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τραγῳδία καὶ κωμῳδία - o del teatro greco


D.

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Questo topic prende avvio da un'altra discussione tra me e Isher sulla tragedia greca; ma a questo punto vorrei creare uno spazio di discussione su tutto il teatro dei greci, compresa dunque la commedia. Ad integrandum cito i passi salienti del dibattito di cui sopra.

 

Siamo consonanti anche sulla nascita della tragedia e sull'Agamennone. Io portai quest'ultima

agli esami di maturità. Credo però che si può stabilire quale sia la più grande tragedia solo

dopo aver stabilito chi sia il tragico che eleggiamo, o, come nel mio caso, citando una

tragedia tra almeno due tragici, che per me sono Eschilo e Sofocle. Per quest'ultimo io sono

particolarmente vicino al Filottete e ai due Edipo (dico poco! sono le massime) e non riesco

a scegliere. Per Eschilo, il colorito scuro, il tono incombente, la grandezza dei personaggi,

tutto fa scegliere l'Agamennone.

 

Grandissimo anche Sofocle, apprezzo moltissimo i due Edipo. Ma Eschilo è altro, è di più. L'innovazione della maschera, e soprattutto l'introduzione del secondo attore a rendere dinamica la scena, acuendo a dismisura il senso tragico del dramma. La sua poesia è vibrante, solenne, controversa, potente, ricca di neologismi eppure sintatticamente difficoltosa all'interpretazione. V'è in quello scritto l'alito versatile e ubiquo di una sinistra necessità, cupe le atmosfere, e quanto più lo sfondo si campisce di cromatici presagi luttuosi, tanto i protagonisti acquistano possanza e maestà. Non disdegno nemmero i Sette contro tebe, e persino uno scritto minore come l'Incatenato ha molto da dire. Ho letto recentemente le traduzioni di Cantarella, mi sono molto piaciute: ho intravisto un autentico amore filologico, oltre ad un buon talento nel tradurre. Introducendo l'Oresteia scrive

 

Tutto questo si vive nel prodigio di una ispirazione che non conosce stanchezza, dal principio alla fine di quest'opera nella quale il poeta, quasi settantenne, ha consegnato il suo più alto messaggio in uno splendore e in una potenza di poesia che forse non hanno riscontro il tutta la letteratura mondiale. Non è possibile esemplificare o trascegliere. Ma ci sono, qui, parole che danno un senso di smarrimento con la presenza di una grandezza che sembra trascendere ogni misura umana.

 

Inutile dire che sono concorde. Ed aggiungo, per quanto mi riguarda il Coro I dell'Agamennone è il vertice sommo di tutta la poesia universale.

 

Su Sofocle ci inoltriamo nei terreni dello psicologismo. Le dramatis personae acquistano una umanità ed un carattere meglio definiti. V'è l'anelito ad una buona vita, il conflitto verso il cosmo, del resto topos della tragedia. L'aggiunta del terzo attore è molto apprezzabile, ma di converso noto un decadimento, una certa passività nei personaggi. Insomma, per me il più giovane ateniese si attesta ad un secondo posto.

 

Senza contare che questa battaglia, l'interpretazione arditissima

niciana, è pur sempre combattuta all'interno della filologia

 

Cogli esattamente il punto principale. Gli accademici del tempo, prima ancora della portata filosofica - ancora in germe - della Nascita, non colsero la straordinaria testimonianza filologica, l'attendibilità di uno scritto destinato a rimanere impresso nei secoli a venire. Cosa avrebbe riportato alla luce quest'opera, e le conseguenze subito dopo, nessuno avrebbe mai osato prospettare.

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Su Sofocle ci inoltriamo nei terreni dello psicologismo.

 

Sono totalmente d'accordo con quel che scrivi su Eschilo e La Nascita della tragedia.

Posso anche consentire che Eschilo sia il più grande. Certamente è la tragedia nella

sua massima potenza e purezza. Ma lascia posto a Sofocle. E io ho bisogno anche di lui.

 

«Psicologismo» è troppo e non vorrei fartelo passare. Se me lo dici di Euripide, va bene;

infatti lui l'ho lasciato da parte. Forse è più giusto dire che in Sofocle c'è la nascita del

Soggetto, all'interno della tragedia. Neottòlemo! Odisseo. Filottete. Edipo, ed Edipo a Colòno.

Non che il Soggetto mancasse in Eschilo, ma quelli eschilei sono Soggetti riempiti di Essere,

oppure Soggetti totalmente esauriti dalle azioni tragiche che compiono,

quindi Personaggi+Azione unificati: non c'è l'imprevedibile corso del percorso

dell'uomo, di un uomo...

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«Psicologismo» è troppo e non vorrei fartelo passare.

 

Sì, hai ragione; mi sono lasciato prendere la mano. V'è il soggetto passivato in Sofocle, nella sua imprevedibilità, questa volta passami il termine, fenomenologica. Lungo tutto il suo percorso, il percorso di un uomo, diventa spettatore di se stesso, della propria vita e, dunque, della propria tragedia. Ma voglio ripetere: apprezzo molto l'opera sofoclea, proprio per questo suo soffermarsi sul personaggio che evolve e diventa qualcuno, soggetto. Attinti dal mito, per Eschilo sono il riverbero della natura e della legge universale di natura, per il minore (d'età intendo) rappresentano, oltre al paradigma proprio teatrale-esistenziale, anche loro stessi. V'è questo ricondurre dalla massima dimensione generale - persino teoretica, direi azzardando su Eschilo -, ad una più ridotta, e per questo nota, adeguata. Se nell'Oresteia azione e personaggi fondono in una unità inscindibile, gli Edipo sono invece distinti, e non potrebbero essere altrimenti. Lo loro tragedia, in fondo, è proprio questa: la fiacchezza, l'impossibilità di una reazione commisurata. In Eschilo tragedia è lo scontro diretto, per Sofocle è la consapevolezza.

 

Ah, aggiungo.

Ho voluto dare spazio anche alla commedia. Paradossalmente l'idea giunge da Euripide, tragediografo piuttosto mediocre. Ricordi Aristofane? Tra lui ed Eschilo, Bacco non perse più d'un secondo a decretare chi riportare in vita. E per di più il trono dei poeti dell'oltretomba non rimase vacante: deliberatamente e senza casualità, fu affidato proprio a Sofocle.

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V'è il soggetto passivato in Sofocle, nella sua imprevedibilità, questa volta passami il termine, fenomenologica. Lungo tutto il suo percorso, il percorso di un uomo, diventa spettatore di se stesso, della propria vita e, dunque, della propria tragedia. Ma voglio ripetere: apprezzo molto l'opera sofoclea, proprio per questo suo soffermarsi sul personaggio che evolve e diventa qualcuno, soggetto.

 

 

Non ho capito se intendi soggetto, con la s minuscola, in senso foucaldiano.

E' uno spunto che potrebbe interessarmi, ma non vedrei ragione di assegnarlo al solo Sofocle, quando invece

dovrebbe essere proprio in assoluto dell'intera Tragedia, e allora massimamente di Eschilo. Certo, si tratterebbe di un assujettissement diverso, nei due. Alla catena universale della Moira, al mondo divino che sovrasta l'uomo, e anche, scendendo verso terra, alla catena famigliare, alle vicende del ghenos, alla rete di cause ed effetti da scontare, per Eschilo. Per Sofocle in concetto di assujettissement non mi sembra più bastevole, e si deve parlare proprio di Soggetto (con la s maiuscola).

 

Tu parli di soggetto passivato. Il tema mi interessa ugualmente molto (anche se in un significato

diverso da quello che tu proponi). C'è del vero, da estrarre da questa espressione, ma l'espressione mi

sembra parzialmente impropria, almeno nel significato in cui tu la usi, perché più avanti tu dici, degli eroi

di Sofocle:

 

Lo loro tragedia, in fondo, è proprio questa: la fiacchezza, l'impossibilità di una reazione commisurata.

 

Non si tratta, a mio vedere, di «fiacchezza». L'uomo che diventa spettatore di se stesso

rimanda a qualcosa di più profondo ed essenziale, che è uno sviluppo del nostos omerico, del tema

del ritorno, come generatore della coscienza, del pensiero. In Filottete, dell'umanità.

La coscienza ci viene fatta vedere nel suo nascere: essa è un ritornare, un ripercorrere, un tornare sui

propri passi, per riflettere e per capire, sottraendo l'accaduto alla dimensione dell'assolutamente

dato, e questo è evidente in Edipo. Ed è anche un «patire» - e qui c'è la «passività», senza la quale

nulla è possibile. E non dimentichiamoci che per i Greci la passività era un'esperienza sessuale, del corpo,

una esperienza personale, diretta e sintetizzata con altre.

 

Infne, se sei d'accordo con me (e vedo che lo sei) che in Eschilo i Personaggi e l'Azione sono fusi insieme,

sarai d'accordo anche sul fatto che in questo si celebra la prospettiva sacrale, o, da un altro

punto di vista, ontologica di Eschilo. Mentre invece gli Edipo sono distinti

perché l'ontologia si sta dissolvendo, o semmai è riguadagnata in un senso diverso come approdo ultimo

che sta dopo gli errori, dopo i percorsi dell'uomo: ed è Edipo a Colono. Ed è

piuttosto una «destinazione». «Destino» vs «destinazione».

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