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Essere Totalmente Out: Vera Libertà o Scelta Incosciente?


Altair

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[ Faccio la solita premessa: se esiste un topic simile sentitevi liberi di fustigarmi e di fare il consueto taglia e cuci :D ]

 

Detto questo, cosa pensate della decisione di essere totalmente out con tutti?

 

La vedete come la massima espressione della libertà personale in barba

all'omofobia della nostra società oppure una scelta incosciente che porterà

sopratutto risvolti negativi?

 

Sinceramente è un pò che penso a questa eventualità, non che la voglia tentare

io, credo di essere ancora ben lontano da questa sicurezza, tuttavia mi affascina

non poco l'idea di poter parlare liberamente con tutti, di non fingere mai in nessuna

occasione. Parlo delle piccole cose dal dire: "Posso portare il mio ragazzo alla tua festa?"

al collega di università che ti invita, oppure "Guarda che carino quello!" davanti a una

amica che non sa ancora niente di te, andare in un negozio di vestiti e dire "Devo fare

un regalo al mio ragazzo, cosa mi consiglia?" fino alle cose più impegnative del

tipo girare mano nella mano per strada o portarlo a far conoscere la famiglia.

 

Un tipo di vita che non costringa ad avere amicizie gay per potersi esprimere liberamente

o a rinchiudersi in "aree protette" tipo le gay street, i locali o semplicemente casa propria.

 

Non possiamo ignorare però i pericoli: le amicizie che finiscono, i commenti omofobi,

le aggressioni, le discriminazioni sul posto di lavoro o in altri contesti, l'emarginazione.

 

Insomma una vita totalmente out e "anti-ghetto" vale la pena nonostante tutto?

 

Oppure è un'ipotesi totalmente controproducente che, qui ed ora (parlo ovviamente

dell'Italia del 2012), porta più fastidi che benefici?

 

Siamo ancora costretti ad ghettizzarci e a nasconderci per avere una vita della stessa qualità di una persona etero?

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Ti pongo una domanda che non vuole essere provocatoria ma che può essere d'aiuto per riflettere:

Se tu fossi ebreo, considerando che ci sono ancora molti antisemiti nella nostra società, lo terresti nascosto o ne parleresti tranquillamente nonostante il rischio di incappare nell'antisemita che ti discrimina?

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Un ebreo non corre gli stessi rischi e non è oggetto dello stesso "sdegno" che viene rivolto a gay, lesbiche o trans.

 

Sono due piani completamente diversi.

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Penso che dipenda più dal tuo carattere e dal rapporto che hai con le persone.

Per esempio io posso dire di essere dichiarato con tutti nel senso che l'ho detto ai miei amici importanti, ai miei genitori e a quei tre/quattro colleghi con cui ci parlo spesso, per il resto sulla mia bacheca di Facebook pubblico ogni sorta di articolo o commenti anche riguardo l'ambiente gay e chi legge legge, si farà due domande e se vorrà me lo chiede (mai capitato per ora). D'altro canto io sono una persona riservata per quanto riguarda il rapporto con il mio ragazzo, non ne parlo mai con i miei genitori, tantomeno con i colleghi (al massimo mi chiedono se va tutto bene, come sta , lo invitano alle loro feste insieme a me ecc ma non è che introduco io il discorso.

Ora come ora non ho amici gay, bensì conoscenze, ho solo amici etero, ma non perché me ne vergogno in pubblico di girare con i gay, ma semplicemente perché vivo in un contesto che mi fa sentire comunque a mio agio con loro. Io non ho bisogno di essere trattato da gay per sentirmi tale.. ma da persona come tutti gli altri :)

Le mie amicizie che sono finite non sono finite a causa della mia omosessualità, bensì per altri motivi, per cui mi sento di dire di non aver avuto a che fare con gente omofoba.

 

Io sono per la vita non totalmente out (ma parlo per me) e comunque anti-ghetto (non mi sono mai piaciuti i locali gay e/o zone esclusive per questi).

Credo che sia più o meno la stessa cosa degli etero che hanno il loro gruppo di amici e condividono solo con loro anche se si può dire che gli etero la loro sessualità la danno per scontata. Per il resto gli etero hanno altri tipi di problemi dovuti a stereotipi e mentalità della gente (come ad esempio fidanzarsi con una persona di colore o altra religione o con un grande divario di età ecc).

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Innanzitutto il "ghetto" non ha la funzione di proteggerci dall'omofobia,

mostrando il nostro orientamento solo in mezzo ad altri omosessuali.

 

Un punk si veste da punk anche al supermercato,

ma frequenta "concerti punk" per ascoltare la musica che gli piace

e per stare con altre persone che gli piacciono.

 

Quello dei gay è un "ghetto" quando devi per forza

andare al "Culetto Rosa Pub" per baciarti col tuo ragazzo.

 

"Frequentare locali gay" ed "essere out con tutti"

non sono quindi due cose inconciliabili.

Si possono fare entrambe le cose o solo una delle due.

 

La seconda questione riguarda il coming out con amici e parenti.

A mio avviso è un passaggio - prima o poi - inevitabile,

a meno di non volere una storia di copertura.

Come è inevitabile il conflitto con una famiglia omofoba

o l'allontanamento degli amici omofobi.

Direi che è un rito di passaggio obbligato.

 

Altra faccenda ancora è l'ambiente di lavoro,

ma - anche qui come per i ghetti - il problema

è quello di non essere out abbastanza

e di non voler rendere "battaglia sindacale"

un'eventuale discriminazione subita.

Paradossalmente se non si è out è più difficile

difendersi dalle malelingue e dal mobbing.

 

Essere out anche con gli estranei è una questione ancora diversa.

Significa non mettere alcun filtro tra sé stessi

(generalmente la propria coppia, a meno di non essere particolarmente appariscenti)

e il giudizio sociale della società.

Quasi sempre un atteggiamento simile presuppone un "temperamento militante"

ovvero la disponibilità a essere pronti a una reazione (fisica, politica, giudiziaria...)

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"Frequentare locali gay" ed "essere out con tutti"

non sono quindi due cose inconciliabili.

Si possono fare entrambe le cose o solo una delle due.

 

Ma certo che si, io l'avevo intesa come un possibile modo

per esercitare la propria libertà, ma i locali gay non sono solo

per chi non è totalmente out.

 

Essere out anche con gli estranei è una questione ancora diversa.

Significa non mettere alcun filtro tra sé stessi

(generalmente la propria coppia, a meno di non essere particolarmente appariscenti)

e il giudizio sociale della società.

Quasi sempre un atteggiamento simile presuppone un "temperamento militante"

ovvero la disponibilità a essere pronti a una reazione (fisica, politica, giudiziaria...)

 

Esatto io a questo mi riferivo.

 

Il punto è, secondo te il gioco vale la candela?

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Allora, io ad esclusione di alcuni (come ha detto Enrico, obbligatori) scontri familiari, in ormai tre anni di vita completamente out non ho subito nessun aggressione, insulto, occhiataccia: al massimo qualche sguardo sorpreso, qualche affermazione infelice, ma nulla di difficile o che mi abbia portato a perdere qualcuno o qualcosa, nella vita.

 

Addirittura ho fatto CO al colloquio di lavoro (tendo a doverlo fare quasi obbligatoriamente quando conosco qualcuno di nuovo, non appena si sente dall'accento che non sono del Nord, appena si manifesta curiosità sul perché io mi sia trasferita, perché non studio né faccio un lavoro che potrei fare solo qui), e mi hanno assunta ugualmente...

 

Ora, magari sono fortunata, come sono fortunata per il fatto che in 20 anni di vita io non ho mai avuto un incidente mentre la mia ragazza ne ha avuti due, per dire... Però, anche se fossi sfortunata, non penso proprio che mi sentirei di dire che il gioco non vale la candela, così come la mia ragazza non mi suggerisce di non uscire mai di casa solo per via delle esperienze passate.

 

Sinceramente non sento neanche di avere avuto chissà quale sicurezza di me, chissà quale coraggio...o forse non lo ricordo più. All'inizio sicuramente del nervosismo c'era. Adesso è così normale che non mi sembra neanche possibile ci possano essere altre opzioni.

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Assolutamente sì.

Io sarei anche disposto a farmi ammazzare per la mia libertà,

figuriamoci che paura possono farmi un paio di pugni o di insulti.

 

Valeva la pena nel '40 non mettersi la camicia nera come gli altri? Certo.

E mi pare si rischiasse molto di più di una scazzottata.

E - inoltre - trovo assai più nobile non vergognarsi del proprio amore,

rispetto a non vergognarsi dei propri ideali.

 

"Valeva la candela" sedersi nei posti riservati ai Bianchi

durante il segregazionismo dell'America anni '60?

Nonostante gli alti rischi, la storia ci dice di sì.

 

Ho l'impressione che "minori siano i rischi"

più è facile raccontare a noi stessi che "non vale la pena di correrli".

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Io sono out pressoché con tutti.

Ho fatto C.O a scuola, a suo tempo, lo sanno tutti i miei amici (anche perché su Facebook non ne faccio certo segreto) e gran parte della mia famiglia (ho tralasciato alcune persone davvero tanto all'antica, neanche troppo vicine a me a livello di legame di parentela).

 

Non ho mai avuto problemi fin'ora e non intendo nascondermi: mi è sempre venuto naturale comportarmi per quello che sono, non sono mai riuscito a nascondermi, perché volente o nolente col tempo finirei per esplodere. Probabilmente anche io, come Ariel, sono stato fortunato, ma anche se così non fosse in futuro non credo che valga la pena pregiudicarmi l'essere me stesso per la paura di incontrare qualcuno che possa essermi contro.

 

Alla fine, io ritengo che essere out sia anche un modo per rendersi conto delle persone che tengono veramente a noi o meno: chi trova nella mia omosessualità uno scoglio così grande da non poter proseguire serenamente il rapporto, è perché forse non ha mai tenuto a me così tanto.

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Ne vale assolutamente la pena. Dopo averci messo anni a capire di essere lesbica (quando a ripensarci era così palese) ho deciso fin da subito che uno dei miei obiettivi principali nella vita era quello di essere una persona totalmente out.

Per me essere totalmente out significa dire di me a tutti gli amici e i parenti (cosa che ho fatto) e poi comportarmi senza filtri con conoscenti ed estranei.

Ho avuto la fortuna che per me è stata una strada in discesa.

 

Di coming out da fare ne ho davvero ancora pochi. Da tre mesi poi mi è anche capitato di fare CO impliciti: per esempio parlavo della mia ragazza alla mia coinquilina mentre c'era un suo amico che non avevo mai visto e dai discorsi credo proprio abbia capito chiaramente che sono lesbica.

 

Però non mi sento affatto arrivata al punto che desidero raggiungere io. Per esempio, l'altra sera, ero a casa di amici dei miei (eravamo una ventina di persone) e un'amica loro mi ha chiesto: "Lo hai il ragazzo bella?" e io, invece di dirle: "No, ma ho la ragazza" non sono riuscita a rispondere. Ho solo biascicato qualcosa e volto lo sguardo da un'altra parte.

So che se la stessa persona me lo avesse chiesto mentre eravamo sole le avrei detto la pura e semplice verità, ma non me la sono sentita di fronte ad una tavolata di persone. Questo mi ha fatto capire che sono ancora lontana dal mio arrivo. E poi mi sono data della stupida per le ore successive.

 

Io voglio semplicemente vivere senza dire cavolate riguardo la mia situazione sentimentale e non concepisco un altro modo di comportarmi.

Mi sto prendendo il mio tempo. Non dico di no. Ma so che prima o poi ci arriverò e credo comunque di essere sulla buona strada.

 

Già per esempio nei primi CO ho sempre usato giri di parole per dire lesbica (non riuscivo a dire né lesbica né omosessuale) e aspettavo fossero gli altri a tirar fuori la parola, per poi confermare.

Ora invece ho preso molta confidenza con queste parole e le sento totalmente mie.

 

Quando d'ora in poi conoscerò nuove persone non è che mi presenterò: "Piacere, Francesca, sono lesbica" però non mi farò problemi all'occorrenza di parlare di lei.

 

Io credo che l'unico vero ostacolo per tutti dovrebbe essere la famiglia. Ma una volta detto a loro non capisco perché cercare di nasconderlo ad altri.

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Premetto che non ho letto TUTTI i post precendente quindi è possibile che ripeta delle cose...

Io vedo il fatto di essere completamente dichiarati come un bene. In fondo essere se stessi

è la cosa più importante per stare bene, secondo me.

Dipende sicuramente da persona a persona: io personalmente non faccio nessuna fatica

a vivere apertamente la mia omosessualità, e spesso non devo nemmeno fare CO perché

emerge spesso "involontariamente" nei miei discorsi.

Non ho un gruppo di amici gay, quindi non so come mi comporterei in una situazione del genere.

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Un ebreo non corre gli stessi rischi e non è oggetto dello stesso "sdegno" che viene rivolto a gay, lesbiche o trans.

 

Sono due piani completamente diversi.

 

Ma in che mondo vivi?

 

Chiesto questo, una simile questione può essere considerata solo ed esclusivamente (intendo autonomamente) se si ci pone il problema di essere diversi.

Ovvio che crescere in una società dove il nero è male e il bianco e bene e il destro è bene e il mancino è male si tenda a sentirsi diversi laddove si ci identifichi con l'altro schieramento.

E' ovvio che in certi ambienti tu non possa dire d'essere di destra (perchè ti spennano). E' logico che in Chiesa tu non possa urlare.. E' naturale che l'aborto in Italia non vada in contro all'arresto.. Questo vuol dire che ciò che siamo o che vogliamo debba avere delle conseguenze fin dentro la propria personalità?

Una cosa è il comportamento sociale, un altro l'essere vivente, l'esistere.

 

L'essere omosessuale a quale delle due lo riconduci?

Se è un comportamento sociale trovo naturale che tu ti ponga dei limiti su come quando e dove esserlo.

Se sei gay perchè sei vivo allora non comprendo il motivo per il quale questo punto possa anche solo essere considerato dipendente all'ambiente. Se lo è, è un errore e come tale a questo va posto rimedio.

 

A mio avviso, tra l'altro, cosa che considero grave quanto il resto del mondo che non accetta l'omosessualità, è il pesante contributo contrario che gli omosessuali "nascosti" apportano al cambiamento di una società che per inerzia rimarrebbe sempre la stessa. Se solo penso all'evoluzione del concetto della pornografia spinto dal solo impulso, quasi meramente fisico, e dalla spinta che ha dato alla tecnologia e al progresso mi vien la rabbia a confrontarlo con i timidi passi che invece abbiamo compiuto nel nostro ambito.

 

A parte questo, esempio personale: Non meno di mezz'ora fa, esco dal lavoro con alcuni colleghi e passando verso casa ci fermiamo al centro commerciale per comprare due cose. Alla cassa la ragazza mi dà carta e penna e mi chiede il numero di telefono per attraccarmi. Io le ho risposto ironicamente: Scusami ma appartengo a tutt'altro supermercato..

Ne abbiamo parlato tranquillamente anche con i colleghi dopo (tra i quali i più non sanno di me perchè sono qui da poco come sapete)e io non ho pensato nemmeno per un attimo, oh dio sono diverso chissà cosa penseranno.. forse era meglio nasconderlo, forse si saprà al lavoro.. forse perdo il posto.. forse troverò una bomba dentro la busta della spesa.. XD

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Non ho sentito recentemente casi di aggressione a coppie ebree eterosessuali.

 

Ma forse hai ragione te, vivo in un'altro mondo ;)

 

Essere gay è un elemento tanto ontologico quando comportamentale (la scoperta dell'acqua calda direi).

 

Quella che tu chiami "dipendenza dall'ambiente" è semplicemente un meccanismo di difesa da

tutti i problemi a cui si va incontro comportandosi liberamente alla luce del sole.

 

A mio avviso, tra l'altro, cosa che considero grave quanto il resto del mondo che non accetta l'omosessualità, è il pesante contributo contrario che gli omosessuali "nascosti" apportano al cambiamento di una società che per inerzia rimarrebbe sempre la stessa.

 

Il solito vecchio discorso.

 

Ok è vero, hai ragione, se tutti fossimo out il mondo sarebbe migliore (ma va?).

 

Detto questo, le persone che per varie ragioni (giustificate) rimangono IN o parzialmente

tali sono da mettere al rogo? Bisogna incolparle perché non vogliono prendersi un pugno

in faccia per il bene collettivo? (E si, queste cose succedono, anche molto spesso).

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Vivere tranquillamente la propria sessualità come altre condizioni (perché secondo me le discriminazioni non hanno piani diversi, sono tutti uguali) non ha prezzo,

e soprattutto, sempre secondo una mia opinione, genera anche parecchia invidia.

Per ora cerco di fare un passo alla volta, il CO con i miei e parecchi dei miei amici è stato il primo passo,

vivere serenamente un rapporto con un mio futuro ragazzo sarà il prossimo, è vero un po' mi spaventa, ma mi conosco, quando si perde la testa per una persona, non c'è commento omofobo che tenga.

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Detto questo, le persone che per varie ragioni (giustificate) rimangono IN o parzialmente

tali sono da mettere al rogo? Bisogna incolparle perché non vogliono prendersi un pugno

in faccia per il bene collettivo?

 

Questo ragionamento lo si può estendere in tutto.. dalle rivoluzioni sociali ai sindacati. Chi pensa solo al proprio orto per salvaguardare lo stesso finisce per essere solo quando, dopo aver finito con quello dei vicini, verranno anche a depredare il suo.

 

Esempio n°1,2,3.... :

 

Perchè devo andare io dal capo del mio capo a fare rapporto su quella cosa spiacevole che il nostro supervisore sta facendo a me e ai miei colleghi? Poi licenzeranno me.

 

Perchè devo dire io alla polizia che ho visto il tipo mettere quell'altro sotto la macchina?

 

Perchè devo essere io a fare rapporto al preside su quell'insegnate che alza le mani ai bambini e poi non le fanno niente e si metterà mio figlio "sopra il naso"?

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Altair, vista la situazione a noi basterebbe

che le persone che sono IN non dicessero a chi è OUT

"Ve la siete andata a cercare" quando capita qualche guaio.

E neanche che ci dicessero: "Ma ne valeva la pena?"

 

Quando un dissidente cubano (giusto per cambiare esempio)

si fa tre giorni di galera per una manifestazione non autorizzata,

non penso che gli altri dissidenti gli dicano

né "Te la sei cercata" né "Ma il gioco vale la candela?"

 

Bisogna solo decidere tra due opzioni:

1) Esporsi è normale e chi non si espone è un vigliacco

2) Non esporsi è normale e chi si espone è un eroe

 

Come non possono essere normali entrambe le cose,

così non è possibile essere "o eroi o vigliacchi".

 

Basta che ci mettiamo d'accordo.

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@@Dogville: Le discriminazioni (per fortuna degli ebrei e per sfortuna degli zingari) non sono tutte uguali.

Dire il contrario è un assurdo perbenismo totalmente distante dalla realtà.

 

@Aqvarius: Mi trovi perfettamente d'accordo. Il problema é:

 

A ) La posta in palio (rapporto rischi/benefici)

B ) Le proporzioni. Quando i neri combattevano per i propri diritti erano tanti, noi siamo sempre quel misero 5%.

 

@@Almadel: Non ho mai detto questo. Non ho mai in vita mia pensato "se l'è cercata". Io scelgo l'opzione 2 assolutamente,

chi si espone è un eroe e ha tutta la mia stima, ci mancherebbe altro. Io stimo fortemente chi si fa dare un paio di cazzotti

per difendere la propria libertà. Non mi fraintendere.

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Le discriminazioni SONO tutte uguali. Il modo fantasioso in cui si esplicano può essere diverso (forse intendi questo)..

 

Non metto in dubbio quale sia il tuo pensiero in merito. Sei molto diplomatico. Sono io che in questo caso non lo sono per niente.

 

Noi gay "out" abbiamo due nemici: il mondo che non ci accetta e i gay che non si accettano. Ed io li combatto entrambi con le stesse armi: Disappunto, schiettezza e determinazione (nient'altro di ineducato o inappropriato eh)

 

Come puoi essere certo del tuo 5% quando così tanti gay hanno emesso atto di residenza in eteroville?

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Le discriminazioni sono diverse in base a chi si rivologono, questo mi pare indubbio.

Che siano tutte ugualmente spregievoli questo mi sembra ancora più banale.

 

Comunque il mio pensiero in merito è molto semplice:

 

Stimo chi è totalmente out, ma sono consapevole di non avere (come motlissimi)

il coraggio di esserlo anch'io, almeno per il momento.

 

E per favore non cominciamo a dire che chi non è out sicuramente non si è accettato, è proprio

una grandissima idiozia.

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@@Altair ho paura che però si vada un po' OT

in ogni caso pure io lo credevo, ma nel mondo del commercio dove lavora mio padre, essere ebrei molte volte porta a diffidenza e pregiudizio.

C'è ancora la figura dell'ebreo come quello cattivo con il nasone, poi non è che viva la situazione in prima persona, ma sono sicuro che non faccia piacere.

Per quanto riguarda gli zingari, anche se su molti aspetti non li capisco, mettiti nei panni di un bambino zingaro che va ad una scuola elementare o media,

secondo me ne subiscono tante di discriminazioni, forse anche più di un gay, il sospetto che ti possa rubare qualcosa da un momento all'altro c'è sempre.

Uno zingaro non avrà vita facile nel crearsi delle amicizie o stabilire un rapporto di fiducia.

Essere discriminati purtroppo è una cosa che secondo me passa anche un po' inosservata oggigiorno. Come una donna incinta che perde il lavoro,

potresti pensare che non sia sullo stesso piano di un gay: nessuno l'ha insultata perché è incinta, però ha perso il posto di lavoro e ha un figlio in attesa,

bella situazione di merda.

Insomma il mondo non è rosa e fiori e per quanto mi piaccia sognare sicuramente dovrò scontrarmi con persone omofobe. Pazienza, problemi loro.

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Ahimè la sessualità non è qualcosa che può essere separata dal complesso. Riporla nell'armadio solo perchè non la si può mettere in vista o anche solo indossare naturalmente indica che il processo di separazione è già avvenuto.

Chi si accetta non procede per eccezioni. Non perchè sia coraggioso ma perchè non esiste, non concepisce una realtà priva di sessualità (e quello che ne consegue).

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@@Dogville: Infatti come ho detto gli zingari sono motlo più discriminati degli ebrei, e questo non vuol

dire che la discriminazione antisemita sia migliore di quella antirom, è solo meno forte. Ci sono

situazioni diverse tutte gravi ma con dinamiche e conseguenze differenti.

 

@@Aquarivs: Vallo a raccontare a @@Madoka se lei è una che non si accetta solo perché ad una cena con 20 persone

ha glissato sulla sua omosessualità. Secondo il tuo ragionamento lei sarebbe repressa, e non mi sembra.

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Ma non occorre che "glielo vada a dire". Madoka lo sa già di suo. Ha lei stessa, se non erro, parlato della propria volontà di superare definitivamente questa distanza fra ciò che è e ciò che vive. Anzi mi è sembrato proprio un lavoro in corso ben strutturato su questo punto.

 

Poi non interscambiare termini che per te possono apparire eguali, ma che non lo sono. Io ho parlato di gay che non si accettano. Questo indica un processo emotivo ben più ampio e al quale bisognerebbe dedicare del tempo a discuterne. Tu hai relegato il tutto a "repressa" che indica un ben delineato range di comportamenti e infine connotato da un tocco di disprezzo (nell'uso che ne fa la società) cosa che io non sento.

I gay che non accettano di essere gay manifestano questa loro difficoltà in 327 modi diversi e in contesti diversi. Il gay represso è un gay che ha attuato un processo di negazione specifico che spesso sfocia in disturbi della personalità, in comportamenti lesivi e aggressivi (vedi omofobia).

 

Per la discriminazione (solo per risponderti senza farne il tema principale del discorso) noto che continui a confondere il modo in cui si esplica con l'importanza del fatto in sè. La persona discriminata non distingue la propria discriminazione da quella che subisce un ebreo, uno zingaro o un cinese figlio di genitori cinesi "che mangiano i cani, rubano gli organi e derubano l'economia del paese che infestano". Vive solo la sensazione di essere sbagliato e come tale subisce una tortura psicologica/fisica. Ergo le discriminazioni sono tutte uguali nello spirito. Si esplicano in modi diversi ma di fatto il principio è il medesimo.

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Per la discriminazione (solo per risponderti senza farne il tema principale del discorso) noto che continui a confondere il modo in cui si esplica con l'importanza del fatto in sè. La persona discriminata non distingue la propria discriminazione da quella che subisce un ebreo, uno zingaro o un cinese figlio di genitori cinesi "che mangiano i cani, rubano gli organi e derubano l'economia del paese che infestano". Vive solo la sensazione di essere sbagliato e come tale subisce una tortura psicologica/fisica. Ergo le discriminazioni sono tutte uguali nello spirito. Si esplicano in modi diversi ma di fatto il principio è il medesimo.

 

E' quello che ho notato anche io, con il tempo mi sono accorto che cercando di mettermi nei panni degli altri, chi viene discriminato subisce, come dici te, una tortura e non è diversa dalle altre.

Credo che un po' l'errore sia pensare che quello che si vive in prima persona automaticamente sia la cosa più drammatica, anche io ho un po' passato questa fase in passato.

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Dipende sempre da dove ti trovi. In un paesino penso che sia una follia dichiararsi out con tutti, e in determinati contesti può effettivamente portare dei problemi. Tuttavia se vivi in zone mediamente civilizzate e ci tieni alla tua libertà e felicità, essere out con tutti mi sembra una cosa scontata e NATURALE. Una volta che l'hai detto ai tuoi, non vedo che problemi crearsi, anche perché stare lì a mettersi a fare il conto di a chi dirlo a chi no e dover spiegare puntualmente a tizio o caio che in realtà si è gay/bisex o quello che sia, sai che palle!!

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E tu pensa che l'omosessualità tendenzialmente può essere nascosta.

Cambio la domanda del bellissimo quesito esposto da Altair:

 

Detto questo, cosa pensate della decisione di essere totalmente Siciliano con tutti i Padani?

 

La vedete come la massima espressione della libertà personale in barba

al pregiudizo della nostra società oppure una scelta incosciente che porterà

sopratutto risvolti negativi?

 

Detto questo, cosa pensate della decisione di camminare con la vostra faccia nera davanti a tutti?

 

La vedete come la massima espressione della libertà personale in barba

al razzismo della nostra società oppure una scelta incosciente che porterà

sopratutto risvolti negativi?

 

Perchè in questi casi arricciamo il naso e sentiamo un senso di ripudio per aver concepito anche solo il porsi la questione mentre per l'essere omosessuali no?

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Io sono out con tutti, anche con le persone appena conosciute... ci sono solo due eccezioni:

- I miei nonni materni, che hanno oltre 80 anni e sono cresciuti in un paesino sperduto, quindi la mentalità è quella che è e conoscendoli non capirebbero e soffrirebbero inutilmente:

- Il mio datore di lavoro, perché ho iniziato un nuovo lavoro da una settimana e ovviamente non ho il contratto e lui mi sembra uno che si prende abbastanza gioco dei gay, non posso rischiare di essere buttata fuori con qualche scusa... e poi la mia vita e il lavoro sono due cose diverse.

Sì, ne vale la pena. A dire la verità mi pesa moltissimo non potermi dichiarare in sede lavorativa. Mi dà un fastidio atroce quando mi dicono "il tuo ragazzo di qua, il tuo ragazzo di là". Io non mento mai, ometto. Ovviamente su facebook c'è scritto chiaramente "mi piacciono: donne".

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Si, comunque cerchiamo anche di essere un po' oggettivi. Il siciliano, può essere discriminato (???) dagli estremisti padani o da chi ha pregiudizi verso i "terroni", ma non che venga "discriminato" chissà in quali grandi modi. La peggiore cosa che può capitargli è di essere ritenuto "inferiore" o "stupido/ignorante" o di doversi scontrare con un pregiudizio frutto di un cliché. Ma ripeto parliamo di casi LIMITE appartanenti a una piccolissima ipotetica percentuale di gente del nord. Nessun siciliano verrà mai picchiato, offeso giornalmente gratuitamente o messo alla pubblica gogna. Nemmeno dal più pazzo dei "polentoni". Già comunque il fare ipotesi di Terroni VS Polentoni, e inserirlo in un contesto di "pregiudizi" lo trovo assolutamente ridicolo.

 

Un nero, avrà senza dubbio più discriminazioni, nel passato hanno avuto le loro belle lotte per la conquista dei loro diritti.Diritti ormai più che conquistati, anche se come sappiamo benissimo a volte non sono esenti da episodi di razzismo. Tuttavia anche in questo caso ci può essere un senso di superiorità verso i neri o un pregiudizio da parte del bianco cretino di turno, ma non mi pare che la gente si metta a offendere gratuitamente i neri, picchiarli perché sono neri o metterli alla pubblica gogna.

 

L'omosessualità è reato in alcuni stati del mondo, i gay sono vittime giornaliere di insulti, denigrazioni, violenze, derisioni. Non sono MANCO riconosciuti nè tutelati dallo Stato. Raccontiamoci meno favole e impariamo a fare un po' meno i buonisti, perché sinceramente io non ho per nulla dubbi che i discriminati del nuovo millenio siano proprio i gay. Mi fa solo tristezza che siano proprio alcuni gay a non rendersene nemmeno conto.

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Per la discriminazione (solo per risponderti senza farne il tema principale del discorso) noto che continui a confondere il modo in cui si esplica con l'importanza del fatto in sè.

 

E' quello che ho notato anche io, con il tempo mi sono accorto che cercando di mettermi nei panni degli altri, chi viene discriminato subisce, come dici te, una tortura e non è diversa dalle altre.

 

Ribadisco (forse non avete letto con attenzione):

 

Le discriminazioni sono diverse in base a chi si rivologono, questo mi pare indubbio.

Che siano tutte ugualmente spregievoli questo mi sembra ancora più banale.

 

Perchè in questi casi arricciamo il naso e sentiamo un senso di ripudio per aver concepito anche solo il porsi la questione mentre per l'essere omosessuali no?

 

Perché quelle forme di discriminazione (per fortuna) sono state già superate,

quella verso l'omosessualità ancora no e tra l'altro quelle categorie sono

giuridicamente protette.

 

@@araas, visto che con il tuo datore di lavoro non hai fatto CO, non ti accetti come lesbica? ;)

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