Africa, affidandomi sempre più spesso alle cure di Evelina.

 

Che le cose fossero cambiate me ne accorsi la sera del ritorno dalla colonia estiva, quando tutti pensarono che spettasse all'altro venire a prendermi. Alla fermata dell'autobus c'incrociai Edo che era arrivato per aiutare Lidia con il suo zaino da campeggio. "Benvenuto nel club degli scappati di casa" Mi disse, dopo avermi invitato a tornare in metro con loro. Lui ora faceva il barista al Dark Angel che era il locale della sorella di Lidia. Stava a due passi da casa mia e lo frequentavano le stesse persone che avevo visto a Largo dei Librari, così mi proposi di aiutare Edo a preparare i tavoli per l'apertura. Passava verso le sei del pomeriggio sotto casa e mi fischiava dal vicolo. A mamma dicevo che sarei tornato per cena, ma se poi in casa c'era solo Evelina, potevo anche tornare all'alba perché lei mi lasciava apparecchiata la tavola e se ne tornava a casa sua alle otto in punto.

 

"Divina Lilith, ti ho portato un nuovo adepto" Edo m'introdusse così nel gruppo di Lidia. "Avere un paio di corna non basta per stare alla corte della regina di Roma" Lidia era in piena fase gothic fantasy e si faceva chiamare Lilith. "Esiste qualcosa di più patetico di essere gelosi di un bisessuale?" Commentò sardonicamente Edo. Con Lidia flirtavamo parecchio, nel senso che ci piaceva fare le cose insieme e quando stavamo nello stesso posto, lei veniva a sedersi accanto a me. "Intanto il bocconcino sta con me" Il mio ego si doveva ancora abituare a gestire una fioritura fisica inaspettatamente attraente. "Ma non sei la sola che se lo scopa" Edo aveva ragione perché ancora non riuscivo a caratterizzare l'amore e la fedeltà sessuale. "Noi siamo una coppia aperta" Sì, Lidia anche aveva seri problemi con la fedeltà sessuale. "E Miss ce l'ho profumata lo sa?" Però non aveva dubbi sull'amore ed era gelosissima di Giada. "Rosica pure, frocetto" Guai a nominargliela! "Frocio ma non scemo a inguaiarsi con un bisessuale"Quella volta era furiosa perché Giada mi aveva telefonato dalla Sardegna.

 

Lidia passava spesso a casa e trascorrevamo assieme dei bei pomeriggi … anche se poi non si faceva sesso … almeno non sempre. Farlo con lei era totalmente diverso da Giada … erano sicuramente due schianti di femmine, ma esprimevano degli eros opposti. La bellezza di Giada era piena di vezzi che stuzzicavano con le loro malizie e ogni volta che me lo prendeva in bocca, era come se profanassi una reliquia sacra, facendomi arrapare come una bestia. Lidia era bizzosa e caparbia e doveva sempre prendere lei l'iniziativa. "Ora leccamela" Non che mi dispiacesse obbedirle, fatto sta che mi sembrava di essere tornato ai tempi di Lalla e se Giada stava ufficialmente con Asdrubale e mi usava solo quando era in astinenza di «romanticismo», pure Lidia si fidanzava continuamente con qualunque maschio le solleticasse l'appetito, anche se poi lo sapevano tutti che preferiva me e si logorava l'anima perché io non ero per niente geloso.

 

"Lui vuole uno dona veru" Sì, anche Veroka si faceva qualche uscita con noi e si divertiva a imbarazzarmi con la sua prorompente sensualità. "Zitta, puttana" Era una strana amicizia quella che la legava a Lidia, che usava pomiciarsela scatenando ogni volta il clamore generale. "Siete osceni tutti e tre" Edo ci aveva ribattezzato Lilith, la madre dei demoni, Echidna, la donna metà serpente e Lucifero, il cherubino cornuto … beh, diciamo che con me ci aggiunse un pizzico di perfidia in più. Il mio super potere fagocitava ogni tipo di erotismo, senza essere capace di produrre alcun desiderio, così pareva che gli altri si approfittassero della mia giovane età. Anche se oramai ero un tronco di pino che viaggiava verso il metro e novanta, tutti sapevano che ero piccolo e non mi ritenevano cosciente della mia disinvolta sessualità … specie quando Marcello mi si portava per un giro in moto, vantandosi poi che eravamo andati a puttane, ma sarebbe stato più giusto dire che io scopavo e lui si segava guardandomi.

 

Io mi sentivo come un cane cui è morto il padrone e non può fare a meno di continuare ad aspettarlo. Questo m'impediva di appartenere a qualcuno, costringendomi a rimanere un randagio. Quella di Capo dei Fiori era solo una delle mie esistenze e il fatto che fosse la sola in cui ero bisessuale, non mi ci faceva certo sentire a mio agio. Stare lì o da un'altra parte non era poi così diverso per me, anzi, avevo bisogno di cambiare ambiente per sentirmi libero e durante quell'estate m'iscrissi al Club Mykonos, che era un beauty center anche questo di proprietà del padre di Lidia. Stava proprio dietro Campo dei Fiori ed era frequentato da parecchia gente del Circolo. Lì dentro c'erano anche delle attrezzature di pesistica e nessuno badava all'età per fartele usare. Il Mykonos rimaneva aperto anche di Ferragosto e di pomeriggio spesso alle macchine c'ero solo io e un altro ragazzetto dall'aspetto particolare, la cui fisicità mi metteva decisamente in subbuglio l'epifisi.

 

"Mi vieni a tenere i pesi alla panca?" Era Carmelo e le potenti erezioni che dovevo dissimulare ascoltandolo gemere mentre pompava ai pesi, mi costringevano spesso a evitarlo. "Posso usare il tuo asciugamano?" Avevo accumulato una discreta esperienza negli approcci tra maschi in palestra, ma lui pareva compiere quei gesti senza alcuna malizia. "Guarda che deltoidi" Per tutti i demoni dello Zohar! Come niente se ne stava con l'asciugamano legato in vita a mostrarmi ogni muscolo in tensione … gli avrei fatto ben vedere quale muscolo metteva in tensione a me. "Te piacerebbe … brutto frocione" Aoh, e qualche apprezzamento pesante mi scappava di bocca, ma forse lui non li prendeva sul serio e comunque non gli dispiacevano … e via pure l'asciugamano, continuando a parlarmi senza badare a quel suo culetto cesellato e poi … quale cornucopia dell'abbondanza portava tra le cosce! "A pieno carico so' cinque etti de ciccia" E come gli piaceva vantarsene dopo la doccia che gli diventava barzotto! Oddio, il tono era sempre scherzoso, però era tutto decisamente ambiguo o no?

 

"Se passi a casa, ti offro da bere" Cioè? "Aoh, non te sta a crede …" E che dovevo credere? Non faceva altro che scodinzolarmi davanti! "Ma che ancora non m'hai riconosciuto?" Ah beh, questa certo non era originale come battuta d'acchiappo. "Da piccoli, da mi nonna …" Bah! "Nella la piazzarola" Oddio, la comare Nella! Mi veniva sempre il panico quando due esistenze parallele si cortocircuitavano. "Se poi me voi fa' 'n cappellotto, mica me tiro indietro" Scherzava, certo che stava scherzando. "T'ho visto che bazzichi in piazza" Quando giungemmo nella piccola corte dove abitava la comare, mi portò nella vecchia rimessa del carretto che era diventata una sorta di ludoteca. "Magari una sera di queste ce famo un'uscita assieme" C'era un vecchio divano davanti a un piccolo televisore poggiato su attrezzature varie di videoripresa e una panca di quelle con i pesi da culturista. "T'ho visto come te dai da fa" Dopo avermi offerto una birra dal frigorifero, iniziò un discorso strano sulle volte che mi aveva notato in piazza e alla fine di un lungo tergiversare, arrivò al dunque. "Me piaciono pure a me le trans" Aveva assistito a un bacio tra il cherubino cornuto con l'Echidna. "E' una gran figa" Si era innamorato di Veroka …

 

Carmelo era timido e come tale covava una sconfinata volontà di potenza. Era complessato dal suo metro e mezzo d'altezza e cercava di compensare sviluppando i muscoli. Sicuramente mi avvicinò perché gli piaceva Veroka, tuttavia tra noi s'istaurò un feeling erotico immediato. Quando eravamo soli, diventava un altro e rideva, era espansivo, si sbragava svaccando senza ritegno … era come se con me riuscisse a liberarsi di una vita di frustrazioni. Appena un paio d'occhi si aggiungeva ai miei, tornava a essere timido e rancoroso. Un paraculo che non si faceva scrupoli a fregarti per raggiungere i suoi scopi, specie quando doveva tirarsi fuori dai guai. Però a me piaceva e lo imposi anche alla Lilith e l'Echidna se ne innamorò pazzamente.

 

La nostra amicizia divenne qualcosa di famigliare quando servì a riallacciare i rapporti tra sua nonna e i miei. La comare mi trattava con i guanti di velluto perché riteneva che fossi una buona amicizia per il nipote. M'invitava sempre a cena e si scusava ogni volta per l'umile ospitalità che poteva offrirmi. Carmelo era di San Basilio, ma si era trasferito dalla nonna per darle una mano.

" … e questo chi è, un altro figlio che hai sparso per il mondo?" Dante era anche più bello di come me lo ricordavo. "Mannaccia a te!" Le rispose la comare quando, rientrando dal lavoro, mi aveva trovato seduto al tavolo a cenare con lei e Carmelo. "Non ti ricordi manco più la faccia del comparetto!" E sì, intanto nemmeno lei mi aveva riconosciuto subito. "Toh, se me te ricordo … porto ancora i segni" Di tutta risposta alla madre, si alzò la maglietta mostrandomi l'ombelico incoronato da un contrappunto di dentini. Cazzo! Gli avevo lasciato le cicatrici di quando lo morsi a sangue. "Madonna Santissima se eri impunito, a quella porella de tu madre la facevi uscì pazza" Che palle, poi la comare si mise a raccontare pure di una volta che le rifilai certi calci negli stinchi! Ok, avevo un carattere di merda, allora? "Guarda che faccia!" Sono una testa di cazzo, mbè … sono così antipatico che mi vado sul culo da solo, allora? 'amoriammazzati, erano riusciti a farmi arrossire …

 

Il fatto fu che quando rividi Dante con la tuta sporca di tinta d'imbianchino, mostrarmi quell'impronta fossile del mio passato sulla sua pancia … non so … desiderai per lui tutto il bene del mondo. Da pischello Dante era stato una piccola celebrità nel suo rione, dove lo chiamavano Tomas Milian per la somiglianza al mitico personaggio de' "Er Monnezza". Durante gli anni settanta Campo dei Fiori era il centro della vita culturale romana, ci si vedevano artisti del calibro di Pasolini e le star del cinema ci prendevano casa in affitto. All'epoca Dante covava velleità di attore e regista cinematografico e girò anche alcune pellicole «artistiche». La madre sosteneva che furono quelle cattive compagnie a iniziarlo all'uso dell'eroina … vero o no, a vent'anni si era già fottuto la vita e la comare lo aveva appena ripreso in casa dopo la riabilitazione in comunità.

 

Sono certo che la Zia Pina mi avrebbe ammonito di tenermi alla larga da quella manica di sfigati, altro che pietas di cui andai a parlare allo Zio Gerardo. "Tua Zia aveva un cuore così buono!" Sì, almeno quanto la sua piccola opera d'arte che lo stava blandendo con la presunta magnanimità della moglie. Avevo nel mirino il «cinquino» di suo figlio Tommy che da quando era a studiare all'estero, era rimasto a prendere polvere nel garage davanti casa. Sarebbe invece stato utile a Dante che guidava una Vespa tutta scassata. "Giuseppa era una santa …" Tutti in casa della comare avrebbero tratto beneficio da quella fiammante Cinquecento Abbarth con assetto ribassato, gonnelline e cerchi in lega. "Tanto per me quell'auto è solo un peso …" Fu così che andai dallo Zio e gli rifilai la balla che sua moglie aveva sempre aiutato la comare e le avrebbe certamente fatto il favore di usare l'auto di Tommy.

 

"A principi' … lo sai da quand'è che c'ho messo l'occhi sopra a sto gioiellino?" La trattativa andò oltre più rosea aspettativa e lo Zio Gerardo non solo gliela regalò, ma beandosi della memoria di una consorte dal cuore d'oro, era anche disposto a pagare il passaggio di proprietà. "Pigliatela e sparisci … e dimme pure grazie, perché se non eri tu, le cose non finivano certo così" Lo zio fu proprio generoso e ci disse anche che il garage era pagato fino alla fine dell'anno. Livio, il proprietario del garage, però mi disse sul grugno da quanto stava corteggiando lo Zio per comprarsi quel gioiellino e quanto si rodeva ad averlo tenuto sempre a lucido per farselo sfilare sotto il naso, quindi niente garage … pazienza.

 

"Io proprio non te capisco … ma semo amici noi due o che?" Arrivammo in macchina direttamente nella piccola corte e la comare uscì di casa ringraziando la Madonna e anche gli altri vicini scesero a festeggiare. Certo che non si trattava di una Ferrari ma Tommy aveva amato quella Cinquecento come solo un diciottenne sa fare con la sua prima auto … era proprio bella ed io ero strafelice di aver ingannato lo zio … Fare del bene a Dante era la cosa più inebriante del mondo. "Ce lo steccavamo noi il cinquino de tu zio, scemo!" L'unico che non la prese bene fu Carmelo, che mi mise davanti al valore della nostra amicizia. Ok, io avevo sicuramente le idee confuse riguardo ai sentimenti umani, ma secondo lui la nostra amicizia era da anteporre alle esigenze di tutti gli altri?

 

Dante si arrangiava a fare l'imbianchino e quando non trovava da lavorare, all'alba si metteva davanti a uno di quegli ingrossi di materiali edili, che a Roma chiamano «Smorzi», e aspettava che qualcuno gli offrisse una giornata di lavoro. Chiesi quindi a Luca, la cui famiglia era proprietaria di un grande smorzo sulla Flaminia vecchia, se avessero avuto bisogno di un operaio … e andò proprio così! "I pezzenti so' le sole come te …" Ma più le cose si mettevano bene per Dante e meno Carmelo ci andava d'accordo. In fondo non aveva tutti i torti nel sostenere che lo zio si era messo a comandare in casa. Credo che si fosse riappropriato della sua autostima. "Mica sei mi padre" A Carmelo non potevi chiedere di farsi vedere in giro come un pezzente … considerava umiliante sporcarsi le mani con dei lavori umili. "A nonna e non te ce mette pure tu, ce lo sai che la polvere me da fastidio!".  Le cose erano andate così. Durante i primi giorni che Dante aveva preso a lavorare nello smorzo della famiglia di Luca …"Ma vedi de fatte meno anabolizzanti che te se sta atrofizzà il cervello" … il capo in persona gli aveva passato un lavoretto di fiducia per un cliente molto particolare … "Senti chi parla … ma se porti ancora lo spadino attaccato ar braccio" … e a Dante serviva un manovale per riuscire a fare un lavoro con i fiocchi. "Ci vengo io" E che sarà stato mai imbrattare quattro mura! Dante accettò subito la mia proposta, ma la comare non gliela perdonò a Carmelo e sottolineò il suo disappunto infilzando sul tavolo il coltello con cui stava pulendo la cicoria.

 

Il lavoro consisteva nell'eseguire uno «spatolato» rosa per la cameretta di una bambina … non sapevo cosa fosse uno spatolato, ma il termine cameretta mi faceva pensare a uno spazio piccolo.

" A ragazzi', bagname sta marzocca" Quel giorno compresi il fastidio che provava Carmelo a prendere ordini dallo zio. "Abbassa la cresta che non sai manco che è 'na marzocca" E se magari l'avesse chiamata in italiano: pennello grande … "Mi scusi Signorino, ma quella in italiano si chiama pennellessa" Pure signorino adesso? "Se non vuoi che te sfotto, smettila de fa' l'impunito" Impunito in romanesco si dice del pupo che piagnucola sempre … io  non ero un impunito, cazzo! "Ohi, mado' … tiè, arimozzacame l'omblellicolo che è meglio de statte a sentì lamentà!". Eh, quasi, quasi … quella sua pancia pelosetta mi appariva appetitosa come un piatto d'insalata ai germogli di bambù …

 

"Che c'è, mo fai l'offeso?" Ma no, è che mi sforzavo tanto affinché mi considerasse abbastanza grande da essere suo amico. "Ah no, ma se non spiccichi più 'na parola?" E mi sa che era proprio così … ero un bamboccio viziato e m'impuntavo su questioni da borghesuccio. "I borghesi so' quelli come Carmelo che c'hanno paura de sporcasse le mani pe' non sembra' quello che sono". E allora io cos'ero? "Sei uno di quei damerini che le mani se le sporcano pe' sentisse come uno del popolo" Ah, ecco … pure peggio. "Ma piantala va … il guaio tuo è che c'hai le pigne in testa" Forse era meglio che non cercasse di consolarmi. "Oh, ma la tigna quella non te m'hai passata, eh!" Mi provocava, ecco cosa stava facendo e io ci cascavo ogni volta come un imbecille … ci godeva a farmi sbroccare indovinando sempre le cose che m'infastidivano di più.

 

Era indubbio che Dante mi piaceva, ma era difficile capire perché … il mio eros viscerale era troppo debole per imporsi nel roboante tamtam emotivo nella mia testa. "E sta roba da dove spunta?" Più che altro, sentivo un intimo bisogno che qualcuno si occupasse di me. "Te lo passa Carmelo per steccacce sopra!" Macché, Carmelo manco fumava, l'hascisc me lo passava Marcello. "Questo lo requisisco io" E no … intanto se lo stava fumando lo spinello che avevo confezionato per darmi arie da duro. "E che direbbe tu madre se sapesse ... " Mi stava forse ricattando? L'uomo del popolo … 'sto comunista del menga! No, mi stava solo provocando di nuovo ed io là a cascarci come un broccolo. "Che faccia da bronzo che c'hai" Ah, adesso sta a vedere che … "Tiè … fuma … accannate, basta che te stai zitto". Sì, però se me ne rimanevo in silenzio più di un minuto, tornava all'attacco … uffa! "Me fai morì … giurò che me fai morì" E va bene … poteva pure andarsene 'ammoriammazzato.

 

Arrivai alla sera che ero stremato dalla fatica, dalla polvere e dall'implacabile goliardia di Dante. "Annateve a lava' prima …" La comare ci stava preparando un fritto misto alla romana e mammole allo spilucchino … c'era da svenire per la voglia di azzannare quelle pepite d'oro sfrigolanti! "Ho acceso l'ho scaldabagno da 'n ora …" Proprio un trattamento extra lusso! L'acqua nello scaldabagno, però, bastava a riempire solo una vasca. "Prima i pupi …". Il bagno della comare era stretto e lungo con una finestrella che era un buco quadrato nello spesso muro di tufo. C'era sempre cattivo odore ma non credo che dipendesse dall'igiene perché era tutto strapulito. L'acqua bollente aveva impregnato l'aria di vapore e dilatato il mio sistema cardiovascolare … la lampadina nel lampadario ovoidale brillava opaca con il suo filamento incandescente … stavo quasi per addormentarmi. "Sbrigate che non me voglio lavà con l'acqua fredda" Mi stavo dilungando troppo e Dante bussò al vetro della porta. La vasca stava accanto all'uscio e mi bastò alzare il braccio per far scivolare il paletto fuori dal vincolo. "Aoh, ma stai ancora a mollo!" Dante si sedette sul water a rollare una canna … Ok, mi vergognavo un po' a farmi vedere nudo e speravo che se ne andasse per qualche attimo. "Strignete …" Lui, invece, non indugiò oltre, si calò le braghe e s'immerse nell'acqua ancora fumante. "Questa è maria …" La vasca era lunga, ma io ero alto e lui non era basso, così avevamo ognuno gli stinchi dell'altro sotto le ascelle. "Ispira direttamente quando soffio …" Aveva tra le labbra un cannone rollato alla Bob e mi stuzzicava dicendo che non era roba per bambocci … ma quando era rimasto poco più del «polletto», m'insegnò a fare il bacio: braciere della canna in bocca mentre ti soffiano il fumo direttamente in gola … la dolce maria va giù senza «raspare» e s'inizia a tossire solo perché non ti accorgi di essertene riempito totalmente i polmoni … un flash mi sdraiò contro lo scivolo della vasca e poi esalai l'ultimo respiro in una sensazione di rilassamento celestiale.

 

"Che è sta puzza!" E sì, adesso era proprio l'odore di maria che puzzava in quel cesso. "Io t'ammazzooo!" La comare irruppe nel bagno ed ebbe un eccesso isterico, che non ebbe però alcuno strascico. "Sbrigateve … e con te famo i conti dopo" Mannaccia a lei, mi rovinò quel piccolo momento di paradiso. "Lasciala sta che non lo sa mica er paraculo che sei" Che bello sentirsi suo amico. "Lavame la schiena, va …" Si alzò facendo sorgere impudicamente dall'acqua la sua nudità. "Sbrigate o senno la vecchia ritorna" Mi sollecitò ad alzarmi … non era certo la prima volta che lavavo la schiena a un maschio, però non rendeva meno imbarazzante far scorrere la schiuma sulle sue spalle e poi vederla fuggire via tra l'incavo delle natiche. "Avanti, girate" Andò ancora peggio quando sentii le sue mani sfregarmi energicamente la pelle. "Famo finta che non me ne so accorto" Eh che ci potevo fare? Mi ero emozionato e non potevo certo nasconderlo … sarei voluto sprofondare dalla vergogna.

 

"Questi so' i carciofi cimaroli veri …" Mentre mangiavamo i broccoli e le patate in pastellato con della croccantissima borragine, la comare friggeva le mammole alla giudia, illustrandomi con perizia come si riconosce un vero carciofo romanesco … che ne avesse infilato uno anche nelle mutande di Dante? Eppure in bagno non mi era parso così abbondante … ma perché lo sguardo cadeva sempre su quei dettagli sconci? "Deve averci il torso grosso …" La comare li conosceva bene i cimaroli perché ne aveva sempre venduti per il vicino ghetto, dove li acquistavano per le festività a seguito del capodanno ebraico … intanto Dante mi pizzicò a guardargli il pacco e precipitai fulmineo lo sguardo sulla mia deliziosa mammola fritta.

 

"Che fai, vieni?" Carmelo non ingeriva grassi idrogenati e aspettò che finissi di abbuffarmi per propormi di andare in piazza. "Dopo annamo in quel locale in centro" Aveva ragione a dire che era sabato sera, ma ero stanco e non avevo un cambio d'abiti … e poi lo spettacolo di Dante nel suo orribile pigiama di cotone, mi allettava di più. "E famo un salto a casa tua … che ce metti a infilatte un paio de pantaloni" Carmelo insisteva troppo e probabilmente stava al verde. "Ma che te insisti … lo vedi che è stanco" No, l'intervento di Dante non fu una buona idea. "Finitela de dà spettacolo … " Carmelo gli rispose che doveva smetterla di rinfacciargli la faccenda del lavoro e l'altro continuò a ricordargli i buffi che andava facendo. "Tiè … piate sti sordi e vatte a pià 'na pizza e tu piantala che lo so io e il padreterno i guai che m'hai combinato all'età sua" La comare risolse l'ennesima disputa sfilando un deca dal portafogli. "Tu che fai?" Carmelo prima di uscire mi domandò da che parte stavo … dunque mi alzai muto per andarmi a infilare i jeans sporchi di tinta. "Per Dio!" Dante imprecò intimandomi di restare seduto e non sapevo più che fare … "Tu si nuddu ammiscatu ccu nenti" Per fortuna Carmelo se ne andò sbattendo la porta di casa.

 

Ricominciai a sgranocchiare qualche foglia di carciofo cercando di masticarla senza rompere il silenzio imbarazzato in cui era piombata la cucina. "E tu lo difendesti ancora!" Dopo un po' Dante esplose di nuovo … presero a discutere in siciliano, forse proprio per non farsi capire, in ogni modo compresi che si domandavano come agire con Carmelo e se fosse stato meglio rispedirlo a casa per far risolvere la faccenda al padre. "Faije trovà 'na brava ragazzetta che glie mette la testa a posto" Ecco un'altra funzionalità dell'amore razionale: smorzare le intemperanze dell'aggressività propria all'eros attivo. "Arruso è … i puppi gli piacessi" Dante esortava la madre ad aprire gli occhi e che la piazza non parlava d'altro della sua relazione con Veroka. "U lupo de mala cuscienza comu opera accussì penza" Commentò al figlio la comare con una gestualità platealmente sarcastica, al che Dante gettò la forchetta sul tavolo e se ne andò fuori casa sbattendo anche lui la porta.

 

"Guarda la televisione che questo è lavoro mio" Avrei voluto aiutare la comare a sparecchiare, ma lei spostò il carrello del televisore fin davanti al divano e mi disse che avevo «travagliato» quindi ora dovevo riposarmi. Dante rientrò presto e si sedette accanto a me. "Li vuoi vedere?" Mi propose di guardare i suoi girati, di cui avevamo parlato durante il pomeriggio.  "Chissu picciotto ancora è!" Curiosamente la comare si mise a fare storie per non lascarci andare nella ex rimessa. "Ma che ne capisti mai!" Quando iniziai a guardare quel materiale, mi fu più chiaro il disappunto della comare. Il film che sarebbe dovuto venirne fuori, era sicuramente qualcosa di «artistico» … tipo ripresa di figuranti nudi che corrono o primi piani di corpi in movenze plastiche … insomma, di gente vestita non ce n'era.

 

"In piazza se ne dicono tante su l'amici tua" Distesi nel divano letto della cucina, Dante mi raccontò della sua età dell'oro come qualcosa di remoto. Parlava degli anni settanta, quelli degli ideali e della rivoluzione dei costumi, troppo diversi dalla mia generazione allevata nel consumismo, in cui tutti si vendevano come puttane all'incanto. "Roba tipo messe nere e orge …" Aveva un tono di voce caldo che presto iniziò a stridere con i pettegolezzi che andava citando. "… femmine co' femmine …" La diversità si veste di trasgressione quando si eclissa dalle regole. "… froci e viados …" Dovevamo stare attenti a irridere la paura della gente sempre pronta ad appiccare il fuoco alle pire. "Il grassone qua davanti dice che tu …" Le persone ti rendono protagonista delle proprie fantasie più perverse. "Prima nel bagno non m'è parso che te facesse tanto schifo …" Dove voleva arrivare?

 

"Ma che me 'nporta …" E lui ci credeva a quelle stronzate? "Sapessi le ammucchiate che ho fatto io!" Quindi ci credeva? "E che ne so se co' Carmelo stasera annavate a batte coi transoni …" Ma vaffanculo! "La faccia da puttana ce l'hai" Mi stava provocando e come al solito c'ero cascato. "Credi che non me ne so' accorto …" Mi passarono i brividi quando iniziò a guardarmi in modo strano. "Senno perché te daresti tanto da fa pe' me?" Era vero che mi piaceva, ma non era per intrufolarmi nelle sue mutande se … "Sei una tentazione pericolosa" Disse, arrendendosi alla mia ingenuità. "Dormi va …" Spense la luce e poi lo sentii tirare un gran sospiro. Rimuginai parecchio prima di tornare a guardarlo. "Dormi?" Gli chiesi in un sussurro … era molto bello con le braccia tirate sotto la testa e il petto in fuori. "Dante, mi senti?" La luce del lampione stradale entrando dalla finestra gli tagliava delle ombre decise sul volto spigoloso. "Dante!" Teneva gli occhi chiusi, ma era passato troppo poco tempo perché si fosse già appisolato. Il farabutto stava solo fingendo di dormire perché lo sapeva che lo avrei fatto … poggiai la mano sulla sua pancia piatta a percorrere la via che conduceva negli abissi.

 

Aprì gli occhi quando comprese che non avrei osato troppo. "Non l'hai mai fatto?" Si alzò sulle reni e si abbassò il pigiama, poi si sistemò più vicino a me. "Toccalo" L'estetica del suo cazzo si meritava un sette più: bel fusto eretto ma con una marcata torsione apicale, prepuzio spesso però morbido e completamente retrattile, glande pregevole ma privo di corona e senza frenulo. "Non mozzica mica" Non l'avevo mai preso in bocca, però le madame ce lo moscio avevano della pratica una grande considerazione. "Attento però che se glie fai girà le palle, te sputa in faccia" E non la piantava di parlare! "Da bravo, leccalo prima" Non era tanto il sapore, quanto l'odore che mi respingeva. "Aoh, ce semo lavati insieme" Ovvio che non puzzava, ma l'epitelio olfattivo è un neuroepitelio, cioè è formato da neuroni alternati a cellule di sostegno. "Riprova, dai …" Degli assoni del tratto olfattivo sinaptano direttamente con l'ipotalamo e i feromoni secreti dai suoi genitali mi provocavano repulsa. "Sputace sopra, così l'odore sparisce" Tuttavia l'ingegno della libido sa porvi rimedio e la saliva contiene bicarbonato che abbassa l'acidità. "Succhialo …" La salivazione è connessa anche al sistema nervoso ortosimpatico della sinapsi emozionale, fortemente coinvolto in un rapporto sessuale. "Mo te piace!" Beh, nel complesso direi di sì, ma era come guidare su una piccola carreggiata stretta fra due guardrail. "Lascia fa a zio" E sicuramente non mi piaceva quanto a lui. "Te faccio vede' come se fa …" Mi tirò via i boxer e lo agguantò in una stretta feroce, poi ci mancava poco che mi facesse venire segandomi rapidissimamente e soddisfatto di avermi fatto torcere tra le lenzuola, ci sputò sopra e lo ingoiò avidamente, senza alcun problema olfattivo. "Argh!!!" Una corsa che si concluse presto con una fuga al lavello per sputare il mio orgasmo …

 

Sollecitandomi con quel preliminare di mano, aveva provocato le mie prolifere ghiandole di Cowper. "Mi piacerebbe sape' che te frulla dentro sta capoccetta …" Non ero venuto! "Può succedere all'età tua" Dante si avvicinò con il volto al mio ed io mi allontanai di riflesso. "E mo non fa l'offeso …" Lui mi seguì nell'angolo del letto in cui mi andai a nascondere. "Ce abbracciamo stretti, stretti …" Mi cinse da dietro e le sue mani scivolarono sotto la maglietta. "Te piace fa l'amore?" Mi sussurrava negli orecchi mentre mi premeva con la foga dell'impeto sessuale. "Dimmelo che te piace …" Sentivo chiaramente la sua erezione strofinarsi si di me, mentre le sue mani s'intrufolavano fin dentro i boxer. "Dimmelo se non ti va più …" Era assai piacevole tenere le palle tra le sue mani, ma quell'insistenza mi stava infastidendo. "Buonanotte" Stanco del mio silenzio si ritrasse dalla sua parte del letto e mi sentii improvvisamente in colpa.

 

"Dante"Allora lo raggiunsi, ma non mi rispondeva più. "… tu sei frocio?" Cercando di tirarlo dentro a una conversazione, scoprii che era per timore dell'omosessualità che non volevo continuare a farlo. "Tra la rota e il metadone, m'ero pure scordato de aveccelo" Il suo tono di voce mi commosse e lo abbracciai da dietro. "Da ragazzino c'era un tappezziere a Via dei Banchi Nuovi che me dava mille lire pe' un cappellotto" Il tappezziere a lui o … "Me diceva che all'età tua non è peccato" Mi trascinò la mano sopra la morbidezza della sua intimità. "Col grassone che abita qua di fronte … certi infracoscia!" Lo stomaco mi si strinse a sentirlo inturgidirsi. "Però non me piaceva, invece co' Angelo, il pescivendolo due banchi più giù del nostro …" Poggiai l'orecchio contro la sua schiena e sentivo la voce formarsi dentro il suo corpo. "A un certo punto me s'era piantato in testa … me rintronavano il cervello giorno e notte le canzoni che cantava al banco … allora ho capito che quei giochetti erano diventati peccato pure pe' me". Avevo infilato le mani sotto l'elastico del suo pigiama e palpavo un'erezione che mi emozionava. "Non ho mai provato la stessa cosa pe' 'na ragazza" Qual è il nesso tra l'amore e l'attrazione fisica? "Te fa batte forte il cuore e non te stanchi mai de di' te amo" Le dolci emozioni ispirate dalla dopamina possono ingannare le parole dei pensieri neocorticali. "Se non me volessi bene, non me lo staresti mica a sgrullà, no?".

 

"… che porco che sei!" Ero stanco di comporre pensieri. "Se me lasciassi tira' giù l'elastico …" Avevo bisogno di dare stura alle emozioni che quel contatto fisico stava provocando. "Porc … devi fa piano … e sputace sopra." Ah, già! La prodiga saliva. "Se te staccassi 'n attimo …" No, umettai bene e col dito puntai il bersaglio. "Che testa di cazzo!" Presi come un complimento il suo insulto e dopo aver premuto, improvvisamente sprofondai nel risucchio delle sue carni. "Per Dio, me stai a fa male!" Non so in cosa sbagliassi, però mi respinse bruscamente e abbandonò il letto. Lo vidi andare al lavello a sciacquarsi il pisello, poi fece per tornare ma si bloccò. Camminava avanti e indietro per la stanza passandosi la mano tra i capelli riccioli e non parlava più … basta. "Aoh, mo m'hai stancato …" Lo volevo e lo raggiunsi, lui cercò di respingermi, ma era fin troppo facile vincere i suoi gesti fiacchi. "No … no … no!" Tenendolo per i polsi, riuscii a rivoltargli un braccio dietro la schiena e bastò spingerlo per farlo piegare sul tavolo della cucina e dopo fu tutto rapidissimo. "No … no … oddio!" Glielo piantai nel culo in un sol colpo … tirava su dei singulti mentre trattenevo gli affondi nei sui lombi … finalmente aveva smesso di parlare. C'era solo il rumore delle zampe del tavolo che scappavano via sotto ogni colpo di reni. "Che sta a succede?" Solo la voce agitata della comare Nella seppe farmi ritrarre, chissà da quando stava menando pugni sulla spalliera del letto. "Niente a Ma' … non sta a succede niente" La rassicurò Dante … io mi ero tirato su le braghe e aspettavo con il panico in volto. "Il gran maschio che c'ha paura de mamma" Commentò Dante, dopo avermi preso per il collo e costretto ad abbassarmi per dirmi quella fregnaccia. "Me lasci guida' a me?" Era diventato molto dolce e disse che se lo lasciavo fare, mi avrebbe insegnato la differenza tra fare l'amore e scopare. "Da bravo, così …" Si sedette sopra di me e poi mi passò le gambe dietro la schiena, tenendomi la testa stretta al suo petto … Le sue carezze si fecero pesanti e penetravano fin sotto la pelle costringendomi a trattenere il respiro. Il suo movimento era una risacca che s'infrangeva lieve sul mio petto … lo sentivo scivolare sulla mia pancia e poi tornare indietro, risucchiandomi nel suo gorgo … scavava un solco che mi faceva rabbrividire ogni volta e più si faceva rapido e maggiore era il cardiopalmo … sudavo e stavo per soffocare dal caldo quando un fiotto di spuma mi arrivò dritto sul mento, facendomi ritrarre d'istinto. M'imbrattò tutto e trovò la cosa pure divertente … rideva ancora sommessamente quando sobbalzai al contatto freddo della spugna presa nel lavello, con cui cercava di ripulire l'impiastro.

 

"Ce lavamo domani mattina, o la vecchia ricomincia …" Avrei dovuto andare in bagno, ma siccome la casa della comare aveva solo tre stanze senza corridoio, quindi l'una comunicava con l'altra, per raggiungere il bagno avrei dovuto attraversare la sua camera. "T'è piaciuto?" Figurarsi se Dante ne aveva avuto abbastanza di parlare. "E mamma mia, avemo appena fatto l'amore, almeno du' parole dille …" Beh, io l'orgasmo non l'avevo avuto … anche se poi non era colpa sua. "Io m'ero pure scordato quanto fosse bello fa l'amore!" Invece io senza andare in bagno a farmi una sega, l'indomani mattina avrei pisciato peperoncino. "Era la prima volta per te?" Con un maschio non ero mai arrivato fino in fondo. " E sì, mo scopavi già col pannolino" Ma dopo l'orgasmo agli uomini non dovrebbe arrivare una scarica di melatonina per precipitarli in un sonno ristoratore? Sì, a Dante giunse come un colpo in testa e si addormentò parlando …

 

Era mattina inoltrata quando mi risvegliai tra gli odori nefasti del soffritto del ragù. La comare mi disse che Dante era andato a finire il lavoro senza di me. "Ieri te sei affaticato e tutta quella polvere non te fa bene" Si prodigava in attenzioni esagerate senza guardami mai in faccia. "Va a casa e riposate" Le emozioni notturne si erano ritratte nelle ombre degli interstizi della vita diurna e la mia pelle rifletteva tutto l'imbarazzo della comare Nella. "Quando se sveglia Carmelo te faccio telefonà" Nelle sue premure era possibile leggere lo spartito che avrei dovuto recitare nella commedia della vita. Io però non lo volevo un abito di scena o se dovevo proprio sceglierne uno, preferivo quello spaventevole del cherubino cornuto. Mi piaceva fare l'amore, però sembrava come una luce che oscura ogni altra percezione emotiva … 

 

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Inviato 12 agosto 2016 - 18:25

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L'adolescente guarda il mondo attraverso degli schemi riflessi dalla propria volontà di rappresentazione che poi trasfonde in azioni di veemente ortodossia, diventando così un inquisitore degli atteggiamenti anticonvenzionali.  L'adolescenza è la fase della vita in cui la diversità è stigmatizzata con maggiore ferocia e il desiderio di omologazione tende a sopprimerla anche fisicamente.

 

 

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Le Confraternite della Pippa

 

 

Durante la pubertà cercavo dei limiti che dessero anche a me una forma omologabile in un gruppo sociale. Mi mancava però l'attrazione sessuale da usare come contrappeso sul bilancino della regola che confinava il desiderio nell'alveo degli orientamenti di genere. Mi posi dentro la sfera bisessuale che di pragmatica si qualifica solamente attraverso la statistica delle relazioni intrattenute. Lasciandomi così ingannare ogni volta dal desiderio manifestato nei miei confronti, plasmavo dei bisogni impropri destinati a scomparire insieme all'affetto di chi se ne andava. Il mio eros muta forma imparava con la stessa rapidità con cui dimenticava, vivendo l'attimo senza poterne trarre alcun insegnamento per dedurre quello successivo. Questo comportamento mi condusse nelle confraternite della pippa, dove coglievo una sensualità capace di sperimentare formule nuove oltre a quelle rigidamente ortodosse dell'amore sentimentale.

 

Le confraternite della pippa si coagulavano all'interno delle più ampie combriccole volte alla condivisione empatica di situazioni non direttamente connesse alla sfera sessuale, come poteva essere il coinvolgimento emotivo di tifare per la stessa squadra di calcio. Lo spirito di aggregazione scaturisce dalle due energie vitali  della volontà e dell'erotismo. La prima è mossa dall'istinto utilitarista della ragione come per esempio studiare insieme, lavorare a un progetto o qualsiasi altra contingenza inerente a uno scopo logico. L'energia erotica fluisce invece dalla sfera precognitiva, generando la corrispondenza emozionale capace di unire attraverso una simpatia simbiotica. L'etica di massa teme questo tipo di affratellamento perché va a coagulare formazioni sociali in cui si stabilisce un legame potenzialmente eversivo.

 

Tutto quanto coinvolge l'energia erotica può stabilire un contatto fisico, succedeva così che delle predisposizioni maturate nell'infanzia portassero già nella prima adolescenza a condividere la propria intimità. Nell'ambito delle combriccole ci si sceglieva per un rapporto sessuale consumato a livello empatico. I circoli della pugnetta erano solitamente composti di due o tre elementi, ma quest'aspetto fisico presto andava a sostituire lo scopo ludico su cui si focalizzava la combriccola. In tal modo ci si orientava verso una corrispondenza emotiva capace d'intercettare l'eros viscerale, celebrato durante le bisbocce delle confraternite. In una sorta di baccanale dionisiaco la sperimentazione faceva cadere dei tabù millenari, compresi quelli inerenti all'omo-erotismo.

 

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La sinapsi dell'azione dei Sensi

 

La nostra fabbrica delle sensazioni si trova nella "Substatia Nigra". Posta sul confine del tronco encefalico, costituisce il nesso essenziale per moti vitali riflessi come la stessa respirazione o il battito cardiaco. Il nome deriva dal colore scuro dovuto al pigmento della melatonina contenuto nei suoi neuroni, i quali utilizzano dopamina per stabilire sinapsi con l'encefalo superiore. Le fibre della sostanza nera formano la via nigro striatale, dove si trovano i recettori D1 e D2, eccitanti o inibenti gli stimoli che dal sistema nervoso arrivano al cervello.

 

E' qui che agiscono le sostanze psicotrope come la cannabis o più in generale gli antidolorifici, che imitano quei neurotrasmettitori che fabbricano le percezioni in questa zona di mezzo tra corpo e mente. Fra questi neurotrasmettitori c'è la serotonina direttamente coinvolta nei processi sessuali. È causa d'inconvenienti come l'eiaculazione precoce maschile, ma la sua alterazione produce anche altre patologie come il disturbo bipolare, quello ossessivo compulsivo, la coazione a ripetere o dipendenze tipo le manie di ordine o pulizia. La stessa ansia e fame nervosa o la depressione sono direttamente collegate alla serotonina e avendo origine comune è facile credere che tutti questi effetti svolgano una relazione tra essi.

 

Poiché la serotonina stimola la produzione di melatonina, che è l'antagonista per eccellenza del testosterone, l'accumulo abbassa l'aggressività e predispone a sensazioni concilianti riconducibili a un eros passivo. Uno studio di laboratorio ha ipotizzato possibili implicazioni della serotonina con l'omosessualità. In realtà si è solo rilevato in dei topi privati di serotonina, che gli animali si accoppiavano prevalentemente fra individui dello stesso sesso. Reintrodotta la sostanza, questi tornavano a preferire rapporti eterosessuali. Invece, nell'essere umano si era già osservato che sostanze psicotrope come la MDNA, che agisce sull'accumulo di serotonina, inducono a una libido svincolata dall'orientamento di genere, che esso sia etero o omosessuale.

 

Il dato a parer mio rilevante è che il piacere sessuale dipende da un equilibrio chimico precognitivo mutevole a causa del fattore psichico direttamente connesso alla via nigro striatale, capace di alterare la percezione dei sensi. In altre parole, il piacere carnale è indipendente dall'orientamento di genere, su cui l'eros etico stabilisce il segregazionismo tra diversità. L'istinto sessuale, se lasciato libero da preconcetti sessuofobi, si regolerebbe principalmente sulla libido psichica degli eros attivi e passivi, poiché determinati dalla chimica precognitiva. Questo non sta significando che l'orientamento di genere non sia fondamentale nella determinazione dell'attrazione sessuale, ma solo che la sessualità è capace di esprimersi anche al di fuori di esso.

 

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Un ragazzino si predisponeva a entrare in una confraternita della pippa ancor prima di avere un'erezione, indagando il proprio corpo sensuale imparava a sillabare l'abc dell'eros precognitivo. Quanto sarebbe poi accaduto nelle proprie mutande, si svincolava in questo modo dal desiderio sessuale che eticamente avrebbe dovuto ispirarlo. Già questo andava a tracciare un solco con la maggioranza dei ragazzini educati alla pudicizia per il proprio sesso, caricandolo di significati morali edificanti. La malizia degli adulti rifletteva su di noi la sua carica omofobica e i primi circoli della pugnetta finivano dispersi dall'istinto riproduttivo per delle ragazzine, le cui pulsioni vaginali erano tutelate da royalty di stato che proibivano qualsiasi altro vincolo affettivo. La confraternita celebrava invece una voluttà il cui scopo era godere del proprio corpo in sintonia con quello altrui.

 

L'esperienza omo-erotica era intrinseca in ogni confraternita e cominciava spesso col masturbarsi davanti a uno specchio, cioè godendo di un erotismo compiaciuto del proprio sesso. L'altra pratica omo-erotica condotta in solitudine era la Manola, la mano che ti consola, da non confondere con Federica, la mano amica. La prima delle due era una scoperta che si faceva masturbandosi con la mano sinistra o destra per i mancini. Nel gesto c'era una percezione per cui pareva di ricevere un tocco estraneo mentre si provava l'emozione di ghermire un'erezione virile. A chi più o a chi meno, la Manola solleticava il desiderio di conoscere anche Federica. La mano amica, appunto, stabiliva quel contatto che apriva la strada verso una confraternita della pippa consapevole. Per realizzarsi era necessario che nel gruppo ci fosse un maschio abbastanza sicuro del proprio orientamento sessuale, da non temere il giudizio degli altri quando allungava una mano per saggiare la consistenza dell'amico.

 

Il mio percorso fu diverso perché non perseguivo scopi esclusivamente edonistici. Io detestavo la mia immagine riflessa e in quanto ambidestro non conobbi mai la Manola; tuttavia, un ermafrodito psichico è come un pipistrello cieco con enormi orecchie sensibili agli ultrasuoni emessi dall'eros precognitivo. Con questo non sto sostenendo che i miei istinti fossero diversi, ma non si può pretendere che un cieco si emozioni dinanzi a un tramonto allo stesso modo di chi sta usando gli occhi per guardarlo. Per lui quelle percezioni sono un tutt'uno con il suo corpo sensuale e riesce a proiettarlo fuori da sé attraverso l'empatia del punto di vista di chi gli è accanto. Nei confratelli cercavo essenzialmente una corrispondenza emotiva in cui riconoscermi, ma fu solo un continuo gioco al rialzo …

 

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Il linguaggio del corpo

 

Un muscolo, un tendine, un legamento eccetera, sono organi motori ma prima ancora sono organi di senso impegnati nella ricezione degli stimoli. Questa sensibilità si chiama propriocezione ed è fondamentale per molte funzioni del movimento, ma ci permette anche di percepire l'interazione fisica con gli altri. Per esempio, la sensibilità che insorge nella cute, in un muscolo o nei visceri, diventano informazioni erotiche quando svolgono una relazione con un'altra fisicità, instaurando un dialogo posturale attraverso sillabe precognitive dirette all'ipotalamo, dove saranno elaborate in emozioni dalla sinapsi limbica.

 

I riflessi nervosi (estero-propriocettivi) sono ritenuti secondari, ma buona parte delle azioni del corpo non sono subordinate alle attività cognitive; ad esempio, il dolore provocato da una distorsione alla caviglia rieduca immediatamente la postura spostando il peso del corpo sull'altro piede, ricostituendo repentinamente un equilibrio fisico senza coinvolgere la volontà razionale. Alla stessa maniera, anche nel dialogo erotico intrattenuto tra due corpi, i moti di questi recettori periferici inconsapevolmente mutano l'equilibrio emotivo. Tra queste sillabe percettive c'è anche quel batticuore attribuito a metafisiche trascendenti di anime gemelle. La memoria emotiva psichica colora le percezioni del corpo con cui la ragione cognitiva disegna i sentimenti. Averne consapevolezza sottrae alla casualità di posture sbagliate la possibilità d'interrompere un dialogo erotico, all'origine di ogni incomprensione emotiva e quindi anche sentimentale.

 

La volontà cognitiva dell'amore trascendentale può arrivare a rifiutare la propriocezione. La negazione induce a posizioni teoretiche fondamentaliste che proiettano immagini di sé storpie, in eterno conflitto con il corpo, percepito come un demone viscerale da imbrigliare col cilicio. La vita è movimento e questo è fonte di emozioni in armonia con il piacere dei sensi, goderne non è peccato bensì ragione di serenità. E' con queste sillabe emotive che si scrivono storie d'amore consapevoli.

 

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L'intesa erotica in una confraternita della pippa era equiparabile all'attrazione sessuale per l'orientamento di genere. Eccitarsi insieme scaturiva da una vibrazione simpatica tra delle erezioni tese come corde di violino. Senza questa corrispondenza si assisteva al solito show etero esibizionista: Che chiappe! Che tette! Che gnocca! Che noia! Argomentazioni che avrebbero dissolto la confraternita con il sopraggiungere dell'amore di coppia. Nel caso, invece, la vibrazione simpatica tra erezioni funzionava, rompeva gli indugi spianando la strada al sondaggio del pianeta omo-erotico maschile. Difficilmente i membri di una confraternita avrebbero dimenticato quelle sensazioni e presto o tardi sarebbero tornati a cercarle anche solo in frugali approcci occasionali.

 

Una confraternita si riuniva nell'ambito di un'azione condivisa come incontrarsi nel garage di qualcuno per smanettare con lo scooter. Ci si raccontava tutto per sentito dire per cautelarsi dallo scherno goliardico sempre in agguato, ma più la scoperta erotica era scabrosa e maggiore era il bisogno di condividerla con la confraternita. "Ma te rendi conto de che stai a di'?" Mi ricordo di Gianfranco, un ragazzetto un po' truzzo che se ne uscì dicendo che per lui succhiarsi il cazzo da solo non poteva definirsi un bocchino. "Aoh, stai sempre a succhiatte un cazzo!" La questione aprì un acceso dibattito. "E allora non te lo dovresti neanche prende in mano" Gianfranco, sentitosi confortato dal dubbio di alcuni confratelli, ammise di averlo fatto scatenando risa e sfottò. "Tutta invidia perché con quelle due dita de cazzo non riuscite manco a tiravvelo fori pe' piscià".

 

La fellatio era un gesto non catalogabile come prassi in una confraternita della pippa; tuttavia, non era eccezionale che qualche ragazzo trovasse piacevole praticarla. Essendo ritenuta roba da froci, si consumava nell'intimità di amicizie molto ristrette. In genere cominciava con il cauto «prima tu e poi io» e poi si continuava assecondo il piacere provato. Capitava che taluni trovassero così irresistibile il coito orale che finivano per esporsi al pubblico ludibrio. Questo causava l'ostracismo perché lo spettro dell'omofobia era molto sentito nelle confraternite. Invece, non suscitava alcun pudore il feticismo per la sborrata e quando se ne vedeva una schizzare per aria, si esultava come si stappasse dello spumante a capodanno. Oppure si assisteva a sfide del tipo che due pistoleri caricavano la propria arma e il primo che sparava schizzando sull'altro, vinceva fuggendo dalla rivalsa dell'amico.

 

L'omofobia fissava dei paletti invalicabili e costringeva i confratelli a procacciarsi quel genere di piacere in clandestinità. Capitava anche che dei gruppetti condividessero queste pratiche proibite in gran segreto, ma quando nella confraternita si subodorava un certo tipo di affezione, si additava subito con scherno come amicizia dedita all'incularella. A quel punto il dubbio costringeva il gruppetto a disperdersi o non sarebbe più stata sufficiente la discrezione per proteggerli dall'ostracismo. La pulsione omo-erotica era comunque sentita da tutti e spingeva a interrogarsi sul proprio istinto etero, per questo si tiravano dentro le confraternite anche le ragazze. Suppergiù succedeva verso i sedici o diciassette anni e mascherava il feeling erotico con l'interesse per la vagina.

 

Il motto delle confraternite si riassumeva col «Belle o brutte ce le scopiamo tutte». Il tacchinaggio era assoluto esibizionismo e gli approcci più audaci procuravano la stima degli altri confratelli. "Il merlo l'ha accannata" Questa era la notizia che correva rapida e si contavano i giorni di astinenza dal cazzo come un conto alla rovescia per cogliere la tipa in fallo. In genere era il ragazzo più figo che andava per primo a segno e informava gli altri sulle prestazioni ottenute. Non si curava della sensibilità della ragazza e una volta trombata la respingeva in maniera brutale. A questo punto, entrava in ballo l'amico che non era certo migliore del primo, eppure anche questo riusciva a scoparsela e così via, con la tipa che passava di mano in mano e quando poi trovava un fidanzato e poteva affrancarsi da quel circolo vizioso; beh, anche solo per sfizio, qualcuno della confraternita tornava all'attacco e quella ci ricascava.

 

C'erano poi le ragazze consapevoli di non poter fare più a meno dell'abbondanza di maschio, tanto che imparavano a riconoscere quelle dinamiche passando di confraternita in confraternita. Di queste ce n'erano di due specie: le faraone e le vacche. Le prime erano in genere bellissime e imparavano a trarre vantaggio dal proprio eros attrattivo. Spesso si vedevano in gruppi di tre, formati attorno a una veterana che introduceva le ancelle nei giri delle combriccole dei maschi più adulti e quindi con maggiori possibilità economiche. Sfoggiavano le regalie come trofei e al pari di vere faraone trattavano da servi i ragazzi della loro stessa età. Poi c'erano le vacche che perdevano ogni freno inibitorio e correvano dietro al cazzo disposte a ogni umiliazione pur di acchiapparlo. Non è detto che fossero meno belle delle faraone, tanto che non era escluso che una faraona fosse anche una vacca, tuttavia, diventando tali e quali a dei maschi allupati, perdevano l'attrazione esercitata dall'eros passivo.

 

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Il Conno Anale

 

Simbolo lubrico della lussuria più abietta, il conno anale è il pertugio dove s'insinua il maligno, l'antro in cui si celebra il sabba col demonio, di cui se ne fa incubo per generare l'anti Cristo Mammona (Mater Mammosa o grande mammella con cui s'identificava il culto della Grande Madre). La società patriarcale fondata sulla virilità dominante del Dio unico ha demonizzato i miti panteisti o dei riti dionisiaci, evocanti madre natura, scaraventando l'eros passivo nelle viscere della terra per imbrigliare la sessualità in un fondamentalismo ascetico liberato dal piacere della carne.

 

Il conno maschile si usurpa nell'onta della disfatta causando la perdita della virilità. Il solo nominarlo crea imbarazzo e i maschi si beano della gogna pubblica riservata ai sodomiti per gratificare la propria volontaria auto castrazione. Per inciso, non esiste una predisposizione anatomica per ricevere piacere anale e, tantomeno, la sodomia è un'arte amorale che erotizza impropriamente delle sensazioni altrimenti spiacevoli. Per un maschio etero il conno anale rimane una scomoda verità più facile da dimenticare piuttosto di complicarsi la vita dandovi un senso per goderne non si sa bene con chi.

 

Anatomicamente s'individua un conno anale nel retto perineale (ampolla rettale e ano). Nei tre centimetri dello sfintere si celano invece le colonne d'Ercole che conducono alla perdizione. Sono piccole fasce muscolari che costituiscono la croce e delizia di un amplesso anale. La corona esterna è formata da un muscolo ad anello molto sensibile che si congiunge con una seconda corona posta all'interno dello sfintere. Il muscolo esterno fa capo al sistema nervoso cosciente ed è quindi possibile distenderlo e contrarlo. Al contrario, della corona interna allo sfintere non possiamo avere il controllo perché si regola con i sistemi nervosi riflessi come il battito cardiaco. Emozioni da stress, ad esempio inquietudine o spavento, intervengono su questo muscolo contraendolo. Il dolore che potrebbe venire da una sua incauta forzatura rappresenta un ostacolo per il raggiungimento del piacere anale; tuttavia, il superamento di questa barriera psicologica indotta anche da millenni di sessuofobia non può essere considerato un'erotizzazione dell'ano.

 

Per quanti sono depositari di un eros attivo, accettare l'amplesso significa accogliere un'entità erotica estranea che compie un'azione fisiologicamente stravolgente. L'amplesso non deve essere frainteso come abdicazione del dominio sul proprio corpo, quindi è necessario conquistare la fiducia del partner guidandolo attraverso il proprio piacere. Il terrore emotivo va rimosso attraverso un'esperienza positiva, altrimenti predispone a un amplesso doloroso tale e quale a quello evocato dalle paure recondite. A tale scopo, l'iniziazione al piacere di un conno anale parte dalla stimolazione del bulbo prostatico. Si tratta di una penetrazione dolce che si pratica introducendo le prime due falangi del dito indice; con la falangetta ricurva e puntando il pollice sul perineo, s'inizia un massaggio lieve contraendo e distendendo le dita. La giusta frizione stimola la produzione di liquidi seminali che andranno ad aumentare gradualmente la pressione all'interno del bulbo prostatico. Il massaggio si accompagna con la manipolazione dei genitali, ma non di rado la pressione nel bulbo conduce da sé a un orgasmo spontaneo lento e prolungato.

 

Compiere il massaggio in posizione prona dispone all'accoglienza, favorendo una manipolazione più energica per sollecitare la ricettività anale. La lubrificazione aumenta l'elasticità del pertugio, le cui sensazioni si devono proprio alla dilatazione. Lo scivolamento della penetrazione deve essere accompagnato da una pressione lieve ma costante, di modo da permettere allo sfintere di rilassarsi e abbracciare gradualmente l'amplesso. Superate le colonne d'Ercole dell'orifizio, questo inghiottirà avidamente l'erezione nel ventre del conno. Le terminazioni nervose sono poste sull'ano, quindi il movimento sessuale è più efficace in questa zona. Il retto è invece un antro cavernoso molto flessibile che si adatta bene alle forme da contenere. Si sviluppa per una lunghezza tra i tredici e i quindici centimetri, che stando ai prontuari medici sono sufficienti ad accogliere un'erezione di media grandezza. Le pareti del retto sono sensibili alla pressione e la sua conformazione anatomica a esse adagiata ne favorisce la percezione.  

 

Quello che erroneamente alcuni definiscono «orgasmo anale» dipende dalla stimolazione del giunto retto-sigmoideo che distende l'ampolla rettale e rilassa le muscolature dello sfintere, un riflesso dovuto all'eiettare fecale. Il giunto retto-sigmoideo è una gola stretta posta su una curvatura che immette nel sigma dell'intestino crasso. Ci si predispone meglio alla sua sollecitazione coricandosi sul fianco sinistro perché è una postura che distende il giunto, mentre in posizione prona si ha un impatto brutale. Nel caso di un'erezione eccezionalmente possente, per evitare fitte dolorose si deve inarcare la schiena per stendere il giunto permettendone l'amplesso. Tuttavia, senza ricorrere a posture particolari, si può sollecitare «l'orgasmo» anche solo attraverso la pressione esercitata dai lombi.

 

 

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La vita consiste nell'ottemperare a una serie di necessità, dalla cui soddisfazione viene inteso il bene dell'amore come sacrificio. Il piacere viscerale precognitivo è un bisogno tollerato solo come mezzo attraverso cui ci trascende una volontà edificante, volta a preservare la salute fisica e spirituale; per il resto è rigettato come un pericoloso vizio che erode il corpo e disperde anima.  Il coito anale provoca un piacere non contestualizzabile in nessun ordine di necessità oggettiva ed è quindi proibito. Il suo peccato è stato perseguitato, la sua voluttà cancellata dalla memoria dell'uomo. Seppure la pratica sia sempre rimasta largamente diffusa, nel gergo popolare il suo stesso piacere è frainteso per un dolore lancinante inflitto come un insulto.

 

Il conno anale esiste ed è presente con la sua sensualità anche prima dello sviluppo dei genitali. La sua scoperta rientra in quell'erotismo tipico della fanciullezza. "Fa il solletico!" Vanni si scompisciava dalle risate mettendosi la cornetta della doccia tra le cosce e mi confidò che gli piaceva grattarsi il buco del culo. Mi sorpresi nell'apprendere le cronache di quanto accadeva nell'intimità delle stanze da bagno domestiche. L'impugnatura ergonomica degli spazzolini da denti pareva suscitare da sola quel misterioso istinto penetrante … mentre la vibrazione prodotta da quelli elettrici, trovava immediatamente utilizzi erotici alternativi e il manico della spazzola per capelli di mamma costituiva per molti una fonte inesauribile di soddisfazione.

 

Tuttavia, fin da piccoli, si evocava quel genere di piacere scagliandolo contro gli altri come un insulto. "Ficcatelo nel culo" Così rispose piccata Eleonora quando Massimo, il mio compagno di banco di quinta elementare, le rubò il pennarello Uniposca. Essendo avulsa ai processi procreativi, quella stimolazione non era associata alle pantomime sentimentali contemplate tra principi e principesse, che suscitavano casti bacini d'angelo e facevano sdilinquire mamma e papà. Il conno anale non distinguendo due gender, elude gli scopi logici dell'attrazione sessuale. La sua pratica era dunque ritenuta emotivamente sterile, incapace di generare emozioni edificanti e nei maschi appariva addirittura come un delitto compito contro il loro eros attivo.

 

Nel pensiero dominante il conno maschile rimaneva un mistero «impenetrabile», sconosciuto nell'ambito logico dell'attrazione sessuale. Nel quale ragionamento si contemplava il ruolo del coito anale come il surrogato dell'amplesso con una vagina riservato ai «femminielli» ovvero maschi ritenuti sessualmente impotenti. Non aveva alcun senso che un individuo dotato di un sano istinto riproduttivo si titillasse l'ano, come non lo aveva continuare a masturbarsi avendo a disposizione una figa. La sessualità era un riflesso condizionato dalla presenza di una femmina, punto e basta. Questi erano i presupposti che tenevano lontano i ragazzini dalle confraternite della pippa e costringevano chi ne faceva parte a negarlo persino con se stessi.

 

Questa sbandierata scelta di campo spingeva l'intimità tra maschi a fissare dei paletti di redenzione con cui si ridefiniva una virilità del tutto personale. In genere la stima per il cazzo rientrava in questi limiti mentre il coito anale si temeva attivasse l'eros passivo come una fame irrefrenabile. Quanti ne erano avvezzi, lo cercavano senza guardarti in faccia e se condividere l'orgasmo affratellava, consumare un coito anale spesso sostituiva l'amicizia con quel gesto frugale sentito come un delitto contro se stessi. La bisessualità erotica più che una scelta, pareva una condanna all'ostracismo di genere e nelle confraternite era una verità temuta e violentemente negata.

 

C'era poi da decifrare il ruolo di chi, come Giorgio, era talmente virile da trovare insopportabile vivere in mezzo alle femmine e riteneva mellifluo ogni aspetto dell'eros passivo. Le ragazze servivano per esaltare la potenza fallica e quindi andavano bene solo come piatto di portata durante la bisboccia. Giorgio desiderava usurpare un conno anale maschile come estremo gesto di virilità. «Geloso di culo, frocio di sicuro» Era il motto goliardico con cui mutuava le palpatine agli amici e appena trovava qualcuno piegato a novanta, ci si attaccava dietro mimando una sodomizzazione. Quando poi si era sotto le docce, trovava irresistibile infilarti rapido un dito tra le chiappe, aveva un talento innato nel centrare l'obiettivo e quella pressione produceva ogni volta il riflesso incondizionato di farti sobbalzare. Le risa e gli sfottò che scatenavano quel brivido sconvenevole erano un genere di goliardia che serviva solo a mascherare un interesse sconvenevole.

 

Io confluii in una confraternita nata sulle vestigia di queste premesse e di cui Giorgio ne fu l'ultimo decadente leader. Lui era molto più grande di me e non diventammo mai veramente amici. Volli bene invece a Luca che ne condivise per intero l'esperienza. Si conobbero al Circolo quando erano ancora dei ragazzini durante i corsi di canottaggio. Luca aveva una particolare propensione per il feticismo dello sperma e chi prova un tale trasporto, nutre solitamente anche una profonda stima per il cazzo. Il motivo che li trattiene dall'afferrarne a più non posso è che penzolano tra le cosce di altri maschi. Luca vide crescere quello di Giorgio sotto le docce … una salsiccia sempre turgida e pronta a levarsi in una mezzaluna gagliarda … come resistere a una tentazione così?  Giorgio prima d'incontrare Luca era stato un troll deriso da tutti e non si era mai reso conto di avere degli attributi invidiabili. Quell'intimità tra amici fu un balsamo per la sua autostima e gli diete consapevolezza della propria forza . Divenne un buon atleta e si trascinò dietro Luca quando entrò a far parte del glorioso equipaggio di un otto più, che doveva la sua fortuna proprio all'affiatamento raggiunto in una consumata confraternita. Fu durante la bisboccia organizzata per il congedo dello storico capitano, che i due ricevettero l'iniziazione per mano di Marisella.

 

Lei era la vacca più chiacchierata del Circolo e si raccontavano leggende del tipo che a una festa di capodanno, si fosse svuotata una bottiglia intera di champagne nella figa e poi tutti ci andarono a sorbire il brindisi di fine anno. Il suo corpo mi ricordava la dea della fertilità Ittita fotografata nel mio libro di storia. Aveva delle tette enormi sorrette da una bella pancia solida che curvava repentinamente tra le cosce. Il culo era tenuto su da due chiappe che parevano lievitare come mongolfiere e le grosse cosce con i polpacci cicciotti finivano in due piedini minuscoli, tanto che sembrava camminare sulle punte. La testa era perfettamente tonda e dall'ovale del volto sporgevano due zigomi così alti da stringerle gli occhi come fossero quelli di una porcellana cinese. Per ragioni di cui non saprei spiegare, era fottutamente sexy!

 

Durante la bisboccia, Marisella fece sistemare i festeggiati sul divano e li omaggiò cimentandosi in una personale interpretazione della danza dei sette veli, al termine della quale piroettava librando nell'aria l'enormi tette e come fossero corpose ali di farfalla, le fece posare di fiore in fiore. I ragazzi nudi e stretti sul divano si ubriacarono l'uno dell'eccitazione dell'altro mentre guardavano estasiati quel convulso sbatter d'ali avvolgere il loro stame gravido. In una marcia trionfale, Marisella ne stappò gaia la spumeggiante passione tra le ovazioni generali. Le vacche erano ragazze indipendenti e si divertivano convinte di poter continuare a farlo per il resto della vita ma, anche le più audaci, all'approssimarsi del primo quarto di secolo mettevano giudizio. Marisella non faceva eccezione e aveva scelto Agostino come suo futuro sposo. Era lui il capitano dell'otto più e leader della confraternita. Stava seduto con gli altri su quel divano e, com'era successo quella sera, usava condividere con gli amici le attenzioni della sua ragazza.

 

Agostino era un bel moro, occhi neri e vispi, barbetta rada ma scurissima, altezza media, fisico asciutto … era praticamente un fascio di nervi sempre pronto a scattare. Lui era un vero leader capace di coagulare attorno alla propria personalità una cerchia di seguaci. La sua confraternita aveva oramai attraversato ben due generazioni e raccoglieva anche chi, come lui, ragazzo non lo era più. La mia vicenda si consumò nella coda rarefatta della sua luminosa cometa mentre Giorgio e Luca ebbero modo di sedersi su quel divano a viverne gli ultimi scampoli di follia. Dopo quell'addio alla vita agonistica, Agostino tenne insieme la confraternita a discapito del canottaggio che gli aveva dato tanto, coinvolgendo le nuove leve come Giorgio e Luca nelle bisbocce che si tenevano nella sua casa al mare. Non so come si svolsero le cose, sta di fatto che Giorgio in particolare fu trascinato in un ménage a trois con Agostino e sua moglie Marisella. A detta di Luca fu proprio dopo quella relazione che Giorgio iniziò a essere fatalmente attratto dalla «passera dei maschi».

 

In genere, entrando in una confraternita consapevole si compiva uno step generazionale in avanti. I confratelli erano maschi adulti che si erano spinti molto oltre nelle esperienze di gruppo, intrecciandovi anche relazioni di tipo economico. Tra questi c'era l'avvocato Lollo, il padre di Mattia, un faccendiere che aveva tessuto la sua rete di conoscenze proprio attraverso le bisbocce e frequentava solo le confraternite dove si  consumavano i vizi privati di personaggi importanti. Era in confidenza anche con Agostino e lo convinse a usare i soldi della sua azienda di famiglia per sponsorizzare il progetto della squadra di pallanuoto.  Agostino ne divenne il Presidente ma fu sempre l'avvocato Lollo a deciderne le sorti e soprattutto a inserirla nel giro della «grande bellezza» capitolina. Putacaso Giorgio divenne capitano della squadra e anche Luca era tra i titolari nonostante fossero entrambi delle mezze seghe a giocare. Intorno alla squadra ci giravano un sacco di soldi e per gli atleti era come farsi un giro su un otto volante di mirabolante mondanità.

 

Siccome, però, nello sport c'è l'inconveniente di dover vincere almeno qualche partita o la gente inizia a irridere il tuo presunto e sbandierato successo, chiudere ultimi in classifica la stagione agonistica fece comprendere ai dirigenti che valutare le prestazioni atletiche dei giocatori durante le bisbocce invece che in piscina non era conveniente.   In questo frangente sopraggiunse Zeno, che al circolo si era fatto conoscere per essere il mio preparatore atletico, compiendo il mezzo miracolo di farmi vincere una medaglia. Gli fu affidato il compito di seguire la squadra e riuscì a rimetterla in gioco. Per Zeno fu un momento d'oro e ottenne la gestione del Mykonos, che era un altro pezzo importante nel giro della grande bellezza romana, soprattutto quello da cui lui poteva tirarci su un bel po' di soldi con il suo talento di scultore di corpi.  La squadra e il Mykonos divennero un tutt'uno e fu qui che Mattia intrecciò la sua amicizia amorosa con Carmelo e lo introdusse nella confraternita del Presidente.

 

Mattia era un disinibito argonauta dei sensi e amava talmente il suo corpo, che sono convinto abbia iniziato a penetrarsi il conno anale con il trasporto di chi ha un coito con se stesso. Nessuno pensava di mettere in discussione la sua virilità perché le ragazze gli cascavano ai piedi e lui non si risparmiava di benedirle tutte. Mattia era il figlio di primo letto dell'avvocato Lollo ed era il fratellastro di Toni, nato dal secondo divorzio dell'avvocato che nel frattempo era tornato con la prima moglie, celebre faraona conosciuta con il soprannome di Lady Campari per essere stata una testimonial della nota marca di alcolici.  Anche l'avvocato era stato un discreto atleta di tennis e, aggiungo io, aveva ancora un fisico della madonna! Non nascondo che uno dei miei passatempi preferiti al Circolo era guardarlo giocare: che stile e che eleganza con i suoi impeccabili calzoncini bianchi e pullover e poi … quando accaldato se lo toglieva il pullover e il sudore gli scarmigliava l'onda fonata dei capelli … sempre con il colorito della pelle del giusto tono d'abbronzatura artificiale a mettergli in risalto gli occhi verdi e come non citare la sua fossetta sul mento! Insomma, era uno strafigo e non c'era da stupirsi che dai suoi geni fossero venuti fuori Mattia e Toni.

 

Tuttavia, loro tre non si somigliavano per niente. L'avvocato era moro, fisico alto e slanciato con i lineamenti del volto mediterranei mentre Mattia era di altezza media, il suo corpo nonostante fosse allenato conservava delle morbidezze e aveva una pelle completamente glabra candita come panna. Toni non arrivava al metro e settanta e fin quando la madre gli tagliò lei i capelli, portò in testa un casco di banane gialle canarino. Lui aveva ereditato i begli occhi del padre, ma la bocca era quella larga con le labbra carnose della madre, un po' a becco da paperino … però non ci stava male e anzi, aveva un bel sorriso con i denti piccoli. Fisicamente era minuto ma la ginnastica artistica gli aveva cesellato un fisico dalla muscolatura ben definita … e poi aveva una peluria dorata che d'estate si ossidava facendolo dannare con cerette estreme che poteva ben risparmiarsi perché secondo me era molto sexy.

 

Sono molti i volti e le coincidenze che potrei elencare, ma in fondo si tratta sempre di una predisposizione personale che ti fa conoscere determinate persone e compiere con loro delle scelte. E' impossibile individuare la tesserina del destino che cadendo per prima innescò l'effetto a catena che mi condusse nel giro delle confraternite. Certamente commisi l'errore di credere che l'appagamento dei propri bisogni conducesse automaticamente a una consapevolezza di Sé. Invece, incontrai solo persone che continuavano a usare la propria volontà di omologazione per emettere sentenze dagli scranni dei loro limiti. La sensualità precognitiva crea un bisogno e la volontà di soddisfarlo ne fa un sentimento, l'amore svincolato da questa logica è ritenuto libertinaggio e non ci sono gruppi sociali capaci di sussistere attraverso un legame affettivo svincolato dalla necessità di stare insieme.

 

 

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Silverselfer

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Inviato 09 ottobre 2016 - 13:33

 

Spoiler

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Il desiderio erotico è la turbina che produce l’energia con cui si tiene in moto il meccanismo economico-sociale. Lo sport è l’esempio più chiaro di come si convoglia l'energia dell'eros in una finalità non sessuale. L'agonismo deriva direttamente dall'istinto di prevaricazione insito nell'eros attivo che, manifestandosi attraverso l’azione, esprime un moto educabile a diversi scopi. Gli archetipi sociali impegnano l'eros in una continua gara meritocratica, ripagandolo con dei surrogati del piacere sessuale, riconducibili al premio che appaga l'istinto di prevaricazione, come possono essere intesi dei beni di lusso o il potere riconosciuto nei titoli elitari. Questo schema sostituisce il piacere di soddisfare il proprio desiderio con lo sforzo espresso per raggiungere lo scopo.

 

Secondo questi crismi, il desiderio dell’eros passivo è poco appetibile perché ha già in Sé l’afflato naturale che lo devia sull’istinto di conservazione della specie. La società virile usa dunque il «sesso debole» per stimolare il moto dell'eros attivo. Chiunque non esprima una sessualità volitiva sarà tacciato di scarsa intraprendenza, per cui riceve il biasimo sociale di essere dei perdenti. Tant’è che per lungo tempo il femminismo ha confuso le proprie rivendicazioni paritarie con l’emancipazione dal proprio desiderio poco dinamico.

 

 

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Così fan tutti

 

 

"Non ti sedere o sgualcirai la piega dei pantaloni" Si concepiscono i figli sicuramente per molte nobili ragioni, tuttavia, anche loro sono uno strumento per raggiungere l’encomio sociale. "Hai lavato bene i denti?" Si sfoggiano come il cane di casa col pedigree. "Sbrigati che se papà non ti trova pronto …" Fu con questo spirito che Primo m'iscrisse al Circolo, ma poi la malattia me ne allontanò e quando ci tornai, gli altri ragazzini della mia età sapevano già tutti vogare. "Fa sentire l'alito" Avevo la testa incasinata e come se questo non bastasse, ero gonfio di ricostituenti che mi facevano puzzare l'alito. "Ancora con ste scarpe ortopediche!" Un giorno Primo ordinò di tirarmi a lucido perché sarebbe passato a prendermi per un pranzo di lavoro. "Me sembra handicappato" Poi se la prese con mamma perché non mi aveva messo i mocassini della divisa del Circolo, ma credo che fosse tutto l’insieme a non soddisfarlo … parevo proprio un citrullo.

 

Il pranzo di lavoro era con il nonno di Vanni e lo scopo della mia presenza era stringere amicizia con suo nipote. "Ora lo vedi così perché si vergogna, ma sapessi che lenza …" Ogni volta mi sentivo una merda ad ascoltarlo parlare di me come se fossi un'altra persona. "Mio nipote sta nella categoria pulcini" Suo nipote non era meno citrullo di me con quegli occhiali e le orecchie a sventola, ma era anche secco allampanato e questo bastava per farmi pesare ancora di più la mia oscena panza. "Ti va una partita a biliardino?" Vanni sarà stato anche un reietto però era molto determinato nelle sue scelte e gli serviva un amichetto. Per me fu un banale «barbatrucco» trasformarmi in quello che stava cercando ...

 

Sempre per la gloria di Vanni, mi lasciai iscrivere alle gare riservate ai pulcini del circolo, questo perché era «matematico» che insieme saremmo entrati negli esclusivi corsi riservati ai ragazzi dell'agonistico. Nei fatti però rimasi nei corsi base mentre lui stava in quelli avanzati. Mi feci un mazzo tanto per passare di livello e quando ci riuscii, Vanni aveva oramai trovato un compagno con cui gareggiare col due senza e finii in barca con un ragazzino paffutello quanto me. Poi un giorno il padre di questo qui si presentò agli allenamenti e lo fece scendere dall'imbarcazione in maniera brusca perché, secondo lui, ero io la schiappa che avrebbe impedito a quel campione del figlio di vincere. Ci rimasi di merda, tanto che anche l'allenatore se ne accorse e forse fu per consolarmi che mi spostò in equipaggio con Vanni.

 

Fu così che Vanni iniziò a ritenermi responsabile di ogni suo insuccesso.  Io non riuscivo a raggiungere un tempo di battuta alto, ma avevo lavorato tanto per mantenerlo costante, mentre lui partiva a razzo, ma poi si spompava fino a diventare un peso morto sul traguardo. Era evidente che dovessimo armonizzare la nostra vogata, ma secondo lui era solo colpa mia, cazzo! Il giorno che lo sostenne davanti a tutti, ci prendemmo a botte e poi Primo mi costrinse a chiedergli scusa davanti al nonno … che umiliazione! Da allora il mio unico scopo fu dimostrare quanto valessi. A tale scopo m'iscrissi al premio Tiber del gruppo culturale. A scuola c'era la maestra Rosa che mi chiamava «Il poeta» ed era figo, così mi dissi «Credi nelle tue possibilità» e presentai la mia composizione. "Ora lo prenderanno per culo a vita" Avrei dovuto domandarmi perché i partecipanti non li avevo mai visti agli allenamenti. Quelli non si mischiavano con gli altri del circolo e non si capiva bene se non lo facessero per spocchia intellettuale o perché erano gli altri a schifarli. Dopo aver conquistato il premio, Primo imboccò a casa con una cera da funerale. Mi chiese di vedere il nastro e poi lo gettò sul tavolo come fosse stato l'inequivocabile prova della mia imbecillità.

 

Dovevo vincere una medaglia per riscattare il mio onore e non potevo contare sull’aiuto di Vanni che nel frattempo aveva tirato i remi in barca e al Circolo ci veniva solo per diletto. Mi venne dunque il colpo di genio d’imbucarmi al ritiro pre-gare dei ragazzi dell’agonistico. Siccome questo si teneva al Circolo Canottieri di Sabaudia che avevo sentito dire essere collegato alla Marina Militare, chiesi direttamente alla principessa di metterci una buona parola col marito ammiraglio. Fu così che finii nella scuola remiera della Marina Militare con tanto di convitto in caserma mentre gli altri del Circolo se la spassavano in un complesso sportivo di lusso, usando le strutture militari solo per allenarsi nelle acque del lago.

 

A casa la mia intraprendenza lasciò tutti di stucco. Per mia madre fu come se dovessi partire militare e si oppose con tutte le sue forze screditando la mia salute psicofisica. Ci volle Zeno per convincerla che, invece, quel mio desiderio era il sintomo di una volontà ristabilitasi dopo una lunga convalescenza. Partii dunque per l’addestramento e a condurmi in caserma fu Paolo, sì perché la principessa chiese a lui di mettermi nelle «liste di coscrizione». Abbandonato in un camerone stracolmo di ragazzini in mutande, iniziai anch’io a dubitare della mia salute psicofisica. Mi tolsi i vestiti contrastando con dei gran sospiri l’apnea ansiogena che gravava sul mio diaframma. “No” Scivolai continuamente fino in fondo alla fila. “Le ho già detto che non li ho” Quando entrai nell’ambulatorio per attestare il mio stato di sana e robusta costituzione, avevo i nervi a fior di pelle e iniziai a rispondere con fin troppa determinazione alle domande. “Mt simpatia, stammi dietro e avanti march” Mi disse il militare infermiere, cui avevo impedito di controllare se avessi i pidocchi.

 

I figli degli ufficiali seguivano una trafila diversa e l’infermiere mi lasciò in consegna a un altro militare che a sua volta mi condusse non so bene in quale ufficio e quando ormai stavo per confessare l’imbroglio di non essere manco parente di un graduato, mi fu assegnato il posto in branda e incontrai Toni. “Ciao, come ti chiami?” Fracazzo da Velletri ... sì, mi scoprii indisponente oltre il limite della maleducazione. “Sono iscritto anch’io al Circolo” Eccome no, era una damerina di quelle che se la spassavano sui campi da tennis. “Perché sei così antipatico?” E vallo a capire. Il padrigno di Toni era un ex ufficiale dell’aviazione e lo scodellava in quella caserma per andarsene in vacanza con la madre. “Non è vero!” E allora che senso aveva lasciarlo lì se manco era iscritto ai corsi di canottaggio? “E’ perché il mio vero padre deve lavorare” Che vita di merda! Anche «il suo vero padre» lo parcheggiava al Circolo quando gli toccava tirarselo dietro nei fine settimana. “Sei cattivo” Aveva parlato la principessa che credeva nel potere dell’amore e quanti non ne erano convinti, dovevano ancora conoscere la magia custodita nello scrigno del proprio cuore ... a starlo a sentire c’era da strapparsi le vene a morsi.

 

Quel posto era una sorta di porto di mare con ragazzini che andavano e venivano per via di una convenzione con le scuole primarie e secondarie, senza contare gli atleti che arrivavano per allenarsi. Solo i figli degli ufficiali si fermavano più allungo, a tutti gli altri capitava di conoscersi giusto il tempo di salutarsi per nome. In quella comunità di maschi pareva non esserci il bisogno d’imporre il rigore militare, nel senso che erano regole ispirate proprio alla logica di branco tipica di una società virile. Era naturale ubbidire a un superiore e quando si trasgrediva un ordine, il superiore puniva con magnanimità perché capiva quell’esigenza. Il sistema gerarchico fungeva da parafulmine per scaricare ogni sentimento nefasto, unendo tutti in uno spirito cameratesco. Persino un antipatico cronico come il sottoscritto dovette arrendersi a quella vita che mischiava uniformemente ogni individualità. “Scusa, non credevo che ti dispiacesse” E ma a tutto c’era un limite! In un regime di stretta convivenza, la branda diventava l’unico scampolo d’intimità e ognuno ci stava come se gli altri non lo potessero vedere. Invadere quello spazio era un dispetto bello e buono, tant’è che si compiva sempre con l’intento di provocarti.

 

I letti erano a castello e i posti in branda più ambiti erano quelli in quota, proprio perché l’altezza proteggeva meglio dagli sguardi indiscreti. La sopra ti potevi persino segare senza destare l’attenzione di nessuno. A tal riguardo c’era una cattiva abitudine che andava a discapito di chi dormiva sotto. Il materassino era fatto di gomma piuma e traforato a nido d’ape per migliorarne l’arieggiamento. Solo che quei fori sembravano essere creati proprio della misura giusta per accogliere un amplesso ed erano comunemente usati come dei sexy toys. Era soprattutto per quest’abitudine che nessuno voleva dormire sotto e all’approssimarsi del mattino, si sentiva ogni tanto qualcuno che scalciava la rete del letto superiore per bloccarne un sospetto cigolio. I miei compagni di camerata erano ancora troppo piccoli per avere di queste esigenze e quindi non ci trovai nulla di male ad occupare il lettino in basso a ridosso della parete, così che potevo rivolgere le spalle al mondo e rimanere da solo.

 

“Vado via subito” Non era strano che due ragazzini dormissero insieme, anche se io proprio non riuscivo a spiegarmene il motivo. “Scusa” Era importante riuscire a stabilire una connessione emozionale e tra me e Toni era accaduto proprio questo. Condividevamo gli spazi vitali più intimi senza vergogna e affrontavamo insieme ogni altro aspetto della quotidianità, ma io proprio non riuscivo a interpretare le sillabe sensazionali emesse dal corpo. “Perche lo fai?” La volontà si esprime con uno scopo razionale invece il desiderio precognitivo si manifesta con un’attrazione empatica. Era inutile interrogare la ragione di Toni che percepiva solo il bisogno di non interrompere la nostra simbiosi emotiva. “Allora prenditi una mia scarpa” Interpretava la paura del distacco con il timore di addormentarsi e morire, senza poter rivedere le persone che amava ... disse che aveva bisogno di sentire il mio rassicurante odore e allora gli misi in braccio una puzzolentissima scarpa da ginnastica, rispedendolo nella sua branda ... ero proprio un ragazzino insensibile.

 

Io convogliavo tutta la mia energia nello sforzo di migliorare le prestazioni sportive affinché potessi conquistare del consenso sociale utile per procurarmi l’affetto delle persone, ma era evidente che la faccenda non funzionava così. Il rispetto conquistato a colpi di pagaiate non si tramutava in comunicazione affettiva e quindi giù con le autoflagellazioni a causa di quel mondo che si rifiutava di amarmi. «Wo! I feel good, I knew that I would now» Non capivo che le persone si accordano attraverso i bisogni e finché non avrei mostrato i miei, non potevo iniziare quello scambio di reciproche necessità capace di tessere un dialogo emotivo. «So good, so good, I got you» Rapportarmi nel confronto vincente, mi metteva in competizione sempre con il migliore, facendomi sentire inadeguato anche con il resto del mondo. «Wo! I feel nice, like sugar and spice» Mi piaceva pensare di essere cinicamente logico come il Dottor Spock, ma in realtà ero follemente passionale e in quel momento l’attività fisica stava caricando il mio corpo di sensazioni che esigevano di essere scaricate ...

 

Zeno mi aveva spiegato che dovevo sfamare il mio corpo e siccome non ci riuscivo con l’interazione con gli altri ...  io usavo il ritmo infuocato di James Brown. «Get it together, right on, right on» Avevo portato con me il mangianastri del corso d’inglese e sul principio andavo a sfamare il mio corpo dietro l’edificio delle camerate, ma stando di rimpetto al bel vedere di Sabaudia, non era propriamente un luogo discreto e allora decisi di ballare direttamente in camerata, almeno c’era meno gente che mi avrebbe preso per scemo. «Stay on the scene like a sex machine» Beh, sulle prime fraintesero il mio intento per voglia di far baldoria e si unirono al ballo scatenato, ma poi compresero che ero proprio scemo perché tutti i giorni dopo pranzo, puntuale come un orologio, partiva la sex machine ... ma esprimevo un mio bisogno e mandando affanculo chi se ne lamentava, intrapresi un dialogo emotivo con gli altri.

 

Altra debolezza che mi aiutò a trovare un dialogo fu la mia fisima delle latrine ... già dal principio rimasi obnubilato alla vista delle turche al posto dei vasi di ceramica ma poi, accoccolati con dei separé che non arrivavano fino in terra, si poteva comodamente tenere una conversazione con il vicino di cagata, dunque fui costretto a farla sempre di notte. Fin dalla prima volta scoprii che non sarei stato da solo. “A ragazzi’ bada che sgancio gas mostarda” Era il caporal maggiore Desco che soffriva di aerofagia. “Ridi, ridi ... la senti che fanfara?” Quelle scorregge mi facevano montare una ridarola pazzesca ... non riuscivo proprio a trattenermi e nel silenzio della notte, lui che sbreng ed io giù a ridere ... si trattava di un dialogo emotivo piuttosto originale.

 

Le uscite in lago erano molto limitate dal numero inadeguato d’imbarcazioni, così si trascorreva metà della giornata a prepararsi per raggiungere il campo di regata e poi a riposarsi per la mezz’oretta di voga. “Fa come ti dico io” Le formazioni erano gli standard di coppia con cui s’insegnano le basi del canottaggio e se non ti presentavi con un amico, capitavi in equipaggio con le schiappe che rimanevano sistematicamente spaiate sul molo. “Sai almeno contare fino a tre?” La prima volta finii con quello che soprannominai «Skeleton Key». C’eravamo conosciuti durante gli esercizi ginnici. «Stupido, hai il remo sinistro a pelo d’acqua!» Io non potevo fare a meno di fissarlo perché era il primo albino che incontravo. Era alto e talmente magro che gli si vedeva il movimento delle vertebre dorsali e non solo, ma aveva gli zigomi scavati e le labbra sottili che mettevano ancora più in evidenza una dentatura esagerata, per non parlare poi degli occhi infossati intorno a cui c’era una strana aura violacea ... faceva proprio spavento! «Uno, su; due, piega le gambe e tre, affonda i remi e distendi all’indietro» Con un attrezzo del genere capii subito quale sarebbe stato l’andazzo e disubbidii all’ordine di salire a poppa, dove solitamente si posiziona il meno esperto. “Uno, due e voooga ... uno, due e voooga ... inspira, trattieni, espira» Era un disastro e coordinando male l’alzata dei remi, piegava a sinistra la traiettoria della barca, ma non era stupido e recepiva bene gli ordini che gli davo, così riuscimmo a compire l’intero campo di regata e rientrando al molo ci togliemmo anche la soddisfazione di mettere la nostra prua davanti  a tutti... wow!

 

“Ah!” La mattina dopo, mi vidi la sua testa di morto pendere dal lettino sopra il mio che mi rivolgeva il buongiorno. “Aoh, angora non ce pozzo grede e no!” Skeleton Key era di Sezze e parlava ciociaro, lo stesso idioma di Lalla, quindi lo capivo benissimo. “E com’ si locco, immo a basce o stimme freschi se vu magnà” Io non ci volevo stare con lui, uffa! “Me so schiattato dallo callo, e no!” Ma quanto poteva essere brutto con quelle cosce rinsecchite che lasciavano le mutandine appese agli ossi sporgenti delle anche. “ Aoh e tu pia che poi me lo magno io” Skeleton Key mangiava come un reggimento di soldati, s’inzeppava il cibo in bocca e lo ingoiava quasi senza masticarlo. “A serge’, ieri io e l’amigo mio ve semo stracciati e no!” Forse era per i suoi difetti che era simpatico a tutti? O magari perché nessuno gli guardava il culo secco. In ogni modo, lui fu il mio passe-partout per entrare in contatto con tutte le comitive.

 

La palestra era il regno di Toni che stupiva tutti con i suoi salti mortali. Oh, ma quanto lo potevo invidiare! Gli chiesi d’insegnarmi qualcosa, ma nonostante l’impegno profuso, non riuscii mai a migliorare il mio salto a frittata rivoltata con arrivo a frittella spiaccicata. “Non ti si stufato de fatte li bozzi!” Il fatto che Skeleton Kay stesse in equipaggio con me non lo costringeva mica a starmi appiccicato acca ventiquattro. “E mo non te sta a fa pia’ d’aceto, stavo giusto pe’ dì” Ma sì, certo che non mi dispiaceva quando mi veniva a cercare. Avevo bisogno del modo franco con cui era capace di abbattere tutte le mie timidezze. “Dì mpo, ce volete veni’ a fa n’gularella?” Skeleton Key era in una comitiva e propose a me e a Toni di divertirci insieme alla sua confraternita della pippa.

 

L’idea che i ragazzini siano privi di desiderio sessuale prima di maturare dei genitali fertili, facilitava molto l’esercizio del pisellamento. Per esempio, Vanni ed io ci intrufolavamo nel solarium del Circolo aspettando ansiosamente che qualche avventrice si mettesse a prendere il sole in topless e fingendo di giocare a carte, ci infilavamo furtivamente la mano nello slip per una rapida ravanata emozionante. Era tuttavia qualcosa di diverso dal pisellarsi insieme, quindi quella che ci propose Skeleton Key fu la prima vera esperienza di masturbazione comune. Ci disse che la cosa si sarebbe tenuta dopo cena, quando ci mandavano in camerata e si rimaneva liberi fino al silenzio.

 

Era proibito spostarsi da una camerata all’altra o sostare nel corridoio, tuttavia il controllo arrivava solo se si faceva baccano. “Tranquilli, so’ amichi mia e sanno stasse zitti e mosca” Scivolammo lungo il corridoio a passo lesto. Fummo fermati da due ragazzini che parlavano tra loro. Uno dei due era tornato in camerata quando l’altro ci stoppò chiedendo a Skeleton Key chi eravamo. Avvertiti dal palo, entrammo che gli altri si erano tutti ricomposti sulle loro brande, inscenando un fermo immagine di normalità. Ci volle parecchio per superare l’imbarazzo della nostra presenza.

 

Nessuno fece le presentazioni e al solito non trovavo il coraggio di avvicinarmi a qualcuno, seguii dunque Toni che, invece, con la sua faccia da schiaffi, si era intrufolato in un gruppetto che sfogliava riviste porno. Quella roba non era difficile da reperire perché in caserma se ne trovava nascosta un po’ ovunque. “Lo conosci Supersex?” Toni ne sfilò una e ci appartammo su una brandina per esaminarla. Lui ed io condividevamo l’estetica del cazzo e già nei lungi pomeriggi trascorsi a bordo del campo da basket, avevamo avuto modo di discettare sulle possibili qualità dei genitali che vedevamo ballonzolare. “Secondo me il tenente Guttazzi ce l’ha così grosso” Il Tenente era un gran figo, ma dai suoi succinti pantaloncini non trapelava una simile abbondanza. “Ma che centra, non lo sai che prima di farsi duro è piccolo come il nostro?” Per un attimo mi beai all’idea che un giorno anch’io avrei avuto un’alabarda spaziale come quella di Supersex.

 

“Ma che te stai a fa ‘na pippa!” Il pisellamento non era poi così diffuso o almeno pochi potevano vantare di aver avuto un maestro come Nando. Lo avevo già insegnato a Vanni e proprio in quei giorni lo andavo spiegando a Toni che però preferiva esercitarsi sul mio pisello. Fu così che anche quella volta mi sacrificai al dovere divulgativo. “Ah!” Non so se Skeleton Key lo facesse solo per scena. “Uh!” Quando arrivavo a sfiorarglielo, lui si sottraeva manco gli dessi la scossa elettrica. “Ooooh” La faccenda richiamò subito l’attenzione di tutti ed era effettivamente esilarante guardare le facce che facevano quegli scemi. “Si fa così” Il pisellamento era una roba seria e allora mi calai gli slip e tirai spavaldamente fuori la testa a Mt Wiggly, mostrando come lustrargliela con cura.

 

Quelli neanche sapevano di avercelo un glande perché avevano il baccello ancora chiuso. Per loro era del tutto misterioso il piacere che provavano strofinandosi l’uno contro l’altro. “Si deve bagnare con la saliva” Dovevo ammetterlo, la variante adottata da Toni per umettarmelo era preferibile allo sputo insegnatomi da Nando. “Aoh e me fa puro no poco schifo!” Beh, era una questione di punti di vista perché dal mio era un paradiso sentire le labbra carnose di Toni. “Ce sta a fa ‘na pompa!” Ora non esageriamo, era più un pisellamento a bocca. “Prova ‘n bo’ collo mio” E no, la storia di condividere le labbra di Toni non mi piacque per niente. “Pure Giovannino!” Succedeva sempre così, se qualcuno trovava il coraggio di farlo, poi si scopriva che pure a qualcun altro piaceva e Giovannino si sedette accanto a Toni sul ciglio della brandina con gli altri che ci formarono un capannello attorno.

 

“Aoh, ce strusciamo no poco?” Io me ne stavo beatamente disteso sulla branda a gustarmi lo spettacolo e a ridere delle cavolate che si dicevano, quando Skeleton Key si sfilò dal gruppetto saltando sul letto. “Eddai, strusciamoce no poco” Col baccello chiuso non tutti potevano apprezzare quella raffinatezza e una volta provata la novità, accolsero l’invito di Skeleton Kay di tornare alle vecchie abitudini. “No, voijo sta a ecco” I ragazzini si scelsero per appartarsi sulle brande e uno di loro venne da Skeleton Kay che però voleva restare con me. “Te aggusta?” Mi abbracciò da dietro e lo sentivo premermi e non era spiacevole, almeno in quella posizione non ero costretto a guardarlo in faccia. Quando però anche Giovannino e Toni se ne andarono e rimasi solo con lui, iniziai ad annoiarmi. “Voi fa’ no poco tu?” Era strano perché io confrontavo quanto accadeva con l’esperienza delle ragazzine nel locale serbatoi. Prima di tutto loro si strofinavano da davanti e poi si calavano sempre le mutandine mentre questi si abbracciavano da dietro e tenevano lo slip.

 

“Spigni che me aggusta” Premere su cosa, se al posto delle chiappe si ritrovava due speroni? “E tu si bravo solo a rema’ ... uno, due e spigni su!” Mi provocava pure! “Aoh, ma che stai a pazzià” Quella roba così non aveva senso. “Ma te si imbazzido?” Era o no un’incularella? E allora piegarsi a novanta, giù le mutande e pisello in buca. “Aoh ... oh ... oh!” Che poi il suo culo secco, piegato in quel modo rivelò un comodo anfratto. “Aoh ... oh ... oh!” Mt Wiggly ci stava dentro con tutti i gioiellini di famiglia. “Maaammaa ... miiaa!” Preferivo sicuramente sbattere piuttosto di spingere e mi fermai solo perché grondavo sudore. “Ma che mi si sburato n’gulo!” Certo che no, lo avevo solo bagnato un po’ e poi, se lo stavano sfottendo, era solo per i versi che aveva fatto. “Tu co’ me si chiuso e mo facce veni’ iju ciucciacazzi a rema’ co’ tia, vabbeh?”.

 

Era l’archetipo sessuale costruito sull’erezione del pene maschile che permetteva alle ragazzine di calarsi le mutandine per strofinarsi perché questo non mimava alcun amplesso sbagliato. I ragazzini sentivano di doversi tenere gli slip per proteggersi dall’infamia di un coito passivo. Il gioco dell’incularella era più diffuso del pisellamento perché il conno anale non aveva bisogno di aspettare lo sviluppo ormonale per dare sensazioni. In quel gesto ci si allenava al movimento sessuale e allo stesso tempo si traeva piacere dalla sollecitazione dell’eros passivo. Le cataratte culturali gli impedivano di osare di più e la reazione di Skeleton Key doveva essere proporzionale al piacere che aveva appena provato, se non voleva perdere l’onore di maschio ed essere ostracizzato dal gruppo.

 

Fu per assolvere se stesso che Skeleton Key iniziò a dare del «puzzafiato» a Toni e Giovannino, appuntandosi al petto quel limite che non aveva superato. Con me abbassava lo sguardo perché dentro di lui si torceva l’onta di un piacere che subdolamente continuava a solleticargli l’ano. “Oh ma me si svergognato davanti a tutti!” Da lì a poco, iniziai ad allenarmi col singolo insieme agli atleti e mi sganciai da tutti perché avevo un programma giornaliero con turni di riposo fissi, i quali solo casualmente coincidevano con quelli del resto della mia camerata. “Te pozza pia’ no gorbo, n’gulo mi si sburato e no!” Tornato dal campo di regata, mangiavo e poi rischiavo lo svenimento per stanchezza, per cui me ne rimanevo in branda fino alle cinque. “Me te si scordato come niente pe’ fatte l’amichi novi” Qualche giorno prima che partisse, Skeleton Key sentì il bisogno di tornare amici, ma a quel punto che senso aveva? “Infrattamose dendro glio cesso, te va?” Non gli importava tornare a essere amici, anzi, era rassicurante che rimanessi un estraneo nella sua vita, giusto per continuare a farsi sbattere senza contraccolpi sociali.

 

“Ragazzi’, te ne mancano ancora dieci all’alba” Dopo Skeleton Key partì anche Toni e mi sentii perso. Nel frattempo cambiavano a ritmo esagerato anche tutte le altre facce. “Mangi e dormi e fattela una bella risata delle tue” Da solo non ero capace di mettermi in contatto con gli altri e rimasi per diversi giorni in silenzio prima di cominciare a scivolare dietro i miei bulbi oculari. “La vogliamo fare una telefonata al generale?” Non so perché, il caporal maggiore Desco una sera mi portò con lui in libera uscita. Di ritorno, in camerata si sedette in branda con me e parlammo parecchio. Gli raccontai perché mi allenavo con tanta dedizione, ma non capì quanto fosse importante per me vincere una medaglia. Lui mi spiegò che non poteva stare un giorno senza telefonare a casa per sentire la voce della sua famiglia. Mia madre oramai si era rassegnata al fatto che io non la chiamassi, ma non era per cattiveria ... non riuscivo a parlare alle persone in carne ed ossa, figurarsi attraverso un pezzo di plastica.

 

Mi sentii in colpa quando compresi che mi credeva figlio di un generale e mentre glielo lasciavo pensare, ebbi una sensazione estraniante nel riconoscermi in quel ritratto che mi andava raccontando. In caserma si erano fatti tutto un film sul mio conto e non so se era poi così sbagliato perché Paolo lo divenne sul serio mio padre ed effettivamente era vero che mi si erano dimenticati lì dentro. Quell’esperienza fu profetica su quanto mi stava per accadere e decretò la fine della mia infanzia. Già, ma è facile lasciarsi ingannare dai ricordi ... rileggendo il passato s’incorre sempre in una tesi precostituita dal senno di poi, in cui si uniscono dei puntini con lo scopo di disegnarci quello che vogliamo dimostrare.

 

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Ho letto in qualche luogo che i ragazzi tra i dodici e i quattordici anni, sono proclivi all'incendio e all'assassinio. Ricordando la mia adolescenza comprendo assai chiaramente la possibilità del più terribile delitto, senza scopo, senza desiderio di nuocere … così, per curiosità, per incosciente bisogno di azione.

 

Vi sono momenti in cui il futuro appare all'uomo in una luce così tenebrosa che egli ha paura di fermarvi lo sguardo, sospende interamente in sé l'esercizio della ragione e si sforza di persuadersi che l'avvenire non sarà e il passato non è stato.

 

Quando il pensiero non controlla ogni determinazione della volontà e gli istinti carnali rimangono le sole molle della vita, un ragazzino incline a tale condizione, senza esitazione o paura, con un sorriso di curiosità dia fuoco alla propria casa e con essa a quanti lo hanno accudito in questa vita.

 

Sotto l'influenza di questa eclissi del pensiero, un uomo trova una certa soddisfazione a fermarsi proprio sul limite di un precipizio a pensare: " … e se mi gettassi giù?".

 

("L'Eclissi" estratto da: Adolescenza di Tolstoj).

 

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“Guarda che baffetti!” Quell’orribile peluria che a una certa età ci cresce sul labbro superiore fa esclamare a tutti le solite frasi fatte. “Pare ieri che era un pupo” Nessuno lo ammetterebbe mai, ma in realtà stanno parlando dei tuoi peli pubici. “E’ adesso che iniziano i guai” Nel senso che da quel momento le tue gonadi si ritengono ispiratrici di ogni volontà razionale. “Appena sentono la puzza ... addio!” Ogni amicizia o altro scopo nella vita si finalizza all’andare dietro a delle ragazzine che iniziano a tirarsela perché depositarie dell’unico interesse che muoverebbe il mondo. Il mio ermafroditismo psichico mi permetteva d’interpretare qualsiasi tipologia di eros, ma forse proprio per questo non mi riusciva d’intercettare i canoni della normalità. Ai miei occhi quell’amore divinizzato era il nuovo oppio dei popoli, un artificio teso a condurre l’energia della copula in una turbina d’interessi sociali.

 

Ero seriamente convinto che l’amore fosse roba da femmine e siccome mi ritenevo anche misogino, con quelle stronzette non volevo avere niente a che spartire. Solo che seguire la linearità dei maschi era difficile quanto confrontarmi con gli arzigogoli femminili e poi tutte queste laboriosità si risolsero nel momento che incontrai Giada. Tuttavia, l’amore non sopiva l’empatia emozionale che s’intrufolava in ogni amicizia. Successe pure con Vanni e i nostri incontri di lotta si arricchirono di propositi sessuali mascherati dall’istinto di prevaricazione. Fin quando giunse quello schizzo di sperma che chiudeva l’era del «giochiamo a fare finta». Da quel momento i gesti compiuti realizzavano una soddisfazione consapevole, riscontrabile nello speroncino che ci si faceva duro negli slip.

 

Sento spesso parlare di educazione sessuale ma questa maschera la volontà di negare l’erotismo anticonvenzionale. Dovremmo, invece, preoccuparci di divulgare una consona informazione sessuale e curarci meglio delle affettività che ne interpretano i bisogni. Io sapevo tutto sul sesso ma nulla dell’affettività che ne scaturisce. Fu così che, mentre gli altri ragazzini erano intenti a tessere nuove relazioni emozionali, la mia volontà tendeva ancora a conquistare l’affetto genitoriale.  Tornato a Roma, convogliai di nuovo tutte le mie energie nell’intento di conquistare una medaglia, per farlo chiesi di allenarmi sul barchino del singolo, ma l’istruttore mi spiegò che dovevo completare lo sviluppo fisico per accrescere la massa muscolare necessaria a gareggiare da solo. Figurarsi se un adolescente può aspettare il domani, invece mi apparve subito davanti il logo rotondo impresso sulle tute da ginnastica indossate da Zeno: BodyEvolutionLaGarbatella.

 

“E’ troppo pericoloso ... ” Non m’importava quanto fosse rischioso. “Torna quando ti saranno cresciuti i peli sul pisellino” Da un pezzo che a Mt Wiggly erano cresciute le treccine da rasta. “Hai provato ad allenarti di più?” Come facevo se il barchino me lo davano due volte a settimana? In fondo si trattava solo di pompare su un cazzo di vogatore indoor. “Lo sai che dovresti seguire una dieta iperproteica?” A quale altro scopo servivano gli integratori? E poi mamma non aspettava altro di ricominciare a ingozzarmi di pillole. “Ora hai un equilibrio ormonale delicatissimo” Lo sapeva che avrei seguito le sue istruzioni come nessun altro sapeva fare. “Dovrei starti dietro tutti i giorni” Non chiedevo di meglio. “Ragazzino, io c’ho famiglia ...” Lo poteva dire subito che era una questione di soldi. “Tu padre c’ha il braccino corto” Beh, se avesse combinato un buon prezzo, poi avrebbe avuto il pass al Circolo come mio personal trainer e lì dentro avrebbe trovato un sacco di potenziali clienti col portafogli gonfio ...

 

Sicuramente fu provvidenziale uno sviluppo fisico dovuto a dei super geni ma per il resto, se il mio corpo iniziò a fiorire fu solo per merito della scienza di Zeno. I promettenti tempi che iniziai a ottenere mi fecero accedere agli agognati corsi avanzati riservati ai ragazzi dell’agonistico. Avrei dovuto sentirmi soddisfatto di pisciare in testa a tutti quelli che mi avevano irriso eppure non cambiò niente. Ogni volta che tagliavo un traguardo, continuavo a scappare per nascondermi nello sgabuzzino. Ero sprovvisto di quell’abbecedario con cui comporre le sillabe sensazionali pronunciate dal mio corpo. Le mie emozioni riuscivano a sintonizzarsi solo a un livello erotico sulla frequenza empatica degli altri e fu quello che accadde con Luca. Facevamo rowling uno accanto all’altro e i nostri corpi emettevano una vibrazione simpatica, così diventammo amici senza bisogno di parlarci. Lui era di cinque anni più grande e mai avrei pensato che volesse formare un circolo della pippa con un moccioso.  

 

Luca non era troppo alto e già potevo permettermi di guardarlo negli occhi. Fisicamente era snello ma compatto, nel senso che il suo corpo non aveva rientranze o sporgenze ... eccezion fatta per delle natiche piuttosto pronunciate che lo costringevano a camminare un po’ a papera. Aveva dei gran begli occhi verdi, continuamente spalancati in un'espressione esterrefatta. C'era poi il naso che dava alla sua testa una forma vagamente aerodinamica. La bocca bellissima era sempre aperta in un sorriso luminoso … «sempre» nel senso che quel sorriso lo portava stampato in faccia e facendo il paio con lo sguardo dall'espressione esterrefatta, non gli donava un aspetto molto intelligente, ma le sue tare intellettive stavano tutte nell’incapacità di concepire il male. Gli amici lo prendevano in giro quando non riusciva a capire al volo una battuta sarcastica o dell'ironia velenosa. La sua idiozia aveva il sapore di una tenera innocenza … al limite dell'arrapante.

 

Terminate le sessioni al vogatore, ero solito scendere sul greto selvaggio del fiume per riprendere fiato. Un giorno, mi accorsi del sopraggiungere di Luca perché la cima di genio si era avventurato tra le sterpaglie a piedi nudi. "Devo cambia' l'acqua alle olive" Era venuto fin là solo per pisciare! Cioè, si era appena flagellato i piedi per non usare i comodi bagni della palestra? Ascoltai il suo scroscio nell’acqua e quando si voltò, gli vidi chiaramente la forma turgida del pisello sotto la lycra dei pantaloncini. "E' bello qua" Disse guardandosi attorno, prima di sedersi accanto a me. "E’ tutto un magna magna" Luca parlava per frasi fatte e usò una di queste per prendersela con chi voleva cementificare quegli argini selvaggi. "Ammazza se era bella!” Tutto quel discorso era servito per parlare della mia poesia ambientalista dell'anno prima. “So’ invidiosi” Fu carino a prendersela con chi usava ancora quella storia per sfottermi. "Mi piacerebbe scrivere versi così belli” Concluse, cogliendomi una malinconia dal lento scorrere delle acque del fiume.

 

“Gioca’ in squadra è più bello” Aveva appena ricevuto la proposta di entrare nella squadra di pallanuoto, ma perché me ne stava parlando? “Mi dispiace lascia’ l’equipaggio” Ogni tanto strofinava energicamente la mano sul mio ginocchio. “Ci parlo io col coach” Mi stava proponendo di occupare il suo posto nell’imbarcazione più figa del Circolo! “Allora ti va?” Intendeva la proposta sportiva o quell’altra insita nella sua mano che era salita su per la coscia? “Te la sei mai fatta una calzetta?” Questo era un altro termine per indicare la Federica, ma in quel caso era improprio chiamarla così perché la variante consisteva nell’infilare l’erezione in un calzino per non toccarsi il cazzo. “Sbrighiamoce” Me lo metteva in mano per un nanosecondo e poi se lo rinfilava nei pantaloncini sempre più nervosamente. “Hai sentito?” Che paranoia! Lo rassicurai che in quel posto non ci avevo mai incontrato nessuno. “Fermo!” Dopo neanche due minuti di trambusto ansiogeno, tornò sul punto dove aveva pisciato e finì da solo ...

 

Io poi non riuscii a conquistare il posto in equipaggio, in compenso Luca mi prese sotto la sua ala protettrice e quando la mia vita famigliare iniziò a dirupare, per starmi ancora più vicino, mi propose di entrare con lui nella squadra di pallanuoto. Ogni tanto ci toccavamo sotto le docce, ma a lui piaceva qualcosa che a me sfuggiva. Luca temeva la solitudine in cui soffocava nel momento che il mondo smetteva di comunicare con lui. La sera si addormentava con la radio accesa e non andava a coricarsi prima di aver buttato giù il programma del giorno dopo, che prevedeva andare a salutare gente dalla mattina alla sera. Persino quando camminava per strada rivolgeva frasi di convenevole a chiunque e se non incontrava nessuno, allora s’infilava in un bar per scambiare quattro chiacchiere. Non riusciva ad appartarsi neanche per tirarsi le seghe. Iniziò a farlo durante la ricreazione nei bagni della scuola, poi proseguì in quelli pubblici, dove entrò in contatto con la popolazione maschile avvezza al cruising in quei luoghi.

 

Primo esaudiva ogni mio capriccio sportivo e fu entusiasta d’iscrivermi anche ai corsi di pallanuoto. Tuttavia, siccome gli allenamenti occupavano l’intera piscina, questi si tenevano nel preserale e lui dovette prendersi l’onere di venirmi a riprendere, ma se mi fossi allenato con la frequenza con cui era disponibile, in squadra non ci sarei mai entrato. "Sali che ti diamo un passaggio" Toni aveva lasciato la ginnastica artistica per i tuffi dal trampolino e abitava al quartiere Prati che stava sulla via di casa mia, così dicevo sempre che mi riaccompagnava sua madre, ma era vero solo quando i nostri turni di allenamento coincidevano.  Per tornare dal Circolo dovevo prendere due autobus per quasi un’ora di viaggio. Luca abitava sulla Flaminia Vecchia e mi dava volentieri uno strappo in scooter, ma non potevo pretendere che arrivasse fino a Castel Sant’Angelo. Così non mi parve vero quando Marcello cominciò a venirmi ad aspettare fuori dalla piscina. Fu allora che iniziò a chiedermi dei favori sessuali, ma io lo facevo volentieri e poi abbracciarlo in moto mi arrapava moltissimo.

 

Era già capitato che Marcello venisse al Circolo per caricarsi Vanni e questa cosa a me faceva un’invidia mortale. “Beh, io sto a torna’ a casa, se voi ‘no strappo ...” Disse così la prima volta che mi dette un passaggio. “Se poi te va de annà co’ sto trabiccolo de l’amichetto tuo, fa pure ...” Io ero già salito dietro lo scooter di Luca e non fu gentile preferirgli la moto di Marcello. “Ma vedi d’annattene e voi che c’avete da guarda’, puzza n’culo de granosi de merda” Quando Luca seppe che Marcello mi faceva fumare le canne, lo affrontò coraggiosamente rimediandoci una capocciata. La verità era che Marcello mi faceva sangue fin dai tempi delle partitelle a Castel Sant’Angelo e mi mandava in bestia che Vanni se lo fosse preso come faceva con ogni cosa che mi apparteneva. Quella sera tentai di sedurlo con gesti millimetrici, tipo far scorrere sinuosamente i pollici dietro la sua cintura per aggrapparmi alla fibbia ... colse eccome quei gesti e mi si gelò il sangue quando a un semaforo sistemò la mia mano sulla poderosa erezione che gli avevo procurato.

 

Il problema tra me e Luca era un’incompatibilità erettile, a lui non veniva duro se non stava in mezzo alla gente e al contrario a me rimaneva moscio in quelle situazioni imbarazzanti. Era comunque troppo buono e mi rimase vicino anche dopo che accettai i passaggi di Marcello. Panari Felice per quanto stronzo, faceva parte della mia vita e quando lo stringevo in moto, mi figuravo la sua immagine in costume durante la colonia estiva ... mingherlino con dei muscoli tesi, il ventre scavato con un ombelico piccolino, i fianchi stretti, i capezzoli puntuti, la schiena con delle scapole che parevano i moncherini di due ali perdute. Era come aggrapparmi a un pezzo di passato, in quel momento in cui tutti mi stavano abbandonando.

 

Pur non avendone le prove, ho sempre sospettato che Marcello e Vanni scopassero in modo regolare, cioè tipo baci e tutto e non robetta come nei circoli della pippa. Finché rimasero amici, lui mi chiese di non dire a Vanni che veniva a prendermi e quando stavano insieme, mi salutava appena o peggio, mi trattava di merda. Insomma, una volta o due passi, ma non era mica normale quel comportamento neanche per uno stronzo della sua risma. Era una situazione imbarazzante e glielo dissi, almeno cercai di farlo perché il bastardo sapeva come incasinarmi il cervello facendomi il verso al primo accenno di balbuzie emotiva. “Ma sttt tta zi zi zizitto e monta” Sosteneva che tanto era sempre in giro a quell’ora e quel rompicoglioni di Vanni gli si era solo appiccicato come una cozza. Intanto, fin dalla prima sera, svoltò su per il vicolo accanto a casa, dove era sicuro che nessuno ci potesse vedere.

 

“Beh, penso de essemelo meritato un grazie” Si era disteso su un gomito sul sellino della moto e tenendosi il cavallo dei pantaloni, disse di meritarsi almeno un grazie. “Da quant’è che t’ho capito a te” Fosse stato anche solo per non arrendermi a quel suo modo spavaldo di chiedermelo, non avrei dovuto farlo, invece, gli aprii la patta dei pantaloni mentre lui si accomodava poggiandosi su entrambi i gomiti. La mia mano scivolava fin tra le sue cosce, mentre con l’altra sentivo la sua pancia irrigidirsi. Nonostante il buio e la felpa, avevo un’immagine chiara del suo corpo fremente attraverso il contatto della mano. Percorrevo ogni spigolatura, seguendone i sentieri e palpandone la consistenza dei muscoli che si contraevano. Ogni volta il suo affanno stentato mi coinvolgeva empaticamente e quando si mozzava di colpo, il cuore mi si bloccava per qualche istante.

 

Rimanevo a guardarlo mentre si puliva con quella spugnetta lorda che teneva infilata nel parabrezza della moto. Prima di andarsene usava salutarmi stringendomi la testa nell’avambraccio. Mi diceva che ci saremmo rivisti la mattina dopo a scuola, ma io lo sapevo che non mi avrebbe rivolto neanche il saluto. Quello che facevo non mi lasciava strascichi, sensi di colpa o altro. Mi piaceva e basta, iniziava e finiva esattamente quando iniziava e finiva. Nemmeno la mano sporca m’infastidiva e l’odore che ci lasciava sopra, mi piaceva mischiarlo col mio, quando a casa m’infilavo nel bagno, con mamma che bussava per la cena che lasciavo raffreddare. Filò tutto liscio fin quando la madre di Toni non si preoccupò di domandare a Primo come mai non mi vedeva più. Apriti cielo! "E' così che ripaghi la fiducia che ti diamo?" E vaffanculo! Si preoccupavano solo che la gente non si accorgesse quanto fossero stronzi e certo non potevano capire perché mi andava alla grande tirare le seghe a Marcello in cambio di un passaggio.

 

Anche quella volta mia madre avrebbe preferito rimettermi in naftalina e farmi sparire in qualche cassetto, per fortuna Primo si oppose e giurò di venirmi sempre a prendere … non lo fece neanche la volta dopo che lo promise. Quella sera ci allenavamo al Foro Italico e non mi sarebbe costato nulla prendere un autobus per tornare a casa, invece lo aspettai inutilmente sotto la pensilina del centro sportivo, poi iniziò a piovere e rientrai per guardare gli allenamenti della squadra che finivano alle undici. Aspettai fino a quasi mezzanotte e neanche mia madre pensò di dubitare della promessa di un uomo che aveva atteso invano a ogni festa comandata. "Posso dormire a casa tua?" Chissà cosa pensò Luca quando mi vide sotto la pioggia accanto al suo scooter ...  "Telefona o i tuoi si preoccuperanno" Entrai in una cabina telefonica e finsi di avvertire i miei, volevo dargli una lezione o vedere fino a che punto erano capaci di dimenticarsi di me?

 

Ero confuso da quel continuo vorticare che era diventata la mia esistenza e girando come una trottola, quella notte mi ritrovai nel letto di Luca. La sua cameretta era totalmente anonima, poteva essere appena uscita da una vetrina di qualche mobilificio. Non trovai nulla che potesse identificarlo, tranne la radiosveglia sul comodino e una caraffa d'acqua che ci teneva accanto. Luca era vistosamente imbarazzato e anche la sorella, che lo aspettava fino a quell'ora per preparagli il latte caldo e metterlo a letto come fosse suo figlio. "Ti disturba la radio?" Prima di spegnere la luce sintonizzò la radio su un canale in onde medie, dove si leggeva un audio libro: "L'Amante di Lady Chatterley" Era il romanzo preferito di Giada! Mi commossi ad ascoltare la voce di Connie soffrire a Dresda per quell'uomo perduto in guerra che l'aveva iniziata all'amore. Poi, inaspettatamente, il timer della radiosveglia piombò la stanza nel silenzio, da cui subito emersero i rumori della città … solitudine.

 

"Sei sveglio?" Il fracasso del pensiero di mia madre che schiantava sul pavimento le suppellettili di casa non mi lasciava riposare. "Ti riaccompagno a casa?" No, in quel momento avevo solo bisogno di qualcuno che mi volesse bene. "Luca, ti va una calzetta?" Lui non mi rispose e allora gli salii sopra. “Aspetta!” Voleva fare tutto da solo anche quella volta? “Io non sono gay” Aveva proprio ragione Lele a detestare tutte le fisime dei bisex per non essere scambiati per froci. “Mi piace solo divertirmi un po’” E chi se frega! Non avevo intenzione di psicanalizzarlo, io volevo solo sfamarmi col suo affetto. “Che penserebbe tua sorella se entrasse in questo momento?” Ecco cosa gli piaceva: il brivido. “Ti sentisse gemere e ... ” Schizzare come un porco, appunto ... non feci in tempo a dirlo che soffocò qualche stentato singhiozzo imbrattandomi la mano.

 

“Scusa” E di cosa? Scemo io che mi ero aspettato qualcosa di più. Continuai da solo cercando di focalizzare l'immagine di Connie col volto di Giada che perdeva la verginità. "Ti va ancora di fare l’amore?" Dopo qualche minuto che mi coccolavo nel frusciare della mano sotto le lenzuola, Luca mi sorprese chiedendomi se volevo fare l’amore con lui. Io non avevo mai fatto l’amore con nessuno. Mi salì sopra e fece aderire la sua carnosità alla mia. Piegato su di me, iniziò un intenso e affannato massaggio. "Sccc …" Faceva per zittirmi, quando uno strappo più violento mi faceva trasalire. Finalmente non pensavo più a nient'altro mentre con un braccio mi teneva stretto a sé, fin quando fece schizzare via la mia anima. Lui durò moltissimo ed ero stremato quando mi stritolò in un ultimo e intenso abbraccio. Morimmo istantaneamente un attimo dopo, senza rendercene conto, mentre i nostri corpi continuarono a comunicare nel sonno, intonando una serenità infinita. 

 

"Dove vai a quest'ora di mattina?" Non volevo costringere Luca ad accollarsi quel mio colpo di testa. "Vado a scuola" Mamma venne fino a scuola per prendermi a ceffoni davanti a tutti. "Che penserà la gente?" Diceva. "Mi farai morire!" La sensazione era che a spaventarla fosse quel recondito desiderio che aveva sempre covato di potersi liberare di me. In quel periodo c’era anche Bea che m’ingozzava di benzodiazepine con l’intento omicida di allontanarmi da Marcello e infine commisi quell’altra cavolata il giorno delle audizioni per entrare riservista in squadra. Fu Zeno a soccorrermi dopo aver ingollato non so quanto Valium diluito in una boccetta d’acqua. Lui rimise tutte le cose al loro posto: strigliò mamma e prese di petto Primo, fraccò di botte Marcello e qualcosa di molto incisivo lo fece anche con Bea perché non mi si avvicinò più. Zeno mi portò al mare e ce ne restammo soli per tutto il ponte pasquale. Parlammo tanto e rimettendo uno in coda all’altro gli eventi catastrofici che si erano succeduti, la vita non mi apparve più come una lenta deflagrazione. 

 

Non so come, ma la storia del tentato suicidio iniziò a risuonarmi attorno come un tam tam bisbigliante. Accaddero cose spiacevoli come a scuola, dove al rientro dalle vacanze di Pasqua, mi usarono l’accortezza di riservarmi un banco singolo sistemato accanto alla cattedra ... non sapevo neanche che esistessero dei banchi singoli. Avrei voluto spiegarlo a tutti che era accaduto esattamente come per Anna Karenina: un passo avventato giunto rotolando insieme a una vertigine di disorientante dolore, ma nei loro sguardi c’era solo la paura del contagio della morte. Rimasi chiuso in casa per parecchio tempo, ma dopo Zeno venne a cavarmi via dal buco per darmi un posto come riservista, quindi avrei iniziato immediatamente ad allenarmi con la squadra. Devo dire che i ragazzi mi accolsero calorosamente, però si vedeva che erano stati ben istruiti. Solo Luca se ne rimase in disparte e non mi rivolse neanche una parola. Sul principio lo odiai perché lui non se lo poteva permettere di essere come gli altri ... dopo, però, prevalse la sofferenza di essere stato rifiutato e gli telefonai.

 

Passò a prendermi per andare alla piazzetta davanti a Ponte Milvio, ma poi mi portò nella stazione di servizio di Corso Francia. Mangiavo dell'insalata e lui faceva cigolare la sua scarpa da ginnastica agitando il ginocchio in uno spasmo nervoso. Lo faceva spesso, ma quella volta c'era qualcosa che lo infastidiva. Rispondendo al telefono aveva esclamato "Chi non muore si risente sempre!" C’era un livore mal sopito in ogni suo gesto e neanche sorrideva. "Oh, ma che t'ho fatto?" Mi ringhiava di tanto in tanto, se non rispondevo prontamente a qualche domanda. "Ma ce l'hai con me?" Implorava dopo, preoccupato perché rimanevo in silenzio. Come potevo avercela con lui, se era la sola persona al mondo che mi aveva aiutato senza mai abbandonarmi. Glielo dissi quando mi aveva esasperato con il suo comportamento. "Grazie della gratitudine" Forse usai dei modi troppo bruschi perché peggiorai la situazione, tanto che mi scusai, ma non bastò.  

 

A quel punto rinunciai a capire, attribuendo tutto al mio noto carattere di merda e stop. “Perché non me lo hai detto?” Quando iniziò a computare pensieri originali, rimasi spiazzato. “Sei sparito dalla circolazione” Luca non capiva che, nonostante l’aspetto, ero ancora un ragazzino e non potevo certo fare come mi pareva. “Agli allenamenti neanche mi saluti” Al solito pensavo che fosse un incomodo importunare le persone con la mia presenza. “Noi due siamo stati insieme!” Esclamò in un sussurro, sgranandomi gli occhi in faccia. “Ti rendi conto di come mi sono sentito?” Forse no. “L’avrei dovuto capi’ quando quella mattina te ne sei andato con la morte in faccia” Era solo il senno di poi che lo stava ingannando. “Me volevo ammazza’ pure io quando ho saputo che avevi fatto” Adesso stava proprio esagerando! “Me lo dovevi dì” Che cosa? "Prima ci dicevamo tutto" No, io lo usavo solo come spalla su cui piangere i miei guai. "Come se po’ esse così egoisti!" Lui improvvisamente si era messo a pensare e intanto a me mancava il respiro … mi sentivo in colpa perché ero solo una puttana che scopava in cambio di un po’ d’affetto che poi non sapeva restituire. 

 

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Archetipi sociali costruiti sulla negazione dell’evidenza comportano l’esaltazione di virtù usate come grimaldelli per divellere i capisaldi della naturalezza umana. L’appetito dello spirito si tramuta dunque nel digiuno del corpo e la bellezza dell’animo comporta l’amputazione del bisogno fisiologico. Una deformazione sfigurante, quando colpisse la maggioranza di un popolo, essa determinerebbe una normalità che cambia il canone di bellezza percepito, finendo per far ritenere disgustosi tutti quelli che non ne sarebbero colpiti. Nel corso dei secoli i bisogni inderogabili del corpo sono stati immersi nel lordume e le soddisfazioni tratte dagli stessi, condotte in un piacere postribolare da cui redimersi continuamente. Questa concezione del bene passa attraverso un giudizio negativo che richiede il peccato carnale per legittimarsi di volta in volta, finendo per autorizzare un così fan tutti che assolve nell’ipocrita rappresentazione di una realtà incorporea.  

 

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“Perché non vieni mai nei fine settimana?” Ah, no! Io il sabato e la domenica al Circolo non ci andavo. “Ci sono tante cose divertenti da fare” Infatti, Vanni preferiva andarci di sabato, ma io no. “Perché?” Avevo bisogno del mio spazio vitale di solitudine. “Certo che sei strano forte” Al rientro dalle vacanze estive, Toni prese a telefonarmi e insisteva per vederci, ma l’avvocato Lollo portava il figlio al Circolo solo durante i giorni prestabiliti dall’affido condiviso, cioè due fine settimana al mese e io il sabato e la domenica me ne stavo per fatti miei. “Chissà che dovrai fare tutto solo” Sta cosa della solitudine era diventata un assillo, avevo mille impegni ma tutti si preoccupavano solo di quel poco tempo che riservavo a me stesso. “Non ti annoi?” No, in quelle poche ore ritrovavo il piacere dell’ozio, in cui surfare sull’onda di nuovi e interessanti ragionamenti. “Non ti va di stare insieme?” Forse la gente si annoia a stare sola perché sono individui assai poco interessanti da frequentare anche per se stessi ...

 

“Possibile che non ti sei fatto manco un amichetto?” C’era mamma che a casa proprio non mi ci poteva vedere. “All’età tua uscivo sempre a passeggiare” Ecco cosa intendeva, dovevo esercitare il mio istinto di accoppiamento? “Vanni ha sempre qualcuno che lo viene a cercare” Uffa! “E’ normale che ... ” Fu per mimare la normalità che iniziai a frequentare il belvedere del Circolo con Toni. “Vediamoci al Bar, c’è anche Vanni” Ok, non sto sostenendo che mi dispiacesse andarci, ma non percepivo quella frenetica attesa che succedesse qualcosa. “E’ la figlia del sottosegretario alle infrastrutture ... piove sempre sul bagnato” Ah, già! Era cominciato il balletto dei primi amori e Primo ragguagliava mamma su ogni cambio a giro di valzer. “Vanni è un ragazzino sveglio” Vanni cercava di fidanzarsi fin dalle scuole primarie e fece molto scalpore il suo invaghimento per Carlotta, un potenziale matrimonio che avrebbe ridisegnato la mappa del potere tra i palazzinari romani.

 

 “Ma che stai ad aspetta’?” I genitori tenevano un vero e proprio borsino su cui quotavano i punti dei propri rampolli. “Diglielo pure tu che le femmine non te salutano mai per caso” Le mie quote erano salite da quando ero entrato nei corsi riservati all’agonistico. “Per Dio, ti dico che glie stanno appresso tutte e non me credi!” Il disinteresse che mostravo per l’arte dell’incontro stava iniziando a suscitare seri dubbi sulla mia virilità. “Lascialo sta che sembra grosso, ma è ancora un ragazzino” Mamma provava a difendermi e l’età per un po’ mi mise al riparo dai dubbi, ma aveva ragione Primo. “Questo è proprio un citrullo” Fin quando ero stato un bambino malaticcio dall’indole malinconica, le mie quote sul borsino riflettevano un andamento previsto, ma con la prova data alla scuola militare poi coronata dai risultati ottenuti con Zeno, la mia indole schiva diventò un attraente mistero da svelare: perché mi sforzavo tanto per acquisire crediti, se poi non li spendevo per ottenere del consenso sociale?

 

“Ma te piacciono le ragazzine, sì?” Ogni padre vorrebbe che il figlio ne seguisse le orme e anche Primo sperava che diventassi uno sciamannato puttaniere della sua stessa risma.“Eppure da piccolo non te se poteva para’!” Mi accorsi, invece, che il consenso delle femmine era solo un effetto collaterale della virilità che è di per sé una questione giocata tutta tra maschi. Avere tanti amici e confrontarsi con loro in una continua sfida vincente, ti conferiva quella patente di virgulto senso di prevaricazione necessario al successo personale. Disprezzare il gentil sesso diventava persino una virtù, allo stesso modo di come l’impegno profuso nel merito, ti teneva lontano da tutti gli altri vizi della carne.

 

“Io mi siedo dietro con Mommo” Al ritorno dagli allenamenti, Toni saltava sul sedile posteriore perché aveva sempre da raccontarmi qualcosa. “Sono stanchissimo!” Esclamava, prima di sdraiarsi sul sedile. “Che angioletti!” Gli faceva eco la madre al volante, quando lo vedeva accoccolarsi con la testa sulle mie gambe. Seduto dietro di lei, non poteva certo accorgersi che suo figlio me lo stava ciucciando. “Io te ne voglio di più” Quando parlai a Toni dello sgomento che avevo provato sentendomi dire da Giada: «Ti voglio bene», mi abbracciò asserendo che lui me ne voleva di più. Da allora mi sentii in colpa a farmi spompinare e cominciai a evitarlo. “Quello mi sa che è frocio” Nonostante avesse avuto già due fidanzatine, da più parti si vociferava di un’eventuale omosessualità di Toni. Il problema di “Fiatella” era che non gli piacevano solo i piselli, ma anche i ragazzini da cui ciondolavano, finendo per avere per loro attenzioni sconvenevoli.

 

“Gnomo, sciacquati dalle palle” Erano proprio quelli cui lo aveva succhiato che lo trattavano peggio, specie il fratello Mattia e me ne avvidi durante il torneo di doppio «Padri & Figli» che l’avvocato Lollo vinceva ogni anno in tandem con l’amato primogenito. Toni era bravissimo a farsi scivolare tutto addosso e fingeva di non accorgersi che anche suo padre non lo poteva soffrire. “Sei tu il ragazzino di Zeno?” Del resto, l’avvocato Lollo trattava tutti con distaccata deferenza e ci rimasi di stucco quando venne verso di me e con una mano sulla spalla, mi tirò via dalla compagnia degli altri raccattapalle. “Dove ti eri nascosto per tutto questo tempo!” Ma che era scemo? Ammesso che non si fosse accorto che ero il miglior amico di Toni, ma al Circolo sapevano bene chi era il figlio di quel gran puttaniere di Primo. “Ho sentito belle cose sul tuo conto” Attraversammo tutto il belvedere fino ai salottini del pianobar. Sapevo di dover intrattenere una conversazione, ma lui era un personaggio mitologico ed io non riuscivo proprio a parlarci ...  

 

“Ciurma, guardate che pesciolino vi ho pescato” Seduti tra quei divanetti c’era il gota del Circolo, comprese delle celebrità tipo un noto parlamentare e una conduttrice televisiva. “Lui è la passione segretissima del nostro Zeno” Suppongo che fosse una battuta di spirito perché risero tutti, prima di tornare ognuno alle proprie celie. “Così hai frequentato la scuola remieri della marina” Mi fece accomodare al suo tavolo e continuava a rivolgermi dei ganci per iniziare una conversazione. “E’ vero che ci torneremo anche quest’anno?” Meno male che sopraggiunse Toni a raccontare la nostra entusiasmante avventura dell’estate scorsa. “Suo padre è un generale dell’esercito” Chi! Perché ne stava sparando di ogni? E l’ultima balla era stata certamente fuori luogo. “Qui siamo tutti delle coppie moderne, vero amici?” E giù a ridere, perché in quel lavatoio dei panni sporchi c’era da scommetterci che circolavano già i pettegolezzi sulla mia vicenda familiare.

 

“Lui è un individualista” L’avvocato Lollo chiamò al suo tavolo anche Zeno e iniziarono a parlare di me come se non ci fossi. “Ora lo segue il team dell’agonistico” Mi aveva mollato altro che! “ Ma lo tengo sempre d’occhio” Col cavolo! Ora pensava solo a fare il personal trainer dei VIP. “Ago, lo sapevi che questo piccolo insolente ambiva alla poppa del tuo glorioso equipaggio?” E che ne sapevo io che Luca aveva ereditato il posto di Giorgio che a sua volta era stato designato direttamente dal mitico Agostino? “L’avvocato Lollo è un grandissimo cornuto” Primo volle sapere ogni parola di quella conversazione. “Così è stato lui a non farti avere il posto in equipaggio” Che palle! Quella era una storia vecchia. “La battuta sulle coppie moderne me la paga” Eccome no, aveva parlato cuor di leone, uno che era famoso solo per come sapeva scodinzolare. “Ancora non l’hai capito che Zeno è un ruffiano?” A sentirlo pareva che tutto il mondo stesse tramando contro di noi. “L’avvocato Lollo cala la carta solo quando può fa’ il suo gioco” Primo aveva ragione e solo dopo quello strano incontro, l’allenatore mi rese finalmente titolare di un barchino iscritto alle prossime competizioni ufficiali. 

 

Fu così che partii per il ritiro delle gare di canottaggio, cui partecipavano anche alcuni ragazzi delle altre discipline sportive. Su quell'autobus molti si stavano domandando se facevo parte della nota confraternita di Agostino perché Luca mi aveva riservato un posto sul sedile posteriore del torpedone, dove regnavano Giorgio e Mattia con tutti gli altri atleti che provenivano da quella parrocchia. Io ero appena rientrato dalla colonia estiva, dove il mio cuore era impazzito per Lidia e attraversavo una fase di rientro nei canoni etero formanti, causato dal gorgo dell’innamoramento che risucchiava ogni altra energia erotica eversiva. Mi si drizzarono tutti gli aculei d’istrice appena Luca mi abbracciò, trascinandomi in mezzo alla comitiva, che mi accolse fin troppo calorosamente, finendo per pungersi.

 

“Sono ebreo anch’io perché ce l’ho circonciso” Mattia fu particolarmente velenoso e non si fece scrupoli a tirare fuori, insieme al pisello, la storia della mia nascita illegittima. “Ti si è inacidito lo sburro?” Avrebbe fatto arrossire chiunque con quella fogna di bocca che si ritrovava. “E piantala, non vedi ch’è un ragazzino?” Luca peggiorò le cose cercando di difendermi dalla gaffe di asserire che io non «sburravo». Il mio corpo si era chiuso a riccio bloccando ogni vibrazione empatica con quei ragazzi che, invece, erano abituati a lasciar fluire tra loro un’intensa comunicazione emotiva. “Ma chi si crede di essere?” Mattia non riusciva ad accettare di essere rifiutato e prese la faccenda come un affronto personale. “St’ebreo infame” Non lo so ... forse riteneva che gli dovessi qualcosa per via del padre che aveva perorato la mia causa? Riteneva che il mio comportamento fosse una scelta di campo nella rivalità tra lui e Toni? Bah, di certo c’è che se la legò al dito e con Giorgio me ne combinarono di ogni ...

 

“Oh, con questo non ce salgo più ... è proprio matto!” C'era un’incongruenza tra il mio Sé percepito e quello che gli altri mi proiettavano addosso. “Cazzo, s’è sganciato e prima de alzasse in piedi!” Quella per loro era una vacanza simile a un giro su una giostra del Luna Park, dove il divertimento sta nel provocare un riflesso delle sensazioni che dal corpo scatenano un subbuglio emozionale. “Riannamo, dai che te voglio vede’ a fallo” Quei ragazzi condividevano allegramente l’esperienza spaventevole di sfigurarsi sconvolgendo temporaneamente i propri istinti precognitivi. “E piantatela, guardate piuttosto che strafiga!” Dopo lo shock, l’attrazione sessuale creava un punto di ripristino comune, su cui tornavano automaticamente gli equilibri dei bisogni sensazionali. “Oh, la moretta t’ha guardato!” L’uniformità degli intenti scaturita dalle comuni necessità, creava una corrispondenza simpatica. “Famose ‘na vasca in mezzo alle bancarelle” Le loro identità sessuali gli permettevano di riconoscersi, quindi a distinguere la normalità dalle sciocchezze compiute durante uno stato alterato della propria coscienza. “E dai, vieni pure tu” Invece, per me era disorientate rientrare da quelle esperienze eccezionali, che tendevano a stabilizzarsi fino allo shock sensazionale successivo, finendo per farmi apparire temerario solo perché incapace di ristabilirsi su un equilibrio normale.  

 

Anche dopo l’alterco avuto sul torpedone con Mattia, avevo sperato che Luca mi prendesse in camera con lui ... invece i ragazzi della pallanuoto non venivano in ritiro, ma in una sorta di vacanza premio e quindi dormivano ammucchiati in una specie di dependance. Io, oltre ad essere la matricola del gruppo, gareggiavo in singolo e non potevo contare su dei compagni di equipaggio. “Chi dorme con gli infami resta sveglio” Aveva intonato Mattia uscendo dalla Hall del circolo, dopo aver appreso che loro erano stati alloggiati da un’altra parte. “Lascialo sta a quel montato” Francamente non mi ero accorto che l’anatema era stato lanciato contro chi avrebbe condiviso la stanza con me. “Mister, lui sta con noi” Luigi era l’atleta più anziano e aveva l’autorità di opporsi alla spavalda goliardia dei ragazzi della pallanuoto. “Quelli sanno fa’ solo gli sbruffoni” Non li poteva soffrire e cercava lo scontro quando disse al Mister che avrei dormito in camera con lui e il fratello.

 

“Ti piace Claudio Baglioni?” Il fratello si chiamava Nino e avrà avuto l’età di Mattia o poco di più. “I Pooh?” Appena mi accodai a Luigi per andare in camera, mi cominciò a parlare con molta enfasi. “Pino Daniele è proprio forte!” Ci conoscevamo solo di vista perché lui e il fratello erano molto riservati. “Lo hai visto Roky tre, io due volte e Rambo?” Luigi parlava con tutti sempre in modo formale mentre Nino stava zitto e ubbidiva diligentemente. “Di che squadra sei?” Solo sul tifo calcistico divergevano e quando Nino seppe che ero romanista, mi diede il cinque e canzonò il fratello Laziale. “Allora sei davvero ‘n infame!” Commentò Luigi, ma solo per sfottere.

 

I fratelli Menegoni erano due bei ragazzi mediterranei: carnagione olivastra, fisico snello e tonico e capelli neri un po’ crespi. Avevano dei begli occhi nocciola, ma guardavano un po’ sbilenchi seppure non fossero strabici. Luigi aveva sul naso una gobba che glielo piegava a destra. Portava sempre un filo di barba perché gli ricresceva a vista d’occhio e anche sul petto aveva una bella moquette. Nino era più basso del fratello e aveva dei tratti meno spigolosi, addolciti da un incarnato più robusto. Ero affascinato dalla sua pelle dal colore uniforme e senza una qualsiasi imperfezione. La sola peluria che gli cresceva, gli sporcava giusto il labbro superiore, il mento e il pube. Aveva un bel naso importante, ma almeno non era storto e le labbra sottili usavano aprirsi in sorrisi accoglienti. Erano belli entrambi come si conviene a dei maschi esserlo, cioè senza concessioni all’eros attrattivo.  

 

“Un’estate al mareee ... voglia di remareee” Qualcuno dei due intonava sempre il tormentone di quell’estate che sembrava fatto apposta per vogare. Avevano dei gusti molto nazional-popolari e dei modi di vivere fermi agli anni cinquanta; per dire, Luigi rimase basito dinanzi alla mia schiuma da barba spray e lametta bilama usa e getta. “Puzzi come una mignotta” Per non parlare del mio aftershave che a Luigi faceva storcere il naso più di quanto non fosse già. “Siete proprio due scemi” Nino era curioso e provava tutte le mie novità, compreso il moonwalker di Micheal Jackson che aveva da poco sostituito la passione per James Brown.

“Porco disse, che zizze!” Prendersi in camera un UFO come me sconvolse la loro visione del mondo e del sesso. “A bei capelli, tu manco l’hai mai vista ‘na figa!” Luigi rimase senza parole a guardare il mio materiale per pippe. “Sta roba è proprio pe’ pervertiti!” La sua fidanzata era sicuramente carina, ma evidentemente gliela aveva fatta vedere al buio e solo di sfuggita perché non si capacitava proprio che esistessero tante variabili di un coito sessuale. “Te voglio vede’ quando hai sparato tutte le cartucce” Per me, invece, conoscerli significò apprendere tutti quei precetti sessuofobici che la tradizione popolare usa per inibire l’eros maschile. “Se sburri troppo, te ammali de prostata” Sì, come no ...  “Ma che c’avrete da ride” Ogni mattina alle sei, prima che ci preparassimo per andare agli allenamenti, Luigi sfilava una delle mie riviste e se ne andava in bagno ... quindi lo sentivamo grugnire, sospirare e dopo un colpo di tosse finale con scaracchio nella tazza del cesso, tirava lo sciacquone e tornava. “Siete proprio due scemi” Nino saliva in piedi sul letto e inscenava un grottesco mimo in perfetta sincronia con i versi del fratello ... ogni volta mi faceva sbellicare dalle risate.

 

Il gavettone di piscio che mi fecero una sera, fu davvero troppo e il Mister aveva redarguito Giorgio, minacciando di rispedirli a Roma se non la smettevano con le loro continue vessazioni. “Se po’ sape’ che t’ha fatto Mattia?” Quello che non sapevo era che Luigi poi aveva preso di petto Giorgio e in particolar modo aveva umiliato Mattia con un ceffone ... tutto era accaduto dopo pranzo, quando ero solito ritirarmi nel mio spazio vitale di solitudine. “Io credevo che ti piacesse sta con noi” Verso le sei scendevo in piscina con Nino, dove tutti aspettavamo la cena cazzeggiando. “Invece stai co’ quella testa de cazzo de Luigi” Io non mi ero messo con nessuno, era semplicemente successo ... come potevo conoscere le faide che covavano tra di loro? “Lo sai chi ha messo una buona parola per te?” Luca mi avvicinò a bordo piscina e dalla serietà di come mi parlava, pareva minacciarmi con un ultimatum.

 

“Mi hai fatto fa’ una figura di merda col’amici” Nel circolo esistevano due partiti, quello tradizionalista legato esclusivamente al canottaggio e l’altro progressista che voleva aprire il club ad altri tipi di sport. L’avvocato Lollo che, provenendo dal tennis, era un progressista, tramava affinché il canottaggio non incassasse troppe medaglie ... almeno così pensavano quelli come Luigi. “Devi scegliere” Primo figurava nell’area tradizionalista e mi aveva fatto compiere un percorso atletico esemplare da questo punto di vista, tuttavia dovevo le mie prestazioni al fattore Zeno che nel Circolo divenne un alfiere dell’avvocato e poi iniziai anche a fare calzette con Luca. “Gli infami sputano nel piatto ‘ndo mangiano” L’ex equipaggio dell’8+ era rimasto nella sfera d’influenza del suo ex capitano storico, che parteggiava per l’avvocato Lollo e quando Luca mi propose per sostituirlo, inavvertitamente aprì una questione di Stato. Forti dei miei crediti, i tradizionalisti perorarono la mia causa per riprendersi la poppa dell’imbarcazione ... non ci riuscirono solo per via della mia giovane età, tuttavia era solo una questione di tempo e l’avvocato stava provando a mettermi la sua casacca.

 

“Non ce credo che ti diverti co’ sti crucchi” Invece non mi dispiaceva quell’ordine e disciplina che mi conteneva in una forma stabile. “Fidati che ti piacerebbe sta con noi” Che intendeva con quel «noi»? Sì, intendeva proprio quello perché prima di pronunciarlo, si era avvicinato al bordo piscina dov’ero seduto e mi aveva messo la mano sulla coscia. “Allora?” Ora che avevo Luca così vicino, mi accorgevo di quanto mi mancasse l’omoerotismo. “Non qua che ce vedono tutti” Già, proprio come piaceva a lui. “Oh, e sta bono, dai!” Avevo allungato un piede sotto il pelo dell’acqua, tra le sue cosce, iniziando a titillarlo con l’alluce. “Smettila!” Mi stavo gustando il suo imbarazzo quando mi tirò in acqua e alla fine mi convinse anche a chiedere scusa a Mattia.  

 

“Posso veni’ pure io?” Mattia accettò le mie scuse a patto che fornissi la prova di stare dalla loro parte, il che si risolveva con un’uscita alla festa che si teneva in paese. Io ero in ritiro e quindi dovevo scappare, ma Luca disse che non era difficile calarsi dal loggiato e scavalcare il cancello. “Tanto Luigi se sveglia alle sei pe’ anda’ a piscia’” I ragazzi mi aspettavano a mezzanotte giù in strada e avevo così tanta voglia di stupirli, che non mi resi conto di stare tradendo la fiducia di Luigi. “Ti prego, voglio veni’ pure io” Lui appena si coricava iniziava a ronfare come un trombone, invece Nino si svegliò mentre trafficavo al buio per vestirmi e mi lasciai commuovere dalla sua voglia di vivere. “Faccio subito” Ci mise un attimo a infilarsi la tuta e un attimo dopo, ci stavamo calando giù dal loggiato. “Guarda, guarda chi c’hai portato!” Solo in strada mi resi conto di cosa avevo fatto. “Sei diabolico” No, ero solo un’infame all’ennesima potenza. Mattia accolse Nino come un satiro che pregusta di pasteggiare con una tenera animella.

 

Nino divenne il protagonista dell’uscita ed era bellissimo con quell’entusiasmo che gli brillava negli occhi. “Oh, con questo non ce salgo più ... è proprio matto!” Il suo candore mi fece impazzire d’invidia e sulla nave del pirata, una giostra che oscillava ben oltre i centottanta gradi, sul punto in cui tutti urlavano atterriti, mi sganciai le cinture di sicurezza e per qualche attimo fu come un’esperienza extracorporea. “Cazzo, s’è sganciato e poi s’è alzato in piedi!” Non lo avevo fatto per manie di protagonismo o perché cercavo il consenso con quella prova di coraggio, avevo solo bisogno di uno shock emozionale che rimescolasse quell’equilibrio soffocante. “Riannamo, dai che te voglio vede’ rifallo” Attrarre l’attenzione come un fenomeno da baraccone era umiliante ... io volevo essere semplice e normale come Nino. “E piantatela, guardate piuttosto che strafiga!” Spinsi in malo modo dei ragazzi che volevano trascinarmi di nuovo sulla barca e ... non so che mi prese, mi azzuffai con uno di loro e in realtà fu solo per bontà sua se non mi stese con un cazzotto. “Oh, la moretta t’ha guardato!” Fraintesero tutto per un estemporaneo bisogno di scaricare le emozioni accumulate ... tanto che dopo quel ragazzo si comportò come se fossimo un po’ più amici di prima. “Famose ‘na vasca in mezzo alle bancarelle” Oramai volevo solo andarmene da quel baccano di scimmie. “E dai, vieni pure tu” Nino voleva restare e allora gli dissi che la strada per tornare la conosceva. Ogni volta che non riuscivo a divertirmi come gli altri, mi sentivo come una spora aliena in un corpo sconosciuto.   

 

“Che cazzo gli sarà successo?” Così facendo commisi la terza «infamata» perché lasciare Nino nelle mani di Mattia, significò dargli carta bianca per la sua vendetta. “Portamolo in infermeria” Coma etilico? Bah, forse stava solo dormendo quando lo ritrovammo sul patio apparentemente privo di sensi. Luigi era venuto a chiedermi lumi sull’assenza del fratello, dopo che i suoi flussi urinari lo avevano puntualmente svegliato alle sei del mattino. “Non so niente” Gli risposi candidamente, fingendo stupore dinanzi al letto vuoto. Io lo andai a cercare sul loggiato pensando che fosse caduto rientrando o qualcosa del genere, ma poi Luigi lo trovò sul patio. Era bagnato come se fosse caduto in piscina quindi si pensò subito a un incidente durante una bravata. Il medico rassicurò tutti asserendo che era solo un po’ sbronzo. “Sono cazzi mia” Nino rispose proprio così alla preoccupazione del fratello che effettivamente doveva smetterla di trattarlo come un bambino.

 

Da quella notte Nino iniziò a rispondere di traverso al fratello che non si dava pace per quel suo repentino cambiamento. Che si trattasse solo di emancipazione? No, era Mattia che lo aveva in qualche modo sedotto, come del resto sapeva fare con tutti. “Gli abbiamo solo insegnato a divertirsi” Ghignò maliziosamente Mattia quando gli chiesi spiegazioni. L’ultimo giorno prima della partenza per le gare, si svelò il senso di quella vendetta. Si era organizzata una cena di commiato che proseguì intorno alla piscina con tanto di bagno di mezzanotte. Mattia, dopo aver fatto la prima donna esibendosi in tuffi acrobatici, andava in giro tra i capannelli di gente inscenando approcci con un reggiseno raccattato chissà dove. “Ho la figa bagnata ... datemi tanto cazzo” Recitare battute da attrice porno era uno dei suoi numeri più gettonati. “Voglio bere la tua sborra” Arrivava a dire robe oscene ma in un modo talmente caricaturale da sbellicarsi dal ridere. “Siete tutti froci?” Mentre a turno respingevamo le sua sperticate avance, Nino gli si fece sotto dicendo "Troia, ciucciati sto cazzo".

 

Pensammo tutti alla provocazione per un regolamento di conti. “Vieni bel maschione” Però Mattia non lo prese sul serio e lo coinvolse in una sciarada del kamasutra porno. “Posizione del traforo della san bernarda” Era veramente spassoso indovinare i fantasiosi nomi che s’inventava Mattia. “Posizione del Cappuccetto Rotto” La scena si arricchiva progressivamente di figuranti. “Biancaneve sotto i sette nani” Era goliardia e anche parecchio divertente, però Nino rimase appiccicato a Mattia anche dopo. Uno teneva un braccio sulla spalla dell’altro, che a sua volta gli poggiava una gamba sulla sua. Una postura amicale che tra ragazzi ci si scambiava solo condividendo una certa intimità, che evidentemente avevano raggiunto in quella notte trascorsa insieme.

 

“Nino, ci vediamo a Roma” Quando Luigi venne a chiamare il fratello per andare a dormire, Mattia lo trattenne inducendolo a rispondere che sarebbe rimasto ancora un po’. Era quello il vero regolamento di conti tra Mattia e Luigi e stava a Nino decidere chi sarebbe stato il vincitore. Al che il fratello lo tirò via di peso dal divanetto, intimando a Mattia di stare alla larga dal fratello. Lui non gli rispose perché sapeva bene di rischiare un paio di cazzotti, ma quando si furono allontanati abbastanza, chiamò Nino dandogli appuntamento a Roma. “Nino, ci vediamo a Roma” Gli urlò salendo in piedi sul divanetto e dopo mi saltò addosso, ridendo in quel modo scemo in cui sapeva coinvolgerti. “Sei dei nostri?” Decisero di aspettare l’alba e se fossi rimasto, sarei entrato ufficialmente nella loro combriccola ... invece, tornai in camera con il senso di colpa che mi costringeva a salvare Nino, anche se non sapevo bene da che.

 

Stetti per un bel po’ a fissare la sua sagoma dormire nel letto, poi si voltò e mi rivolse la parola come se si fosse accorto che ero rimasto sveglio solo per aspettare la sua confessione. “Io non me credevo che ...” Quella notte alla fiera non era stato difficile farlo ubriacare per indurlo a perdere i freni inibitori. “Invece, m’è piaciuto” E’ sconvolgente per un maschio etero formato, scoprire di potersi eccitare anche in un contesto omoerotico. “M’è scattato il fattore animalesco” Nel momento in cui si getta lo sguardo oltre i propri limiti, si sono, di fatto, già superati e rimanendo con loro anche dopo che iniziarono a toccarsi, finì per farsi coinvolgere. “Me vergogno pure a dillo” Lo costrinsero a fare cose che normalmente avrebbe trovato schifose, scoprendo poi un gusto lascivo nel ripeterle, tanto che, dopo, per ripulirsi dalla vergogna che gli imbrattava i vestiti, si era infilato sotto la doccia della piscina prima di addormentarsi stremato sul patio.

 

“Adesso che succederà?” Io non sapevo rispondere a quella domanda, ma capivo che per uno cui la sessualità era stata spiegata come l’effetto di una trascendenza amorosa, ora si ponessero interrogativi inquietanti. “So’ diventato frocio?” Come se si facesse sesso con un ornitorinco, poi ci si dovesse domandare se siamo mammiferi o ovipari. “M’è venuto duro solo a parlanne!” Dipende tutto dal piacere scaturito dalla simbiosi sensazionale che continua a sillabare in un desiderio quella pulsione erotica. “Non m’era mai successo prima!” Prima non sapeva computare quella porzione di eros latente. Per esempio, la sottomissione al fratello a me era parsa subito un sottile piacere erotico e ne ebbi conferma quando gli ordinai di masturbarsi davanti a me. “Che?” Beh, se lo stava continuamente strizzando mentre ci sussurravamo tutte quelle porcherie ... “Ti piace guardarmi?” Suppongo di sì, anche se nel buio della stanza dovevo ricorrere a molta immaginazione. “Posso guardarti anch’io” Hai capito il porcello! Si era detto solo guardare, ma un attimo dopo me lo ritrovai a carponi accanto a letto con il passero in bocca. E no, Mattia aveva solo intuito quello di cui anch’io avevo sospettato fin dal primo momento ... rimaneva solo da capire come Nino ora avrebbe gestito quella sua passione per il cazzo. 

 

(fine parte 1 di 2)


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Inviato 29 novembre 2016 - 00:19

 

Spoiler

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Considerando il corpo umano come una macchina che impiega calorie per tutte le sue funzioni biologiche, potrebbe divertirci applicare alla sessualità il secondo principio della termodinamica. Il quale sostiene che in un sistema isolato l'entropia aumenta sempre, innescando una criticità risolvibile con un travaso termico. Nel mio assunto ipotetico è l’erotismo a costituire il fluido diatermico capace di scaricare l’energia accumulata in una volontà cinetica riequilibrando il sistema.

 

Si potrebbe applicare al flusso erotico il moto perpetuo di seconda specie della termodinamica che indica come il calore si trasmetta solo da un corpo caldo a uno più freddo, raggiungendo un punto di equilibrio. Il fluido diatermico erotico, quindi, ha bisogno di un corpo freddo per attivare il suo moto. In tal caso, l'equilibrio termico di coppia è possibile solo alla presenza di un eros che scarica l’accumulo di fluido diatermico in un’altra tipologia di eros capace di dissiparlo in scopi terzi ... come il pistone fa con la biella in grado di trasformare l’energia scaturita dalla sua camera a scoppio in funzioni alternative, stabilendo dunque un’integrità ontologica di sistema tra i due eros e gli ingranaggi sociali derivanti.

 

Definiremo dunque «attivante» l’eros che accumula desiderio sessuale e «attrattivo» quello che ne cattura la potenzialità cinetica. S’ipotizza una criticità esplosiva nella volontà scaturente dall’accumulo di desiderio nell’eros attivo mentre in quello attrattivo, la dominanza dello scopo funzionale innescherebbe una dissipazione dell’individualità.  Nel mondo animale gli eros puramente attivi e attrattivi dominano i ruoli bio-logici del maschio e della femmina, ma nell’autodeterminazione umana essi si combinano in ogni sessualità solo con delle prevalenze. Se la sessualità coincidesse con degli eros netti, non potrebbero esserci maschi capaci di scaricare l’accumulo di desiderio in finalità non sessuali come femmine in grado di accumulare del desiderio per esprimere una volontà propria. L’equilibrio di coppia umano è invece regolato da una risacca d’imperfezione determinata da vuoti e travasi tra le mutevoli proporzioni degli eros individuali.

 

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"Si fa così …" Il giorno del mio «Non compleanno», quando Marcello venne a portarmi le marionette del teatro delle ombre comprate durante il suo viaggio in Thailandia, Lidia mi regalò, invece, una spazzola da borsetta color fucsia. Ci fu un gran ridere quando mi spiegò come funzionava. Nel manico ci andavano due batterie stilo poi, magia delle magie, la parte della spazzola si svitava via e rimaneva un corpo metallico ogivale. Premendo la testa del manico, il cilindro iniziava a vibrare. Sì, era proprio un vibratore camuffato da vezzosa spazzola per signore ...

 

Prima di allora non sapevo cosa si nascondesse tra le pieghe della mia carne perché avevo sempre esercitato un eros attivo, cioè tendevo ad accumulare desiderio cercando poi il moto per scaricarlo all’esterno di me. Quell’aggeggio, invece, mi costringeva ad aspettare passivamente la sollecitazione di un meccanismo invisibile, capace di farmi perdere il controllo del corpo. Il respiro si faceva stentato in quella corsa braccata da una volontà estranea, che forzava degli ingranaggi in grado di stritolare il desiderio di resistervi. Era un tipo di piacere che somigliava a una resa e mi lasciava con una specie di cicatrice sull’orgoglio. Le sensazioni cambiavano quando era Lidia a manipolare quell’affarino. Il suo gesto non somigliava al mio che era in cerca di qualcosa. Al contrario, sollecitava pazientemente un piacere che gemmava, fiorendo al calore del desiderio di chi lo coglieva.

 

Lidia era una femmina il cui bi-erotismo consisteva in una dicotomia netta tra eros psichico attivo e delle potenti pulsioni viscerali passive, da cui scaturiva una personalità instabile dominata da scopi razionali terzi al piacere sessuale in sé. Preferiva dare all’amore una ragione che non dipendesse dal volubile capriccio delle proprie tendenze erotiche e quando la mia epifisi diete di matto, reagì male perché essere desiderata, la faceva sentire una preda sessuale. Poi non so perché accettò d’iniziare una storia con me ... tra noi non si formava tanto una risacca emozionale di vuoti e travasi, quanto invece c’era una partecipazione empatica a delle comuni attitudini sessuali. “Ve piace anda’ ‘n giro con un cesto de lumache in testa!” A guardarci dall’esterno pareva che facessimo una gara di corna, ma in realtà c’interrogavamo reciprocamente sul come contenere in degli alvei i nostri flussi diatermici ermafroditi.

 

 

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“Insieme siete come due otto di denari rovesciati” Nel linguaggio dei tarocchi significa che eravamo delle persone instabili. “La dovete pianta’ de fa i fanti di spade” Cioè condurre azioni contro il senso comune. “Funziona come per l’asso di bastoni rovesciato” Questa è una carta che simboleggia creatività e buoni auspici, ma quando esce capovolta, racconta di obiettivi mancati e decadenza morale. “Io sono il vostro re di coppe” Alfio amava dispensare consigli attraverso la lettura dei suoi tarocchi. “Sensitivi ci si nasce” La magia è una volontà passiva che aspetta l’azione di quella fisica tentando una divinazione per influenzarne gli esiti. “Il due, il tre e il quattro di coppe sono le carte dell’amore” La coppia, la condivisione e la stabilità formano la mescita contenuta nel prolifico asso di coppa, cioè lo scopo terzo che tramuta «magicamente» l’eros in un elisir edificante: «l’amore». “Saccente che non sei altro, questi tarocchi sono antichissimi” La magia non legge il futuro ma giudica il presente, soppesandolo sulla bilancia della saggezza del passato. “E allora fa come ti pare, ma sappi che la perderai come stai già facendo con Giada” L’etica dell’eros razionale ha in spregio il presente e misura la bontà di un’azione unicamente sull’effetto che se ne otterrà in futuro. “Come fai a sostenere che sto sbagliando!” Scopavo con entrambi. “Sei un superficiale e meriti di rimanere solo come un cane” La volontà passiva invoca la legge per lo stesso intento con cui pronuncia le formule magiche, cerca di tutelarsi dal caos entropico distruttore di certezze.

 

 

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Io la figa l'avevo vista e non solo in foto, ma l'immagine mentale che ne conservavo corrispondeva all'impressione ricevuta davanti a quella ritratta da Gustave Courbet. "Rappresenta dei genitali femminili con uno stile realista" Ci disse la Prof d'artistica, però io quei genitali non li vedevo … eppure all'apparire sul muro della diapositiva, i miei compagni esplosero in un tripudio di meraviglia.  “Leccamela” La figa di Lidia altro che se la vedevo! Un pube gonfio di fremente passione che si offriva voluttuoso al mio sguardo. "Non la vuoi assaggiare?" Ecco cosa mi mancava quando non vidi L'Origine du Monde: la fame … il bisogno che mi strinse lo stomaco da quando iniziai a cibarmene. Accadde un po’ come quando iniziai a tirare giù le mutande ai ragazzini del collegio, anche con la figa non mi bastava mai. Tutto era iniziato da quando Marcello cominciò a portarmi a mignotte. Mischiare i miei umori con quelle prostitute attivò una strana alchimia, che mise in moto delle vibrazioni erotiche in grado di percepire quelle degli altri corpi.

 

Per il vero, era opinione comune che fossi già un erotomane, a causa di quel paio di occasioni in cui mi avevano pizzicato a brache calate con le amichette d’infanzia, ma se fosse stato così, a Primo non sarebbe venuto il dubbio che non mi piacessero le femmine. In me non c’era la prevalenza netta di uno dei due eros che solitamente innesca le criticità tipiche dell’erotomane. L’inquietudine sensuale tipica dell’ermafrodito origina da un travaso diatermico interno alla propria bipolarità. Per un ermafrodito psichico trovare il/la depositaria di una combinazione di vuoti con cui stabilire una risacca emozionale è una questione di adattamento, quello che agli occhi di un’etica tutta proiettata a questo scopo, appare come dissolutezza. Fu così che, quando nel palazzo mi videro bazzicare Lidia, si fece uno più uno e si levò un brusio di pettegolezzi. A questo si aggiunse il rientro di mamma e un passerotto si sentì in dovere di andarle a cinguettare all’orecchio quanto stava accadendo. Lidia rimase ferita dalla mia indifferenza, però io mi sentii persino sollevato dalla fine di quel nostro gioco sempre in perdita.

 

La mia dirupata vita famigliare incrementava il cinismo con cui guardavo il miraggio delle relazioni umane. Per quanto ci volessi disperatamente credere, tutto appariva come un allestimento scenico con tanti ruoli in cui entrare e uscire con un cambio d’abito. Il mio era un personaggio malinconico che rifiutava gli schemi, un bel tenebroso che madre natura coccolava di doni come usa sempre fare con i suoi fauni più diabolici. Dalla mia carne fiorivano profumati effluvi viscerali e in ogni gesto fruttificavano saporite bacche di cui tutti parevano essere ghiotti. Io ero il figlio dell’ex portinaia e da allora erano rimaste alcune abitudini, come quella di citofonare a casa per farsi aiutare a portare al piano le buste della spesa in cambio di una mancetta. Essendo diventato grande e grosso, le signore iniziarono a chiedermi altri servigi, tipo cambiare lampadine fulminate, sgorgare sifoni o magari semplicemente tirare giù le coperte invernali dal soppalco di casa. Erano sempre molto gentili, ma non pensavo che dietro a quegli sguardi compassionevoli si celasse un secondo fine ... Quando rimanevo solo in casa con quelle signore, avvertivo l’opportunità di un’avance sessuale, ma non mi azzardavo a coglierla, così mi rimaneva in testa come una fantasia erotica. Iniziai a collezionarle tutte in un romanzo porno: «Il re del sexy condomino» e dare delle parole a quelle pulsioni, m’istigò a tentare qualche piccola galanteria.

 

“Te le batto a macchina io” Siccome il personal computer non si era ancora diffuso, possedere un Commodore 64 collegato artigianalmente a una stampante, mi rendeva un esperto in materia e oltre a chiamarmi per installare qualsiasi marchingegno elettronico, mi pagavano per dattiloscrivere documenti, lettere o, appunto, tesine scolastiche. Giovanna era più grande di me, ma era pur sempre una ragazza e con lei fu più semplice affrancare il mio eros attivo dal senso d’inferiorità puberale, così le offrii gratis i miei servigi. Lei era fidanzata con un futuro medico, insomma, un buon partito che tutte le invidiavano. Potevo mai sperare che si concedesse a un ragazzino? “Ti ricordi?” Era sempre ben disposta nei miei riguardi e si fermava a casa per dettarmi i suoi manoscritti. “Eravamo proprio delle sceme!” Poi, mentre trascrivevo una versione di latino assai complicata, accennò a quando c’incontravamo nel locale dei serbatoi. “Lalla era proprio una gran bugiarda” Nessuno di noi menzionava più quegli eventi imbarazzanti. “Che ridere quel giorno ... ” Non era carino ricordarmi la figuraccia di quando Lalla pretendeva di farmi eiaculare a manco dieci anni. “Guardati, ancora arrossisci!” La scema si divertiva a mettermi in impaccio. “Sono sicura che adesso te la cavi meglio” Ok, potevo anche essere duro di comprendonio, ma quando arrivò quel chiaro ammiccamento ... la sua versione di latino andò a farsi benedire.

 

“Attento!” Giovanna era una di quelle che si preservava vergine per la prima notte di nozze. “Attento!” Trattava il suo imene come un tesoro nazionale. “Attento!” Si faceva toccare solo attraverso le mutandine e anche così era terrorizzata che una pressione troppo intensa potesse comprometterla. “Tocca a me” Preferiva fare sempre lei. “Ti piace?” Potevo forse dirle che non era brava a fare le pompe? “Dimmelo che ti piace” Ok, ma doveva ciucciarmelo e smetterla di parlare. “Attento!” E basta, volevo solo assaggiarla! Nel romanzo porno definivo il re del sexy condominio: un degustatore di figa, un gran sommelier da sbrodo e quello di Giovanna aveva un retrogusto fruttato dall’acidità alcalina molto intensa ...

“Scusi signora se la disturbo a quest’ora ... ” Imparai presto che il desiderio dell’eros passivo produce un gorgo di bisogno incolmabile. “Devo dirgli una cosa sulla versione dell’altro giorno” Giovanna non aveva alcuna intenzione di lasciare il suo buon partito, ma dopo che quello la molestava per scaricare il proprio desiderio ... “Facciamo in fretta” ... passava da me e ansimando dietro qualche angolo dell’androne, si faceva sgorgare il sifone da quegli umori che il fidanzato era stato solo in grado di sollecitare. “Benedetto figlio, ce n’avemo già abbastanza de guai!” Quando un bisogno si fa così pressante, diventa impossibile celarne allungo gli effetti e Mamma mi lanciò subito il suo monito. “La gente mormora” Giovanna convenne con lei che dovevamo interrompere i nostri incontri, anche se poi continuò a venire dettandomi le sue versioni di latino ...

 

 

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“Il cinque di spade è una brutta carta” Alfio abitava in un attico dalla cui terrazza si scorgeva Campo de’ Fiori. “Significa impulsività nefasta ... ” La combriccola del Largo dei Librari gravitava intorno alla sua casa. “... che ti porterà dolore e preoccupazione” Con il pretesto dei tarocchi, veniva a sapere i fatti di tutti, compresi i miei. “In questo momento hai la sensazione di non avere via d’uscita” In quel momento così buio della mia vita, trovavo confortanti anche le sue divinazioni più negative. “Oddio, è uscito pure il quattro di spade!” Qualunque futuro sarebbe iniziato solo dopo essere disceso da quella terrazza. “Solitudine e abbandono” Era così desolante guardare oltre i coppi secolari, tutte quelle miniature disegnate nelle finestre dei palazzi, che formavano i quadretti di luce di una baluginante serenità. “Attento ai colpi di testa” Mi sembrava di essere rimasto chiuso fuori dal mondo ed era strano perché stavo bene appollaiato su quel tetto tra le ombre argentate della luna. “Non chiuderti in te stesso” Forse era una premonizione quello spavento che mi prendeva da bambino, quando guardavo atterrito il riflesso della mia faccia tra le ombre scure di Loro, tutte ammassate nel buio dietro i vetri della finestra del bagno?

 

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“Quelli fino al 79 vanno buttati ...” Il Ragioniere lavorava al ministero, ma si era attrezzato in casa il doppio lavoro con la moglie che gli faceva da capo ufficio. “Sposta quelli dall’80 sugli scaffali sgomberati” La moglie del Ragioniere aveva sempre richiesto i miei servigi, per esempio da bambino mi faceva umettare lettere e francobolli per gli auguri di Natale. “Ci rimangono quelli di quest’anno” Fu così che approfittò subito delle mie nuove portentose braccia. “Ma come sei sudato!” E certo, avevo appena svuotato uno scaffale pieno di vecchi faldoni! “Tienimi, mi raccomando” Lei era nata con una gamba più corta dell’altra e quando era sulla scala, aveva bisogno che la tenessi per le caviglie. “Ora puoi lasciarmi ... ” Ogni volta che scendeva, facevo scivolare le mani sulle sue gambe. “Ora puoi ... lasciarmi” Di gradino in gradino, il suo diniego giungeva sempre più tardi. “ ... ” Fin quando violai il confine segnato dall’orlo della gonna del tailleur.  

 

“Tienimi, mi raccomando ... ” Indossava degli stivaletti ortopedici, sotto a quello sinistro si nascondeva la suola maggiorata. “Oramai tu non ne hai più bisogno” Mamma mi aveva costretto a indossarne di simili fin dai primi passi e li acquistava dal suo stesso fornitore. “Che bei piedoni che hai!” Sì, i piedi furono la prima cosa a crescermi. “Sono degli eccellenti esemplari egizi” La moglie del ragioniere se ne intendeva proprio di piedi e mi spiegò che ce ne sono di tre tipologie: Greca, romana ed egizia. “In quello greco il melluce è più lungo dell’alluce” Invece nel piede romano le dita sono lunghe tutte uguali. “Sono bellissimi” I miei erano perfettamente scalati dall’alluce al mellino. “Dovresti tenerne più cura” E’ vero, non avevo mai pensato che dei piedi potessero essere considerati avvenenti. “Mettiamoci comodi” Inforcò gli occhiali da Rottermaier e mi fece accomodare sul divano. “Questa è una cremina miracolosa” Mi fece una vera e propria pedicure. “Oh, mio dio, come si è fatto tardi!” E lo credo bene, non la finiva più di massaggiarmi i piedi.

 

Era un fatto che la moglie del ragioniere si arrapasse con i miei piedi e a me non dispiaceva poggiarli sulle sue cosce. “L’aroma di un piede è così intenso!” Oramai non si tratteneva neanche di commentare la puzza dei miei calzettoni sportivi. “Ah, superlativo!” Quando li premeva sul naso, un brivido la scuoteva quasi stesse sniffando una droga. “Chissà cosa penserai di me” Disse il giorno che mi legò al polpaccio delle giarrettiere da uomo. “Non vorrei che credessi ... ” Continuava a dire mentre ammirava la calza in filo di scozia che m’inguainava la caviglia, slanciando il piede dall’incavo perfetto per carezzarle la guancia. “Cosa mi fai fare!” La moglie del ragioniere aveva il sifone del desiderio parecchio intasato. “Il diabete è una gran brutta malattia” Lo sapevano tutti che intendeva l’antipatica Rottenmeir, quando in un sospiro di rammarico pronunciava il nome della malattia che affliggeva il marito. “Sono disgrazie difficili da accettare” Il ragioniere era diabetico e non gli si drizzava più. “Una moglie dovrebbe rassegnarsi ma ... ” Quello che desiderava lei era chiaro, ma io cos’è che volevo? Da quando era iniziata la storia dei piedi, si dimenticò pure di corrispondermi la mancia dei lavoretti per cui mi chiamava! “ Ti piace?” Ero un feticista? Se anche fosse, non sarei stato certo attratto dai suoi piedi storpi ...

 

“Lui ha dei piedi greci!” Le dissi, quando mi presentai a un incontro «hot» con Carmelo. “Ah!” Rispose lei, imbarazzata nell’apprendere che avevo parlato a qualcuno della sua passione segreta. “Finché non glie dai la ciccia, non sganciano il grano” Ne parlai fin dall’inizio a Carmelo perché lo consideravo un luminare del feticismo. “Sono molto comuni in Italia meridionale” Minimizzò la Rottenmeir, cercando di umiliare la spavalda intraprendenza di Carmelo. “Prova a minimizzare questo” Quei suoi pantaloni da spogliarellista che andavano via in uno strappo, ti davano un pugno nello stomaco, svelando improvvisamente il pacco sempre infiocchettato in perizomi da infarto. “ ... ” Povera Rottenmeir, era rimasta gelata con lo sguardo fisso sul completino tutto cinghie e borchie di Carmelo. Io avrei voluto un approccio più soft, ma lui era certo di sapere quello che voleva lei. “Lasciaci soli” Per un po’ non sentii provenire nulla dallo studio, tanto che sbirciai cosa combinavano. Carmelo stava carponi leccandole gli stivali! Tutto qua? No, poi gli diede anche la ciccia, ma le cose andarono così per le lunghe che li lasciai continuare tornandomene a casa.  

 

Carmelo seppe realizzare tutte le sue fantasie erotiche più recondite, alcune delle quali coinvolsero anche il marito, che poi mi ritrovai prono sul tavolo della sala da pranzo mentre lo prendeva in culo da Giorgio. Il Ragioniere non era impotente ma solo frocio. Le combinazioni erotiche sono pressoché infinite e costringerle in un unico cliché etico innesca delle criticità di sistema.  Il Ragioniere si era annullato nel proprio eros passivo, diventando il più severo giudice delle proprie mancanze mentre sua moglie accumulava una feroce libido che scaricava sull’intero genere umano. Fornirgli un bel pistone rimise in moto i loro flussi diatermici che stavano marcendo in un’innaturale introversione. Fu evidente a tutti il beneficio che ne traevano perché sempre più spesso sui quei volti grigi fiorivano dei sorrisi conciliati con le necessità altrui.  

 

Accadde lo stesso con lo zio Gerardo che si era chiuso nel dolore della perdita della zia Pina. In rispetto di quell’equilibrio di coppia che tanto gli aveva dato, si era imposto di rispettarne il lutto per il resto dei suoi giorni. Aveva tentato di rivolgere il proprio flusso diatermico sull’affetto per i propri figli, ma quelli non potevano corrisponderlo perché erano ormai grandi e avevano stabilito degli equilibri che quel suo bisogno finiva per minacciare. Gli riservarono un amore filiale che per quanto benevolo non impedì la sua rapida deriva. Usciva da casa solo per recarsi sulla tomba della moglie che lo vincolava a un passato ormai sterile. Ebbe un infarto e questo gli procurò un po’ di attenzione da parte di tutti, compreso da me che non lo andavo a trovare dal giorno del funerale di zia. “Ti ricordi quando ... ” La puntina sul disco di vinile della sua vita si era incastrata nel solco graffiato dal destino infausto e ripeteva continuamente la stessa solfa. “Ti ricordi quando ... ” Era diventato proprio una pippa e starlo a sentire avrebbe messo a dura prova anche l’affetto di un santo.

 

“Gli puoi dare un’occhiata?” Lo trovai nel letto circondato da centinaia di foto di famiglia. “Almeno nei filmini poteva ancora vederla” Fui felice di rendermi utile quando sua figlia mi chiese di dare un’occhiata al proiettore. Quel vecchio trabiccolo non aveva nulla di rotto, era lo zio che prima riavvolgeva male le bobine, facendo bloccare la pellicola davanti alla luce del proiettore che ne bruciava un fotogramma; poi le riparava con del nastro adesivo così quelle s’incastravano meglio. Trovai un groviglio di celluloide tutto rattoppato e allora convinsi la figlia a darmele per registrarle su delle moderne videocassette. Era un lavoro perfetto per Dante che aveva tutto quello che serviva a farlo nella vecchia rimessa che Carmelo usava come palestra.

 

Dante era felicissimo di lavorare con quella che considerava la sua arte e si accontentava anche di rimontare vecchi girati di comunioni e matrimoni. Certo non gli capitava tutti i giorni di vedersi recapitare due valige piene zeppe di vecchie bobine e ci si mise subito a lavorare. “Certo che tu zio ce dà dentro” Più della metà di quelle bobine contenevano filmini hard! “Guarda un po’ te” E’ proprio vero che non conosci un uomo finché non guardi il porno con cui si sega. “Quest’altri sono girati amatoriali in Super Otto” Esistono due immagini di noi: la prima è quella razionale cucita insieme al ruolo sociale che interpretiamo, la seconda si nasconde sotto pelle ed è quella filtrata dalle sensazioni del corpo e vestita dall’eros psichico. Quel pomeriggio, con gli occhi premuti contro il binocolo della macchina da montaggio, vidi per la prima volta quanto diverse tra loro possano essere queste due proiezioni di noi stessi. “Te piace la tardona?” Ci misi un po’ a capirlo, anche perché non ci volevo credere ... quella in guepiere e mascherine di pizzo era proprio la zia Pina!  

 

“Che vergogna!” C’era anche sua figlia quando andai con Dante a montargli il videoregistratore nuovo e mentre cercavo di sintonizzarlo sul canale 36, lo zio mi fissava dalla poltrona senza proferire parola. “Che bella che era, vero papà?” C’infilai il filmino in bianco e nero delle loro nozze e sì, la zia era bellissima ... lo zio invece era magro allampanato con un naso enorme. “Vorrei parlarti da solo” Aveva una faccia funerea quando mi chiese di seguirlo nello studio. “Sai di cosa si tratta?” Se non me l’avesse chiesto, avrei fatto finta di nulla risparmiandogli quell’umiliazione ... cercavo solo di sdrammatizzare quando gli ammiccai che la tettona tirolese era la mia preferita, invece lui si coprì il volto con le mani iniziando a piangere. “Che vergogna!” No, non li avevo guardati quelli amatoriali girati con la zia ... sarebbe stato come un incesto per me e a Dante non avevo detto che era lei. “Che vergogna!” Certo che anch’io mi sarei vergognato, se lui avesse saputo cosa combinavo a casa di Alfio, però era successo ed io non lo stavo giudicando anzi, lo invidiavo moltissimo per aver vissuto un amore così intenso con la zia.

 

“Avrei dovuto distruggerli” Sì, pensare di continuare per il resto dei suoi giorni a consumare un eros necrofilo lo avrebbe logorato, causando chissà quali guasti nei propri sensi. “Pina aveva ragione a dire che eri la sua piccola opera d’arte” Beh, anche quella volta non era sicuro che si trattasse di un complimento, però condividere un fatto così intimo, ci permise di guardarci spogliati dei nostri ruoli sociali. “Dorina è fantastica” Lo zio, come ogni vedovo, aveva bisogno di una governante così andai in metro fino al capolinea di Laurentina, dove presi un autobus e finalmente raggiunsi Via di Porta Medaglia, era là che batteva Dorina. “Tu stare a scherzare con me?” Lei era la puttana ucraina con cui persi la verginità. Avevo ascoltato la sua storia ed era perfetta per lo zio perché prima di finire per strada, faceva la badante e poi avevo pensato subito a lei quando vidi un’attrice porno di cui lo zio possedeva l’intera produzione «artistica». “Signor Gerardo è troppo buono!” Dorina fu bravissima a intrufolarsi nel suo letto rispettando la memoria della zia. Io ero il solo che sapeva come stessero le cose e a lui serviva condividere quel segreto con qualcuno. “Pina aveva ragione a dire che eri ... ” Un grandissimo figlio di puttana come lei? Lo zio mi ripagò in molti modi, per esempio regalando il cinquino di suo figlio a Dante e poi onorandomi delle chiavi del magazzino segreto della zia, ritenendomi degno di ricevere anch’io quella piccola eredità che sua moglie mi aveva negato, seppure avesse sempre lucrato indegnamente sulla mia difficile condizione famigliare ...

 

 

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“Il cavaliere di bastoni è una persona che ti vuole bene” Ogni rione del centro storico romano ha tutta una serie di figuranti con cui si rappresentano i copioni de’ La Comédie Humaine. “E’ tuo zio, certo che lui te ne vuole ... io parlavo di quell’altro cavaliere” Il ruolo di Alfio era la checca del Rione Regola e come tutti conoscevano «Fefè», allo stesso modo lui ti sapeva raccontare vita, morte e miracoli di ognuno. “Santa ingenuità, porta l’orecchino a destra!” Fefè era vecchio, almeno così ci appariva a noi adolescenti che popolavamo la sua corte dei miracoli. “Non te sta a crede che era pure più bello de te ... con tutti quei capelli riccioli e la gioia de vive che glie sbrillucicava dentro l’occhi” Figurarsi se Fefè non aveva conosciuto anche Dante. “L’ideologia è peggio dell’eroina” Negli anni settanta gli omosessuali mettevano l’orecchino a destra per riconoscersi e tenere alla larga le ragazze a caccia di marito. “Noi cagionevoli di cuore finimo pe’ innamoracce sempre delle persone sbagliate” Ascoltare gli anni settanta attraverso i racconti accaduti sulla sua terrazza, mi faceva sentire importante come i nomi di quanti si erano alternati sulla stessa sedia dov’ero seduto. “Io glielo detto che non sei cosa pe’ lui” Rimasi sorpreso di come la notizia dell’omosessualità di Dante non fosse mai trapelata a casa mia. “Devi smettela de giocacce o quello fa ‘na pazzia” Improvvisamente pareva che tutti volessero scoparmi e non riuscivo proprio a capire perché non potevo avvalermi di quel super potere ...  

 

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Cristina Orioli dell’interno otto era una mia coetanea. Suo padre faceva il tranviere e la madre, bellissima, era la donna più corteggiata del Rione Quinto Ponte. Eravamo stati nella stessa classe delle primarie, poi alle medie lei finì nella sezione A. Era una ragazzina minuta con un visino a triangolo e una piccola scucchia che si appuntiva quando stringeva le labbra per trattenere un sorriso. Non aveva una grande personalità, se ne stava sempre zitta e forse non prestava neanche ascolto a chi le stava accanto. “Sei una bambina dolcissima” Diceva di lei la maestra per consolare qualche suo pianto improvviso. Piangeva per un nonnulla, tanto che a volte era difficile capire il motivo di quelle lacrime. Le altre ragazzine la canzonavano chiamandola «Pisciotta» perché le capitava di bagnarsi le mutandine e forse era questo il motivo di molti suoi insensati languori d’animo.

 

Ci rincontrammo in seconda media durante le ore di ginnastica. Lei se ne rimaneva per tutto il tempo seduta dietro il tavolo della palestra insieme al compagno di classe Max. “Ciao!” Le dissi cercando di attaccare bottone per alleviare il tedio di quelle ore trascorse girovagando. Lei arrossì fuggendo il mio sguardo e a rispondermi fu Max, che ancora non conoscevo. “Io amo Candy Candy!” Lui la seguiva come un’ombra e trascorrevano il tempo tra gli album di figurine e i gadget degli anime. “Ho i capelli biondi come Raffaella Carrà” Sì, Max era gay, anche se ancora non lo ammetteva, ma era anche molto carino e non mi dispiaceva trascorrere il tempo con lui. “Cri ed io ci siamo iscritti a danza classica” Difficile a credersi, visto che avevano entrambi l’esonero dalle attività ginniche. “Anche a te piacciono i libri!” Essere uno sportivo non significa che ami praticarli tutti. “Cri collezione gli Harmony, ma io preferisco le grandi firme come Liala” Quei due erano dei patiti dei romanzi rosa, che per le ragazze corrispondono alla pornografia maschile.

 

Ogni tanto Max ed Io facevamo una passeggiata lungo il perimetro della palestra, invece Cri si alzava dalla panca solo per tornare in classe. Lei crescendo era diventata ancora più graziosa! Ora portava i capelli lunghi e una frangetta sbarazzina. Me la ricordo sempre con dei completi da collegiale, tipo gonna a scacchi e pullover senza maniche ... sì, la trovavo molto sexy, ma non c’era verso di farle sputare due parole. Poi ebbi la disgrazia d’incontrare l’amico di pippa di Juri, che era un compagno di banco cui tiravo le seghe durante le ore di lezione. Quel lardone dalla voce stridula aveva saputo delle novità praticate con l’amico e si era messo in testa che dovevo farle anche con lui. “Se no, lo dico a tutti” Il bastardo prima aveva ricattato Juri per sedersi al suo posto e dopo prese a ricattare anche me. Io non avevo certo intenzione di cedere alle sue continue molestie ... “Prof, mi ha toccato il pisello!” ... ma quello aveva il culo in faccia e ogni volta che alzavo la mano per richiamare l’attenzione del prof, mi anticipava mettendomi alla berlina davanti a tutti.

 

Fu proprio durante le interminabili ore di ginnastica che cedetti alle sue avance. “Godo!” C’eravamo appartati nel ripostiglio degli attrezzi e gli concessi di strofinare quel suo vermicello flaccido tra le mie chiappe, quando mi accorsi che Cri ci stava sbirciando. Probabile che avesse sentito dei rumori e si fosse solo incuriosita, tuttavia la vidi chiaramente con la mano sotto la gonna mentre si toccava spiandoci. Ci guardammo negli occhi per tutto il tempo e la cosa mi eccitò sicuramente più di avere addosso quel cinghialopode arrapato. La faccenda si complicò perché non riuscendo a parlarne con Cri, commisi l’errore di coinvolgere anche Max. All’inizio fu bellissimo perché tutti e tre riuscimmo a confidarci cose che non avevamo mai detto a nessun altro. Max si vestiva da donna per gioco fin da quando aveva memoria e ci mostrò la piccola trousse da viaggio che portava sempre con sé, ma il segreto più intrigante lo confessò Cri. Lei era la prova che dei genitali femminili possono avere una sensibilità difficile da gestire e soprattutto non devono aspettare la maturità sessuale per attivarsi. Cri si ricordava che da bambina, quando per esempio saltava a corda o comunque pestando forte sui piedi, veniva percorsa da dei brividi divertenti, che insistendo le facevano scappare la pipì. Indossare dei pantaloni per lei era sempre stata una deliziosa tortura e praticare qualsiasi attività ginnica le procurava degli orgasmi multipli.

 

Nel momento stesso che ci stavamo facendo quelle confidenze ... “Succede anche a me” ... lei si bagnò le mutandine e quando si stava alzando per andare in bagno, le dissi che era appena accaduto anche a me. “Vuoi vederlo?” Tornammo nel magazzino degli attrezzi e mi abbassai l’elastico della tuta, mostrando l’impiastro combinato da Mt Wiggly. “Si fa così” Lei aveva la mano che tremava mentre mi stava sfiorando, ma poi Max salì in cattedra mostrandole come si faceva una sega. “Posso fare io?” Le chiesi con un filo di voce mentre si stava toccando. Lei si alzò la gonna ed ebbe un sobbalzo appena feci scivolare la mano tra le sue cosce. “Ancora ... ” Stetti per toglierla perché sembrava che le facessi male, ma lei mi bloccò il polso e con degli occhi traboccanti, implorò: «Ancora». Da quel giorno le ore di ginnastica trascorrevano in un baleno. Il nostro triangolo di amorosi sensi funzionava meravigliosamente, però quella vescica di grasso ci scoprì quasi subito.

 

Cri era spaventata a morte dal pericolo di essere sputtanana e ancor di più per le richieste oscene avanzate da quel botolo di bile, così si chiuse in un silenzio sepolcrale. Decidemmo dunque di disperderci con il giuramento d’ignorare il ricatto negando sempre l’accaduto. Max però venne meno alla promessa data e ottemperava fin troppo volentieri alle richieste del bastardo, tanto che quello furbescamente gli tolse l’uccello di bocca pretendendo che si adoperasse per costringere Cri a cedere alle sue avance. Non sapevo né da quando avessero iniziato a incontrarsi, né come si svolgessero le cose tra di loro, tanto che fui indotto a credere fischi per fiaschi e per difendere un giuramento ormai infranto dagli altri due, rischiai il sette in condotta prendendo a calci la palla di lardo e non solo, per pararsi le chiappe Max si mise a raccontare storie strane che mi ridicolizzarono davanti a tutti.

 

“Sfacciato!” Fu anche per quella vicenda che mi convinsi di quanto sia cedevole la volontà dell’eros passivo. “Sei uno sporcaccione!” La signora Orioli mi dette un sonoro schiaffo, quando le sfiorai il culo mentre era china a sistemare i barattoli dei pomidoro che le stavo passando. “Non ti permettere mai più” Lei non aveva un marito malato di diabete ed evidentemente sapeva ancora soddisfarla. “Vattene e non farti più vedere in questa casa” Aveva minacciato fuoco e fiamme per quel mio gesto avventato. “Cri è così sola” Dopo un paio di settimane dall’accaduto, cioè dopo che non salivo più a casa sua neanche per vedere Cri, la signora Orioli tornò a citofonarmi per farsi aiutare con la spesa. “Sei il suo unico amico” Era veramente preoccupata per la figlia che non aveva amici? “E’ stata colpa mia” Mi chiese addirittura scusa per quanto accaduto. “Ti ho provocato involontariamente” Disse che ero ormai un uomo ed era stata colpa sua se le avevo toccato il culo.

 

“Che ti guardi, lazzarone!” E che guardavo? Lei mi accoglieva ogni volta con certe vestagliette tutte discinte! “Cri è così triste oggi” Sua figlia era scivolata dal mondo fantastico dei romanzi rosa a quello impossibile delle pop star e sognava di far innamorare il suo idolo «Boy George». “Ahia!” La signora Orioli mi dava certi pizzicotti ogni volta che mi sorprendeva a sbirciarle le tette. “Sono stata troppo dura con te” S’incazzava se mi arrapavo ma se la ignoravo, le venivano incomprensibili sensi di colpa. “Hai la stessa età di Cri!” Che palle, poteva anche smetterla di fingere di preoccuparsi per la figlia. “Lei ti è così affezionata” Io e Cri non avevamo certo una storia e non era neanche più solitaria come sosteneva la madre, invece era diventata popolarissima tra i miei confratelli ...

 

“Non fare così!” La Signora Orioli voleva scopare e dovevo solo trovarle un pretesto che non la facesse sentire responsabile delle proprie pulsioni vaginali. “Sarei una pazza se ... ” Piansi tutte le mie lacrime di giovane Werther sul dorso della sua gelida manina. “No ... ti prego ... no!” Scattò via quando audacemente la strinsi a me. “Vattene” Disse istericamente nel tentativo di ricacciare dentro di sé quella volontà che mi aveva concesso troppo. “Se ti avvicini, urlo” Si era rincantucciata in un angolo della cucina e a ogni passo che compivo verso di lei, stavo già forzando il chiavistello di un desiderio che voleva essere aperto. “Cri ci potrebbe sentire!” No, Cri in quel momento stava intonando «Do you really want to hurt me, do you really make me cry” chiusa in camera con Juri. “Sei tremendo!” Esclamò, quando ebbe l’ultimo di una serie di orgasmi pirotecnici ... esattamente come succedeva alla figlia. “Questa sarà l’ultima volta” Ripeteva sempre quando mi citofonava per farsi aiutare con la spesa. “Non dovrà succedere mai più” Sì, diceva anche questo dopo avermi spaccato le reni saltandomi addosso.

 

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“Tu sei il più porco” Fefè soppesava la vita assecondo il metro della porcaggine e Carmelo doveva sempre sentirsi il migliore di tutti. “Mi sento in paradiso in mezzo ai miei porcellini” Era bello starsene mezzi nudi nel suo lettone a guardare le stelle attraverso il lucernaio. “Voi siete le mie ancelle porcelle” La sua corte era popolata soprattutto da ragazze che lo coccolavano come fosse la loro regina. “Farò di voi delle star” Sì, Fefè aveva una fitta rete di conoscenze nel mondo dello spettacolo. “Che porcate a quei tempi!” Il Mykonos lo aveva aperto lui durante gli anni sessanta e all’inizio era stato solo un negozio di acconciature «artistiche». “Certi articoli li potevi comprare solo da me” Il negozio divenne poi un bazar di articoli esotici e stravaganti sexy toys. “Roba da Santa inquisizione!” Fu arrestato molteplici volte dalla buon costume, ma in prigione ci finì per spaccio di droga. “I soldi della mala hanno rovinato tutto” Secondo Fefè a compromettere quegli anni rivoluzionari furono gli interessi della malavita. “Se so’ comparato pure gli ideali” Perse tutto ed anche la terrazza era diventata una delle tante scatole cinesi in cui il padre di Lidia nascondeva un enorme flusso di denaro sporco. “Con la tua età e la mia faccia conquisterei il mondo” Usava dire quando uno di noi rifiutava di concedersi a qualcuna delle sue porcate ...

 

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Un peeling periodico è necessario per chi fa sport in piscina. “Ehi, Bobby ... bau, bau” Vero o no, Mattia mi prendeva in giro perché quando uscivo dall’acqua sembravo un cane bagnato . Oramai mi spuntavano peli dappertutto! Iniziai a raderli con la lametta, ma ricrescendo spesso marcivano schifosamente sottopelle. E’ così che mi lasciai coinvolgere nella cerimonia della ceretta integrale che si teneva a casa di Alfio. Quel dolore estremo esaltava i sensi che Fefè c’insegnava a incanalare nell’energia sessuale attraverso il nitrito di amile. All’inizio lo mischiava a essenze odorose e i neofiti come me neanche capivano il senso di quelle furiose erezioni, ma come tutti anch’io imparai a godermele con un vasto assortimento di giocattoli. Standomene sdraiato su quella specie di altare sacrificale, unii tutti i puntini della logica che mi stava tessendo la sua trama attorno. Fefè aveva sempre avuto un debole per gli adolescenti imberbi e questo spiegava il suo impegno all’oratorio parrocchiale e la fissa per le cerette estreme. Dietro allo scherno che gli riservavano i ragazzini, si celava il giro di mancette che usava per adescarli. Più di violenza, credo che si trattasse di plagio perché Fefè era depositario di un eros totalmente passivo e quindi incapace di far male a una mosca.

 

La cerimonia della ceretta si celebrava nella stanza dei piaceri proibiti, posta negli ex lavatoi condominiali del sottotetto, dove era stata attrezzata una vera SPA con tanto di vasca idromassaggio a filo pavimento. Lì accanto c’era il privè del Mykonos, per andarci bisognava uscire sul terrazzino della SPA e scendere per un’angusta scala a chiocciola fino al piano del sottotetto di un altro edificio. Erano gli avventori del Mykonos che lo affittavano per ricevere dei trattamenti molto speciali, per i quali spesso selezionavano loro stessi il personale addetto.

 

Le sedute di bellezza si concludevano sempre in un orgia dei sensi o, come diceva Fefé, in delle porcate pazzesche. Il cliente tipo era un cinghialopode alle prese con la crisi di mezza età, che voleva realizzare tutte le fantasie erotiche di una vita sprecata ad ammucchiare denari. Erano tutti eterosessuali e quindi la richiesta della manovalanza femminile era soverchiante, tuttavia, i più assidui intraprendevano un percorso di scoperta dei propri sensi, sollecitato proprio dall’ambiente sessuale molto rilassato. La condivisione del privè era il primo segno di un’evoluzione da cinghialopode ad argonauta dei sensi. Per lo più si fermavano a questo stadio, gli altri si avviavano verso una bisessualità inconsapevole, i cui limiti erano sempre molto difficili da decifrare.

 

La clientela straniera era di estrazione culturale molto alta e ci trattavano come se fossimo dei pastorelli ritratti in qualche quadro rinascimentale. Per loro l’Italia rappresentava una terra esotica dalla bellezza classica, una cornucopia di voluttà perdute da riscoprire. Con questa clientela si doveva curare particolarmente la rappresentazione. C’era sempre della frutta fresca, vino pregiato, fiori e per esempio, al contrario degli italiani che preferivano l’aria condizionata, gli stranieri volevano le finestre aperte anche d’inverno. Un’altra stravaganza che non accadeva mai con gli italiani, era quella dell’intersessualità delle prestazioni. Spesso affittavano il privè in gruppi misti di maschi e femmine, tra cui sovente c’erano anche omosessuali e tutti si godevano i trattamenti senza alcuna malizia.

 

Sulla clientela del Mykonos c’era un distinguo da fare tra eros attivo e passivo. Quello passivo aveva bisogno di esercitare l’attrazione sessuale. Gli stessi trattamenti estetici avevano questa finalità e acquistare poi una prestazione sessuale significava vanificarli. Per questo motivo era raro che affittassero il privè. Loro preferivano consumare gli orgasmi negli angusti spazi dei camerini del Mykonos, dove c’era tutto un vasto assortimento di sexy toys mascherati da trattamenti estetici, come per esempio i massaggi con dei vibratori terapeutici. Non c’era una contrattazione palese e solo dopo lunghe manipolazioni, erano loro che ti tiravano giù l’elastico dei pantaloni e si attaccavano all’uccello.

 

L’eros attivo non si faceva scrupoli a esercitare il potere del proprio denaro. Ovviamente non erano solo dei maschi etero ad affittare il privè, anche se le donne che lo facevano, cercavano soprattutto colte e raffinate esperienze saffiche. Gli omosessuali maschi erano in stragrande maggioranza non dichiarati e usavano il privè per liberarsi per qualche ora dell’opprimente maschera della normalità. Solitamente si accontentavano dei servizi convenzionali, ma capitava anche che affittassero il privè per festini con tanto di spogliarellisti. C’erano poi degli insospettabili signori che si facevano addobbare come alberi di Natale solo per andare a battere sui marciapiedi della città. Infine, c’era una vasta gamma di sfumature bi-erotiche che compravano trattamenti con stimolazioni anali. Le loro richieste del personale erano molto dettagliate, pretendevano età specifiche e spesso indicavano anche l’estrazione sociale eccetera. Non di rado c’erano dei travestimenti e quasi sempre volevano inservienti di entrambi i sessi.

 

Chi entrava a far parte della corte di Fefè, iniziava a guardare il mondo attraverso la lente della dimensione erotica e l’opulenza dei sensi offerta da nostri giovani corpi, la rendeva uno sfavillante mondo fantasmagorico. Molti consideravano la terrazza come una scorciatoia per raggiungere il successo, anche se poi nessuno avrebbe saputo dirti a cosa ambisse. Ci credevamo tutti depositari di un esclusivo talento che qualcuno avrebbe scoperto trasformandoci in delle pop star. Chi non aveva un solido attracco famigliare rischiava di perdersi nella notte e non riuscire più a riemergere nel mondo diurno. Fefè conosceva i suoi polli e quando ti vedeva su una brutta china, i suoi tarocchi iniziavano a dare saggi consigli e se non li seguivi, ti allontanava dicendo a tutti di lasciarti stare. Successe così con Carmelo che non avrebbe mai preso in casa, se non fosse stato amico mio e di Mattia, perché diceva che i ragazzi di borgata erano dei presuntuosi arrivisti. Lidia non la poteva soffrire perché lo metteva sempre nei casini con suo padre, invece Mattia era solo il figlio del suo miglior committente e lo trattava con i guanti di velluto. Di me diceva sempre che ero «il ragazzino di Zeno» e poiché quello era diventato il suo capo, mi considerava come una specie di apprendista cui insegnare i segreti del mestiere, ma che doveva tenere lontano dai guai.

 

La vicenda dei soldi sporchi che avevano ucciso il padre di Marcello, in qualche modo coinvolgeva anche Fefè e lui era terrorizzato ogni volta che lo vedeva comparire sulla porta di casa. Alla terrazza viveva anche Giacomo, un ragazzo gay che suo padre non sopportava avere in casa, quindi la madre lo aveva sistemato da lui. Quel padre era il tizio che Marcello accusava di aver truffato sua madre e quindi lo riteneva responsabile anche di tutte le proprie sciagure famigliari. L’omosessualità aveva riportato quelle due carte nel mazzo dei tarocchi con cui Fefè azzardava delle rischiose previsioni. Dietro a quell’ometto dalle camice vistose, si celavano interessi pericolosi e del resto, dopo una decina d’anni da quando lo conobbi io, su quella terrazza che tanta vita aveva scorso, dei presunti amanti lo avrebbero strangolato. Tutta la sua vita avventurosa ridotta a due righe di un articolo di cronaca nera, che liquidava la vicenda come un omicidio consumatosi nel torbido mondo omosessuale.

 

Esistevano due dimensioni parallele che si sovrapponevano in maniera indistinta. C’erano i diurni con il loro eros utilitarista, docile da educare alla razionalità dei ruoli sociali con le loro voluttà surrogate dalle pulsioni viscerali. Nella notte si celavano invece il limbo delle emozioni precognitive, vibrazioni sensazionali prive di ogni ragion d’essere, impossibili da imbrigliare in nessun’altra logica che non fosse quella elementare ispirata ai bisogni fisici. Il diurno razionale illuminava la bellezza di un rassicurante ordine simmetrico replicabile all’infinito, ma non poteva strappare di dosso alle persone la propria ombra, che si proiettava lunga tanto quanto si stagliava in alto l’etica che la voleva negare. 


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Inviato 14 gennaio 2017 - 20:19

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Affiliazione asessuale degli Sphairos (Neikos e Philìa)

 

Il fluire del movimento vitale si avverte nell’incontro e scambio di elementi naturali diversi, che ai nostri occhi appare come una miscela di forme in transizione fra nascita e morte. Empedocle d’Agrigento (Presocratico) sosteneva che le forme scaturiscono dallo scambio termico originante l’afflato vitale e progrediscono nella miscela degli elementi naturali determinata nell’incontro casuale col bisogno (Morfogenesi). Le forme (Sphairos) sarebbero dunque tenute insieme da una retroazione ad anello (Termodinamica), cioè una risacca di vuoti e riempimenti tra necessità (diallaxis), generanti un campo d’azione tra un massimo e un minimo (Philìa/amicizia, amore). La forma di uno sfero è mantenuta stabile tra due criticità che ciclicamente ne invertono il bisogno (Neikos/contrapposizione, discordia).

 

Pensando a Eraclito che definisce l’armonia come un estremo che rimbalza costantemente su un altro estremo (Palintonos/Palintropos) dando luogo a un movimento di eterno ritorno (Palindroma), individuo il moto vitale in una frequenza armonica scaturente da una contrapposizione alternante un segno + (più) e uno – (meno). Ogni individualità si concreta nelle proporzioni diverse di questi rapporti, che allo stesso modo agiscono formando delle sintonie in sferi superiori (Affiliazione), contenenti sempre almeno due elementi in risonanza.  

 

La bipolarità empedoclea può essere applicata anche al desiderio erotico come già fece Freud con Eros (Philìa) e Thanatos (Neikos), palindroma armonico riconducibile all’immagine di uno yoyo che allontanandosi genera il desiderio attrattivo ritornante. In questo schema si contempla il fattore volontario di allontanare l’oggetto del desiderio per rinnovarne la necessità, cioè una coazione a ripetere di tipo psichico, stimolata dalla paura della perdita. Io ipotizzo invece che l’affiliazione erotica derivi dalle proporzioni di eros attivo e passivo contenute nella sinapsi chimica dell’ipotalamo. Il campo d’azione erotico individuale si muove sul massimale del desiderio attivo (+) o sul minimale del desiderio passivo (-). Scaricandosi o caricandosi reciprocamente, generano una simbiosi che tende a equilibrarsi (Zero potenziale). 

 

Il talamo nuziale è lo Sphairos dove il desiderio congiunge due individui in uno scambio erotico tra pieni e vuoti. Il successo dell’affiliazione amorosa sta nello sfero erotico spezzato tra due individualità separate, che provoca il bisogno appagante (desiderio) della ricongiunzione (attrazione sessuale).  Al contrario, la diversità della philìa scaturisce da un’armonica interna allo sfero, dovuta a due neikos che fissano un movimento interno privo di bisogno (desiderio). La frequenza armonica genera una vibrazione di risonanza nell’incontro casuale con altri individui, ma non lo scambio necessario a tenere stabile una forma. Questo tipo di affiliazioni amicali sono state rimosse dal computo degli insiemi sociali perché considerate variabili aleatorie in rapporto alla simbiosi erotica tra due gender bio-logici.

 

Affiliazione lineare e le complessità aleatorie

 

L’affiliazione lineare configura la sessualità in un olismo organico nella propria funzione, in cui l’eros coincide con l’istinto riproduttivo. Quest’idea trova conforto nella logica degli insiemi che accomuna in misure standard ricavate da un riduzionismo statistico e quindi contempla solo geometrie simmetriche. Una visione che ci arriva dal determinismo classico, in cui vige la tesi che identici effetti scaturiscono sempre dalle stesse cause. La progressione entropica rende possibile questo concetto solo nel brevissimo periodo di perturbazione, in cui si circoscrive una casualità debole negli effetti. L’esistenza dei sistemi non lineari è sempre stata nota, anche se considerata scaturente da cause aleatorie riconducibili nelle regole della fisica deterministica.

 

Il progresso tecnologico dei sistemi di misura e di calcolo, oggi permette di tracciare una geometria degli eventi asimmetrica, grazie proprio all’acquisizione informatica dei movimenti aleatori.  Tuttavia, il comportamento del pensiero generale rimane fisso a quel riduzionismo che semplifica la complessità per individuare delle caratteristiche fondamentali da raccogliere in insiemi escludenti quanto più la diversità particolare. Questo metodo di ragionamento ha forgiato la logica con cui guardiamo il mondo. La linearità tra una causa e il suo effetto è tracciabile solo su un periodo di breve scansione, per prolungarla serve il fattore educativo della volontà etica, che ci fa rifiutare gli effetti dei movimenti aleatori e apparire disgustoso un orizzonte degli eventi multiforme.

 

Genesi dell’attentato alla famiglia tradizionale

 

La narrazione storica segue lo stesso pensiero lineare di causa ed effetto tra fattori riconducibili in un progresso cronologico di prevaricazioni vincenti. Il successo nella contesa proietta una visione in cui scompaiono le dinamiche dell’affratellamento, che pure coprono archi temporali assai lunghi. L’illusione prodotta è quella di una philìa fragile alla mercé di un neikos caotico. In questa logica si è portati a proteggere la volubile philìa tra le mura di un neikos etico da contrapporre a quello malvagio. La conservazione di una sola forma di affiliazione ha per il vero generato guerre di civiltà tra dei neikos etici che volevano imporsi agli altri, nel cui scopo c’era sempre la sterilizzazione delle nuove forme di affiliazione percepite come il malevolo disordine.

 

L’affiliazione etica vincente fu la congiunzione carnale a scopo procreativo, una linearità da cui si ricava il legame di sangue, in un progredire di ramificazioni genealogiche formanti le etnie. Questo modello è applicabile solo su una linea di discendenza storicamente patriarcale. Un successo che portò alla fine del paganesimo delle trinità procreative, poiché includenti l’elemento femminile che minacciava la purezza etnica con l’animismo dei culti legati alla madre terra, il quale favoriva la promiscuità insensata dell’imbastardimento «democratico» del sangue. La successione del Pope romano al trono dei cesari determinò l’affermazione di un neikos etico che riunì in un monoteismo patriarcale la trinità pagana, epurandolo della questione sulla purezza del sangue femminile cui si congiunge. La verginale philìa cattolica non è consustanziale alla trinità e vi transita unicamente la volontà procreatrice di un Dio patriarca geneticamente affine a tutte le etnie.

 

Il pragmatismo romano cancellò il diritto etnico stabilendo un nuovo vincolo di sangue discendente dal divino. Impose le virtù ascetiche all’erotismo con un sacramento matrimoniale finalizzato ad accogliere il dono di Dio (Figli), quindi mantenendo il principio del sangue impuro scaturente da affiliazioni illegittime (Figli del peccato). I paletti del neikos morale fissano una sola affiliazione terrena (Fin che morte non separerà) tenuta insieme dal legame di sangue (Famiglia) mentre il neikos erotico trascina nel disordine della successione di forme tra nascita e morte. La contrapposizione di questi due neikos genera l’antagonismo sessuofobo. L’educazione al peccato erotico proietta sui ruoli sessuali la virtù dell’istinto procreativo e la tentazione del desiderio carnale, ripartendo il bene nell’eros volitivo maschile e il male nell’eros ammaliatore femminile, conciliabili unicamente nell’inderogabile scopo riproduttivo, ma senza alcun’altra concessione all’erotismo che affilia in forme abiette (Transitorie).

 

La philìa attrattiva non è volubile ma solamente funzionale al campo d’azione che la esprime. Si è così modellata tra i neikos sessuofobi in forma di tabù, in cui è proliferata una libido psichica che ha interiorizzato il peccato sovrapponendolo al desiderio erotico. L’erotismo corrotto dalla depravazione suscitata dai tabù etici traeva gusto dal postribolo dov’era stato condotto. Si è dovuto attendere un rimescolamento dell’ordine sociale costituito per rivedere affiorare alla luce del sole forme di affiliazione alternative a quella della famiglia tradizionale. Nell’anonimato delle masse urbanizzate, l’amore sensuale ridiede dignità al frugale meretricio del peccato, facendo emergere relazioni tipo il «matrimonio bostoniano» della convivenza tra due donne.

 

Un matrimonio bostoniano era formato da signore borghesi favorite da un diritto ereditario democratico, che le rendeva economicamente indipendenti e quindi libere di esprimere la propria sessualità. L’affiliazione erotica tra donne rispettava la forma del talamo nuziale, in cui prevalgono la cura e la conservazione di un legame escludente tutti gli altri. Il timore della perdita innescava il movimento erotico della coazione a ripetere di origine psichica spiegata da Freud. Si allontanava l’oggetto del desiderio per ritrovarne il bisogno, la cui conservazione esigeva l’annullamento individuale nel progetto di coppia. Quelle signore importavano il neikos morale procreativo in un rapporto mancante del vincolo di sangue, sostituendo il figlio (Dono di Dio) con la trascendenza dell’amore (Grazia di Dio), in ragione della cui funzionalità si sacrifica l’attrazione erotica scemante.

 

Il percorso che riscrisse il ruolo della donna nelle relazioni sociali andò di pari passo con la riconquista del diritto al proprio desiderio erotico, arrivando a infrangere l’indissolubilità delle promesse matrimoniali scolpite su un ruolo femminile asessuato. La soddisfazione dell’eros passivo entrò in concorrenza con il vincolo del legame di sangue, in quanto capace di dissolvere il talamo nuziale. Un monologo erotico in cui manca la voce degli uomini, convinti dal millenario sciovinismo maschilista di poter esercitare la propria sessualità anche al di fuori del matrimonio. Il vincolo coniugale riformato si fonda sulla trascendenza di un legame erotico da conservare nell’affiliazione di coppia, favorendo così una coazione a ripetere psichica attraverso il timore della perdita, esattamente come succedeva nel matrimonio bostoniano tra signore.

 

L’affiliazione tra donne trovò supporto nella battaglia dei diritti civili femministi, al contrario, quella maschile rimase imbrigliata in una successione di guerre che esigevano del machismo gallista pronto a servire patria e famiglia. Nel millennio appena scorso, agli inizi degli anni ottanta del ventesimo secolo, comparve una nuova definizione per l’affiliazione tra maschi: Il Bromance. Il termine fu coniato per descrivere l’affratellamento tra i ragazzi skaters, cultura metropolitana legata al punk anarcoide che contestava ogni ruolo borghese anche nei doveri del maschio. Vivevano in delle comunità simili a piccoli branchi, votati alla sensualità fisica stimolata dall’azione adrenalinica. Questo tipo di affiliazione ha sicuramente pagato il ritardo storico con cui si è manifestata.

 

Il bromance si richiama al branco primitivo dei cacciatori, che nelle scorribande esaltava il proprio eros attivo in una continua sfida volitiva.  L’eros attivo è un generatore di desiderio che disperde energia in una progressione entropica. Il giovane maschio non è attratto dal sacrificio compiuto per conservare un’emozione che esclude tutte le altre.  La sessualità di coppia tende a uno zero potenziale che da ristoro «catastematico» e giunge con la maturità insieme alla saggezza di una lunga corsa nel mondo. L’eros attivo di qualsiasi gender stabilisce una sintonia empatica con cui condivide l’emozione di gruppo. E’ un doppio binario erotico su cui corrono dei bisogni paralleli. Il desiderio di possesso conduce nel talamo nuziale, da cui rimane distinta la sensualità emozionale spesso condivisa col branco.

 

Il percorso di autocoscienza dei due eros fu interrotto dalla diffusione del virus dell’HIV, che si manifestò come «la peste del nuovo millennio». I fondi elargiti per la prevenzione miravano al controllo dei rapporti sessuali occasionali, specie quelli maschili per via del loro sperma potenzialmente infetto. La pandemia era favorita dalle affiliazioni di gruppo e in particolare era la sodomia che mieteva vittime. Al fine di evitare una caccia alle streghe, era necessario un coming-out degli omosessuali, che per natura erotica erano i più esposti al virus. Lo step successivo fu legittimare l’amore tra due persone dello stesso sesso sul modello del matrimonio bostoniano. Una rivoluzione sociale che minaccia la concezione di famiglia procreativa, tenuta insieme dal legame di sangue ispiratore dell’istinto riproduttivo «naturale».

 

Le unioni civili tra persone appartenenti allo stesso gender, pur facendo riferimento al matrimonio riformato, hanno bisogno del vincolo di sangue per contestualizzare una logica lineare di causa ed effetto. E’ così che anche i figli sono diventati un diritto civile, accessibile mediante riconoscimento legale di una relazione purificata dall’eros trascendente. In cui il dono di Dio non nasce più nella sessualità dell’istinto procreativo bensì si rivela con il desiderio genitoriale effetto di una simbiosi erotica esclusiva. Seppure i precetti sessuofobi inorridiscano, si tratta comunque di una nuova moralizzazione dell’erotismo, mossa a escludere forme affilianti non conformi alla sessualità di coppia tramandata dal vincolo di sangue. Due o più individui che decidono di vivere in regime di comunità non sono riconosciuti come sfero affettivo finché non stabilizzano una simbiosi erotica di coppia. La famiglia tradizionale si sente attentare nei propri principi fondativi da una riforma che giungendo in coda a tutte le altre, cancellerebbe definitivamente il rapporto diretto tra sessualità e procreazione a favore di un erotismo trascendente disgiunto dal legame di sangue.

 

Discettazione sull’affiliazione amicale e società.

 

L’attrazione sessuale scaturisce dalla predominanza erotica in cui si crea una criticità, causando un travaso del desiderio attivo nel gorgo che lo stesso suscita in quello passivo - due travasi o due vuoti non innescano il moto sessuale. E’ logico dedurre che anche in un matrimonio bostoniano non ci si trovi dinanzi all’unione di due uguaglianze, bensì all’incontro tra prevalenze diverse capaci di scaricarsi in un bisogno reciproco. Ne consegue che le nuove tipologie di affiliazione erotica ereditano la visione lineare di un legame logico che lega causa ed effetto nella soddisfazione di un bisogno reciproco. Interrotto il quale è doveroso rompere anche la relazione amicale per ristabilire altrove un legame sensualmente utilitarista.

 

Aristotele spiegava il sentimento amicale in una relazione tra individui, dove ciascuno ama l’altro desiderandone il bene incondizionato. Questa indistinta visione di amicizia e amore deriva nell’era classica dalla percezione di un ruolo biologico non determinate nella qualità dei rapporti umani, aprendosi alla possibilità di affiliazioni di diverso genere. Nel rapporto amicale tra due uguaglianze, la sessualità viscerale è un elemento inerte (dielettrico/isolante), che reagisce come qualsiasi materiale immerso in un campo magnetico esterno, cioè dando luogo a fenomeni di polarizzazione. I greci usavano dell’ambra gialla (Elektron) per osservare i fenomeni dell’elettricità statica, mediante sfregamento questa si polarizzava scintillando. In tal senso l’ipotalamo posto nel cuore dell’encefalo potrebbe essere paragonato alla nostra ambra gialla la quale, dal punto di vista riproduttivo, diventerebbe la pietra della follia illogica che scarica la differenza di potenziale accumulata nel sistema erotico a essa collegato.

 

La sessualità viscerale nei suoi meccanismi chimici offre un’energia attrattiva permeante alla pari di quella gravitazionale che tiene insieme lo sfero cosmico; tuttavia è un’energia debole specie se confrontata con quella elettromagnetica. La propriocezione del corpo umano si trasmette per impulsi elettrici che creano del relativo magnetismo. Il nostro stesso cervello è paragonabile a una dinamo che produce circa trenta watt di elettricità. Ogni essere umano può essere considerato un accumulatore elettrico che emana onde elettromagnetiche fino a ottanta milioni di cicli al secondo.  

La tensione armonica individuale crea una vibrazione in grado di accordarsi per simpatia tonale con la frequenza di percezione altrui, permettendo di condividere la medesima esperienza (Empatia). L’eros psichico, che si basa sull’esperienza emozionale, influisce sul campo d’azione stabilito dall’attrazione sessuale, quindi anche il rapporto amicale può stabilire delle simbiosi sensuali, determinando quei movimenti aleatori non semplificabili in una logica lineare di causa ed effetto.

 

L’affiliazione amicale tra individui necessita di uno scopo, quello che usualmente scaturisce dall’attrazione sessuale fisica. Lo scopo è essenziale al fine di creare un magnete catalizzante sull’effetto dell’esperienza empatica. L’ambito scolastico per esempio dà modo di condividere allungo la quotidianità con altre persone. Si tratta però di un tipo di esperienza che non crea particolare empatia e quindi coinvolge il corpo solo di riflesso: si studia nella stessa scuola, ma l’attività è individuale. Manca il gioco di squadra, dove si persegue lo stesso fine perché il successo è un effetto dell’insieme mentre l’empatia degli alunni di un’aula scolastica è condizionata dai differenti successi individuali. Ne consegue che lo sport fornisce un campo d’azione più adatto a stabilire affiliazioni amicali. In una palestra il corpo è stimolato nella sua propriocezione e la sinapsi limbica (Emozionale) è lasciata libera di esprimersi senza troppi condizionamenti dell’intelletto neocorticale. 

 

Nell’era classica l’omoerotismo era di casa nelle palestre e nelle caserme, cioè in luoghi dove c’era un’esaltazione del neikos maschile o parimenti in altri luoghi preposti all’arte più affine a della philìa femminile. Distinguo dunque il campo d’esperienza come il magnete catalizzatore, dal luogo con le sue regole di scopo che dà forma al conduttore di energia. In tal modo gli individui si dispongono nei fili di rame (regole) e tutti insieme avvolgono il magnete (campo d’esperienza) che inizia a far girare il rotore (scopo comune). Un modello di società di successo funziona come una dinamo che converte l’energia erotica di un’affiliazione nell’esperienza empatica del successo di squadra.

 

La mia ipotesi di affiliazione erotica non determinata dall’attrazione sessuale è che in luoghi specializzati in campi d’azione, in cui si esercita un effetto d’insieme riconducibile a qualità esclusive di neikos (azione e contrapposizione) o philìa (attrazione e conservazione), avvenga una sorta di polarizzazione dell’eros viscerale, disponendolo a esercitare una scintilla sessuale. Che questa sia omoerotica o no dipende da una complessità che è sempre sbagliato semplificare. Sono le cosiddette componenti aleatorie a determinarle e che i modelli educativi rendono edificanti o abiette. Nel caso dei greci, per esempio, i ruoli di erastès ed eromenos rientravano in una tradizione capace di elaborarli dentro una normalità mentre ora sarebbero sanzionati per legge. Oggi che si ricava l’orientamento sessuale dalle pratiche erotiche cui si è avvezzi, si usa il riduzionismo matematico degli insiemi, applicando un segregazionismo tollerante tra diversità, mosse da un genere di amore trascendente in grado di tenerle distinte. 

 

La meccanica di un motore elettrico (Dinamo) è in grado di agire anche al contrario, cioè la funzione che gira il rotore muove a sua volta il magnete che per induzione crea un flusso di energia nell’avvolgimento di rame. Possiamo dunque immaginare connessi ai due capi di una dinamo due tipi di scopi, da una parte c’è quello dinamico che tiene in moto il progresso delle forme sociali, mentre dall’altra parte c’è il carico passivo funzionale dello status quo, nella cui logica deve conservare integra la macchina da cui si alimenta. Una società vincente è una libera associazione tra individui che si scelgono traendo energia vitale nel comune scopo di darsi piacere. I neikos etici inducono coattamente dei modelli meccanici mossi col sacrificio ripagato con la moneta della speranza. La storia dell’umanità è una diretta conseguenza dei suoi modelli di affiliazione amicale mentre la discordia e la prevaricazione sono solo il prodotto di uno scontro tra modelli sociali etici

 

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#74 OFFLINE   Silverselfer

Silverselfer

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Inviato 18 aprile 2017 - 00:43

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Gli insiemi sociali si aggregano per similitudini, ma rimangono uniti per differenze complementari. Gli interessi comuni fanno incontrare le persone che ne interpretano lo scopo assecondando delle necessità individuali. La percezione del gruppo diventa in questo modo una visione volitiva in concorrenza con le altre, perseguendo un mero desiderio di soddisfazione. Sono le dinamiche del contrasto che forniscono energia all'insieme, diventando attrattive nella ricerca del consenso tra diversità complementari.

La contrapposizione vincente rivela una nuova visione d’insieme che produce entusiasmo per il cambiamento. Il dispotismo della volontà individuale attrae in questo modo il consenso del gruppo, formando una gerarchia dove l’accondiscendenza diventa il carisma con cui il leader trasferisce la sua energia volitiva all'insieme. Questo modello «verticale» è di tipo distruttivo, cioè si proietta in avanti attraverso successive volontà individuali vincenti nella contrapposizione con l’esistente.

Nel modello orizzontale, l’individuo è circoscritto in dei canoni di principio escludenti, tipo in un club calcistico dov'è possibile criticare la formazione della squadra ma non tradirne i colori. Il valore della similitudine unisce nella condivisione degli scopi e si contrappone all'individualità traendo forza dalla tradizione. L’orizzontalità è un modello conservatore, in cui le visioni volitive provocano scissioni, scismi o secessioni, ma non il cambiamento che inficerebbe il valore etico degli scopi comuni.



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L’insieme degli insiemi che non appartengono a se stessi, appartiene a se stesso solo non appartenendovi (Paradosso di Russell).

Il primo giorno che misi piede a scuola, mi accorsi che i ragazzini si cercavano per condividere delle similitudini. Era un genere di piacere istintivo sulla cui base si costruivano dei rapporti interpersonali. Un bisogno che avevo anch’io, ma la solitudine in cui ero cresciuto mi aveva insegnato ad appagarlo attraverso l’osservazione. Fino a quel giorno avevo potuto conoscere le persone guardandole dalle finestre di casa, correndo da una stanza all’altra per accompagnarle in un segmento di vita più lungo. Già ne ero intimidito quando le vedevo attraverso il sottile vetro del gabbiotto della portineria, figurarsi lo spavento di finirci improvvisamente in mezzo.

Mi rapportavo con la classe attraverso il fedele rispetto degli scopi imposti dall'insegnamento scolastico. Era per incapacità comunicativa che finii per essere associato alla sola mafia più temibile dei bulli dei gabinetti, cioè quella dei primi della classe. Mi sedevo tra loro per il diritto sancito dai voti scolastici, tuttavia rimanevo isolato dall'incapacità di trovare dei bisogni chiari con cui rapportarmi con gli altri. Era per questo motivo che mi sentivo un reietto e avrei volentieri fatto gruppo con gli altri emarginati, ma essi non esprimevano una consapevolezza d’insieme perché non avevano particolari originalità da condividere, se non lo scopo di compiacere chi li vessava. Cercavo così di combattere la solitudine infamante ponendo le mie similitudini con gli altri in termini di un continuo confronto vincente. Diciamocelo, ero proprio un ragazzino antipatico e questo mi faceva dannare.

Quando la malattia iniziò ad allontanarmi da scuola sempre più spesso, rimasi molto colpito dal comportamento di Juri. La maestra aveva chiesto chi era disposto a portarmi i compiti a casa e nessun altro aveva alzato la mano. “Attacca?” Chiese solamente per cautela se la mia malattia fosse contagiosa, ma poi si sedette sul bordo del letto e iniziò a spiegarmi cosa c’era scritto in quegli appunti. Juri aveva un aspetto arruffato, con dei capelli che ogni mattino portavano una piega diversa, probabilmente dovuta al cuscino del letto. A scuola spesso veniva senza grembiule e la maestra ogni volta lo chiamava alla cattedra per segnargli una nota sul diario. Gli altri alunni si rafforzavano nella loro normalità deridendolo mentre io stavo attento che il mio grembiule non si sgualcisse, che avesse sempre il colletto ben inamidato e quel ridicolo fiocco di raso bianco non si ammosciasse mai.

In un rapporto a due non avevo alcun problema a tirare fuori dal mazzo tutte le similitudini necessarie per costruire un’amicizia. Con Juri fu molto facile perché era un bambino curioso e stava ad ascoltarmi per ore. Mi accorgevo che era in disaccordo su qualcosa, solo quando la continuava a fare come riteneva giusto. All’inizio facevamo solo i compiti, ma poi imparai a divertirmi a modo suo. Lui conosceva tanti giochi da fare con carta e penna, tipo quelli che si trovavano sulla settimana enigmistica. Ero confortato soprattutto dal fatto che mia madre approvava la nostra amicizia. “I comunisti ci vogliono rubare le nostre cose” La Zia Pina invece riteneva pericolosa la provenienza politica della sua famiglia. “Sono atei!” Juri rimaneva seduto quando la maestra ci faceva alzare per recitare la preghiera del mattino. “Vivono nel peccato” Per l’esattezza, la Zia diceva che vivevano come animali, credo alludendo a una copula sfrenata.

Juri era il nipote di «Peppone Er Fornaro», il panificatore del nostro rione che per il vero nessuno conosceva bene perché lavorava di notte e dormiva di giorno. Peppone era rimasto vedovo molto giovane perché la moglie era morta donandogli due gemelli. Questi si chiamavano Romolo e Remo in onore dell’AS Roma, di cui Peppone era uno sfegatato tifoso e lo stadio era il solo motivo che lo spingeva ad allontanarsi dal suo forno. Dalle finestre di casa avevo osservato la magica somiglianza di altri due ragazzini che giocavano nel vicolo sotto casa. Scoprii, dunque, che Sergej e Dimitri erano i fratelli maggiori di Juri e insieme a Nikita, il fratellino più piccolo, formavano la nidiata di Romoletto, detto «baffone» per l’appassionata militanza nella sezione del partito comunista e, tanto per dire, nella panetteria di famiglia, accanto allo scudetto dell’AS Roma, campeggiava il ritratto di Stalin e quello sì che aveva dei gran baffoni.

Le signore si servivano da Romoletto perché lui le faceva innamorare del suo fervore politico ... beh, chiamiamolo così. Il fratello Remo al contrario era schivo di carattere e preferiva lavorare di notte insieme al padre, forse per questo motivo era ancora scapolo. La genia di Peppone Er Fornaro produceva bei mori dal fisico asciutto e gagliardo e vivendo tutti nella stessa casa con una sola donna, scatenavano le fantasie erotiche dei ben pensanti come la Zia Pina. Entrare la mattina nella loro bottega era un inno alla gioia con quel tepore aromatizzato dal pane appena sfornato che ti entrava nelle ossa ficcandosi su per il naso. Romoletto serviva le signore con numeri istrionici e quelle chiocciavano ubriache delle sue premure. “Mi moglie è ‘na santa” Rispondeva a chi si chiedeva come potesse star dietro a una lenza del genere. “E vattene, va ... ” Diceva invece lei, quando il marito la tirava in mezzo per mostrare a tutti quanto fosse bella.

Juri andava a scuola con i fratelli ed io avrei tanto voluto lasciare la mano di mamma per raggiungerlo. Sergej camminava un passo avanti a tutti in compagnia di Nando, mentre Dimitri portava per mano il riluttante fratellino Nikita. Juri li seguiva con lo sguardo nascosto tra i piedi che di tanto in tanto scalciavano qualche pensiero molesto. Anche Juri e Nikita erano gemelli, il cui fratellino però era stato abortito costringendoli a nascere entrambi settimini. I gemelli beta mostravano una certa docilità di spirito e la propensione a lasciarsi guidare dal fratello alfa. Nikita mostrava già un carattere dispotico e nonostante fosse piccolo, dominava con i suoi capricci i fratelli beta mentre si scornava continuamente con il padre e Sergej. Credo che Juri fosse un beta e nel suo carattere introverso c’era lo smarrimento di aver perso l’altra metà.

Nando era figlio unico e forse era per colmare questa solitudine che, quando Sergej lo lasciava per andarsene con Dimitri, lui saliva in casa mia arrampicandosi dal balcone della cucina. Io ero abituato a concedergli tutto e anche a scuola gli cedevo la mia merenda. Siccome lui e Sergej facevano a gara di paraculaggine, anche questo pretendeva di fare lo stesso con Juri, ma lui si baruffava col fratello anche per concedergliene un solo morso. Un giorno che Sergej era riuscito a strappargli la merenda di mano, venne a rubare la mia, cacciandosi il maritozzo in bocca tutto in una volta per non farselo prendere da Nando. L'inappetenza era una delle stranezze che provocavano l'effetto di allontanarmi dagli altri, compreso Juri che mi tolse il saluto.

Juri mi evitava di proposito e avrei strisciato ai suoi piedi pur di ottenerne il perdono. A lui piaceva disegnare e durante la ricreazione, capitava che sfidasse qualche compagno a chi lo faceva meglio. “Io preferisco Goldrake” Quella mi sembrò la battuta migliore per attaccar bottone perché stavano disegnando dei robot manga. “Lo sai disegnare!” Esclamò l’altro. “Non ci credo” replicò Juri, sfidandomi a dimostrarlo. Inavvertitamente avevo appena proferito una spacconata vantandomi di saper disegnare una roba ritenuta difficilissima. Me ne resi conto mentre abbozzavo le doppie corna ricurve di Goldrake che non venivano mai perfettamente simmetriche. “Sembra ricalcato!” No, era un complimento sperticato, però ci avevo messo tutto l’impegno possibile e solo per dimostrare di avere qualcosa da condividere con Juri ... invece gli strappai il primato di miglior disegnatore di robot.

Il clan dei più bravi faceva gruppo con l’insegnante, per questo erano percepiti come i cocchi della maestra ... ma io no e volevo dimostrarlo a Juri quando mi tirai via il grembiule per offrirglielo mentre andava alla cattedra a beccarsi un’altra nota. “Maleducato!” Avevo fantasticato un plauso generale a quel mio gesto eroico, invece ci rimediai lo spintone con cui Juri rifiutò di farsi strumento della mia gloria. “Domani verrai accompagnato” Lo sapevano tutti cosa si rischiava a toccare un cocco della maestra. “Io non c’ho tempo da perde” La madre di Juri si presentò in classe con propositi belligeranti. “Chi se crede de esse” Si sentiva offesa dagli appunti che la maestra le scriveva nelle note sul diario del figlio. “Questa è ‘na scuola pubblica” Sì, oramai indossare il grembiule era facoltativo, ma non al «Viscontino» che seppure fosse un istituto pubblico, non era propriamente una scuola «proletaria». “Ce li dovrebbe passa’ lo Stato” La maestra pretendeva che comprasse un terzo grembiule oltre quel cambio che non riusciva sempre a lavare e asciugare. “Sei solo ‘na sporca borghese” Urlò furiosa mentre maliziosamente la maestra osservava che sui grembiuli di Juri c’erano ricamate le iniziali dei fratelli maggiori.

Davanti ai miei occhi si stava consumando una tragedia di cui mi sentivo responsabile, ma perché un grembiule donato col cuore stava causando tutto quel livore? I comunisti forse avrebbero preferito rubarmelo? “Mo vado dalla direttrice e vedemo se poi insegna’ che i comunisti so’ ladri” Che disastro! Volevo solo assumermi le mie responsabilità, quando iniziò a uscirmi da bocca una serie d’invettive. “Grazie per aver provato a difendermi” Io volevo aiutare Juri e non offendere pure sua madre. “Sono degli ingrati che non meritano la nostra benevolenza” La maestra la pensava esattamente come la Zia Pina che si scornava continuamente con Romoletto ogni volta che andava a comprare il pane. “A da veni’ baffone” Le urlava dietro il padre di Juri quando la salutava polemicamente. Ero troppo piccolo per comprendere cose che neanche gli adulti sapevano spiegarsi, finendo per prendersi a sprangate nelle piazze. L’effetto di quella divisione che stava lacerando l’Italia separò anche Juri da me. Lui fu spostato nella classe della maestra Rosa, nota per i suoi metodi di studio socialisti.

Juri scomparve tra le nebbie con cui la malattia offuscò la mia mente. Mi ricordai di lui quando in fila aspettando la campanella dell’uscita, lo vidi pisciarsi addosso tra l’imbarazzo generale. “Nei gabinetti non posso entrarci” Qualche giorno dopo trovai il coraggio di andare nella sua classe durante la ricreazione. Stava disegnando e fu facile attaccare bottone. “Alessandro l’Unno ... ” Aveva litigato con il ras della mafia dei gabinetti e non poteva più contare sulla protezione dei fratelli che erano passati alle scuole medie. Lo presi, dunque, a parte della mia strategia basata sui corridoi d’invisibilità, cioè usare i gabinetti in quel lasso di tempo che avevo osservato rimanere sguarniti. Lui, la sua amica Fabiana ed io fondammo la tribù delle chiappe scottate dal termosifone davanti ai cessi e, per quanto tenuto insieme da una necessità meramente fisiologica, quello fu il mio primo insieme d’appartenenza. Forse sarebbe potuta diventare un’amicizia anche fuori dall’ambito scolastico, se nella mia vita non fosse entrato anche Vanni.

Vanni divenne il mio unico amico ... gli volevo bene e tutto, però era un rapporto obbligato dalle circostanze. Suo nonno era troppo importante per gli affari di Primo e poi lo divenne anche per lo Zio Gerardo, quando comprarono lo stabile dove abitavo e mia madre divenne anche la sua governante. Poi iniziammo a frequentare la stessa scuola e anche lui entrò a far parte della mia tribù. “Sono degli sfigati” Sì, in effetti eravamo una manciata di reietti senza sale, ma lui non era certo migliore se aveva dovuto usare l’influenza del nonno per procurarsi un amico. “E’ matematico che ci sfottono” Vanni mi sfilò l’amicizia di Juri perché giocavano insieme nel vicolo sotto casa. “Loro devono stare con le femmine” Lo tirò dalla sua parte per convincermi a cacciare le due ragazzine della tribù. “Nessuno le vuole” Fabiana era una ragazzona cicciotta con degli occhiali tutti incerottati perché le facevano infiammazione a contatto con la pelle. I compagni la canzonavano e le compagne non la volevano nei gabinetti dandole della scorreggiona. L’altra ragazzina, la chiamavano capra o la lucertola, perché ruminava pezzettini di carta ed era magra allampanata. “O loro o noi” Vanni era diventato il fratello alfa di Juri, ma se non volevano pisciarsi addosso, dovevano per forza aspettare il mio via e quindi sopportare anche le ragazzine.

In quinta elementare finii in classe insieme a Juri. A causa di un decreto ministeriale che prevedeva classi di venticinque alunni, la mia intransigente maestra decise di abbandonare la scuola pubblica. Noi eravamo sopravvissuti solo in tredici al fuoco di fila delle sue bocciature e fummo accorpati nella sezione della maestra Rosa. Lì si viveva in un collettivo socialista e soprattutto vigeva il sei politico, niente più insufficienze o medie di rendimento, basta note sui diari e banchi disposti per ordine di merito. La cattedra della maestra era stata unita ai nostri tavoli che formavano una lunga tavolata conviviale. Non c’erano distinzioni gerarchiche e tutti dovevamo svolgere un servizio utile per la comunità. A tale scopo, ogni mese si tenevano le elezioni democratiche per far ruotare le competenze, in cui non era permesso candidarsi, ma era il collettivo a investirti del ruolo pubblico.

Le cariche da assegnare erano solo dieci e in genere erano ricoperte da chi era più popolare. Mi sentii molto lusingato quando inaspettatamente una buona quota dei compagni di classe infilò il mio nome nell’urna. «Addetto ai giochi ricreativi» Quella carica se la passavano come un manico durante il ballo della scopa. Il compito era organizzare dei giochi di gruppo durante i venti minuti di ricreazione ... cioè quando esplodeva una baraonda e neanche con il lazzo riuscivi a catturare l’attenzione di qualcuno. Il solo a rimanere inchiodato al suo dovere era l’addetto che aveva da leggersi un tomo enorme su cui c’erano le regole dei giochi. Era palese che fossi vittima di un complotto, ma fecero male i conti a riconfermarmi per quattro mandati. Con la mia piccola tribù iniziammo un tamtam tra tutti i reietti, riunendo intorno alla mia carica pubblica una bella corte dei miracoli. Riuscivamo a realizzare giochi divertenti che finivano per attirare sempre più gente. Avevo coagulato un considerevole consenso e al quinto mandato, conquistai la carica che più ambivo: L’addetto ai cessi.

Rivoluzione tra le rivoluzioni, con la maestra Rosa si poteva andare in bagno durante le lezioni. L’addetto ai cessi controllava il traffico con quattro portachiavi colorati, che ognuno riconsegnava al ritorno dal gabinetto. Ora se quello stronzo di Alessandro l’Unno voleva trascorrere ore nel suo habitat naturale, doveva chiedere il permesso a me. “Tu sei frocio” Appena ricevuto in consegna i portachiavi colorati, Alessandro l’Unno mi fece cenno di seguire il suo labiale. Mi dette del frocio gettandomi nel panico perché, proprio in quei giorni, avevo iniziato a bagnarmi le mutandine collezionando le foto di biancheria intima maschile. Si trattava di un insulto generico oppure mi stavo trasformando in una ridicola checca? Lo spavento di essere canzonato, mi fece diventare accondiscendente con la mafia dei gabinetti. Per me, Juri e la lucertola, il problema non esisteva più, ma per il resto della tribù la situazione non era cambiata. Avendo perso d’occhio le abitudini dei bulli, un giorno sbagliai a dare l’ok per entrare nei bagni. Successe che Vanni fu messo in mezzo e Fabiana combinò un guaio cercando di fuggire. Cercai di salvare capra e cavoli ma in finale mi preoccupai soprattutto di parare le chiappe ad Alessandro l’Unno. Vanni in particolar modo la prese come un tradimento e da lì a poco ci azzuffammo anche al Circolo per la storia del canottaggio. Rimanemmo amici ma da quel momento s’insinuò tra noi una certa diffidenza che si riflesse anche nelle dinamiche sociali nel vicolo sotto casa.

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Genesi ed Evoluzione del Pisellamento

Fino al 1968 in Italia esisteva l’articolo 599 del codice penale che puniva l’adulterio femminile fino a due anni di reclusione con l’aggravante dell’abbandono del tetto coniugale. In tal modo l’amore durava tutta la vita nonostante l’adulterio fosse una pratica discretamente esercitata da tutti. Chiunque dava scandalo con un nuovo amore dopo il matrimonio, imboccava la via dello sdegno sociale, sempre messo in carico alle donne: «sfascia famiglie». Quasi mai le vedove bianche riuscivano a costruirsi una vita altrove e com’era successo a mia madre, tornavano sui loro passi nel rispetto dei costumi sociali. I genitori di Nando erano separati, ma al contrario dei miei non si erano più rimessi insieme. Sulle ragioni di com’erano andati i fatti, se ne raccontavano tante e sempre a carico della moglie scellerata. Siccome però mia di madre conosceva il travaglio interiore che conduceva a una tale decisione, la difendeva a spada tratta e aveva in spregio quell’uomo che l’aveva causata. Era soprattutto per questo che non vedeva di buon occhio neanche Nando, per cui la gente del rione provava compassione.

Nando era cresciuto nella falegnameria del padre, vivendo la sua quotidianità nel vicolo sotto casa. Somigliava a quei gatti randagi cui tutti nella città eterna riservano un piattino di avanzi sul davanzale, senza curarsi di prenderli in casa. Me l’ero visto arrivare sul balcone della cucina, tale e quale agli altri gatti con cui condividevo le mie giornate solitarie. “Che c’è Nandi’?” Sergej, Dimitri e Nando erano cresciuti insieme e a scuola finirono anche nella stessa classe. “Er gatto te s’è magnato la lingua?” Potevo capire il suo desiderio di entrare a far parte della loro famiglia numerosa. “Sali e di’ a mi moglie che te fa il piatto pure a te” Quando tornavano da scuola, nel momento di salutarli si sentiva abbandonato e aspettava che Romoletto intuisse la sua malinconia. Probabile che furono Sergej e Dimitri a iniziarlo ai piaceri del pisellamento, anche perché in quel clan di maschi dov’erano cresciuti, era qualcosa che non procurava scalpore.

Nando andava a caccia di un boccone d’affetto e con piglio felino, svicolava agilmente i colpi di scopa di chi, come mia madre, non voleva la sua storia tra i piedi. Io lo capivo e lo attirai come facevo con gli altri della sua specie. Sapevo che non c’era rancore nei suoi sbuffi bisbetici e se lo volevo carezzare, dovevo sempre fargli trovare il piattino degli avanzi bello pieno. Il pisellamento venne insieme all’intimità con cui mi aveva anche insegnato a sputare lontano, a bere a gargarozzo o a pisciare in piedi. Era comunque un gesto diverso dagli altri e solo dopo averlo compiuto, iniziò a parlarmi in maniera diretta, senza la paura di mostrarmi le sue debolezze. “Non lo devi di’ a tu madre” I segreti come quello del pisellamento avevano tessuto un filo invisibile che ci univa anche quando eravamo in mezzo agli altri ragazzini, fu così che si sentì in dovere di comportarsi da fratello maggiore.

Quando Juri iniziò a venire a casa, scoprii un rapporto diverso di amicizia. Da coetanei condividevamo lo stesso punto di vista mentre scoprivamo la vita attraverso il gioco. Tuttavia, l’intimità raggiunta con Nando era qualcosa da cui non potevo divorziare e quando lui saliva dal balcone della cucina, Juri capiva da solo che doveva andarsene. La malattia e la lunga convalescenza che seguì, recisero di netto tutti i rapporti amicali. Nando era entrato ormai nell’età puberale, scoprendo dei bisogni che lo portavano lontano da me. Quando mi vedeva sul balcone della cucina, mi faceva quel fischio che una volta serviva a dargli il segnale per salire, invece ora era diventato un saluto affettuoso che ricambiavo con un’alzata di mano mentre lo vedevo andarsene in compagnia di Sergej e Dimitri. Fu per sfuggire alla solitudine, se trovai il coraggio di scendere anch’io nel vicolo.

La malattia somiglia per molti aspetti alla sessualità perché condiziona i sentimenti con i bisogni del corpo. Mia madre l’aveva sempre usata per esprimere quell’affetto che non riusciva a provare nei miei confronti. Io stesso la usavo per costringere gli altri a restarmi vicino, ma quando il gioco sfuggì di mano a tutti, scoprii quanto sia pericoloso giocare con la salute. Il valore della normalità divenne qualcosa di concreto, riscontrabile con delle analisi cliniche e tutto l’insieme delle cure obbligavano il rientro in quegli standard, inseguendo una sorta di eugenetica della felicità. Imparai come nelle secrezioni biologiche delle nostre viscere non risieda solo il benessere del corpo, ma nell'esercizio delle loro funzioni risiedeva lo stesso segreto del pisellamento, cioè la capacità di rendere intimi e la condivisione di quegli scopi inderogabili, tesseva rapporti umani solidi e duraturi.

Durante la convalescenza fui costretto a ricostruire ogni ponte elementare di comunicazione, e trovai un valido appoggio nella visione volitiva di Vanni. Me lo ritrovai in casa, a scuola e poi come come compagno di vogata, fino a dividerci anche l’affetto di mamma. Con lui si formò naturalmente la condivisione degli spazi vitali che porta all'intimità dei bisogni fisiologici. “Può venire anche Momo?” Ad esempio, a causa dei suoi problemi intestinali, lo obbligavano quotidianamente a lunghe sedute al gabinetto. “Giochiamo ad asso piglia tutto” Si annoiava e allora gli davo compagnia giocando a carte sul piano del cesto della biancheria sporca. “Fa male!” Lo vedevo strizzarsi in volto e diventare tutto rosso fino alle lacrime per riuscire a fare una noce di cacca.

“Infilane un po’ dentro col dito” Vanni soffriva di stitichezza cronica che gli causava pruriti intimi. “Ahhhhhhh” Portava sempre in tasca una scatolina rotonda con sopra ritratta una foglia verde pastello. “Ahhh Ahhh Ahhh” Dentro c’era una cremina vischiosa dal profumo balsamico con cui si umettava per alleviare il prurito. “Siete impazziti!” Me la fece provare e dava una sensazione intensa di freschezza. “Infilane un po’ dentro col dito” C’era anche un modo improprio di usarla spingendone un pochino dentro l’orifizio. “Ahhh Ahhh Ahhh” In quel caso il fresco intenso diventava irresistibile e cominciavamo a correre in preda a crisi esilaranti. “Siete impazziti!” Mia madre certo non poteva capire il motivo per cui ci vedeva improvvisamente correre per tutta casa tra gli strepiti di un’apparente follia. La condivisione di questa intimità costituiva il segreto che rendeva esclusiva la nostra amicizia.

Pisellarsi con Vanni era un gesto naturale come quando mi passava un pezzettino della cicca che stava masticando. Nel frattempo mamma divenne la sua governante e fece venire Lalla dal paese per aiutarla nelle faccende. I suoi bambolotti: «Miss Rose e Mr Wiggly» dettero un senso fin allora sconosciuto al pisellamento. “A ‘mo simme fidanzati” Toccarmi con lei aveva uno scopo diverso dell’amicizia. “Ce duvimm’ vasà” Comportava tutta una serie di regole ed erano soprattutto quelle a far diventare il rapporto esclusivo. Vanni mi aveva espropriato di ogni interesse, ma non riuscì mai ad imporsi su Lalla proprio perché tra noi due c’era quel sodalizio. Una cosa però accumunava quei due ed era l’incomprensibile smania di andare a giocare giù nel vicolo.

In strada s’incontravano gli altri ragazzini con cui non riuscivo a comunicare, così rimanevo sempre un passo dietro a Lalla. Non mi passava neanche nell’anticamera del cervello di scendere in strada da solo, come invece faceva Vanni, che usò Juri per inserirsi nelle dinamiche di gruppo. Appena lo vedeva, gli andava incontro per salutarlo e non aveva alcuna remora a lasciarmi per partecipare alle sue faccende. Io ero condizionato dallo stato di convalescenza che m’imponeva dei vincoli solitamente riservati ai bambini più piccoli. Vanni e Juri se ne andavano a esplorare il circondario, mentre io ero coinvolto da Lalla nei giochi stanziali delle ragazzine. Fu così che strinsi amicizia con Nikita che mi era di due anni più piccolo.

“Non ci giochiamo con te” Nonostante l’età, Nikita era già animato da virgulti sensi che facevano dannare le ragazzine. “Vattene” Appena lo vedevano sopraggiungere, scattava un allarme generale, che scatenava in Nikita uno strano istinto. “Scappiamo!” Si lanciava nella mischia in una rincorsa eccitata dal panico delle pollastrelle svolazzanti. “Devi rispettare le regole” Quando le ragazzine lo includevano nei giochi, lui si divertiva a fare il guastatore. “E chi se ne frega!” Stanco dei loro ammonimenti, si metteva in disparte a guardarci giocare. “Momo e fa il serio!” Io cercavo di imitarlo, ma non mi riusciva essere altrettanto antipatico. “E dai, vieni a giocare” Le ragazzine con tutte le loro regole avevano bisogno di un maschio per ribadirle ed io mi ero stancato quanto Nikita di quel ruolo. “Lo dico a mamma!” Invidiavo il suo spregiudicato coraggio. “Ah, sozzone!” Se qualche avventata, scendeva in strada con la gonna, doveva aspettarsi le sue continue incursioni per sollevarle le sottane. “Smettila!” Mi faceva morire dal ridere e quando Lalla iniziò a fare comunella con le ragazzine più grandi, anch'io lasciai i noiosi giochi da femmine per saltare dalla parte della barricata di Nikita.

Quando si autoescludeva dai giochi, Nikita usava buttarsi su un muretto e distribuiva linguacce a quante non potevano fare a meno di gettare uno sguardo dalla sua parte. “I froci giocano colle femmine” Con questa velata minaccia mi costringeva a fermarmi sul muretto con lui. “Sei laziale o romanista?” Non guardavo le partite di calcio ma conoscevo la fede giallorossa della sua famiglia. “Se sei romanista, te le devi compra’” Intendeva le figurine Panini dei calciatori del campionato. “Ce l’ho, me manca, ce l’ho, ce l’ho, me manca ... ” Andammo insieme a comprare il mio primo album con l’investimento di un piccolo capitale in bustine di figurine. “Lo scudetto vale doppio” M’insegnò tutte le regole dello scambio dei doppioni, indicandomi quali valevano doppio. “Ce li giochiamo?” C’erano poi le scommesse di abilità come far scartare una figurina dal mazzo per farla cadere in terra dalla parte dell’immagine. “Sei una schiappa” Sì, ero una schiappa, ma non credo che a Nikita dispiacesse sfilarmi le figurine.

“Domani ce stai?” I continui impegni m’impedivano di annoiarmi sul muretto sotto casa come succedeva agli altri. “Posso veni’ a casa tua?” Ecco, questa richiesta mi faceva sempre gelare il sangue nelle vene perché temevo lo sguardo di spillo di mia madre. “Mommo sta facendo i compiti” Nikita era troppo impertinente e lo respingeva senza neanche interpellarmi. Lui però era della stessa pasta di Nando e alla terza volta che si vide respingere, disse: “Si lo so, me deve aiuta’ a fa’ ‘na ricerca”. Si presentò con un quaderno dalle pagine stropicciate e scritte da far spavento. Era già in terza elementare ma leggeva ancora sillabando le parole, così mi sentii in dovere di aiutarlo, ma a lui i fumetti della Marvel non interessavano. “Lo conosci Lando?” Gli chiesi dunque di leggere insieme qualcosa che gli piacesse. “A me piaciono le zizze grosse” I suoi supereroi erano: Il Tromba, Il Camionista e appunto Lando, i protagonisti dei fumetti pornografici dell’epoca.

“Sb ... sba ...sbattimelo” Preferivo fare gli esercizi di lettura nel gabbiotto del portierato perché Nikita non aveva percezione della sozzeria che stavamo facendo e alzava la voce per superare l’impuntatura su qualche sillaba difficile da pronunciare.“Fammi ... godere ... fammigodere” Nello striminzito gabbiotto c’era solo una sedia davanti alla finestrella che dava sull’androne e Nikita leggeva restando in piedi accanto a me. “Comp ... come se legge questa?” Tenevo il giornaletto dentro a un libro che chiudevo quando passava qualcuno e non tanto per il condomino che a malapena si accorgeva di noi, quanto per interrompere Nikita che era totalmente preso dalla lettura. “Ma fica se dice figa o fica?” Spianava i gomiti sulla mensola davanti alla finestrella e premeva con i piedi nello sforzo che stava compiendo. “E’ passato ... ricominciamo” Non era certo il posto giusto per pisellarsi, ma dopo un po’ diventava inevitabile. Gli passavo un braccio sulle spalle mentre iniziavo il delizioso massaggio. “Succ..chia..aamelo” Quando gli concessi un angolino dello sgabello per sedersi tra le mie gambe, per pisellarmi non avevo più bisogno della mano. “Faccio più forte?” Anche a lui piaceva premersi contro di me e dovevo incastrare le rotelline dello sgabello contro l’angolo della parete per resistere alla sua pressione.

Il pisellamento formò anche con Nikita quel filo invisibile che univa nell’intimità. “Aspetta che te apro la porticina” Iniziai così a frequentare il magazzino della farina dietro al forno del pane. “Dai entra!” Ci si accedeva da un uscio ritagliato in un enorme portone. “Non ce sta nessuno” Di giorno era disabitato. “Salimo sopra” C’era anche un soppalco, costituito da una stanza con una finestra che dava nel magazzino. “Scegli quello che te pare” In quella stanza si accatastavano stratificazioni geologiche di riviste e giornaletti. Non era tutto materiale pornografico, c’erano anche settimanali di enigmistica o gazzette sportive, di cui alcune pagine memorabili facevano bella mostra di sé attaccate alle pareti. “A regazzi’, ma ve la trovate que’ a nocciolina?” Nikita non era il solo che frequentava quel posto e nessuno dei maschi di casa si stupiva a trovarci scartabellare con una mano nei pantaloni.

“Te va de abbracciacce?” Io ero attratto solo da quei giornaletti. “Mettemoce sulla branda” Nikita invece voleva soddisfare un bisogno che per lui era chiaro come correre ad acchiapparella o saltare alla cavallina. “Strignemoce forte” Mi si attaccava al collo ed io lo tenevo stretto nello sforzo di bloccare il suo frenetico movimento pelvico. “Annamo a fa la piscia insieme?” Finimmo così il nostro primo incontro, ma ce ne furono altri in cui ci toglievamo anche i pantaloni. “Ah regazzi’, che state a combina’?” Romoletto ci pizzicò a braghe calate. “Sti sozzoni!” Ci menò certi scappellotti e poi minacciò di raccontarlo a mamma! “A piccole’ com’è che nun entri?” Dopo quel brutto quarto d’ora, mi tenevo alla larga dai guai e la mattina chiedevo a Vanni di comprare la merenda anche per me. “Te c’ho messo il maritozzo colla cioccolata” Romoletto allora uscì dalla bottega per portarmi il sacchettino di carta bianca. “Rimane ‘na cosa tra noi, va be’?” Il cacao mi faceva lo stesso effetto della caffeina, perciò mamma non voleva che prendessi il maritozzo con la cioccolata ... ma l’occhiolino sornione che quella mattina mi fece Romoletto, alludeva a ben altro.

Nikita aveva reagito senza alcun pudore agli scappellotti del padre e all’appuntamento successivo, si era ripresentato puntualmente come nulla fosse accaduto. A casa sua c’era una diversa percezione dei bisogni erotici del corpo. Da me il peccato riduceva tutto a un’innominabile sozzeria e dovetti aspettare che la maestra Rosa ci spiegasse chiaramente come nascessero i bambini, per riuscire a distinguere il pisellamento dalla sessualità riproduttiva. “Tu rimani abbasce, capì?” Quello fu anche il momento in cui le zizze di Lalla rivoluzionarono la mia vita sociale. “Accuort, m’araccomanno!” I suoi fidanzati immaginari divennero reali e a me toccava farle da palo. “Tando faccimme ‘mpress” Nel frattempo Dimitri aveva terminato le medie e siccome Romoletto sosteneva che il mondo lo mandavano avanti gli operai, era stato messo a lavorare in bottega. “Statte quieto, ce penza Mommo allo banco” L’infatuazione di Lalla per Dimitri era una storia vecchia, ma aveva preso una piega più seria da quando s’incontravano clandestinamente nel retrobottega. “Annamo a vedelli” Io ero curioso di vedere cosa combinassero, ma ci volle la sfacciataggine di Nikita per convincermi a spiarli. “E tu che nun ce credevi” Io pensavo che facessero cose tipo nel pisellamento, invece Dimitri glielo metteva proprio dentro e mi parve anche che a Lalla facesse parecchio male ... invece dopo si baciarono a lingua di fuori come io non le avevo mai voluto concedere ...

“Cucete la bocca sa ... ” Lalla intuì subito il mio disappunto quando le dissi che l’avevo vista con Dimitri. “ ... o dico a tu madre che fate co’ Marinella” Mi stupì la cattiveria con cui minacciò di cantarsela su come il pisellamento tra me e Nikita aveva iniziato a coinvolgere Marinella. Era accaduto quando lei e altre consorelle del locale serbatoi erano diventate signorine, da quel momento avevano cominciato a fare comunella tra loro, tagliando fuori le ragazzine più piccole. “Facemoce fa’ l’amore tutti assieme” Le attività di porno barbie durate le riunioni di casalinghe avevano perso Lalla e di conseguenza anche Vanni. “A Big Jim piaciono le zizze” Fu così che coinvolsi Nikita. “Ce abbracciamo pe’ davero?” Marinella e Nikita erano coetanei e lei era molto diffidente nei suoi confronti perché a scuola lui si comportava esattamente come nel vicolo sotto casa. “Sì, però uno per volta” Tuttavia accettò subito la proposta di Nikita e iniziammo ad abbracciarci veramente.

“E’ squacquarone non cagliato” Lalla chiamò così l’esagerata emissione di liquido delle mie ghiandole di Cowper. Nikita anche era convinto che si trattasse di un’eiaculazione perché il liquido schizzava via prima del flusso di pipì. Insomma, ero convinto che si trattasse di sperma e di conseguenza mi sentivo in competizione con i ragazzini più grandi. Volevo che Lalla mi trattasse come i suoi amanti e le feci credere che sapevo schizzare col piccolo trucco di spingere fuori un pochino di pipì. Lei mi riammise nel circolo del locale serbatoi, ma non potevo sostenere il ruolo di sua cavia per esperimenti sessuali e quando me lo prese in bocca, tentai qualcosa d’impossibile finendo per farle la pipì in faccia ... risero di me e questa cosa mi ferì profondamente. A questo si aggiunse la frustrazione di vedere l’eiaculazione di Vanni, lo invidiavo e gli detti a credere di avergli squagliato le palle durante i nostri incontri di lotta, ma poi un giorno si presentò con uno dei giornaletti de’ Il Tromba e compresi che Juri lo aveva condotto nel magazzino della farina ... da quel momento le nostre strade si divisero. C’era qualcosa che iniziava a sfuggirmi perché quel filo d’intimità che imbastiva il pisellamento, si spezzava nel momento che qualcosa di molto misterioso subentrava, accomunando in degli scopi ritenuti da adulti. Per quanto mi sforzassi d’imitare il bisogno che ispirava quella nuova regola esclusiva, ne rimanevo sempre fuori per delle mie mutevoli diversità dalla consistenza eterea.

[Fine prima parte]


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